Parallele

 

Entrò nel solito locale quasi controvoglia.

Non c’era un motivo valido per entrarci. A parte lei. E la cahipirinha che lei preparava.

C’è modo e modo per preparare un cocktail come questo. Lo si può fare svogliatamente, o in maniera esibizionistica, come fanno quasi tutti.

Lei invece ci metteva una gran cura.

Il lime tagliato bene. Lo zucchero di canna, quello giusto. Il pestello.

Lui ci andava solo per questo. Per vederla preparare quel cocktail. Per vedere l’impegno che ci metteva. L’amore che ci metteva.

Sperava che ci fosse lei, al bancone. E così fu. Gliel’ordinò.

Lei era vestita in maniera alternativa e coinvolgente. Un sottile maglioncino con una “V” accentuata lasciava intravedere uno strano top trasparente, che copriva un seno piccolo ma proporzionato. Più sotto, una lunga gonna aperta lasciava intravedere le gambe affusolate. Il viso era limpido, come le altre volte; i capelli acconciati in uno strano modo, che faceva intendere che non si aveva a che fare con una donna qualunque.

Mentre preparava la cahipirinha, un tipo la distrasse, con qualche domanda sicuramente fuori luogo. Lui vide la scena, ovviamente. Mentre lei preparava il cocktail, la osservava con insistenza, ma cercando di farsi notare il meno possibile.

E così, si girò verso il gruppo sul palco, mimando goffamente il ritmo del Purple Haze che riecheggiava nell’aria.

Si sentì toccare le spalle. Era lei. Sorrideva.

“Scusa, mi hanno distratta. Tra poco arriva la tua cahipirinha.

“S-sì, sì”, balbettò lui, sorpreso dal contatto fisico e verbale.

Poco dopo, lei gli porse il bicchiere, corredandolo con un ampio sorriso.

Lui bevve. Il gruppo concluse il pezzo e, inaspettatamente, si congedò dal pubblico.

Lei prese a girare per il locale, alla ricerca di bicchieri vuoti. Lui non poteva fare a meno di osservarla. Si muoveva con insolita leggiadria, svolazzando tra i tavoli, con la sua lunga gonna aperta, e canticchiando il pezzo registrato di Bowie che aveva sostituito l’esibizione live.

Era come uno di quei video musicali con gli effetti speciali. Tutto fermo, tavoli e sedie con colori sbiaditi, e una ragazza in bianco e nero che volteggiava a scatti, sorridendo, quasi ballando.

Lui continuava ad interrogarsi: “La fermo? Le dico qualcosa? Se sì, cosa? Che è bella, anzi bellissima? Che vengo in questo locale solo per vedere lei, rischiando di fare ogni volta la figura dello sfigato che entra da solo, invece di andare a casa a dormire?”

Con un carico immane di bicchieri vuoti, lei gli volteggiò accanto.

Lui prese una boccata d’aria grande, e interrompendone la danza, azzardò: “Ma il concerto è finito? Non suona più nessuno?”

Lei, inaspettatamente, sorrise. Per la terza volta, dopo averlo ragguagliato, qualche minuto prima, sul ritardo nella preparazione del cocktail.

“No, ora c’è il deejay.”

“Ma che fa la gente? Balla?”

“A volte sì. Stasera non so, perché fa caldo. Forse molti staranno fuori, a chiacchierare. Chi lo sa?”, disse stringendosi nelle spalle, che si stagliavano armonicamente al di sopra di una schiena marmorea.

Il suo sorriso lo imbarazzò. Lei fece un cenno gentile, e riprese la tratta dei bicchieri vuoti, tra i tavoli e la lavastoviglie.

Lui era contento, ma sentì che la serata era finita. Imboccò le cannucce colorate per un’ultima volta, aspirò forte ed esaurì il liquido.

Che rimaneva a fare? Tanto lei era troppo bella, per lui. Se le avesse fatto capire quanto lei gli piaceva, poi non avrebbe più avuto la forza di tornare, in quel locale. Meglio non rischiare, tanto un rifiuto era scontato. Meglio dileguarsi nel nulla, come le altre volte.

La guardò ancora una volta, prima di uscire. Ma lei era di spalle.

Salì in macchina, la accese, e sparì verso la normalità.

 

Sono concentrata sul mio lavoro, come sempre. Chi non fa questo mestiere non capisce. Basta un attimo di disattenzione, e perdi il ritmo. E se perdi il ritmo, arriva l’ansia.

Meglio intraprendere un continuum di preparazioni, sorrisi e servizi. Meglio non fermarsi, mai. E’ il modo migliore, per non agitarsi.

Chissà perché stasera, mentre mi tengo impegnata, mi chiedo di lui. Di quello strano tipo, sempre solo, che viene praticamente tutti i sabato sera. E mi guarda. E non mi dispiace, perché mi sembra tranquillo, sincero.

Lo scorso sabato non c’era, e ho cercato di non farci caso.

Eppure ci penso, anche se devo fare attenzione, perché da brava barista quale devo essere, devo dare retta a tutti, e non devo dare retta a nessuno.

Eccolo, è entrato. Faccio finta di niente, ma cerco di essere io quella che lo servo.

Rido dentro di me, senza darlo a vedere. Mi chiede la solita cahipirnha. Dev’essere un gran abitudinario. La qual cosa mi tranquillizza. C’è qualcosa che dà una gran sicurezza, in chi è schiavo delle abitudini.

Uno stronzo mi distrae con domande stupide, mentre gli preparo il cocktail. Cazzo, mi dispiace. Lo vedo una volta alla settimana, e lo voglio trattare bene. Congedo lo stronzo, con grande eleganza. A lui chiedo scusa. Chissà perché. Nel farlo, lo tocco con la mano sulla spalla. Chissà se ci fa caso. Sembra concentrato sul gruppo che suona.

Meglio che mi metta a lavorare, va’. Meglio che raccolga i bicchieri, e che lo faccia con una bella e ritmata cadenza. Mi tiene occupata. Mi fa sembrare bello questo lavoro un po’ monotono, che devi sempre sorridere a questo e a quello, perché ti pagano le consumazioni, e con le consumazioni mi pagano quei pochi euro che prendo.

Lui è appoggiato al bancone.

Non so cosa mi piace, di lui. Sarà quell’aria sorniona.

Sarà che viene sempre, o quasi sempre, e sembra che cerchi di fare in modo che sia io, a servirlo.

Sarà che non è bello ma non è brutto, che non è cattivo ma non è buono, che non sembra superficiale ma mi dà l’impressione di non volermi penetrare con lo sguardo.

Mi carico un bel po’ di bicchieri sul vassoio e mi dirigo verso il bancone. Gli devo passare di fianco. Provo una sensazione piacevole nel pianificarlo.

Oddio, mi ferma. Mi chiede del concerto. Sparo qualcosa sul deejay che deve mettere la musica. Mentre parlo, cerco di rallentare la scena. Lo fisso negli occhi, cerco di entrarci dentro. Cerco di vedere se oltre quegli occhi c’è calore. Sì, c’è. E c’è pace.

Dentro quegli occhi, c’è un divano rosso dell’Ikea, che ci accoglie morbidamente. Ci sono abbracci teneri, e baci appassionati. C’è un letto accogliente, dove ci si può avvinghiare con passione e poi riposare con dolcezza.

Ma sono già oltre, la lavastoviglie ha fame di bicchieri, e io non posso farla aspettare.

La nutro, e poi mi giro.

Lo vedo aprire la porta, e dileguarsi.

Peccato.

Speriamo che ritorni, sabato prossimo.

 

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5 Responses to this post.

  1. Posted by richiselva on 10.04.11 at 20:39

    Alex, sei un fottuto romanticone. Quando lei lo tocca sulla spalla e si chiede se se n’è accorto, sono andato indietro a rileggere.
    Molto bello, bravò!

  2. Posted by alexfor on 10.04.11 at 21:17

    😉

  3. Posted by il_cesco on 11.04.11 at 07:23

    Che bel racconto. Senza parole.

  4. Posted by MarioZeudoPunterco on 13.04.11 at 11:22

    aspetto le prossime puntate, quando finalmente cominci a trombartela e lei romperti i coglioni …

  5. Posted by alexfor on 14.04.11 at 22:47

    😀

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