Che male fa

È cominciato tutto con un “qual’è o qual è?”, al femminile. O almeno così mi par di ricordare.

No, c’era già stato qualcosa prima. Scambi qui è là, cose che ti scorrono addosso durante il giorno, come le chiamate del capo o le riunioni con i clienti.

Ma è stato con quel “qual’è o qual è”, al femminile, che devo essermi accorto che esistevi veramente. Femmina.

Da lì un crescendo di tempi, di scambi, e di curiosità.

I freddi “click” dei tasti ed i pixel luminosi e minuscoli del computer hanno cominciato ad emettere energia pulsante, viva.

“Perché si interessa a me?”

È stato un crescendo quasi lineare, che si incuneava nella mia solida barriera protettiva di uomo solo cui capitava di provare ad agganciare le donne per scoparle.

Facebook, skype, il cellulare, gli sms, le foto.

Cinque minuti, mezzora, due ore. All’ora che bisogna andare a letto. “Ma non ho voglia di andare a letto”.

“Vediamoci, conosciamoci”. “Sì”. “Dai, ché qui si scopa”.

E un istante dopo: “Sei sicuro? Non ti conviene fare attenzione? No, perché lei ti piace, vero? Ti piace per quello che dice, per i pensieri che ha e ti scrive. Non è che poi rischi di innamorarti, alla tua età?”

“Tranquillo, o tranquilla, chiunque tu sia. Non mi innamoro”.

E così ci si incontra come corrieri della droga, che si passano una borsa della merce più pericolosa alla stazione centrale di una Milano ancora morattiana. L’aria è calda. O forse son io che son caldo. In faccia. Sudo.

Eccola. È diversa da com’era in foto. È carina. No, non è carina. È bella.

Ci si sfiora. Ci si tocca per caso, per richiamarsi. Ci si sbaglia, apposta. E prima che risalga sul treno per Bogotà, ci si abbraccia.

“Tranquilla un cazzo”.

La consuetudine aumenta, ma paradossalmente è ogni volta più viva. Il muro si crepa. “Dove sei? Ci sei? Ho bisogno di parlarti. Ho bisogno di te”.

“Vengo da te”. “OK”.

Seduti su una panchina di un parco, come due adolescenti. Mani nelle mani. Lingua nella lingua. Voglia di pelle sulla pelle.

“Me la scopo”. “Sicuro che vuoi solo quello?”. “Tranquillo, o tranquilla, chiunque tu sia. Voglio solo quello”.

Ma niente. Non stavolta. Ma è vicino, lo sento.

E così qualche giorno dopo impazzisco: “Vengo da te, ma stavolta a casa tua”.

Tentenna un po’, c’è questa e quella difficoltà. No, io parto.

Sì, ci sono questa e quella difficoltà. Ma mentre aspettiamo che si risolvano, gli adolescenti crescono. Cresce la voglia di essere uno dentro l’altra.

La voce sabotatrice piano piano se ne va. La sua bocca umida e avvolgente vince, e mi apre la strada per entrare dentro di lei.

Le mie dita sfiorano quel mistero che gronda e pulsa vita. E mentre le osservo agire, mi ritrovo a pensare che la voce del cazzo aveva ragione.

Perché non è una fica che si eccita grazie alla mia azione, che prende il mio cazzo. È la parte di un tutto, che mi prende totalmente.

Ci sono il corpo e la mente. Il riso ed il pianto. La lontananza ed il contatto. La luce e l’oscurità. Lo yin e lo yang.

Sì, eccomi qua. Fottuto. Completamente fottuto.

Ma non è affatto vero che fa male. Anzi.

 

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3 Responses to this post.

  1. Posted by Pippa on 01.06.11 at 23:27

    Io me lo sentivo, che quando stavi con me pensavi a lei.

  2. Posted by OrsaBIpolare on 03.06.11 at 11:00

    Rincuora un pò leggere post come questi…
    Anche se suona male: sono felice per te che sei rimasto fottuto! 🙂

  3. Posted by Lucio on 06.07.11 at 10:09

    Grande Maso. Ma non s’è capito: te la sei scopata o no? 🙂

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