Preghiera

 

Tre croci

È una giornata afosa e soffocante. Ma è il meno.

Mi costringono a portare questo pezzo di legno sulla schiena, lungo questo scosceso sentiero sabbioso. Ed è solo il prologo. Oggi morirò.

Mentre passo la gente urla, qualcuno lancia dei sassi. Come se non bastassero le frustate che mi hanno dato i soldati romani, ora nuove ferite e contusioni si fanno strada lungo il mio corpo.

Pochi pensieri nella testa, ora. E tanta, umana paura. So cosa mi attende.

I soldati mi buttano a terra. Calci. Pugni. Chissà cosa ci trovano di così divertente ad infierire su un condannato.

Mentre la paura sale, la mente tenta di scappare. Cerca di ripercorrere una vita che si sta rivelando molto intensa, ma anche troppo breve.

Pochi ma fedeli amici veri, che hanno saputo apprezzare atti non consueti, comprendendo e nutrendo la voglia di speranza che stava loro dietro. Molti nemici, presi nelle loro certezze, nelle regole da rispettare, inviolabili. Uno come me, che va contro le regole, questa maggioranza a volte urlante ma il più di frequente silenziosa non può che volerlo ammazzare.

I pensieri vengono spazzati via da un dolore immenso, lancinante. Un corpo estraneo, di un ferro arrugginito ma appuntito, mi si conficca nel polso, facendosi largo a forza tra le ossa dell’articolazione, sostituendosi alla carne e al sangue che mi abbandonano.

È la cosa più intensa che abbia mai sentito. E’ molto, molto più forte dell’urlo che lancio verso il cielo. Molto più acido del misto di lacrime e polvere che mi si riversa lungo le tempie.

Cerco di portare l’attenzione via da questo dolore, ma è impossibile. Almeno così sembra, finché lo stesso, terribile supplizio non viene inflitto all’altro polso.

Pensieri confusi, il pianto a dirotto, inizialmente puro e sincero come quello di un bambino che cade correndo e si sbuccia il ginocchio. Poi ascolto la mia voce diventare inumana e dar forma a latrati che non credevo possibili.

Provo a pensare ai miei cari. A chi mi ha seguito, anche quando sembravo essere odiato da tutti. Penso a quella donna. A quella cosiddetta “disgraziata”, che quel giorno mi ha guardato in quel modo ricolmo d’amore.

Cerco lo sguardo di mia madre, che assiste a questa vergogna dell’umanità. Mi ricambia piangente, disperata ed impotente.

Non è ancora finita. Ecco, ora tocca ai piedi.

È incredibile come il corpo umano possa adeguarsi alla sofferenza. Il chiodo che da solo mi trapassa i piedi quasi non lo sento. O forse è solo che si è guastato qualcosa nel modo in cui circolano le sensazioni dentro di me.

Mi tirano su.

Ora il dolore riprende il suo posto da protagonista. E comincia un gioco perverso. Due forze lottano dentro di me, come belve inferocite.

Da una parte un’energia incredibile cerca la sopravvivenza. Parte dal diaframma, subito compresso ed affaticato, e mi spinge verso l’alto. Mi sembra quasi di avere la forza di un uccello che sta per spiccare il volo.

Dall’altra una stanchezza immensa, ragionevole e sacrosanta. Una voglia incredibile di lasciarsi andare, di aprire quella porta che – ogni momento che passa cresce la certezza – mi condurrà in uno spazio colmo di pace e di serenità.

Passa il tempo. Sono ore, ma sembrano anni. La seconda forza, piano piano, con la pazienza di un antico maestro, prende il sopravvento. La vista si appanna. L’udito si affievolisce. Il dolore si allontana, o meglio, sono io, un nuovo “io” forte e luminoso, che mi allontano sempre più dal dolore.

Con uno sforzo tremendo, do un’ultima occhiata ai due poveracci che stanno subendo con me questa efferata e mortale tortura.

La mia attenzione viene catturata da uno di loro. Una domanda finale, che so precedere la morte, mi sale dentro. È una specie di insana curiosità che, mentre viene a galla, si trasforma in una sorta di preghiera.

Lo vedo che non smette di muovere la bocca e di alzare gli occhi e la testa al cielo, nonostante sia oppresso da quello strano e sanguinoso copricapo fatto di spine. Raccolgo le residue infinitesimali energie e gli pongo la mia domanda.

“Ma si può sapere con chi cazzo è che continui a parlare?”

 

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5 Responses to this post.

  1. Posted by Andrea Cognome on 25.04.11 at 19:24

    Io ci ho visto anche del Gaber lì in mezzo.
    Comunque sia, bravo.

  2. Posted by alexfor on 25.04.11 at 22:41

    Grazie 😉

  3. Posted by uomomordecane on 26.04.11 at 08:45

    Finalmente “‘l’altro punto di vista”. Che poi non è in un cazzo diverso dal solito. Ma è un altro. E ci mancava. Bello. Molto.

  4. Posted by MaliaErrante on 26.04.11 at 12:31

    Bellissimo.

  5. Posted by alexfor on 26.04.11 at 23:13

    E ancora grazie, che altro vi posso dire?

    😉

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