Il cosa e il come

Vi capita mai che pezzi della vostra vita di cui non capivate il senso improvvisamente si colleghino da soli, assumendo una conformazione inaspettata che rivela come un disegno, un puzzle, un qualcosa che si compone in una figura interpretabile? A me ultimamente sì, tra l’altro sempre più spesso.

Ripensavo qualche tempo fa alle lezioni di greco e latino assorbite e un po’ subite in gioventù, da parte del famigerato professor Vassallo, quello che diobono dovevi stargli dietro sempre perché non te ne perdonava una. Ricordo anche, purtroppo con una nebbia mnemonica che s’infittisce vieppiù, interessanti discussioni – si fa per dire, perché per quanto mi ricordi alla fine discuteva solo lui – su quale fosse il fine non solo della scrittura, ma dell’arte in sé. Un dibattito millenario iniziato da quei primi uomini che a un certo punto si erano ritrovati con del tempo da spendere in qualche modo, avendo identificato modalità più efficaci di procacciarsi il cibo, che sostanzialmente oscillava tra due poli: da un lato, gli assertori della ricerca del “bello” fine a se stesso (Frassica, per esempio), dall’altro coloro che erano convinti, e cercavano di convincere gli altri, che ci dovesse per forza un messaggio da veicolare, un insegnamento da trasmettere (l’esempio che mi viene sempre in mente pensando a questa sponda è l’intellettuale gramsciano, quello che educa e guida benignamente il povero proletario ignorante, tanto per capirci).

Mi intrigò da subito questo dibattito, soprattutto per la sua indeterminazione che mi ricorda – ecco un altro tassello che si collega proprio mentre scrivo – il bellissimo principio di Heisemberg. Troppe variabili non erano definibili, troppe domande senza risposta oggettiva o scientifica. Cos’è il bello? Come si misura la bellezza? E se invece è la sostanza che è importante, qual è il giusto “cosa” da promuovere? Perché una roba sì e un’altra no?

Mi sono ritrovato a proiettare questo dibattito su cose che mi capita di leggere oggi, sull’internet, nonché a dibattere io stesso con altre persone, inizialmente senza rendermene conto, su questo tema.

Ecco, nella cosiddetta blogosfera, leggo spesso cose improntate alla ricerca del bello, dello stile, del come. Sono quei post che mentre li leggi –  se sono scritti bene, eh – ti capita di ridere o di commuoverti o di incazzarti con la cosa con cui ce l’ha l’autore, ma poi finisci e ti ritrovi a dire a te stesso: “Embè? E quindi? So what?”. Se ti va bene, perché il più delle volte, semplicemente, fai un bell’ALT + F4 e dopo pochi minuti il post non ti ricordi neanche di averlo letto.

Altri post, quelli del cosa, li riconosci perché sono pomposi. C’è uno lì su una cattedra che ti spiega il perché e il percome, cosa devi fare e cosa no, cosa si dovrebbe cambiare perché il mondo diventi il paradiso. Se dice cose in cui ti riconosci, magari condividi o metti il tuo “mi piace”, altrimenti dici fra te un bel “ma vaffanculo”, indirizzato all’autore. E di nuovo tutto finisce con il solito ALT + F4.

Ho collegato questo dibattito con altre cose che mi intrigano. Come la convinzione di alcune filosofie / religioni orientali secondo la quale una delle peggiori trappole della mente umana è il cosiddetto “dualismo”. Quello schema di cui non ci rendiamo neanche conto, che ci porta a dividere la realtà – o meglio l’interpretazione viscerale, emotiva e razionale che ne diamo – in fronti contrapposti, tipicamente due: il bene e il male, il bello e il brutto, la destra e la sinistra, Beppe Grillo e Beppe Grillo, eccetera.

E mi son detto: “Ma porca puttana, ma perché devo per forza scegliere? Non posso perseguirli entrambi, il cosa e il come? Chi cazzo l’ha detto che uno esclude l’altro?”.

Ma certo!

Mica facile, però.

Per perseguire il come, devi essere bravo. Nel caso della scrittura – sembrerà banale – devi scrivere bene. Devi conoscere qualche tecnica e saperla mettere in pratica. O magari ti devono venire fuori, le tecniche, che neanche te ne accorgi. Magari scrivi un’epìtope – famosissima figura retorica che tutti voi sicuramente conoscete – ma neanche lo sai che t’è venuta fuori un’epìtope. Eppure è lì, scintillante e inebriante. Quanto mi piace, l’epìtope.

D’altra parte, per far risaltare un cosa – sembrerà banale anche questo – devi avere qualcosa da dire. Ma se leggi in giro ti renderai conto che c’è un sacco di gente che non ha un cazzo da dire. Sono quelli che fanno robe tipo oggettivizzare la realtà, utilizzando artifici facilmente riconoscibili e smontabili: per esempio banali induzioni aristoteliche uno-due-infinito che lasciano l’amaro in bocca, perché l’uno è un’immane stronzata, un assioma travestito da fatto. Sono quelli che scrivono sempre lo stesso post, perché una volta gli è venuto bene, quella volta che avevano qualcosa da dire. Quelli che inveiscono contro qualcuno per un certo motivo e poi ti accorgi –  ci vuole solo un poco d’attenzione – che quel motivo è proprio ciò che li porta a inveire. Sono quelli che non dicono la verità. Già, ma cos’è la verità? Chi la mette giù in assoluto, che sia il papa o l’ultimo dei blogger anonimi, sicuramente non te la sta dicendo. Perché l’unica verità possibile è quella individuale – che poi magari, scava scava, è uguale per tutti, ma questa è un’altra storia -. Se vuoi dire la verità, devi metterti in gioco, devi smontare tutto il pattume che hai nel cervello e negli altri organi interni, e vedere, piano piano, se riesci a tirare fuori qualcosa di tuo. Anche parlando degli altri, anche raccontando storie di personaggi inesistenti, grazie a tecniche che gli scrittori bravi conoscono bene e che consistono nel tirare fuori la verità di questi tizi, stando ben nascosti come un osservatore imparziale.

E niente, quello che vi volevo dire è che mi sono reso conto che io ci provo, a fare entrambe le cose. Non so quanto bene ci riesco, questo lo lascio valutare a voi.

Quindi, ora potete finire come preferite: con un bell’ “embè?” o un sonoro “ma vaffanculo”. L’importante è che ne segua il solito ALT + F4.

 

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