Comprami, io sono in vendita

Immagina rubata a non so chi, io l'ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l'ho presa

Immagina rubata a non so chi, io l’ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l’ho presa


 

Continuano a dirci che siamo sull’orlo del default – che, in italiano, si dice fallimento. C’è ‘sto spread che ci fa impazzire, e non abbiamo neanche capito ancora bene cosa sia. Pare sia qualcosa legato al rendimento dei Buoni del Tesoro, ma a me mica è chiaro perché cazzo lo quotino tutti i santi giorni, e non quando ‘sti Buoni per modo dire vengono collocati.

Il Monti ci dice che ‘sto spread non è ragionevole, che bisognerebbe tornare all’economia reale. Non capisco se si riferisca ai Savoia, boh?

Ma proviamo a prendere ‘ste cazzate per buone. Dai, tentiamo.

Questi signori ci stanno dicendo che l’Italia (fermiamoci qui, ché se andiamo oltre, che ne so a Grecia e Spagna, è un casino, e poi probabilmente valgono gli stessi ragionamenti) è come un’azienda. Questa azienda va bene, dicono. C’ha i conti in linea. Da un punto di vista economico le cose girano, tutto sommato, anche se potrebbero andare decisamente meglio.

Non so chi di voi capisce di queste menate – sappiate che io sono, anche in questo caso, autodidatta -, ma il punto è che gli affari, visti in un tempo attuale e limitato, vanno discretamente bene: si fanno ricavi (entrate tributarie), si fattura (i 730, per dire), si riducono i costi (tagli ovunque e spending review), quindi si fa margine o profitto, come preferite, e il cosiddetto “avanzo primario” (differenza fra ricavi e costi sull’anno) scende.

Il problema che abbiamo è di carattere finanziario. Vale a dire che riguarda la cassa. L’economia complessiva gira nel verso giusto, ma non ci sono i soldi per pagare dipendenti e fornitori (si veda il caso dei comuni che, pare, non sanno se bonificheranno gli stipendi di agosto).

Ciò vale, effettivamente, per l’Italia come per qualunque azienda, grande o piccola che sia. Tu lavori, vendi e produci, ma i soldi che ricavi dai prodotti che realizzi o dai servizi che fornisci li vedi dopo parecchio tempo. In Italia, poi, la cosa è parossistica: il pagamento tipicamente avviene a 120 giorni – Centoventi! Sono quattro mesi! E dopo che hai fatturato, eh, cosa che può avere luogo parecchio tempo dopo che hai consegnato l’oggetto della transazione – è così, è prassi abituale. La pubblica amministrazione, poi, paga anche con termini decisamente più lunghi. Quando paga.

Ma gli stipendi, quelli vanno pagati ogni mese. Non c’è santo, se così non succede l’azienda per cui lavorate non gode proprio di ottima salute.

Le aziende, per la cassa, ricorrono spesso alle banche, che prestano denaro liquido (anzi ormai gassoso, visto che gira solo nei computer), facendo debiti e rimettendoci in interessi. Ma questo genera un circolo vizioso che, se il business non va bene, provoca la morte, il fallimento dell’azienda. Le banche, se non prendono indietro capitali prestati e interessi, le aziende se le mangiano.

Occhio che dire che “il business va bene” significa fare ottimi volumi in termini sia di ricavi che, soprattutto, di margini (ricavi meno costi). I margini, nel caso di un’azienda in difficoltà finanziaria, servono all’imprenditore non per fare utili, ma per pagare gli interessi alle banche . Margini che così se ne vanno, diventando i profitti delle banche. Che non è che sono “cattive”: fanno quello di mestiere.

Prima di fallire, un’azienda che non sia proprio piccolina può decidere di attuare delle cosiddette misure strutturali. Che cazzo sono? Quando si parla dell’Italia come fosse un’azienda, non ce lo spiegano. Non ci spiegano, per esempio, chi siano i proprietari di quest’azienda.

Eh? Come? Dite che siamo noi? Figa, non me n’ero accorto che le tasse che pago fossero un continuo aumento di capitale che l’azienda di cui sono azionista mi richiede.

Già, ma l’impresa Italia che forma societaria ha? Quant’è il capitale sociale? Dov’è versato, alla Banca d’Italia? Gli enti locali cosa sono, delle controllate? Qual è la catena di controllo? I comuni sono delle province che sono delle regioni che sono dello Stato, oppure tutti gli enti locali sono posseduti direttamente dallo Stato? I cosiddetti trasferimenti, quelli che oggi sono troppo pochi, sono a tutti gli effetti delle transazioni intercompany come avviene tra una holding e le sue controllate? C’è del valore aggiunto in queste transazioni? Viene pagata l’IVA su questa plusvalenza?!

Ma torniamo a noi, azionisti dello Stato. Il nostro Amministratore Delegato ci dice che ha fatto tutto il possibile, ma in realtà non è vero. Ha solo mascherato con nomi molto fashion, tipo spending review, ciò che il precedente Chief Financial Officer, quello col cognome suo ma triplo, chiamava più onestamente tagli. Ha aumentato un pochino i ricavi, spremendo ulteriormente gli azionisti. Ma nulla di davvero coraggioso è stato fatto.

Potevano essere fatte cose un pelino più ardite. Tipo una riforma fiscale che incentivasse il pulito, il non-nero. Per esempio permettendo a chi compra una cosa fatturata regolarmente di detrarre parte dell’IVA dall’imponibile IRPEF, per dire. Sì che lo si prenderebbe a calci in culo, se così si facesse, l’imbianchino o il mobiliere che ti dice “Dotto’, sono 1.000 con la fattura, 700 senza”. Persino Bersani – Bersani! – ha fatto cose decenti in questo senso, ma davvero troppo piccole.

Si poteva pensare – la sparo grossa – di legalizzare la mafia. Già, perché il fastidio che dà la mafia, dai punti di vista meramente economico e finanziario, è che essendo fuori dallo Stato lavora in nero, non paga le tasse. E questo danno è molto maggiore, sempre guardando solo il vil denaro, rispetto a quello che produce obbligandoci ad assoldare fior fiore di magistrati, carabinieri, finanzieri e poliziotti, a predisporre processoni e carceri duri, a far lavorare i netturbini che puliscono le strade quando vengono sporcate di sangue.

Ma ormai credo sia tardi per iniziative di questo genere.

Non possiamo più neanche trasformare l’Italia in una Società per Azioni e quotarci in borsa. Di fatto lo siamo già, emettendo ‘sti cazzo di Buoni. E gli investitori non si fidano. Le agenzie di rating fanno anch’esse solo il loro mestiere. Qualcuno chiede loro: “Tu le compreresti le azioni o le obbligazioni di questi qui?”. “Ma sei scemo?!”, rispondono.

L’ultima risorsa che un’azienda ha per evitare il fallimento – e badate che il fallimento è una situazione estrema, che non conviene a nessuno, tantomeno a creditori e finanziatori – è quella di dismettere gli asset.

Un’azienda non dispone solo di una cassa, magari vuota. In genere ha anche un patrimonio, fatto di cose che ha comprato o realizzato investendo. Questi asset possono essere anche pezzi – o rami – dell’azienda stessa. Possono essere anche, come ultima ratio, l’azienda nel suo complesso.

Vendiamo, porca di quella troia. E non le aziende statali, ché tanto non ci sono neanche più. Vendiamo pezzi dell’Italia, ché quelli valgono, e tanto.

Vendiamo le spiagge ai francesi, loro sapranno come valorizzarle. Vi basta confrontare la Liguria con la Costa Azzurra: il mare è lo stesso.

Vendiamo il Colosseo ai Giapponesi, il Duomo di Milano agli Svizzeri, Venezia e Firenze agli Americani.

Vendiamo gli ospedali pubblici a una multinazionale specializzata, invece di regalarli a Comunione e Liberazione. Vendiamo l’Inps alla GeniaLloyd o alla Quixa: loro faranno tutto tramite call center, ci faranno gli auguri se li chiamiamo il giorno del nostro compleanno e saremo tutti più felici.

Oppure potremmo pensare a un bel break up, volgarmente – cioè in italiano – detto spezzatino. Sì, Cristiddio, la Padania! Ecco a cosa serve! Facciamo la bad company (la Terronia) e lasciamo ‘sti meridionali fannulloni a cuocere nel loro brodo. Ma ricordiamoci, o valorosi Padani, che se non sono completamente rincitrulliti ci chiederanno di accollarci una parte del debito, quello accumulato negli anni e che si misura in fantastiliardi di euro. Se vogliamo essere realistici, questa quota dovrà essere proporzionale al PIL prodotto dai due pezzi divisi. E in questo caso saranno cazzi.

Anzi no, sapete che c’è, azionisti italiani tutti? Vendiamo l’intero ambaradan. Vendiamo l’Italia. Vendiamola ai cinesi, che tanto c’hanno già una buona fetta del nostro debito, e se falliamo saranno loro i primi a bussarci alle case per pignorarci i beni.

Sanciremo nell’accordo di vendita che ci lascino le cose che davvero ci interessano: la nostra amata e sacra Costituzione, le centinaia di migliaia di leggine e regolamenti, il doppio turno uninominale proporzionale rovesciato con avvitamento, Striscia la Notizia e quattro squadre in Champions’ League.

C’avremo anche la nostra bella indipendenza. Eleggeremo direttamente il Capo del Governo, il Presidente della Repubblica, il Papa e Miss Italia. Anche quella “nel mondo”, dai.

E la nostra classe dirigente sarà ancora quella di sempre, quella che tanto, in fondo, amiamo, che sia politica oppure tecnica. Ci guiderà e ci difenderà dal nuovo e tutto sommato assai benevolo padrone.

E non ci faremo caso più di tanto quando ci accorgeremo, passato qualche anno, di avere tutti gli occhi un po’ a mandorla.

 

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