Le normità

 

L’Italia ha una caratteristica tutta sua: quella di pensare che i problemi si risolvano con delle norme, delle regole. È per questo motivo che abbiamo migliaia di leggi inutili, circolari, procedure, protocolli, eccetera. Senza considerare il fatto che, come ho già detto da qualche altra parte, siamo specialisti nella messa in pratica del nostro detto più tipico: “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Ne abbiamo in tale numero di queste leggine, decreti attuativi, commi, articoli, eccetera, che un tale Calderoli, almeno a suo dire, ne abolì 350.000. Calderoli, non so se avete presente. E non è cambiato un cazzo.

Non so se c’avete mai pensato, ma alla necessità di utilizzare regole per risolvere problemi causati dall’essere umano sottende una concezione pessimistica di noi stessi. L’essere umano di base è una bestia, destinata a violenza, vituperio e cattiveria. È figlio del demonio, religiosamente parlando (e chi vede le cose in questo modo è intriso fino al midollo del pensare più beceramente cattolico, qualunque sia il livello di autonomia da questi dogmi che pensa di aver raggiunto), per cui va in qualche modo circoscritto, recintato, protetto da se stesso e dal male (sì, “male”, non ho scelto questa parola per caso) che può procurare.

Una visione più matura –  a mio modesto avviso –  delle cose, vede nelle regole un aspetto ineludibile di qualunque gioco (sì, “gioco”, non ho scelto questa parola per caso). Ovunque ci sono regole, dietro c’è un gioco. Sempre. E se non vi sembra che sia così, è perché siete troppo seriosi, e non siete in grado di godervi la vita. Non che io lo sia, ma perlomeno cerco di farci attenzione.

E le regole sono uno strumento, non una soluzione.

Un gioco presuppone, di fondo, una volontà comune di un gruppo di persone di parteciparvi. Per puro sollazzo, se tutto va bene. Ma bisogna innanzitutto essere d’accordo su cosa si vuole fare, poi le regole vengono da sole. E se non succede così, qualcosa non va.

Abbiamo un pallone, e vogliamo prenderlo a calci. Disegneremo delle righe su un prato. Inquadreremo delle porte con pali e traverse. Decideremo che quando la sfera supera le righe laterali è “fallo laterale”.

Se abbiamo tutti voglia di giocare, perché abbiamo voglia di godere delle vibrazioni che il gioco ci procura, allora accetteremo le regole. Non ci metteremo a urlare: “Non è giusto che la palla sia tua perché io l’ho tirata oltre la riga!”, saremmo semplicemente pazzi.  Eppure accade. Perché al gioco subentra la competizione, e a volte la voglia di vincere è superiore al piacere di giocare. La (presunta) vittoria ci realizza, ci identifica, ci conferma di essere ciò che pensiamo di essere. Sempre se accade, ovviamente.

Se non accade allora, bambini quali in verità siamo, potremmo decidere di farci il nostro campetto, dove si gioca in cinque contro cinque, invece che in undici contro undici, dove c’è un muro che delimita il campo e posso giocare di sponda, senza l’ingiusto e scandaloso “fallo laterale”. Ma potrebbero girarci i coglioni, perché le emozioni che ci procura il giocare in cinque contro cinque non sono le stesse dell’undici contro undici. Si corre di meno, si fanno gol troppo facilmente e, soprattutto, c’è meno gente a guardare. E noi abbiamo bisogno del pubblico anonimo e numeroso, che confermi applaudendo ed esultando che siamo ciò che pensiamo di essere.

E allora magari litighiamo con quelli che giocano undici contro undici, perché a questi sta un po’ sul cazzo che quando ci gira vogliamo fare anche il loro gioco. Ma litigare non va bene, perché devi (e sottolineo “devi”) amare il prossimo tuo come te stesso.

(Anche se Gesù, probabilmente mi ripeto, non disse “ama” ma “amerai”, come se fosse una sorta di constatazione scientifica, “ciò che dai ti ritorna e viceversa”, e non un comandamento)

Recentemente, ho sentito di gente che vuole regolare il conflitto. Gente che dice di fare satira. Gente che approva e incoraggia il conflitto portato verso l’esterno, il “flame”, ma lo rifugge se riguarda l’idea che ha di sé o il gruppo cui crede di appartenere. Beh, a questa gente mi viene da dire, parafrasando il tipo di Nazareth: la tua satira avrà efficacia sul prossimo pari a quella che tu sopporti su te stesso. Nulla.

Se abbiamo bisogno di regole per gestire una situazione, è perché il conflitto ne è elemento costituente. Manca la volontà di base, non dico di giocare, ma anche quella di collaborare, o addirittura di interagire, dando a controparte dignità di essere tale. Allora non resta che rivolgersi a un terzo – un giudice, per esempio, nelle varie forme del processo civile – affinché individui quelle norme o ci costringa ad definirle.

Concludo con una mia vecchia riflessione etimologico-statistica. “Norma” significa anche “media”. Dal sostantivo “norma” ne deriva un altro: normalità. La distribuzione “normale”, quella che chi ha studiato queste cose sa avere il nome di “gaussiana”, descrive eventi senza una particolare caratterizzazione probabilistica, buttati anonimamente attorno ad un valore medio facilmente misurabile. In altre parole, ciò che è “normato” non è, in base ad un’osservazione scientifica, eccezionale. O lo è con una probabilità bassa. Bassissima.

Ecco, io credo tutto ciò non sia casuale. Voglio dire che è proprio questo il risultato che, per nostra scelta inconsapevole, siamo destinati a conseguire, normando qualunque cosa: alla mediocrità.

 

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