Indignazione

Parcheggio perfetto

Scendo da casa con mio figlio per portarlo da sua madre. E’ tardi, domani deve andare a scuola. Attraversato il porticato, butto gli occhi sulla mia auto parcheggiata. “Mia” si fa per dire, visto che è aziendale. E’ una Ford Grande, come sanno bene gli amici che ho incontrato a Bologna qualche settimana fa.

Per una frazione di secondo ho un piccolo brivido di soddisfazione mi accarezza i pori. E’ una di quelle piccole gioie che ogni tanto, con il contagocce, ti dà la vita: l’auto è proprio ben parcheggiata, precisa dentro gli spazi delimitati dalle righe bianche per terra. E non è facile centrarli così bene, con una Ford Grande.

Oltretutto, l’auto è parcheggiata negli spazi dove si può stare liberamente. Anche se oggi è domenica, e non si corre nessun rischio, ho preferito quegli spazi a quelli più vicini all’androne di ben due metri. Quelli hanno il disco orario. Quando l’ho messa lì, come al solito, ho pensato: “Meglio evitare qualunque scocciatura. Domani potrei ammalarmi, tipo prendere l’influenza; potrei restare addormentato, il gomito potrebbe fare contatto con il piede. Meglio non rischiare, domani è lunedì, il disco orario non perdona”.

Faccio alcuni passi e vedo un’inquietante presenza. E’ un foglio bianco, infilato sotto il tergicristalli grande della Ford Grande.

Cosa potrà mai essere? Una multa? Non ci posso credere…

Lo raccolgo e lo porto a portata di retine. E’ buio, e devo dare un attimo ai miei cristallini per metterlo a fuoco.

No, non è una multa. E’ un fogliettino quadrettato di taccuino, difatti ha il lato superiore tutto irregolare per lo strappo violento che ha subito, con i brandelli di carta ancora sofferenti.

Il fogliettino reca quest’incredibile messaggio anonimo:

“SEI UN INCIVEILE! PARCHEGGIA MEGLIO!”

Il maiuscolo e la “E” trasformata in “I” mi sconvolgono. Forse la seconda più del primo.

Ricontrollo l’auto. Sembra disegnata dentro le strisce bianche, incastonata perfettamente come un diamante falso di un gioielliere falso di Valenza Po.

Ed è lì che l’indignazione cresce spontanea, e mi prende tutte le cellule.

L’imperativo categorico kantiano prende forma, sostanza, solidità.

E si manifesta in un urlo perentorio lanciato nel vuoto, mentre mio figlio mi guarda attonito:

“MA ANDATEVENE UN PO’ A FANCULO!”


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2 Responses to this post.

  1. Posted by Silas Flannery on 24.01.11 at 14:58

    Presto arriverà una rivendicazione. Porta pazienza.

  2. Posted by mezzatazza on 27.01.11 at 21:27

    =)

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