Mileccolano

 

Da bambino non avrei mai sospettato cosa mi aspettava da grande: andare a lavorare a Milano.

Ho un vago ricordo di cosa significasse per me la parola “Milano”. Poco più di una barzelletta stupida su un treno che faceva Milano – Lecco ma a volte anche Milecco – Lano. O qualcosa del genere.

Ora Milano per me vuol dire tutto un mondo di altre cose.

Vuol dire restare due ore in auto per andare a lavorare, per esempio. Perché andarci da Bergamo non è impresa facile.

C’è da attraversare una giungla di auto ferme, che ti viene la voglia di avere un machete, scendere dall’auto e farti strada usando quello.

A Milano, al contrario di quello che dicono, c’è molto verde. E’ quello dei cartelli delle tangenziali.

In tangenziale a Milano hai tutto il tempo che serve per fare tante cose. Per esempio, rendere il naso un ambiente completamente sterile.

Puoi guardarti intorno e cercare lo sguardo di una ragazza. Stavolta c’è una bionda, che guida una Panda bionda. E’ fresca e spigliata, e guida il suo mezzo con la leggiadria di un’ape che manovra un’Ape.

La prima volta che mi fermo di fianco a lei, e cerco il suo sguardo dall’alto della mia terza corsia, mi guarda un po’ per dire: “beh, non sembri neanche malaccio”.

Poi fugge, ma io dico alla mia auto: “insegua quella Panda”, e per un attimo sembra svanire la maledizione per la quale la corsia in cui sei è quella che va più lenta. La raggiungo è lei ha già uno sguardo che intende “‘zzo vuoi?”.

Un altro inseguimento, e l’aria è ormai scocciata: “oh, se vuoi lumarmi, almeno togliti le dita dal naso!”.

Ma almeno questa scaramuccia d’amorosi e automobilistici sensi ha riempito 35 minuti e 10 chilometri. E soprattutto mi ha permesso di superare Cormano.

Ora il traffico si scioglie tra l’uscita di Viale Certosa, l’imbocco della A8 e la prosecuzione della A4. Posso toccare velocità poco prima impensabili, tipo gli 80 all’ora.

C’è la nicotina che chiama come il canto delle sirene, da dentro lo stomaco. Ma posso resistere, è più di un’ora che sono in auto, posso imboccare la Ovest e fermarmi all’autogrill prima dell’uscita.

Ma Milano è infingarda, e il traffico si blocca nuovamente, proprio prima dell’immissione sulla nuova tangenziale.

Chiamo un paio di amici, scodello un paio di sms, navigo con il cellulare su Facebook, ma tanto la gente non ha ancora scritto nulla, a quest’ora. Potrei fare una telefonata di lavoro, tanto per far capire che, pur essendo già una certa, sono comunque operativo, sul pezzo, scattante e dinamico.

Ma decido di drizzare le antenne, ché sono in quel tratto dove qualche giorno prima ho appoggiato l’auto sul posteriore del mezzo di locomozione di uno stronzo, un misto tra Fantozzi e Furio di Verdone; che è sceso e ha cominciato a ricoprirmi di insulti nonostante il suo patetico mezzo fosse privo di qualunque segno; che m’ha fatto incazzare così tanto quando ha sfoderato ed immediatamente nascosto un tesserino da presunto “pubblico ufficiale”, che ho chiamato la stradale e l’ho fatto cagare addosso, a ‘sto stronzo; che quando il poliziotto mi ha detto “guardi io la capisco ma tenga conto che io avrei dovuto farle la contravvenzione perché se lei ha toccato l’altra auto vuol dire che non manteneva la distanza di sicurezza”, io gli ho risposto “e mi faccia ‘sta contravvenzione, io preferisco pagare e far cagare addosso quel manichino con il berretto da orango che piegare la testa e firmargli un modulo di constatazione amichevole – amichevole si chiama, eh, ci sarà un motivo, eh.”

E insomma, già mi giravano i coglioni per il tempo buttato in auto e ora mi girano ancora un po’ di più avendo ripensato a quell’episodio, ma sono finalmente all’autogrill. Un po’ di coda anche alla cassa, per non perdere l’abitudine, e chiedo “caffè e brioche alla marmellata”, e la tipa della cassa mi chiede come tutte le volte “che vuole anche la spremuta d’arancia che c’abbiamo il men…”.

“Non me ne frega un cazzo del vostro fottuto menù, che tutte le volte me lo chiedete come delle scimmie, non me ne frega niente della vostra merdosa promozione, non ho voglia della spremuta, dammi il mio cazzo di caffè e la mia cazzo di brioche e mi levo dai coglioni”.

Ma è solo un pensiero fulmineo, ché poi subito penso che la tipa prende uno sputo di stipendio per fare un lavoro di merda e c’è qualche megadirettore naturale del marketing che a fronte di un roboante business case o magari grazie allo studio di un consulente come me ha deciso che ai disgraziati delle casse bisogna fare una capa tanta perché facciano una capa tanta al cliente così che sfrutti la fantastica promozione.

E allora mi esce solo un “NO” tutto maiuscolo, secco e gutturale. Cui la tipa ribatte, con voce che mantiene sempre la stessa nota “abbiamo finito la marmellata, vuole la crema?”

“E Cristo santo, dammi ‘sta crema, ho fatto bene a farmi un’altra mezzora per venire a mangiare la brioche da voi, porca puttana…”

Ma è sempre pensato, perché esce solo un “SI'”, di nuovo tutto maiuscolo. E ingoio rapido brioche e caffè e mi scaravento fuori per accendermi la mia strameritata sigaretta. E mi involo per questi ultimi chilometri che mi separano da qualche ora che mi separa da un ritorno che, se va male, sarà di nuovo un’ora e mezza o anche due su questa cazzo di macchina.

Ci entro, in Milano, e ci sono quegli splendidi edifici anonimi, grigi come il cielo che li circonda. E i manifesti 6×3, che ti parlano di un mondo che non esiste, di fighe spaziali che non vedrai mai da meno di 10 metri se ti va di culo, di candidati sindaci di formazioni politiche sconosciute, e di tante altre enormi e rettangolari cazzate. Ma che almeno danno un po’ di colore.

A Milano sicuramente ci si diverte. A Milano c’è tutto (tutto cosa?), basta saperla girare, conoscerla, avere le compagnie giuste.

Ma io alla fine ci scappo sempre, da Milano, così come scappavo da Torino quando facevo l’università.

“Mileccolano”, mi viene in mente. Si vede che l’ano, in fondo in fondo, è una ferita.

 

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4 Responses to this post.

  1. Posted by arnaldo on 07.03.11 at 09:30

    Bello, as usual.
    FYI ti segnalo che uno dei miei major achievement, realizzato già all’età di 12/13 anni fu notare che mentre l’inserto di Repubblica di Roma si chiamava “TROVAROMA”, quello di Milano si chiamava “TUTTOMILANO”.

  2. Posted by ghiaccio-nove on 07.03.11 at 16:14

    Eheh… grande Alex!

    (Non ricordo chi, comunque qualcuno ha osservato che per fortuna a Milano non c’è una strada equivalente a quella che a Napoli si chiama Spaccanapoli…)

  3. Posted by alexfor on 08.03.11 at 18:20

    Grazie cari.

    Arny, non ho capito bene il messaggio subliminale che passano i nomi dei due inserti di Repubblica.

    Ghiaccio, se è per questo, è notorio anche che Milano è l’unica città d’Italia in cui non esiste una “via Roma”.

  4. Posted by arnaldo on 09.03.11 at 10:02

    Alex,
    lo volevamo chiamare trovamilano, TROVAMI-L’ANO ???

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