Rivoluzione

Er Pelliccia

Da qualche giorno, pur non avendo assistito “in diretta” agli avvenimenti di sabato scorso, mi interrogo sul loro significato. Ma niente, non ho studiato e non mi ricordo cos’ho scritto negli appunti.

È che, in fondo (ma neanche tanto), trovo tutto assurdo. A parte vedere una città data alle fiamme (e con Roma la cosa può sicuramente dare soddisfazioni), c’è qualcosa che non torna. Chissà dov’è che è andato.

In primis, provo una certa repulsione per gli stessi organizzatori, i famosi indignati. L’indignazione, di per sé, è qualcosa che mi sta sul cazzo. L’ho sempre trovata inconcludente, inutile.

– Ora io ti do un calcio nei coglioni.

– Urca, ma allora io mi indigno!

– E io te lo do lo stesso, sai che mi frega della tua indignazione.

E s’è visto, direi. Ho sentito dire che “gli indignati italiani sono state le prime vittime delle violenze dei black bloc”. Io non direi che son state vittime. Semplicemente, sono scomparsi. Spariti dall’obiettivo delle telecamere e delle macchine fotografiche. Puf.

Il principale risultato di questa manifestazione, almeno in Italia, probabilmente sarà l’ottenimento di leggi speciali sulle manifestazioni. Beh, se non altro ci sarà qualcosa di nuovo per cui indignarsi, e contro cui manifestare.

Io trovo, in realtà, che sia tutto ridicolo. E in Italia abbiamo una capacità di far risaltare il ridicolo che non ha uguali al mondo. A cominciare dal significato dato all’indignazione. È qualcosa che io trovo infantile. Si va in piazza, armati di bandiere e vestiti colorati, e si manifesta la propria indignazione.

“Mamma, il compagno m’ha rubato la merenda!”. “Papà, l’amichetto mi ha tirato un pugno!”. “Governo, mi hanno licenziato!”

Come se far ciò servisse a qualcosa. Sempre a tentare di cambiare gli altri. Mai a tentare di capire che ruolo si ha nelle cose che non piacciono, e provare a cambiare questo.

E quando i bambini si indignano, poi c’è sempre quello che reagisce, incazzato. Che magari perde il controllo, e distrugge tutto quello che si trova davanti. La differenza tra i bambini e gli adulti con le teste dei bambini è che questi pianificano e premeditano.

Ed infine arrivano i bambinoni che fanno da capetti, i go-go-governi, che prendono spunto da quel che accade per ribadire il loro ruolo. Parlo dei La Russa, dei Maroni e dei Di Pietro, che è chiaro che fan festa quando succedono queste cose qui.

Ed è un circuito senza fine. Gli indignati continuano a ballare ed agitare cartelli. E a cambiare etichetta. L’altro ieri proletari, ieri no global, oggi indignati, domani chi lo sa. Un’etichetta che dà giusto la forza per fare una scampagnata in una piazza per poi ritrovarsi con il barbecue rovesciato dai soliti rompicoglioni ed i custodi che s’incazzano e ti sbattono fuori.

Forse basterebbe allargare la visuale…

Er globbo teraqqueo

… fermarsi un attimo e chiederci che diavolo stiamo facendo.

A me gli indignati fanno tenerezza, perché sono come i giocatori che subiscono fallo e si rotolano invocando l’arbitro. “Oddio! Che male m’ha fatto! Ammonisca! Espella! Cornuto che non è altro!”. Ma non mettono in gioco niente.

Perché continuare a giocare? Perché cercare di cambiare le regole – “Vogliamo la moviola in campo, Cristo santo!” – , e non mettere in discussione il fatto stesso di stare in un campo a tirare calci ad un pallone?

C’è un sistema, che si vuole cambiare. Il sistema ha qualche problemino. Primo fra tutti, quello di sostentarsi ed alimentarsi con risorse che non esistono. Abbiamo stati con debiti che fanno paura. Abbiamo scordato che il denaro doveva essere uno strumento, gli abbiamo conferito la qualità dell’esistenza – mentre, tra l’altro, lo rendevamo sempre più “virtuale” – ed abbiamo continuato a fare come se avessimo risorse infinite. Che non abbiamo.

Stiamo sognando, e nel sonno ci dibattiamo per cambiarlo, il sogno, come se fosse reale.

Il pianeta, il nostro letto, va avanti per i fatti suoi. Al pianeta, ed agli altri suoi abitanti, non frega un cazzo della nostra crisi, non se ne rendono conto. Se non per il fatto che, nel nostro sonno disturbato, il letto lo stiamo pure danneggiando, e non è chiaro fino a quando resisterà.

Per ora – e ci basterebbe darci un’occhiata intorno, magari guardando i prati che ancora esistono ai lati delle autostrade – risorse ce n’è. In abbondanza. Ce n’è per tutti. Ce ne sarebbe, per tutti. Ma per averle, per goderne, abbiamo deciso, nel nostro sogno, che bisogna avere una risorsa “madre”, il denaro, che non esiste.

Fosse almeno qualcosa di fisico.  No, ormai è un insieme di – sempre meno – banconote stracciate e di byte accesi in vari mainframe.

Ma lo sapete che ad una banca basta avere 10 unità di denaro in cassa per operare come se ne avesse 100? Lo sapete che uno stato, da qualche decennio, non è più tenuto ad avere oro nelle proprie casseforti per emettere valuta?

Sapete che c’è, miei cari indignati? C’è che a voi il sogno va bene. Volete cambiare qualche particolare, ma siete contenti di sognare.

Abbiamo le “nostre” auto, i “nostri” computer, le “nostre” case, i “nostri” cellulari, le “nostre” insalate, le “nostre” vacanze, i “nostri” lavori (chi ancora ce l’ha). Eccetera. Eccetera. Eccetera. E soprattutto abbiamo i “nostri” (sempre meno) soldi.

E allora sapete che vi dico? Che la rivoluzione non la faremo mai.

Parlo della rivoluzione vera. Parlo di smettere di sognare. Parlo non di cambiare il sistema, ma di uscirne. Parlo di rischiare tutto e, un bel giorno, non accendere il telefono, non salire sulla macchina, non andare a lavorare.

Parlo di mettere in discussione tutto, tutto quanto. E trovarsi, e ri-inventarsi tutto daccapo. Un po’ come alla fine di quei film catastrofici americani, dove però si premurano sempre di far sventolare una bella bandiera, magari un po’ sgualcita, per ricordarci che bisogna ricostruire esattamente quello che c’era prima.

Forse lo faremo, quello di cui parlo, quando il sogno si sarà trasformato in un tale incubo che l’unica cosa da fare sarà svegliarsi di soprassalto.

Ma chissà che non si possa fare qualcosa prima. Io credo che bastino poche migliaia di persone, che invece di andare a fare inutili – perché funzionali al sistema – manifestazioni, agiscano. Escano.

Il sistema non può vivere senza le cellule che ne fanno parte, per cui io credo che, abbastanza rapidamente, cesserebbe di esistere. Anche perché, a ben vedere, il sistema stesso non esiste: siamo noi, tutti noi, ciascuno nel suo piccolo, che gli diamo sostanza.

(Io ci proverei anche ma, lo confesso, da solo mi sembra troppo difficile. O forse anche a me, in fondo, sta bene continuare a sognare)

Altrimenti continuate pure a fare le vostre manifestazioni. Ma non stupitevi se arriva un “er Pelliccia” qualunque e vi rovina la festa.

A ben vedere, ve lo siete cercato.

 

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8 Responses to this post.

  1. Posted by clara on 18.10.11 at 14:31

    Mi ricorda molto matrix. E ti confesso che credo di preferire l’illusoria ma succulenta bistecca, alla reale ma terribile zuppa di amminoacidi

  2. Posted by alexfor on 18.10.11 at 15:40

    Magari quel film aveva proprio questo significato, chissà.

    Sulla preferenza non discuto. Solo non so se una cosa fittizia o inesistente sia davvero comparabile con una cosa reale.

  3. Posted by Clara on 18.10.11 at 15:58

    Ti rispondo in tre parole:
    A Beautiful Mind.
    🙂

  4. Posted by TheAubergine on 18.10.11 at 17:28

    Sono anni che predico la mutazione dal basso.
    Chiedo a chi si lamenta dei “grandi” che non pagano le tasse, se nel suo piccolo le paga.
    Chiedo a chi è agguerrito contro chi trova lavoro per raccomandazione, se sarebbe disposto a rifiutare una pari offerta.
    Chiedo a chi bestemmia contro l’inquinamento, se fa il massimo per evitare che questo propaghi ancora.
    Chiedo a chi inveisce contro il sistema capitalista, se è sicuro di non farne parte.
    Io mi impegno seriamente per non alimentare tutto ciò, in qualcosa sono bravo, in altro meno, ma non è questo il punto. Il punto è la presa di coscienza.
    Se non siamo in grado di capire che il sistema è malato a partire dal più insignificante contribuente e che proprio da lui deve iniziare un’inversione di rotta, allora siamo lontani (e il termine non rende l’idea) da un qualsiasi miglioramento.

  5. Posted by alexfor on 18.10.11 at 17:47

    TheAubergine, ti capisco perché per anni mi sono ritrovato anch’io a fare le stesse cose di cui parli tu. Finché non mi sono accorto che nella mia stessa critica a chi criticava il sistema c’era una vena artificiale e moralista che mi metteva, alla fine, sullo stesso piano “comportamentale” (intendo riferirmi al “come” e non al “cosa”) di chi criticavo. Oltre che sullo stesso piano di chi al sistema, inconsapevolmente, si conformava.

    Ora non mi chiedo più se sia migliore questo o quel sistema, semmai mi interrogo sulla necessità, che è tipica del solo essere umano, di avere per forza un sistema.

  6. Posted by TheAubergine on 19.10.11 at 10:56

    alexfor, capisco perfettamente.
    Quello che mi preme, più di tutto, è la presa di coscienza. Senza la presa di coscienza di un problema non inizi a risolverlo. Puoi curare un bubbone che ti è spuntato dietro la nuca?
    Prendi ad esempio queste tre domande:
    Siamo (nel nostro piccolo) conformi al sistema? Sì (già di questo in pochissimi se ne rendono conto).
    Sappiamo a cosa porta questa conformità? Sì (e qui i pochi di prima diventano un numero esiguo). Siamo disposti a lavorare per uscirne? Sì (perfetto siamo idealmente rimasti in 2).

    La società contemporanea deve iniziare a comprendere la prima domanda, magari fra cento anni alla terza ci si arriverà in 50.
    Onestamente sono piuttosto pessimista sulla capacità risolutiva dell’uomo odierno, perché l’adesione a un sistema è fisiologico (cito il tuo messaggio), così come lo è la ricerca di agio, ma devo credere nel futuro già che ho figli e sto cercando di concentrare quel 20% di buono che c’è in me per farlo diventare 25% in loro. Senza affanno, ma con dedizione. Sto cercando di prenderla in maniera quasi zen 🙂

    Saluti,
    Aub.

  7. Posted by alexfor on 19.10.11 at 13:00

    Aub,

    non è che io stessi facendo grandi distinguo rispetto a quanto dici.

    Solo non mi ritrovo molto in una frase tipo questa tua:

    La società contemporanea deve iniziare a comprendere la prima domanda

    Io non credo che questo percorso sia possibile a partire da una “società” o da un qualunque gruppo di persone. Credo che sia un processo fondamentalmente individuale. Se poi ci si trova, durante il percorso, in alcuni / molti / moltissimi che hanno in comune, magari anche solo parzialmente, determinati vissuti, meglio ancora. Ma sarà una conseguenza, non un pre-requisito.

    Dunque, teniamoci in contatto. 😉

  8. Posted by TheAubergine on 19.10.11 at 13:56

    Bello, interessante la tua posizione, è un dettaglio che un dettaglio non è. Considerando che anch’io sostengo in primis la crescita dell’individuo (che solo come conseguenza è anche “società”).

    Alla prossima. 🙂

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