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bambola

 

“Allah è grande, uccidiamo tutti gli infedeli”

“Musulmani bastardi, terroristi islamici, dovete morire”

“l’Islam moderato condanna il terrorismo”

“Sono diversi da noi, sono arretrati, non possiamo convivere”

“Era un musulmano ma era un francese”

“Non possiamo cadere nel tranello della paura, dobbiamo mantenere i nostri valori di civiltà, democrazia e libertà”

“L’ultrà fascista ha ucciso l’uomo di colore, scappato dai terroristi di Boko Haram, massacrandolo di botte”

“L’italiano ha sbagliato a dare della scimmia africana alla donna, ma alla fin fine si è solo difeso dal negro”

“L’ennesimo femminicidio compiuto dal maschio sessista che vede la donna come un oggetto”

“L’uomo è stato preso da un raptus di follia perché è stato lasciato dalla sua donna”

Mi immagino aquila che vola a media quota su questo pianeta. Molli vacche pascolano, operose api sciamano, affamati predatori si nascondono tendendo agguati al loro possibile pasto. La residua vegetazione spontanea fluttua nello spazio che le rimane, mentre quella curata dagli umani cresce con pulsare geometrico. Una fresca brezza spazza un bosco, la pioggia battente sciacqua una montagna, il sole impietoso riscalda un deserto. L’oceano sciaborda incessante, agitato da un satellite argenteo, dal vento e da se stesso.

Quand’è già notte, mi affaccio su quella gli umani chiamano città. Un agglomerato di costruzioni pietrose regolari, nastri asciutti su cui scorrono i loro mai domi mezzi di trasporto metallici, sospinti da liquidi minerali ricavati dal terreno. Le “case”, come le chiamano loro, occupano lo spazio finché il mare lo consente. Sul nastro grande, parallelo al limitare dell’acqua, molti primati vestiti si agitano festosi, dopo aver ammirato le loro emulazioni dei fulmini.

Una delle loro scatole ferrose, più grande delle altre, si fa largo tra gli umani. Li falcia come fanno altre grandi macchine con le messi di grano da loro coltivate. Esplosioni simili a piccoli tuoni si moltiplicano. I loro versi, che solitamente sembrano avere costrutto, senso, schema, diventano ululati lancinanti, simili a quelli della preda abbandonata al branco di leonesse. Suoni assordanti e luci blu cercano di far largo ad altri mezzi, tra gli umani feriti. La scatola grande si ferma. Dentro un solo primate, quasi privo di peli come i suoi simili, e totalmente privo di vita, come tanti altri su quella striscia grigia d’asfalto e rossa di sangue.

Mi allontano, facendomi scorrere forte l’aria addosso.

Ritorno in me, essere umano. Mi chiedo il senso. Mi guardo dentro. Ascolto e leggo fuori. Parole. Etichette.

Di circostanza, di rabbia, di paura, di vendetta. Ma, in fondo, tutte con la medesima struttura.

“Tizio, che è così e cosà, ha ucciso Caio, che è questo e quell’altro”

Vedo i germi, sempre più espliciti, dei pensieri che portano a compiere certi atti, nelle frasi di chi li vorrebbe evitare.

“Ne uccide più la parola che la spada”, mi viene in mente. Già, perché la spada, di per sé, è solo un pezzo di metallo affilato. Per renderla arma ci vuole il braccio che la brandisce, e per guidare il braccio ci vuole il pensiero, la parola, l’etichetta.

Così e cosà, questo e quello. Nero e bianco. Cristiano, musulmano, buddista, ateo. Russo e americano. Uomo e donna. Mio, mia. Io. Dio”

La parola rende la spada arma. Non è la spada che uccide, è la parola, il sostantivo, l’aggettivo, l’etichetta. La parola vince la naturale difficoltà che avremmo a compiere certe azioni. Essa prevarica la dolorosa empatia che in chiunque avviene nel vedere un suo simile soffrire e perdere la vita.

“Perché se tizio è così, allora può morire. Perché se caio è cosà, allora lo posso ammazzare”

Non ho soluzioni. Ho solo una sensazione: che l’unica possibilità che abbiamo per fermare tutto questo è recuperare la nostra capacità di provare il dolore, di tornare a vivere fino in fondo il basico e silenzioso orrore generato dal vedere esseri umani morti per mano di altri esseri umani.

 

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Imagine

 

Ho passato buona parte della mia vita a credere in cose tipo progressismo, uguaglianza, giustizia, parità dei diritti, eccetera. Tutto si basava su alcune idee di fondo. Mie idee e come tali, “mie” e “idee”, doppiamente limitate.

Che il genere umano fosse qualcosa dotato di una sua chiara identificabilità. Che non ci sono razze, caste, generi, eccetera. O meglio ci sono, ma sono sottoinsiemi poco rilevanti di un insieme complessivo che è quello che davvero conta, non solo dal punto di vista zoologico – non siamo bonobo o megattere o falene, ma esseri umani con 46 cromosomi – ma anche morale – abbiamo tutti lo stesso valore e gli stessi diritti -.

E che ciascun essere umano avesse un suo senso di esistere, una propria potenzialità, o più di una, creativa, artistica, produttiva nel senso non di sfruttamento. Che ciascuno potesse fare quella tal cosa per la quale, per quanto effimera, si fosse potuto esclamare “Oh, meno male che Tizio è apparso su questo pianeta, altrimenti questa robetta ce la saremmo persa!”.

Ma ultimamente mi sono reso conto che non è così. O meglio è solo una potenzialità, ma può essere difficile, forse impossibile che essa divenga realtà attuale.

Le razze ci sono. O meglio, ci sono varie gradazioni di una razza, quella umana, che non sono legate al colore della pelle, alla forma degli occhi, alle preferenze sessuali, o altro del genere, ma al livello di idiozia. E, paradossalmente, il grado di idiozia di un essere umano è direttamente proporzionale a quanto sono importanti, per lui/lei, gli altri fattori precedentemente esposti di presunta differenziazione (colore, genere, religione, eccetera).

E c’è di più.

Molti, anzi probabilmente la stragrande maggioranza, si assestano a un livello di idiozia non recuperabile. Per cui è frustrante e soprattutto inutile mettersi a convincere queste persone che stanno dicendo stronzate o sostenendo bufale o propagandando teorie strampalate o dando voce alle corde vocali solo per sentirsi parte di un belato più assordante che le rassicuri e le faccia sentire meno sole.

Non c’è che lasciarle andare, anzi lasciarle stare dove sono. Non si combatte per i diritti di chi non li vuole. Quando ne sentiranno il bisogno, quando non confonderanno più i propri bisogni con il desiderio di impedire agli altri di vivere come par loro, allora quei diritti se li guadagneranno. Nel frattempo, io combatto per i miei. E credo che chi è al di sopra della soglia dell’idiozia dilagante dovrebbe fare la medesima cosa: combattere per i propri. E basta. Egoisti? Forse. Ma in maniera sana e costruttiva. Un miliardo di volte preferibile all’altruismo ipocrita che fa da cemento all’idiozia.

“L’uomo è il ponte tra l’animale e Dio” diceva, mi pare, Osho. Ebbene, molti esseri umani sono animali, si vedono animali, e animali rimarranno per tutta la loro vita. È triste ma, ahimè, vero. E io preferisco avviarmi verso Dio, qualunque cosa sia e qualunque cosa significhi questa frase. Se ciò comporta lasciarmi molti alle spalle, non so che farci. Tuttavia ho la sensazione che, in questo viaggio, non si sia soli, anche se una parte di me avrebbe voluto che fossimo molti di più.

Caro John, mi è sempre piaciuta tanto la tua canzone. E ho sempre pensato che, per quanto idealista, tu avessi ragione. Ma ora credo di essere giunto a una conclusione diversa. Più elitaria, forse, ma anche più realistica.

You may say I’m an egoist, but I’m not the only one.

 

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De Imbecillis

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Eco ha ragione. E ha pure torto.

I Social hanno dato voce agli imbecilli. Ma gli imbecilli c’erano già, ci sono sempre stati.

Certo, faceva più comodo all’élite, ai politici e anche ai cosiddetti intellettuali come Eco, quando questi dicevano le loro cazzate al bar. Erano più manipolabili, attraverso i media “broadcast”, che li gestivano come bersagli passivi. E soprattutto non erano essi stessi possibile strumento di manipolazione di altri imbecilli (che è la cosa che in fondo preoccupa di più i detentori della verità come Eco).

Ora invece parlano. Le cazzate le scrivono. Condividono bufale, senza la minima preoccupazione di verificare ciò che pubblicano sui loro profili.

E questo ci porta a essere consapevoli della tremenda verità, il vero abominio che abbiamo fatto finta di non vedere, per decenni.

Questi imbecilli votano.

E sono tanti, probabilmente sono la maggioranza assoluta degli aventi diritto.

Da qui, l’evidenza cogente dell’unica riforma istituzionale veramente necessaria.

Non importa che ci sia il Porcellum, l’Italicum o il Mattarellum. Sono tutte versioni minori di una stessa legge capostipite: l’Imbecillum.

Ci avete mai pensato? Per guidare ci vuole una patente. Per possedere un’arma ci vuole una licenza. Per esercitare una professione bisogna studiare, e ottenere un’abilitazione. Perché con un’auto, un fucile o un bisturi si possono fare gravi danni.

Ebbene, la stessa cosa vale per altri delicatissimi strumenti: la matita copiativa e la scheda elettorale.

Non dico tanto, ma un esamino, compiuti i diciott’anni. Un po’ di cultura generale, magari le basi della lingua italiana (anche per gli stranieri, l’importante è che vivano in Italia: non mi pare sia razzismo, anzi), ma soprattutto la cara, vecchia educazione civica.

“Per cosa diavolo stai votando? Lo sai chi è attualmente il Presidente della Repubblica? Quanti gradi di giudizio sono previsti prima di considerare qualcuno colpevole? Hai un’idea di cos’è quella roba chiamata “Costituzione”? Mi sai dire la differenza tra “federalismo” e “centralismo”? Il punto esclamativo e l'”1″ per te sono la stessa cosa?”

Una specie di “prova Invalsi”, insomma.

E poi qualche richiamino ogni tanto, chessò, ogni cinque anni come per la patente di guida.

Ecco: i Social, magari, li usiamo per realizzare un sistema a punti. Chi pubblica una notizia che è palesemente una bufala, ne perde 2. Quando li esaurisci, devi rifare l’esame. Magari stai fermo un turno, no?

Chi non è in regola – come diceva Dalla – quella domenica se ne va al mare.

I partiti e i movimenti vari? Beh, quelli dovranno imparare ad avere a che fare con un elettorato un po’ meno imbecille e manipolabile: non credete che non potranno che migliorare?

Dai, facciamo una modifichina alla Costituzione, tanto va di moda. Scriviamoci che il voto non è né un diritto né un dovere.

È un onore.

 

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La sindrome di Roma

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Avevo in mente di scrivere un post ben documentato, per esprimere concetti originali e convincenti e magari anche qualche arguta battuta sulla vicenda del rapimento, della liberazione e del presunto riscatto del caso di Greta e Vanessa, poiché il caso in questi ultimi giorni mi aveva molto appassionato.

Poi, dopo aver a lungo ragionato, letto moltissimi articoli anche di quotidiani che generalmente fatico a prendere in considerazione, cercando di adoperare il mio cervello senza preconcetti e di essere aperto a tutte le possibilità, incluse quelle più lontane dal mio sentito, essermi confrontato con varie persone anche sconosciute in giro su Facebook mantenendo il medesimo approccio, essermi imbattuto in decine e decine di prese di posizione agghiaccianti da un lato o sterilmente moraliste dall’altro, e aver infine casualmente letto questo post, ho realizzato di essere io a essere stato rapito, non so da quanti anni e in compagnia di quanti (ma sicuramente pochi) altri, da un’organizzazione di folli denominata “Italia”.

E non credo ci sia nessuno disposto a pagare un riscatto per la mia liberazione.

 

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La Normale Famiglia

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Quella di Nazareth non era una famiglia finta, irreale. Maria, la mamma cucinava, faceva tutte le cose della casa, stirava le camicie, Giuseppe, il papà faceva il falegname, insegnava al figlio a lavorare. Gesù viene come un figlio di famiglia. Non nasce in una grande città come Roma, ma in una periferia piuttosto malfamata, Nazareth. È un Dio sottomesso. Ha perso 30 anni lì, in quella periferia malfamata. Non ha fatto guarigioni o altri prodigi in quegli anni. Quello che era importante lì era la famiglia, ma non è stato tempo sprecato: erano grandi santi, Maria Immacolata e Giuseppe. E Gesù mai in quel tempo si è scoraggiato.

In molti si sono scagliati contro questo bellissimo discorso del nostro amato Papa innovatore, Francesco, accusandolo di significati sessisti e retrogradi. In particolare sulla Madonna, che sarebbe stata da lui stereotipata come una mera casalinga, nazarena anziché vogherese, ma pur sempre dedita a servire marito e figlio e alle cosiddette faccende. E il bello è che queste critiche, anche feroci, arrivano da persone che si definiscono moderne e progressiste. Davvero intristisce che proprio costoro non colgano la portata rivoluzionaria del nostro Pontefice: ancora una volta non è affatto difficile riscontrarla.

Chiariamoci: forse per qualcuno è necessario andare oltre all’apparenza, alla superficie, arricchire il narrato. Ci vorrebbero un paio di serate con l’eccelso divulgatore, il maestro Benigni, ma certi budget non si trovano tutti i giorni. Dunque, mi permetto di aggiungere io qualche elemento, gratuitamente: chissà che non riesca a dare il mio umile – ma mai quanto quello del Papa: lui è il più umile di tutti – contributo.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che stiamo parlando di una famiglia di oltre duemila anni fa. Una famiglia normale e nel contempo fuori dal comune, visti i componenti. Non usiamo i paraocchi, allora: è del tutto ragionevole pensare che dei due genitori l’uomo si dedicasse a guadagnare il pane, cibo di cui peraltro il figlio andava matto. Lo offriva spesso anche ai vicini, accompagnando il gesto con frasi che allora parevano leggermente sconclusionate, facendoli addirittura sentire cannibali: solo più tardi ne avremmo tutti compreso il profondo significato. Perché l’abbiamo compreso, vero?

Questo padre (‘padre’ in effetti è una parola grossa), Giuseppe, era davvero uno che definirlo “santo” come fa Francesco è poco, mi si consenta. Fu il primo uomo della storia ad avere a che fare con l’eterologa, senza peraltro averla richiesta; caso che fu anche l’unico a essere autorizzato da quell’altro Padre, quello con la maiuscola, anche perché fu Egli a metterla in pratica. Fu anche la prima volta in cui una fecondazione non convenzionale veniva documentata con una certa affidabilità. Certo è che scegliere come tramite un piccione bianco superava l’immaginazione avuta dal collega Zeus con la sua pioggia d’oro, o quando fece nascere la figlia Atena da un’apertura del proprio cranio. Che poi non mi sono mai spiegato dove abbia preso Gesù l’altra metà dei cromosomi, quelli non forniti dall’ovulo di Maria… ma non divaghiamo.

Il fatto che Giuseppe e Maria non ebbero mai figli tutti loro ci fa forse ipotizzare che il primo fosse sterile. O impotente. O entrambe le cose. Sicuramente era molto più vecchio della moglie. Forse lei non volle mai dargliela, volle rimanere fedele al Padre naturale (‘naturale’ in effetti è una parola grossa) di suo figlio; forse volle restare per sempre ‘Immacolata’, come dice Francesco, per quanto risulti ostica tale definizione in seguito a un parto. Nonostante tutto, comunque, Giuseppe si faceva un culo così dalla mattina alla sera, non v’è dubbio. Perché la periferia chiamata Nazareth non era affatto un posto facile, altro che Tor Sapienza o Quarto Oggiaro.

Come se non bastasse la durezza del suo lavoro, doveva sopportare quel figlio non suo, che – come ci ricorda il Papa – non era ancora dedito a prodigi e miracoli, ma imparava piano piano a gestire e controllare i suoi poteri: camminava sulle pozzanghere senza bagnarsi i piedi, trasformava l’acqua in Coca Cola, faceva risorgere le lucertole, strabiliando gli amichetti che fino ad allora si erano limitati a strappar loro le code e vederle ricrescere, e alle volte di notte diventava fosforescente, specie poco prima che il gallo cantasse tre volte, chissà perché.

Dunque, è del tutto legittimo affermare che Maria badasse alle cose di casa, senza tirare in ballo alcun maschilismo di sorta. Io me la vedo, giovane e un po’ inesperta, stirare le camicie come dice gioiosamente Francesco: nella nostra ricostruzione, lei usa un asse da stiro speciale, predisposto dal marito sulla base di un insolito progetto del figlio (“Vedrete, un giorno questo aggeggio sarà in tutte le case, in tutte le scuole, in tutti i templi, in ogni luogo pubblico”), costituito da un ceppo di legno lungo e un altro di dimensioni minori ad esso fissato ortogonalmente. Maria, come le aveva amorevolmente consigliato il figlio, stendeva sui ‘bracci’ più corti le maniche delle camicie, fermandole con dei chiodi per evitare che si spostassero; lo stesso faceva con i jeans di Gesù, incrociando e puntandone le estremità al fondo del legno maggiore. Solo, Maria era un po’ imprecisa, come abbiamo già detto. Avete presente quel lenzuolo nel quale un giorno Gesù si sarebbe fatto il primo selfie della storia? Beh, tutte quelle toppe che si vedono aveva dovuto metterle lei. Fateci caso: sembrano i postumi di bruciature tipiche della casalinga sbadata che si ferma qualche minuto a fumare una sigaretta, hanno la forma di un ferro da stiro.

SINDONE

E Gesù, che dire di lui? Non avete idea di cosa non gli facessero i bulletti di quel postaccio che era Nazareth, a scuola! Oltre ad avere quel volto angelico e quel po’ di barbetta bionda già dalle elementari, era considerato un secchione: sapeva tutta la Bibbia a memoria ed era arrivato addirittura a discuterne con i vecchi babbioni del tempio, definendola oltraggiosamente ‘Antico Testamento’ (“E il nuovo dov’è, eh?”) e mettendoli in crisi. Solo in matematica non andava benissimo: finché si trattava di aggiungere o moltiplicare, nessun problema, ma sottrazioni e divisioni proprio non gli andavano giù.

La sua salvezza con i compagni bricconi era quella curiosa caratteristica della pelle, che pareva come cosparsa d’olio o di una qualche sostanza grassa: i suoi aguzzini non riuscivano ad abbrancarlo, lui riusciva sempre a sgusciare via. “Ringrazia il Signore che ti ha fatto così, Unto!”, gli urlavano mentre scappava verso casa. Già, che nomignolo gli avevano dato. Anche se a lui, che sapeva di greco, tradotto in quella lingua non dispiaceva affatto. Ai suoi, così preoccupati per le angherie che subiva di continuo e per l’estrema solitudine che ne derivava, ripeteva di stare tranquilli, di perdonare quei ragazzini perché non sapevano quello che facevano, e che un giorno di amici ne avrebbe tanti, tantissimi: addirittura dodici.

Ora, avendo tutti questi particolari aggiuntivi, sono certo che darete ragione a Francesco, se mai aveste avuto dubbi. Sicuramente riuscite a immaginarveli tutti insieme, per esempio la sera, in salotto: Giuseppe a dare le ultime piallate, Maria a rammendare le camicie del figlioletto, sempre bizzarramente lacerate a livello del costato, Gesù a giocare alla battaglia dei soldatini romani istigati dagli ebrei cattivi; oppure con quello che allora i genitori credevano fosse il suo amico immaginario, Giuda, a quell’altro gioco che a quest’ultimo sembrava non piacere un granché: l’impiccato. Una famiglia felice, completa. Una famiglia straordinariamente ordinaria.

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Io me li figuro in particolare la sera del compleanno di Gesù. Ci si scambiava sempre dei bellissimi doni, poveri ma fatti con il cuore. Anzi, fatti da Giuseppe, ché se ci si fosse messa Maria avrebbe combinato solo casino. Ed era proprio Giuseppe a portarli; conciandosi, su richiesta del figlio (‘figlio’ in effetti è una parola grossa), in quel modo inconsueto: con una finta barba bianca, in ricordo del vero Padre, nascosto chissà dove.

Giuseppe faceva tutto ciò con grande affetto. Solo una volta in cui Gesù, per farsi qualche amico, aveva provato a invitare tutta la scolaresca per una festicciola (“Dai mamma, dai pa… Giuseppe, lasciate che i pargoli vengano a me!”) e lui aveva dovuto costruire giocattoli per tutti e perfino imbacuccarsi tutto di rosso, aveva sbottato con una frase che non viene riportata in nessun testo sacro, eppure s’è tramandata fino ai giorni nostri.

“E chi sono io, Babbo Natale?”

 

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Generalizzazioni di genere

Quando ho cominciato a sentir parlare di ‘femminicidio’, ho istintivamente preso le distanze da questo termine, a causa del gran battage che se ne faceva, ritenendo che si trattasse della solita operazione moral-mediatico-retorica volta a generalizzare una serie di casi tutto sommato isolati e disconnessi tra di loro, al fine di creare un fenomeno intorno al quale attrarre il consenso ipocrita della cosiddetta ‘opinione pubblica’, consenso che tipicamente serve a spendere tante parole su qualcosa per non cambiare nulla. Poi, con il passar del tempo, mi sono dovuto ricredere. Effettivamente, tutti questi casi hanno in comune un elemento estremamente inquietante: la vittima è sempre una donna.

È da un po’ che mi gira nella testa questa specie di battuta, tecnicamente realizzata su quello che pare un ragionamento serio, che alla fine però sfocia in una banalità provocatoria e velatamente maschilista, cioè apparentemente volta a scardinare l’aspetto socio-culturale della donna uccisa dall’uomo perché inferiore, impossibilitata a liberarsi dal suo dominio, eccetera. L’intenzione sarebbe generare nel lettore un misto di sorriso a denti stretti e scandalo (“non si scherza su certe cose!”), così come ho cercato di spiegare altre volte su queste frequenze. Ma non l’ho mai pubblicata, perché ho sempre l’irragionevole pretesa che ciò che scrivo sull’internet abbia “qualcosa da dire”, anche quando quel qualcosa io stesso non capisco bene cosa sia ma mi pare ci sia. E in questo caso non lo vedevo.

Poi ecco il tizio (scusate, a dire ‘femminicida’ proprio non ci riesco, credetemi, solo per amore della lingua italiana) che scrive su Facebook “Sei morta troia”, annunciando la fine della sua ex moglie quasi alla maniera di un acheo vittorioso. E qui, sull’olio viscido dell’accaduto, si dispiegano i noti comportamenti sui Social Network di gente che mette mi piace a quel post – ma davvero vi aspettavate non capitasse? – e altra gente che mette mi piace al post di chi dice che chi mette mi piace a quel post deve morire, e via discorrendo.

Leggo dunque di sessimo, misoginia e altre malattie che non ho mai compreso bene cosa fossero ma comunque mi inquietano tanto – “sarà perché non vuoi accettare di essere anche tu il maschio sciovinista di cui leggevi anni fa su Topolino quando fischiavano a Minnie, e tu non capivi cosa voleva dire ‘maschio sciovinista’, e ancora oggi devi cercarlo su Wikipedia per sentirti tranquillo”, mi dice il solito fottuto grillo parlante dentro la testa – poi cerco di lasciarlo un attimo da parte, il grillo, e di ragionare, ché magari potrei anche tirarne fuori qualcosa di sensato.

Realizzo che mi stanno sul cazzo tutte le generalizzazioni. Anzi, non è proprio così. Mi sta sul cazzo quando l’attributo della generalizzazione, ciò che si “appone” all’individuo, all’essere umano, che reputo unico e irripetibile sempre e per questo sacro, diventa predominante rispetto all’individuo stesso, appunto. E così l’essere umano femmina che i genitori hanno chiamato Nomefemminile Cognome, un essere umano che è tale prima, dopo e oltre le sue caratteristiche di genere, diviene donna. Ci crede lei, ci credono gli altri, ci credono tutti che il suo attributo di donna venga prima di ogni altra cosa, e che questo attributo consista in sfruttamento da una parte e ribellione dall’altra, che una donna si debba sposare con un marito e avere figli e sopportare il marito o denunciarlo se la picchia ma restare dov’è e non agire con la sua testa in alcun modo, perché lei è debole e se non c’è l’autorità costituita a proteggerla lei muore, e infatti colui che si è identificato con l’attributo di uomo, l’‘uomo vero’ ritratto col fucile da caccia, la uccide perché la identifica non solo come ‘donna’ ma anche come ‘troia’, e lo scrive pure su Facebook…

Scusate se non prendo fiato, ma ‘sta cosa mi fa impazzire. Per me è inutile – parlo a voi che vi scandalizzate per il post dell’omicida e i like ricevuti, quegli altri sono irrecuperabili –  che condividiate “Imagine” o vi riempiate la bocca di parole come ‘libertà’ o ‘democrazia’, se non vi rendete conto che siete dentro la scatola degli attributi predominanti su ciò che dovrebbero caratterizzare: è questo modo di ragionare che crea questo mondo e rende possibili questi eventi. È inutile che speriate che qualcosa cambi se non vi accorgete che quelli che dovrebbero essere gli strumenti della vostra intelligenza, modelli semplificati per vivere in una realtà incredibilmente più complessa, sono diventati i vostri padroni. Lo sono per tutti: per i carnefici, per le vittime, e per chi vorrebbe giustizia per loro. E per le altre cosiddette categorie che oggigiorno vengono discriminate, come i gay, gli immigrati, i socialisti.

Per cui, ecco, quella specie di battuta, che forse non fa neanche tanto ridere, alla fine mi vien da pensare che qualcosa da dire ce l’ha.

La scatola non esiste.

 

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A.O.U.A.B.

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Ieri c’è stata questa cosa della sentenza d’appello per la vicenda Cucchi. Ho cominciato a leggere e vedere in giro varie cose: il dolore della famiglia, l’arroganza del sindacato dei poliziotti, lo Stato che non c’è (seconda stella a destra, questo è il cammino…), ACAB, l’hanno ucciso due o tre volte, le immagini di quando era vivo e dopo morto tutto tumefatto, quelli che alzano il dito medio, quelli che si vergognino quelli che alzano il dito medio, eccetera, eccetera, eccetera.

E io me ne stavo lì a osservare, un po’ in bambola, lo confesso, cercando di capire se si trattasse di quel sano distacco che paradossalmente permette di avvicinarsi alla verità della vita e degli eventi, o se fosse la solita anestesia che mi porto dietro da tempo come difesa al sentire il dolore mio e altrui.

M’è tornato alla memoria quel film agghiacciante sulla scuola Diaz al G8 di Genova, quell’interminabile pugno nello stomaco che avevo faticato a vedere, e la sensazione strisciante, difficile da accettare e ancor più da dichiarare pubblicamente, che mi facevano più pena quelli che menavano di quelli che venivano menati. Perché i secondi appartenevano al genere umano, quello in grado di provare sentimenti e raziocinare, i primi a queste cose c’avevano chissà quando rinunciato. Perché di base anche loro sono, o forse ormai tocca dire erano, esseri umani. Nessuno mi può convincere del fatto che fossero segnati geneticamente o karmicamente o nonsocosamente a fare quelle robe. Io me li immagino bambini appena nati, quegli uomini diventati bestie, e so che i bambini appena nati sono tutti innocenti, nel senso letterale: non possono nuocere. Non è buonismo, è un dato di fatto.

Poi sono incappato in uno status su Facebook in cui c’era un “siamo stati NOI…” o qualcosa del genere, e m’è girato di piazzargli un “mi piace”, così, senza aver letto bene. E infatti, proseguendo… non mi piaceva. Ma mi ha aiutato ad arrivare alla mia strada, che sono qui a condividere con coloro a cui interessasse.

Diceva tipo “siamo stati NOI a mettere lo Stato nelle mani di…”, e lì m’è partito una specie d’embolo.

Ma quale Stato? Cos’è ‘sto Stato? Com’è che ora tutti a prendersela con ‘sto cazzo di Stato?

Lo Stato è un bell’alibi, sapete? Tanto non esiste. È una bella entità astratta cui buttare la colpa – la fottutissima colpa di stracattoliche origini – quando le cose non sono belle come vorremmo apparissero.

Esistono solo individui. Esistiamo solo noi.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è molto scomoda e dolorosa. E non parlo di come siano andate le cose. Chi c’era lo sa benissimo. E sta già scontando la pena, anche se si trincera dietro un dito medio o un comunicato idiota del capo del suo sindacato. La pena lo insegue ovunque vada, foss’anche solo nei suoi incubi peggiori, o negli eventi che l’hanno portato o portata a essere una persona capace di ammazzare di botte il prossimo senza farsi alcuno scrupolo, o a lasciarlo morire perché tanto chissenefrega, è solo un tossico di merda.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è che l’abbiamo ammazzato noi. Con la nostra solita dannata ipocrisia. Con la solita arrogante pretesa di dirigere il mondo fissando cose che al mondo non appartengono, come lo Stato o le Istituzioni o le Regole. Le Regole, sì, quelle che non valgono se non ci sono eccezioni. Quelle che infatti se non ci fossero i poliziotti a farle rispettare ci cagheremmo tutti addosso. Quei poliziotti che diventano tali perché sì, almeno lì se ti girano i maroni e hai bisogno di sfogare la tua violenza repressa, occasioni se ne trovano, eccome, e ci si diverte tutti insieme, camerati, fascisti, ché qui ci si può dichiarare tranquillamente così, nessuno ti dice niente, e se a qualcuno non sta bene, lo meniamo. Quei poliziotti che noi tutti, fra un Cucchi e l’altro, ci dimentichiamo come sono, come per forza devono essere, perché ci servono, nel senso che li usiamo, sono i servi nostri, “i servitori dello Stato”. E ogni tanto un Cucchi deve pur scappare, perché è fisiologico che la mano possa scendere giù un po’ troppo troppo pesante, che le vertebre si spezzino, che gli zigomi si pieghino, che le vesciche scoppino. Non si può essere mica sempre perfetti. E quando un Cucchi scappa, non si può mettere tutto a repentaglio. Se questi finiscono in galera, poi rischiamo che quando c’è da menare i cattivi veri (e chi lo decide chi sono i cattivi veri? Vabbè, dai, non pensiamoci ora) chi lo fa? E se i cattivi veri poi muoiono, cosa succede? I servitori dello Stato, un po’ maneschi ma si sa può capitare, vanno in galera?

No, meglio una sentenza così. Noi poi ci sfoghiamo un po’ su Facebook, ci facciamo su qualche battuta arrabbiata e un po’ macabra, condividiamo la foto del cadavere, disegniamo con il Photoshop un bel manifesto funebre con le parole di De André, o leggiamo compiaciuti Gramellini che dice al capo del Sap di vergognarsi, ché basterebbe facesse quello, o magari dimettersi lasciando il posto a un altro un più scaltro, e tutto andrebbe a posto, almeno per un po’. Loro si vergognano e noi continuiamo ad avere la coscienza a posto.

Così, perlomeno, riusciamo meglio a nasconderci la verità.

Che le due guardie bigotte lavorano per noi.

Che siamo tutti bastardi.

All Of Us Are Bastards.

 

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Italiani piccoli piccoli

Loghi tratti da Wikipedia

 

Ciò che non capisco della retorica anti-Renzi e anti-Letta che si sta scatenando, in questa fase convulsa (e quando non lo è stata?) della politica nostrana, è il fatto di additarli come massoni e democristiani.

Per me dire italiano equivale a dire massone e democristiano.

Vorrei trovarne uno solo, di cittadino di questa nazione, che non abbia aderito a un’associazione para-segreta, magari fondata da egli stesso o ella stessa. Foss’anche solo un ritrovo carbonaro alla macchinetta del caffè, un tennis club di giocatori di scopa di contrabbando, un gruppo di qualche migliaia di proseliti che avessero giurato eterna e cieca obbedienza al Grande Blog e alle Nobili Cinque Stelle. Magari adesione effettuata tramite un rituale d’ampolle fluviali, o di sottoscrizione di tessere rosse per un Club “Antonio Gramsci” o azzurre per “Forza Ciccio” o incolori per “Rotary & Lions”. Sempre intimamente convinto, questo cittadino, di far parte d’una élite, d’una cricca, destinata a raddrizzare i destini di questo paese di mentecatti. E magari, già che ci si era, scambiandosi anche qualche favorino.

E vorrei riscontrare che il medesimo cittadino non si sia a sua volta nascosto dentro a un demos, alla massa, al popolo, alla gente, al pus giallastro della moltitudine, in attesa che un qualche Krystos – Berlusconi, Bersani, Grillo, Bossi, e chi più ne ha, più ne metta – tirasse fuori dalla melma lui o lei e i suoi compari, la sua famiglia, i suoi amici, anche a costo di qualche storico e denigrante compromesso, e sempre nella totale devozione, anche se non osservanti, anche se agnostici o aderenti ad altra religione, anche se addirittura atei, ai più maleodoranti e vetusti valori cattolici.

Dai, suvvia, presentàteme uno. Me ne basta uno solo.

 

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Alfredo Carponi /1

Comincio oggi una specie di esperimento narrativo: mi attira perché, come capirete, lo trovo molto impegnativo. Ho un inizio e una vaga idea di dove andare a parare, alla fine. Mi piacerebbe che commentaste, mi deste idee, mi criticaste. Quello che vi gira, insomma, se ne avete voglia. Buona lettura, e buona interazione.

 

 

Caldo e freddo dagli occhi. O meglio, da ciò che ne rimane.

Il caldo arriva da dentro. Riconosco l’acquosità del mio sangue che scende copioso dalle orbite, mentre passo sconvolto ma delicato le dita sulle palpebre semichiuse. Non c’è solo ciò che sicuramente fino a poco prima era per me rosso vivo. C’è anche una specie di cavo appiccicoso che esce da ciascuno dei luoghi ora vuoti, nel mio stesso teschio. Decido, timoroso, di saggiarne uno con il tatto, ma già so: mi ricorda uno di quei filamenti nervosi che, nelle bistecche o nel bollito, solitamente scarto con attenzione.

Bastano pochi centimetri – una decina? – seguendo quello a destra con il polpastrello dell’indice e giungo a un globo del diametro di una biglia da spiaggia, di quelle che ci giocavo da bambino e che c’avevano i corridori di bicicletta, dentro. Non serve più a niente ora questa sfera: è tutto buio. Comprendo immediatamente che la fida compare di sinistra versa nelle stesse condizioni. O forse peggio, perché non sento il peso che mi tira lievemente il cervello da dentro.

Già, ma c’è anche il freddo. Perché sono in ginocchio. Anzi, a quattro zampe. “Carponi? È così che si dice?”, mi chiedo, cercando di scherzare, impietosamente. E mi piove, addosso. Da quest’acqua gelida che si mescola al sangue proviene la parte bassa delle temperature da me percepite. “Freddo fuori, diecimila gradi all’interno”, mi dico cercando di ricordare il pomodorino in guarnizione di Fantozzi. Ma niente, non mi fa ridere.

Perché la peggiore delle domande aleggia sul fondo di queste scoperte sensoriali, ancora oltre lo sfondo nero dell’assenza della vista.

“Chi sono io?”

No, non è un ritiro Zen quello che mi vede impegnato in un macabro esercizio di autoconsapevolezza fisica. Non è il più semplice e impegnativo dei koan che mi fa arrovellare. È proprio una cosa più basica, tipo che non ho la più pallida idea di come cazzo faccio di nome e di cognome.

“Carponi”, insisto su me stesso, al di là del più becero cinismo. “Facciamo che, finché non ne saprò di più, mi chiamerò Carponi di cognome. In fondo non è male: ricorda pure quello stronzo dell’amico di Fant…”

– Alfredo! Mio dio, Alfredo! Cosa t’hanno fatto?!

“Alfredo Carponi? Non suona affatto male, devo ammettere. Sempre ammesso che questa stronza parli a me. Ma chi diavolo sarà mai?”

Mi sento sollevare da dietro, come se questa donna mi volesse sodomizzare ma fosse molto, molto inesperta. Poi, più sicura di sé, mette il mio braccio sinistro intorno alle sue scapole, e davvero comincia a tirarmi via. Decido di aiutarla, tanto, peggio di così, mi pare difficile che possa andare. E poi ha davvero un buon profumo, una specie di frutto; ma io, che i frutti mi par di ricordarli disegnati sulle confezioni dei succhi, che ne so più quale sia? Banana? Ciliegia? Entrambi? Boh? I suoi lunghi capelli lisci mi sfiorano piacevolmente gli zigomi.

– Vieni, Alfredo, andiamo da Paolo, il mio amico dottore. Lui ti aiuterà.

E andiamo da Paolo, dai.

– Paolo-Paolo-Pa’, Paolo maledetto…

Mi metto a canticchiare come un ubriaco, anche per sentire che suono ha la mia voce. Perché non l’ho ancora sentita da quando ho ripreso i sensi in quella specie di incubo.

Ho l’impressione che non sia solo io cieco, ma che sia sera, o notte. Non so in base a cosa lo penso, ma mi sa anche che, mentre ci trasciniamo sotto la pioggia scrosciante, alcuni compassionevoli lampioni ci indichino la strada.

 

(continua, credo)

EDIT1: seconda puntata by Uomo Morde Cane.

 

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Prugna non deve morire (o forse sì)

Prugna Dark

Post scritto da me medesimo all’interno di una discussione a proposito della chiusura della pagina “Prugna Dark”, effettuata da Facebook, su Facebook e in Facebook (sempre sia lodata). Per comprendere il contesto e conoscere i dettagli, vi invito a cliccare qui (vale a dire dove c’è scritto “qui”)(il primo “qui”, eh, non il secondo né il terzo).

 

Hell,

permettimi di darti un consiglio, dall’alto della mia pluriennale esperienza (c’è contemporaneamente autoironia e verità, in questa cosa), se hai intenti bellicosi a proposito di questa vicenda della Prugna Dark.

Lascia perdere.

Te lo dice uno che ha al suo attivo decine e decine di storiche (eh?) guerre e battaglie, contando solo quelle in questa vita, e fra queste solo quelle nella “satira”, e non ha ancora finito di combattere. Ripeto: lascia stare, soprattutto se è la prima che ti capita nel campo della “satira”.

È inutile, non serve a un cazzo. Ed è logorante. Ché poi magari ti ritrovi, come me, a quarantacinque anni suonati, quando cominci a sentire che i neuroni perdono qualche colpo, a non riuscire a dormire per scrivere presumibilmente inutili post su Facebook alle 5 e mezza del mattino, a litigare con i tuoi amici, a farti il sangue cattivo e roderti il fegato, a fumare troppe sigarette, e altre cose estremamente dannose per la salute.

Questa satira (tolgo le virgolette, d’ora in poi, perché è faticoso metterle ogni volta, ma fa’ come se ci fossero) non merita guerre e battaglie, semplicemente perché non esiste. Ed è una fortuna enorme, che non esista. Perché è l’unico modo possibile per ottenere il risultato che non abbia limiti, come tutti noi cosiddetti autori vorremmo.

– Caro autore, cos’è per lei la satira?
– Boh?

Ecco, questa è l’unica definizione sensata della satira. Perché tutti i problemi sorgono da quando tenti di darne una definizione.

Osserva il significato profondo della parola “definizione”: implica, di per sé, limitare. È normale: è la mente umana che funziona così. Quando cerca di comprendere un fenomeno, un qualsiasi fenomeno, come prima cosa DEVE definire un perimetro. E va benissimo! Perché senza questo portentoso meccanismo non saremmo qui, ora, a discutere su quest’aggeggio chiamato internet.

È il suo modo, suo della mente, di interpretare la realtà, che però è destinata, sempre, a sfuggirle. Perché la realtà, come la satira, è illimitata. C’è e non c’è. È intrinsecamente paradossale. E dietro la mente – hanno ragione autori satirici ben più famosi di noi, che si sono dati nickname fantasiosi quali Buddha, Cristo, Osho, e tanti altri – c’è qualcos’altro. Anzi, questo qualcos’altro la include, e include tutto quanto.

Prugna Dark non merita le tue battaglie, semplicemente perché non esiste neanche lei. Non esisteva già prima, quando secondo te, secondo me, secondo tutti quelli che c’hanno avuto a che fare, c’era. L’unica cosa che esiste sei tu. Tu, qualunque cosa sia questo “Tu”, sei l’unica cosa da proteggere.

E la cosa migliore che puoi fare per proteggerti, ancora paradossalmente, è arrenderti. Che non significa lasciarti soggiogare, tutt’altro. Significa accettare di essere bannato, incarcerato, avvelenato, crocifisso, ma mantenendo sempre la tua integrità. Sei fuori da Facebook, Da Spinoza, da Umore Maligno, da Lercio, o quel che vuoi, sei in carcere, ti stai ammalando, stai morendo, ma sei sempre tu, lo stesso che scriveva minchiate su Prugna Dark.

Solo così, arrendendoti totalmente, ineluttabilmente, ti apparirà l’evidenza, ciò che tu stesso ti nascondevi con imbarazzanti fette di prosciutto su qualunque organo sensoriale. E questa evidenza, questa verità, è che non c’è assolutamente nulla da cambiare, che va tutto benissimo così com’è, che questa realtà, sia nei suoi dettagli, nei suoi processi, momento per momento, sia nella sua inafferrabile e universale interezza, è perfetta.

Sarà solo in quel momento, quando ti sarai interamente rilassato in questa bellezza, che le cose che non ti piacevano (e che non ti piaceranno ancora, eh, perché tu sarai rimasto te stesso, nel frattempo) cominceranno a cambiare, a mettersi a posto, da sole, a volte esattamente come le volevi, altre volte diversamente e ancora meglio di come te le saresti mai immaginate.

Dunque prova, se ti va, a recitare questo mantra, e vedi cosa succede:

Ciao Prugna Dark <3

Un abbraccio.

Alex.

 

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