Della funzione spirituale dell’umorismo nero

Oggi parlo di un tema difficile, almeno per me. Com’è ovvio, trae spunto dalla vicenda che forse conoscerete a proposito di Umore Maligno, ma voglio chiarire che il punto di vista che ora proverò a sviluppare appartiene solo al sottoscritto, per quanto ne so.

Partirò con una premessa, che è frutto di una mia elaborazione di cose che mi sono state raccontate, che ho letto e vissuto. Tutto però è stato in qualche maniera interiorizzato e compreso, non fideisticamente ma intuitivamente. Non so se avete presente quella sensazione che ogni tanto ci coglie, quando appare un pensiero dal nulla e qualcosa dentro ti dice “sì, è proprio così”, anche se non sai spiegarlo. Ecco, è proprio così.

La mente umana – quella degli individui anagraficamente adulti – è fondamentalmente composta da due parti. Sì, lo so, Freud dice tre, Jung ci mette l’inconscio collettivo, Calderoli sostiene che la mente non esiste proprio. Ma non me ne frega un cazzo.

La prima parte è quella in cui più ci identifichiamo. Diciamo che è l’io, o ego se preferite latinizzare o vederlo negativamente. Questa parte di noi è sostanzialmente un bambino, la nostra parte infantile, cui alcuni associano l’aggettivo ferito. È la nostra parte più energetica, vitale e pura. Anzi no. Perché c’è stato un momento, nell’infanzia di tutti quanti – un momento che ho sentito definire il grande tradimento – in cui questo bambino ha abdicato a se stesso.

Il bambino nasce sostanzialmente felice. Non che lo sia nel modo in cui lo intende l’adulto “ah, la felicità è un attimo”. Il bambino è felice perché non sa cos’è la felicità. Non ne ha un’idea da perseguire. Non nutre aspettative. Vive e basta. Addirittura, nei primi mesi di vita, non riesce neanche a distinguere fra sé e l’ambiente circostante, in particolare fra sé e la madre.

Ma è un mondo difficile. Felicità a momenti… Scusate. È difficile nel senso che questo bambino va protetto e nutrito. Non è in grado di procacciarsi il cibo da solo, come peraltro i piccoli di altri animali sanno fare anche pochi istanti dopo la nascita. E quando bisogna proteggerlo, i genitori spesso sono costretti a usare metodi coercitivi. A volte fisici (che non significa solo il ceffone ma anche il box-prigione). Molto spesso verbali ed emotivi.

“Non fare questo! E neanche quello! Ma se stupido? Forza!”. Eccetera.

Nonostante questa protezione, che a volte c’è in forme a dir poco anomale, o anche in ragione di questa – saprete anche voi che le violenze in famiglia sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere – subentrano traumi, paure e complessi.

E così succede, inevitabilmente, che il bambino – qualunque bambino – sviluppi una convinzione ineluttabile  che così com’è non va bene, che finisce per travolgerlo.

Nel migliore dei casi, a un certo punto il bambino si rassegna e si dice: “OK mamma, OK papà” – oggi dice “OK” perché guarda tanti cartoni animati americani – “d’ora in poi sarò come volete voi”.

Prende così forma l’altro pezzo della sua psiche, quello che Freud chiama super-io o super-ego, altri coscienza (il fottuto grillo parlante). Mi piace un termine poco usato che ho sentito: il giudice interiore. Io, comunque, ho coniato il mio: la vocina.

Questa parte di mente non è nostra. Ci è stata inculcata dall’esterno. Essa, più che una funzione di pensiero cosciente o razionale, è un meccanismo. Non è per niente facile riconoscerla. Per farlo, occorre un’auto-attenzione intensa e costante.

La vocina non la riconosci per cosa dice ma per come lo dice. Come ho detto, non è intelligente, diciamo così, per cui può accadere che in un momento dica una cosa, e poco dopo il contrario.

Il come è essenzialmente fatto di cose sgradevoli. La vocina giudica, se stessi e gli altri. La vocina manipola. Consiglia. Sprona. Reprime. Fa paragoni. Spaventa. Colpevolizza.

“Sei un coglione!”

“Inadeguato”

“Non ce la farai mai…”

“Lui è migliore di te”

“Eccoti, sempre alle solite…”

“Sei in ritardo!”

“Non farlo!”

“Fallo! Altrimenti sei un debole / un codardo / non sei un buon amico! Eccetera!”

“Hai il cazzo piccolo!”. No, almeno questa cosa a me non la dice.

È un continuo, è perennemente attiva. Quei rompicoglioni dei nostri genitori non la smettono mai di dirci cosa dobbiamo fare e cosa no. Un conflitto incessante tra un bambino che scalcia, che vorrebbe giocare, correre e divertirsi, e qualcuno che da dentro non gli dà tregua.

Occhio, però! In verità non faccio una valutazione morale dell’operato dei genitori. Anch’io sono padre e sono figlio. E soprattutto, se la facessi sarebbe frutto di una minchiata che mi dice la vocina.

Il guaio è che anche i genitori sono dominati da questo conflitto. Non possono fare altrimenti.

Dunque l’essere umano risulta, nella migliore delle ipotesi, uno schizofrenico nascosto. La schizofrenia è a un livello tale che si disperde limitatamente nell’ambiente, dando luogo al mondo di merda in cui viviamo. Ma c’è. Sempre. In chiunque. Sì, è triste dirlo, ma siamo tutti pazzi.

I pazzi riconosciuti come tali o quelli chiamati psicotici o altro del genere sono semplicemente coloro in cui il meccanismo di controllo s’è rotto. Così sono diventati pericolosi, o anche solo non produttivi. Allora abbiamo per esempio chi è bambino (ferito, si badi bene) sempre, e quindi sbrocca in varie forme. O la vocina è andata fuori giri e ordina cose insensate. O ti schiaccia, deprimendoti, fino a farti credere di non poterti alzare dal letto e che è meglio che tu la faccia finita appena puoi.

Gli altri pazzi che fanno? Sopravvivono.  Sopravviviamo. Tutti. Alla bell’e meglio. Vittime di credenze non verificabili o che avevano un senso quando si avevano quattro o cinque anni.

“Cazzo, ma se è così, allora non c’è alcuna speranza…”

Eccola, è la vocina!

Non è vero, la speranza c’è. Ma non è facile metterla in atto.

(Se invece avete pensato “Che cazzo sta dicendo questo?”, interrompete ora la lettura. Questo post non fa per voi)

Intanto, è opportuno riflettere sul fatto che uno dei fondamenti su cui si basa questo sistema (sì, è un sistema, e va avanti da millenni) è la concezione secondo la quale la natura dell’essere umano è maligna, o quantomeno pericolosa. “L’uomo è una bestia!”, per dirla con le parole di Giorgio Bracardi (chissà se qualcuno se lo ricorda). Questo è uno dei capisaldi della vocina, uno dei suoi evergreen.

In effetti, un bambino sa essere anche molto cattivo. Pensateci. Osservateli. O ricordatevi delle elementari. Di com’eravate voi, o il vostro compagno o compagna di banco. E sa mettersi e mettere il prossimo in situazioni di gravissimo pericolo.

Ma siamo bambini, oggi? Fisicamente, non si direbbe.

Già, il fisico. Ho parlato tanto di mente. Ma il corpo è fondamentale. Quando siamo (ci identifichiamo con) il bambino, per esempio nel momento il cui la vocina ci cazzia, perdiamo contatto con il corpo. Siamo piccoli. O non ci sentiamo affatto. Quando stiamo bene, il corpo è quello di un adulto, lo sappiamo, ne siamo consapevoli.

Per esempio, il sesso…

“Ehi, stronzo! C’hai scritto nel titolo che parlavi di umorismo nero! Quando cazzo cominci? Che ci frega di come scopi?”

OK, OK! Merda, me n’ero dimenticato. E comunque cerca di parlare bene in italiano, “avresti parlato”…

“Ho capito! Adesso non rompere i coglioni con l’italiano! Quanto stai scrivendo? Tu un post così lungo non lo leggeresti mai! Pigro!”

Vaffanculo. Parlo di cosa voglio e quanto mi pare, chiaro?

(C’era un po’ di bambino e un po’ di vocina in questo dialogo immaginario con te, caro lettore o cara lettrice. Cerca di vedere tu dov’era l’uno e dove l’altra. E magari dove c’era anche qualcos’altro)

Vabbe’, l’umorismo nero. O la satira vera, secondo me. Ho già detto cosa penso della satira compiacente. Ora posso rivelarvi che non mi piace perché non lavora sul sistema che ho descritto. C’è un’altra satira che, almeno nella mia esperienza, aiuta. Aiuta me, eh, tengo a chiarirlo. Ma non essendo diverso da voi, né migliore né peggiore, penso, spero, che magari serva anche ad altri.

Come?

La satira cattiva scatena una contraddizione istantanea tra il bambino e la vocina. È chiaro: dev’essere di qualità, ben scritta, costruita tecnicamente bene. Io queste tecniche non le ho studiate, sono un autodidatta e vado a istinto, per cui scordatevi che vi porti degli esempi. Sì, sono un gran pigro, e allora?

Succede quanto segue: ciò che si legge o si ascolta è scritto o detto in un modo che fa scattare qualcosa nel nostro cervello, un collegamento sinaptico che risveglia intensamente il bambino. In linea di massima, lo risveglia positivamente, nel senso che il bambino è portato a ridere, ma non solo. Può anche solo sentirsi emotivamente coinvolto (“sì, cazzo, è proprio così!”). Può avere uno di quei moti potenti pure un po’ cattivelli.

Perché come dicevo prima il bambino è anche cattivo. Ma non lo è nel senso moralista. Il bambino è libero e se una cosa non gli piace, non gli piace. Se un bambino si incazza, porca troia come si incazza! Se un bambino ride, lo fa di gusto, come poche volte a un adulto capita.

Il bambino è puro, è innocente anche quando ha queste manifestazioni.

Per arrivare al tanto vituperato post di Umore Maligno, chi legge sa benissimo come un bambino vede un handicappato.

Le sensazioni sono varie e spesso contrastanti. Dalla paura alla repulsione. Ma anche un’attrazione irresistibile per ciò che è diverso. Una difficoltà insormontabile a comprendere e valutare qualcuno che è come te e, contemporaneamente, non lo è affatto. E infine, la voglia irrefrenabile, dovuta a un meccanismo ancestralmente darwiniano, di prendere per il culo per far parte del gruppo dei “normali” il “mongoloide”.

Contemporaneamente, e in ragione dell’argomento, si scatena fortissima la vocina. “Cosa fai? Non si ride di certe cose! Non si fanno certi pensieri! Smettila immediatamente!”.

(“O ti faccio oscurare il sito!”)

In ragione dell’argomento. Ecco perché, per esempio, la satira su Berlusconi per uno di sinistra è fondamentalmente inutile, dal punto di vista di scoperta e riconoscimento del sistema. Non aggiunge e non toglie nulla. Bambino e vocina, in quel caso, sono perfettamente d’accordo.

Ed ecco perché, casomai fosse il caso di ripeterlo, il bersaglio di questa satira non è l’handicappato o chi subisce violenza o muore o viene discriminato per motivi razziali, ma è chi leggeIl “normale” (che in realtà è lo schizofrenico di cui sopra) che dice gay e pensa frocio, che dice meridionale e pensa terrone, che dice disabile e pensa storpio o mongoloide.

E non solo.

Chi legge può essere anche la parte in causa. Anche il meridionale che si sente inferiore perché terrone, il gay che si sente frocio e quindi emarginato, il disabile che investe tutta la sua vita per rivalersi dei torti subiti. Anche questa persona vivrà per una frazione di secondo le emozioni infantili di chi l’ha trattato male e potrà identificarsi con esse. E contemporaneamente inizierà a giudicarle, e a giudicarsi per averle provate.

Questo scontro istantaneo può essere molto duro. E spesso è la vocina a prendere il sopravvento.

Il momento decisivo, l’occasione da cogliere, è quello della lettura o dell’ascolto. L’esplodere del conflitto interiore.

Perché se in quel momento qualcos’altro in voi permette al bambino di ridere o di vivere le altre emozioni, accettandole con amore (ecco, ho usato questa parola, la mia carriera di satiro finisce qui), perché non sta facendo nulla di male, sta solo ridendo o giocando a fare il cattivo, ma nessuno realmente sta morendo o subendo violenza o altro…

… E se contemporamente questo qualcos’altro manda affanculo la maledetta vocina che ha nella testa “mamma, papà, vi voglio tanto bene ma avete rotto i coglioni, ché ho 44 anni e sono grande, grosso e forte”…

Be’, se ciò vi accadrà, avrete goduto di un momento intenso di consapevolezza di voi stessi. Avrete allentato un filino le vostre catene, quelle vere, quelle su cui si basa qualunque ingiustizia, qualunque sopruso, qualunque autoritarismo. Avrete fatto un passo avanti nel cammino socratico del “conosci te stesso”. Forse vi sarete avvicinati un pochettino – dai, la sparo, tanto ormai mi sono sputtanato completamente – alla buddhità.

E se non accadrà… Be’, basta leggere i commenti al post e le intrinseche contraddizioni dovute al fatto di essere vittime di un meccanismo automatico: “Siete handicappati perché parlate male degli handicappati!”. “Spero che abbiate un incidente o che incontriate un handicappato che vi spezzi la spina dorsale, così che diventiate handicappati pure voi!”. “Siete solo anonimi che cercano visibilità!”… Eh?

Non condanno queste persone, mi dispiace per loro. Per l’occasione che hanno perso.

Sì, perché per me questa satira è una specie di meditazione, porca di quella troia. Mi fa star bene. Mi fa sentire libero e vivo. Libero e vivo come nessuno degli automobilisti incolonnati di fianco a me per ore si potrà mai sentire, mentre io ascolto la radio e cerco notizie del cazzo su cui fare battute.

Quel qualcos’altro è ciò che abbiamo l’occasione di scoprire e di mettere al posto della vocina (siamo grandicelli ora), così che prenda il bambino per mano e lo accompagni nel mondo con l’amore che merita. Quel qualcos’altro è lo “spazio” in cui il conflitto è ambientato, e di cui non ci rendiamo quasi mai conto, il nostro vero essere adulti, presenti qui e ora, nel corpo e nella mente. Sì, può emergere anche leggendo questi pezzi. Sempre, come ho già detto, che siano scritti bene. Ma occhio che se qualcosa nella testa vi dice “questo pezzo fa cagare”, potrebbe di nuovo essere la vocina!

Sta a voi scoprirlo. Sta a voi valutarlo.

E ora, alla fine di questo sproloquio, vi va di andare a giocare un po’?

 

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One Response to this post.

  1. Posted by Graziano on 06.07.12 at 09:24

    m e r a v i g l i o s o

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