O spesa ciao

Signor Caprotti, apprendo che i suoi negozi modenesi apriranno oggi, 25 aprile. È una scelta che le consente una pessima legge, da Lei fortemente voluta. Non importa che sia inefficace per l’occupazione, non produca nuovi consumi, danneggi milioni di lavoratori e venga pagata, come dimostrano tutti i dati sui prezzi, dai consumatori.

Così comincia la lettera di un certo Marzio Govoni, segretario modenese della Filcams-Cgil-Alpems-Herboms, al patron dell’Esselunga. Potete leggere altre informazioni in questo articolo del Fatto Quotidiano (non fate caso al video che parte in automatico preceduto da uno spot pubblicitario: loro possono).

Io il Govoni l’ho sentito ieri leggere la sua lettera alla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, nell’ambito dell’iniziativa o inchiesta o non so cosa “Il 25 aprile io non compro”, con un’enfasi e un’aria scandalizzata che non vi dico. Con un crescendo di pathos che l’ha portato a leggere la lettera di un partigiano condannato a morte. Mi aspettavo che questo ragazzo, salutando i genitori prima di essere portato al patibolo, invitasse loro e tutti noi a non fare la spesa il giorno della sua morte – “fate questo in memoria di me” -, e invece niente.

Ma il trasporto del Govoni era tale, che alla fine della lettura della missiva non ho potuto che esplodere in una domanda piena di angoscia.

“Embè?”

Ho tentato invano, come mi capita a volte quando vengo travolto dall’idealismo e dalla voglia di partecipazione, di prendere la linea al numero verde comunicato dai simpatici conduttori per porre alcune domande. Niente da fare: numero occupato, chiamata non consentita, Telecom Italia.

Avrei voluto chiedere perché io, per rispettare la memoria dei partigiani morti per la libertà bella ciao bella ciao, perché io – dicevo – oggi non dovrei comprare. Forse perché nelle festività cristiane è tutto chiuso? Cos’è, invidia del Natale?

Ma lo volevo chiedere con umiltà, perché davvero non capisco. Cioè vorrei che mi spiegassero dov’è il male, il peccato di quest’atto che eventualmente potrei fare, avendo un paio di esselunghe nella città in cui vivo.

Cioè, voglio dire: il problema è il recarsi in un esercizio commerciale? Oppure è avere una transazione in cui chessò io scambio tre euro e venti con delle fette di prosciutto? Mi fate capire, per favore? Posso andare, se rimango senza, a comprarmi le sigarette? Se trovo un esercizio aperto lo boicotto e cerco un distributore automatico? Prendere un caffè al bar o un gelato in gelateria è consentito? Se vado a pranzare al ristorante poi devo andare a confessarmi al Caaf sindacale più vicino?

No, perché io ero rimasto fisso che il denaro era uno strumento. Una convenzione. Uno fornisce una cosa, tipo un prodotto o una prestazione, e l’altro in cambio gli dà una quantità equivalente di una cosa che viene comoda per non portarsi dietro le pecore.

Ma qui evidentemente il sindacalista e quelli che la pensano come lui hanno qualcos’altro da insegnarmi.

Forse che il denaro ha un valore suo, intrinseco, che va al di là di quello del metallo della moneta o della carta filigranata. Forse il sindacalista vuole farmi capire che è proprio per questo che il rapporto tra me, lavoratore, che uso un tornio o predispongo documenti Word, e il mio datore di lavoro, che in cambio mi dà denaro, non è sullo stesso livello. Perché il denaro ha qualcosa di magico che lo rende diverso dal resto delle cose fatte di materia o di trasformazione dell’energia. Chi ha denaro è più potente, per il fatto stesso di averlo e di gestirlo, e io che non ce l’ho, per potermi mettere su un piano non dico paritario ma almeno lontanamente confrontabile, ho bisogno di un sindacalista che mi protegga. È così, vero?

Mi sorgono tanti dubbi e tante incertezze, sai sindacalista? Però una cosa sta prendendo forma, nella mia debole mente che ha bisogno della tua visione morale della vita per dirmi cosa devo o non devo fare tutti i giorni, specie in quelli festivi.

Che se c’è una cosa di cui dovremmo parlare nella festa di oggi, quella che chiamano della Liberazione, è di come liberarci di gente come te.

 

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