Non finisco mai niente

Pubblico anche qui il racconto che il signor Silas Flannery ha avuto l’ardire di utilizzare per farci su un post sul suo blog. Spero che piaccia.



Non finisco mai niente

Mi faccio largo tra i respiri estranei, nella calca di un locale scuro che mi sta soffocando. Non la voglio lasciare finire nelle mie orecchie questa terribile You oughta know di Alanis Morrisette. Devo scappare.

Oddio, terribile… Tutto sommato la cantante è decente, fighina nei suoi pantaloni di pelle da rocker dei poveri agita convinta le chiappe e spolvera l’atmosfera usando i capelli lisci corvini con partecipazione. Alcuni musicisti sono adeguati, soprattutto lo scostante batterista.

Ma il bassista no. Non lo posso reggere. Continua a tediare il suo strumento con goffe slappate, usando un pollice slabbrato più della vagina di una pornostar in pensione.

“Ricordi come la facevi bene?”, mi dice un amico immaginario dell’adolescenza, fan sfegatato delle mie performance al basso nel gruppetto emergente del paese.

E così non finisco neanche questa serata, passata in solitaria come sempre ed annegata in un paio di insipidi mojito.

Meglio che vada a casa, a non finire a letto, a cazzeggiare un altro po’ su Facebook.

Taglio con il naso il freddo della via anonima, diretto all’auto parcheggiata malamente sul marciapiede. Sento le spalle pesanti, curve nella solita postura scoliotica; mi viene da drizzarle, e fingere l’andatura di un Fonzie un po’ démodé.

Quand’ecco che la tasca del jeans vibra: “Un SMS a quest’ora?”

Lo estraggo e titillo il display dotato del più moderno touch screen.

È di Elena.

“Elena? Che cazzo vuole?”

Elena è una storia che non ho finito.

Io non finisco mai niente. A volte non comincio neanche.

Ho iniziato presto a non finire le cose.

Non finivo la poppata da mia madre, che passò subito al latte artificiale per non provare più dolore al seno non succhiato a dovere.

Alle elementari non finivo mai i temi. Non ne avevo voglia. Ma riuscivo a non farmi scoprire.

Cioè. Io avrei potuto scrivere molto di più, ma non lo facevo. Scrivevo quel che mi bastava per portare a casa un otto o un nove. Tanto cos’avrei preso se avessi scritto tutto? Venticinque? Oltre al dieci non si andava.

Più avanti ho continuato a coltivare ed affinare quest’arte. Per esempio, non ho finito l’adolescenza, passata ad essere spettatore delle avventure dei miei amichetti.

Non ho finito l’università. Mi sono messo a fare diversi lavori. Ovviamente non finendone nessuno.

E nonostante tutto, qualcuno ad un certo punto mi ha fatto dirigente. Sì, perché sono sempre stato molto bravo a far finire le cose agli altri. La chiamano leadership. Contenti loro.

Elena l’ho conosciuta lavorando. Una donna solida, non bella nel senso occidentale del termine, ma trainante, feroce e luminosa. Una donna in 3D.

Me ne sono innamorato, ma non completamente. È ovvio.

Lei aveva un debole per gli uomini di potere. Sapevo che se ne era passati un certo numero, in azienda.

Io non ero all’altezza. Ero bravo, ma la conquista del potere non era una cosa che intendevo finalizzare.

Quando ha capito che mi piaceva, ha cominciato a sventolarmela in faccia, ma non me l’ha mai mollata. Si è sempre ritirata al momento giusto. La situazione perfetta per me, che non volevo finire come tutti gli altri: a letto.

Abbiamo pericolosamente incrociato i flussi delle nostre lingue un paio di volte: questo è il massimo brivido che ci siamo concessi.

Alla fine mi sono stufato di questa non-storia. Così ho fatto in modo di lasciarla in sospeso, senza finirla del tutto. Semplicemente non l’ho più cercata.

Lei si è messa con Gianni, un uomo di potere. Presunto potere, perché in realtà questo pseud-uomo non vale una cicca. Si è illusa talmente tanto che questo raccomandato abbia un senso nel disegno divino, che ci ha pure fatto una bambina.

“Beviamo una cosa insieme?”, dice il messaggino. Sembra l’invito della scopamica che vedi una volta a settimana. Invece è quasi un anno che non ho interazioni con lei.

“Che cazzo ti ha preso? Ma vaffanculo!”, è la risposta che il mio lato istintivo vorrebbe scriverle. Ma alcune sovrastrutture psichiche hanno il sopravvento. E la risposta che invio è “Dove sei?”

“Sono al Byron. Ma forse è meglio che non ci vediamo”, risponde con un delay quasi nullo, da chat.

“Cogliona, stavolta ti frego”. Il Byron è a cento metri da dove mi trovo.

Ricordo come faceva. Poteva tenermi per ore a supplicarla di incontrarci, e alla fine bucarmi.

Entro. Scandaglio. Individuo. Mi spoglio del giubbotto démodé. Mi siedo.

Parliamo. Gianni l’ha già stufata. La bimba, Azzurra, si è già trasformata in una piacevole zavorra. Ha bisogno di un coglione con cui sfogarsi. Io le sembro perfetto per lo scopo.

Offro io. Usciamo. Passeggiamo nella foschia che sembra portarci al finale di Casablanca. Le nostre spalle si sfiorano, con i corpi che ondeggiano più del dovuto, come per avvicinarsi. C’è voglia di contatto. Di lingua. Di saliva che scende dalle labbra. Di mani che scendono sul seno. Di sangue che gonfia i genitali.

Siamo alla sua macchina. Ci guardiamo. Lei ha un fumetto esplicito e rosso negli occhi verdi che dice “baciami, lascia che ti faccia capire come faccio i pompini usando la tua lingua”.

Sembra proprio la volta buona che si fa sul serio. Che si scopa. Addirittura.

Ma qualcosa mi ferma. Un improvviso, inaspettato, moto d’orgoglio.

Questo è ciò che scorre come un lampo nelle mie sinapsi: “Fottiti. T’ho annusato il posteriore per mesi, e tu sei sempre andata a pisciare altrove. Ora sei qui per usarmi, per colmare il vuoto di una sera. Fanculo, cagna”.

“Io vado, Elena. Buonanotte”. Lei rimane di pietra. Non riesce neanche a voltarsi per aprire l’auto.

Mi giro senza neanche darle il bacino di rito e mi avvio. Non mi volterei neanche se fossi Orfeo e alle mie spalle ci fosse Euridice.

Salgo in macchina, e porto attenzione agli addominali. Sono contratti ma, mentre li ascolto, si sciolgono.

Sorrido. Poi rido. Rido forte. Sempre più forte. Finché il riso si trasforma in un urlo.

“AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHH!!!”

Piango di gioia. Accendo l’auto e vado, con Mr. Cab Driver di Lenny Kravitz a tutto volume che mi pompa ancor di più il sangue nei ventricoli.

Faccio circa duecento metri, quando mi sembra di notare che una macchina mi segue. I suoi fari rimangono fissi nello specchietto retrovisore, mentre le luci dei lampioni sfuggono come un sciame di stelle cadenti.

Arrivo a casa. L’altra macchina si accosta un po’ più in là, ma è vicina. Non è quella di Elena. Anche questo è un BMW, ma è grigio chiaro metallizzato, mentre quello di Elena è canna di fucile.

Scendo e infilo il porticato che mi conduce all’atrio del condominio. Sento una presenza dietro di me.

Mi giro. È un uomo. Mi punta con degli occhi infuocati. Alza un braccio, come se fosse un Big Jim cui un bambino ha schiacciato la schiena. Un oggetto metallico scintilla all’estremità dell’arto.

L’uomo urla: “Devi stare lontano da lei! IO TI AMMAZZO!!!”

È Gianni. La nullità con potere mi sta seguendo con una pistola.

Dovrei chiedermi come diavolo è possibile che lui sia lì. Ci siamo parlati un paio di volte. Lei gli avrà parlato del fatto che io le stavo dietro. Chissà che film si è fatto. Avranno litigato, lui avrà pensato che io e lei abbiamo una tresca. Boh?

Ma non c’è tempo per fare l’esegesi di un omicidio passionale in fieri.

Corro. Scatto come una gazzella. Ansimo e in un istante mi butto a destra dietro un angolo di muro. Proprio mentre un rumore di fuoco d’artificio esplode alle mie spalle. Sento un calore che sibila alla sinistra della testa.

Sono al riparo, per ora. Incolume. Incredibilmente calmo. Lucido.

E dire che io una pistola vera non l’ho mai vista. Uno sparo vero non l’ho mai sentito. Per me sono cose da scene di film irreali, visti al cinema o in tivù.

Sento il suo respiro rotto che si avvicina. Potrei proseguire la mia fuga, in direzione del prossimo spigolo dell’edificio, ma una forza misteriosa mi ferma. So che lui pensa che io stia scappando.

Ho le spalle al muro, la schiena è ferma e pronta all’azione. D’acciaio liquido.

Spunta l’arma e poi il braccio e poi la spalla e poi il naso. In una frazione di secondo, gli afferro il polso destro con la mano sinistra per disinnescare l’arma, contraggo la mano destra in un pugno di pietra, e glielo scaglio sul volto.

Sento le ossa sue e le mie che impattano. Ma le mie sono le nocche e il metacarpo, le sue sono quelle dello zigomo sinistro.

Cade a terra. Gli prendo l’arma. È in mio potere. Mi guarda negli occhi e capisco cos’è il panico, quello che io poco prima, miracolosamente, non ho sentito.

Ora so di poter fare l’eroe. Il buono. Posso sfoderare il cellulare dalla tasca, chiamare la polizia, ed assicurare questo guscio vuoto di essere umano alla cosiddetta giustizia.

Posso urlargli contro qualunque insulto. Nonostante il rumore dello sparo, so che non ci vede e non ci sente nessuno.

E invece di nuovo una strana forza si impossessa di me. Cristallina, autorevole, presente. Mentre non una parola fluisce tra noi due.

Appoggio la fine della canna fra le sue sopracciglia e premo il grilletto.

La testa di Gianni esplode. Mi arrivano in faccia spruzzi caldi di sangue e cervello. Un frammento d’osso mi taglia vicino all’occhio.

Respiro. Mi alzo. Mi gonfio di potere. Mi sembra che la realtà intorno si deformi, come nel finale di Matrix, quando Neo capisce di essere davvero Neo.

Sposto il piede destro lentamente. Poi l’altro, con un po’ più di velocità. Cammino. Mi infilo nell’atrio, spostando il portone quasi con la sola forza dello sguardo.

Prendo atto che ho una pistola in mano, e sono coperto di sangue come un bambino appena uscito dall’utero della madre.

Ed ecco, un pensiero che affiora. Mi rendo conto, mentre lo produco, che è il primo, da qualche minuto a questa parte, dopo un’incredibile apnea cerebrale.

“Beh, almeno per una volta una cosa l’ho finita”.


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3 Responses to this post.

  1. Posted by mezzatazza on 22.01.11 at 13:14

    =)

  2. Posted by Abramo Franchetti on 24.01.11 at 12:30

    Però il post l’hai finito!

  3. Posted by alexfor on 26.01.11 at 22:43

    Abramo, e chi lo dice?

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