Gianna e Pinotta

Mi è capitato di parlare con una persona che ne sa parecchio di call center, mi ha raccontato delle cose davvero interessanti.

Come forse saprete, oggi entra in vigore la famigerata riforma del lavoro, fortemente voluta dal ministro Fornero, criticata da molti, osteggiata ferocemente da alcuni quali il segretario della Cgil Camusso. Che poi ministro, segretario, che sono donne. Chissà perché. Forse in certi ambienti anche alle donne piace giocare a fare gli uomini.

Tornando a bomba, pare molto probabile che succeda una roba come quella che ora provo a spiegarvi.

In Italia esistono diverse realtà imprenditoriali che forniscono servizi di call center (o centre, se siete puristi dell’inglese inglese) nella forma del cosiddetto “outsourcing”. Vale a dire che se un’azienda ha un servizio clienti e per ragioni di business non vuole assumere, in tutto o in parte, le risorse umane (che sarebbero le persone, per chi non sa) che rispondono al telefono, compra questo servizio da chi ne ha fatto il proprio “core” (è inglese anche questo, non napoletano).

Le società che vendono servizi in outsourcing dunque assumono quelli che, non nascondiamocelo, sono la versione moderna degli schiavi negri nei campi di cotone, e redige contratti anche pluriennali con i propri clienti con tariffe a chiamata, a minuti o a “pezzo” venduto sulle quali, fidatevi, fanno un margine che non è quel granché.

Questi servizi essenzialmente sono di due categorie. Ci sono quelli inbound, che si riferiscono al caso in cui siete voi a rompere i coglioni al servizio clienti, e quelli outbound, quando invece i coglioni frantumati sono i vostri. In Italia, i costi –  per l’outsourcer, eh, non per l’azienda con cui pensate di avere a che fare – stanno indicativamente intorno ai 20 € all’ora per i servizi inbound, mentre per quelli outbound si aggirano intorno ai 13.

(Non ho una fonte da esporre per questi numeri. Fidatevi, oppure fate le vostre verifiche. Ovviamente, non parlo solo dello stipendio, ma anche dei contributi previdenziali e di altri costi che l’imprenditore dell’outsourcing deve tenere in conto)

“Perché l’outbound costa di meno?”, chiederete forse voi. Perché grazie all’intervento del prode Cesare Damiano, ultimo dei comuhani e paladino dei diritti di stocazzo, in un periodo che va dal 2006 al 2008 è stato impedito a questi pessimi imprenditori, a questi sfruttatori della negritudine nostrana, di utilizzare i contratti a progetto per l’inbound. Questa attività, infatti, è continuativa, non ha un inizio e una fine predeterminata, non sai mai quando un cliente decida di romperti i coglioni. Se invece i coglioni a romperli è il servizio clienti, allora si può, anzi conviene, pianificare bene le attività tramite cose che, se vi interessa, si chiamano “campagne”. Quindi il contratto a progetto, più conveniente anche per il negriero, è utilizzabile.

Questa salvifica azione di Damiano ha già causato, negli anni scorsi, la perdita di alcune migliaia di posti di lavoro in Italia. Scusate, ho detto una cazzata: è colpa del vile sfruttatore che, per continuare a fare i suoi sporchi guadagni di capitalista senza scrupoli, ha portato (se non le ha perse) le attività all’estero, in posti come Romania, Albania, Argentina e Padania – no, mi sono sbagliato: la Padania non c’entra – dove l’italiano si parlicchia e il lavoro costa circa 10 € l’ora. Inbound e outbound, eh, ché lì non vanno troppo per il sottile, assumono e licenziano un po’ come gli pare, senza tempo indeterminato con articolo 18, co.co.pro., co.co.co. e co.co.dé come c’abbiamo qui in Italia.

E veniamo al punto. Poche righe sopra, è possibile che io abbia scritto una palese inesattezza – chissà se siete stati attenti – affermando che il contratto a progetto per l’outbound è utilizzabile. Da oggi forse bisogna scrivere era. Sì, perché la riforma Fornero introduce nuovi ferrei paletti sull’utilizzo del contratto a progetto (non si può utilizzare se il lavoro è uguale a quello che fanno altri assunti con altro contratto, tipo se tutti fanno delle telefonate), e ne aumenta i contributi previdenziali. Risultato: il costo dell’outbound per il bastardo si avvicinerà, se non addirittura raggiungerà, quello dell’inbound.

Dunque da oggi, l’outsourcer, o se preferite il pezzo di merda, si troverà di fronte a tre possibili opzioni:

1) continuare come se niente fosse, accettando di svolgere un business che, non potendo ricontrattare le tariffe con i propri clienti (le aziende con il servizio clienti), sarà forse addirittura in perdita, cioè con costi superiori ai ricavi;

2) rescindere tali contratti o addirittura chiudere, prima che siano le banche a farli fallire (“Muoia Sansone con tutti i filistei!”);

3) spostare le attività che andrebbero in perdita o con margini insufficienti all’estero, passando così dall’outsourcing all’abroadsourcing (questa parola non esiste, l’ho inventata io, in realtà si dice offshoring ma non volevo dire così perché altrimenti molti di voi avrebbero pensato che dietro c’era Berlusconi e suoi conti alle isole Cayman).

Ah, dimenticavo l’opzione 4), quella che alcuni imprenditori (non solo dei call center, neh) hanno recentemente adottato: suicidarsi.

Ma la cosa che a me fa più incazzare (perché a questo punto non riesco più a essere sarcastico) è la seguente.

Camusso, colei che tanto si è battuta contro questa riforma del lavoro, da donna rappresentante delle donne indifese e con problemi soprattutto nel trovare una parrucchiera minimamente capace di fare il suo mestiere, su una cosa sola non ha spaccato il cazzo e pontificato su tutti i tiggì, su tutte le repubbliche, su tutti i santori di questo nostro bel paese galbani: la nuova regolamentazione dei contratti a progetto.

Anzi, questa è stata la sua grande vittoria, l’unico punto su cui le nemiche-amiche simbolo di questi tempi, la nostra Gianna e la nostra Pinotta, si sono sempre trovate assolutamente d’accordo, fin dall’inizio di quell’estenuante trattativa sull’ormai per me odioso articolo 18.

Bene, vedremo quante persone nei prossimi mesi non dovranno più sottostare all’orrenda pratica del lavoro precario, perché un qualsivoglia lavoro non l’avranno più.

Brave, complimenti, non c’è che dire.

 

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2 Responses to this post.

  1. Posted by giovanni on 18.07.12 at 18:51

    Aumentare la tassazione sul lavoro e le tasse in generale con la stessa lungimiranza della tenia a cui però l’evoluzione ha dato i mezzi per sopravvivere alla dipartita dell’ospite.

  2. Posted by alexfor on 19.07.12 at 09:29

    In questo caso il problema non è la tassazione (ho messo questo aspetto per completezza, ma ciò che conta è l’impossibilità di utilizzare il contratto a progetto), ma il solito vizio (solo italiano?) di oscillare tra un eccesso atavico e dannoso di regolamentazione e il reagire nel segno del più becero “fatta la legge, trovato l’inganno”.

    Politici, tecnici e sindacalisti lavorano con il solo obiettivo di “pararsi il culo”. Manca completamente la minima fiducia nell’individuo, di non agire con il solo obiettivo di sfruttare il prossimo se imprenditore, e di sapersi difendere con i propri mezzi se lavoratore.

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