Maria Teresa

Oggi è morta Maria Teresa

“Maria Teresa chi?”, chiederete voi.

Maria Teresa è, anzi era, mia zia, la sorella di mio padre.

Maria Teresa era una donna come ce ne sono a miliardi, assolutamente normale. Così normale che RTL 102.5 sicuramente l’avrebbe snobbata, perché non era neanche “very normal”. Era solo normale, come di persone ce n’è a bizzeffe.

Maria Teresa non è morta né giovane né vecchia, a 67 anni. Non è morta di chissà quale malore in mezzo a un campo di calcio. Non è morta uccisa da un serial killer. Non era una bambina che sfugge di mano al nonno, com’è successo qualche giorno fa. Non era famosa, non aveva vinto nessun Nobel, non aveva scritto nessun articolo per Repubblica. Non aveva fatto niente che le permettesse di assurgere ad una cronaca di qualche giornale o rivista, se non il ricordino sul settimanale locale o il manifesto come si usa dalle mie parti che la gente si ferma, guarda e dice: “Oh, io la conoscevo, questa Maria Teresa”.

Maria Teresa è morta come muoiono un sacco di persone ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Con una morte che non si sa neanche bene cosa sia, se sia stato il cancro che l’aveva presa dentro o le cure che cercavano di allontanare la morte.

“E perché ce ne parli, proprio tu che spesso fai le battute sulla morte e sui morti?”, chiederete ora.

Beh, forse proprio per dire che non vedo alcuna contraddizione tra il fare le battute sulla morte e sui morti e il parlare della propria zia appena morta.

Perché questo tema della morte mi affascina da sempre. Siamo venuti qui a fare non sappiamo nemmeno noi cosa, con la certezza che prima o poi spariamo e chissà dove finiamo. Che senso ha?

Io non lo so. Ma so che se vivessimo ricordandoci ogni momento che questa cazzo di morte prima o poi arriverà, questa vita ce la godremmo molto di più. Non faremmo – o faremmo con altro sapore e altra lievità – le mille stronzate che facciamo ogni giorno. No?

E poi non posso fare a meno di pensare a come starò quando a me succederà quella roba lì. Quando quel momento si avvicinerà e io capirò che sto per attraversarlo e quando l’avrò attraversato non sarò più lì a dire che l’ho attraversato.

E il dolore di chi resta. Perché non basta quel che hai patito, ma devi anche sorbirti quelli che arrivano e non sai neanche chi sono e devi dire qualche boiata in risposta alle merdose “condoglianze”, quasi come se fossi tu che devi far loro un favore. Che poi dolore fino ad un certo punto, perché magari hai passato dei mesi di merda e ora ti senti perfino un po’ sollevato ma non devi farlo vedere, perché non devi mancare di rispetto a qualcuno che se gli manchi di rispetto tanto non se ne accorge più.

Insomma, il paradosso è che tante cose bisogna prenderle per il culo perché altrimenti non ti puoi nemmeno permettere di soffrire veramente.

Senza arrivare però al cinismo dell’anestesia, quella che “tanto a me, in fondo, non me ne frega un cazzo, faccio le battute su chi mi pare, anche su quelli che conoscevo di persona o a cui volevo bene”. Non che sia un male in sé, ma è solo che è l’altra faccia dell’ipocrisia, quella che la giustifica.

No, non è vero che non te ne frega un cazzo, o anche solo che te ne frega poco. Perché poi vai a fare gasolio al self service e lasci la carta di credito nell’affare del benzinaro.

Come ho fatto io, stasera.

Ciao, Maria Teresa.

 

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2 Responses to this post.

  1. Posted by clara on 23.04.12 at 21:02

    Ciao, Maria Teresa.

  2. Posted by abbbrulante on 24.04.12 at 00:22

    ciao, Fabio Volo.

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