A ‘sto punto

Illustrazione di Pietro Borrelli

Illustrazione di Pietro Borrelli


 

Durante questi lunghissimi ultimi vent’anni, mi sono sempre guardato bene dalla tentazione di bollare la melmosa realtà della politica del “belpaese” con semplicistiche etichette che colpevolizzavano un solo uomo, che molti non esitavano a indicare come il male assoluto, la causa di tutti i problemi, la ragione di un rassegnato “si stava meglio quando si stava peggio” riferito a vicende raccapriccianti come i pentapartiti, i compromessi consociativisti, gli anni di piombo, l’emersione del segreto di Pulcinella della diffusa corruzione.

Ho sempre cercato di sospendere i giudizi, o perlomeno di temperarli alla luce di analisi il più possibile distaccate e non personalistiche, ben cosciente che a dargli forza fossero proprio l’attenzione smisurata alla sua persona che, anche se animata da odio e negazione, espandeva il suo ego, oppure le battute ripetute, oltre i limiti del palese insulto, con il massimo grado di cattiveria possibile (“nano”, “puttaniere”, “ladro”, eccetera), che in realtà, a mio avviso, lo caricavano ben più del coro ovino dei suoi sostenitori.

Ho sempre creduto che fossero proprio questi atteggiamenti di aperto scontro, che lui affrontava sempre facendo “vieni avanti” con la mano come un mitico Bruce Lee de’ noantri, a generare nel suo potenziale elettorato quelle emozioni di rivalsa, di affidamento a quello che ci sa fare “perché s’è fatto da solo” (non sarà stato proprio così, ma in fondo chi se ne frega?),  proiezione dei sogni dell’impiegato che legge di nascosto nel cesso la Novella 2000 della moglie, fino a renderlo capace di riportare in vita vetusti archibugi quali “il Comunismo”, “Dio”, “il Popolo”, fino ad arrivare, addirittura, a invenzioni come “l’Italia” o “gli Italiani”.

Ho sempre ascoltato, con interesse quasi sociologico e – non lo nascondo – con una certa ammirazione, i suoi sproloqui, la sua incredibile capacità di ribaltare frittate già bell’e impiattate, di additare gli accusatori come colpevoli, di insinuare dubbi perfino in chi non poteva neanche lontanamente tollerarlo. Fino all’apice insuperato per chissà quanto tempo, toccato nell’arena di Santoro e Travaglio.

E anch’io, lo confesso, ho cominciato a sospettare che quell’accanimento giudiziario da lui sbandierato per anni come un mantra fosse verosimile, anche se non sono mai cascato nella trappola logica che subdolamente utilizzava, e cioè nel valutarlo in contraddizione con il fatto che i procedimenti contro di lui e altri istruiti avessero ben solide fondamenta. È sempre stata palese, infatti, l’ingombranza del personaggio che, se inizialmente era sicuramente stato visto come puntello del sistema, che rischiava un pericoloso squilibrio a causa del buco repentinamente lasciato dall’establishment socialista e democristiano (e le parti non si reggono mai in piedi senza i loro opposti), era divenuto presto incontrollabile come il virus di un vaccino non coltivato appropriatamente. E non era sicuramente difficile agire, per la magistratura, visti gli armadi debordanti di scheletri e la compulsione a ripagarsi “l’impegno profuso per tutti gli italiani” per mezzo di una squallida corte di sanguisughe, veline e cavalli zoppi, fino a ricordare, più che un Re Sole, un seminfermo Caligola qualunque. Sì, infine sono giunto alla convinzione che l’accanimento giudiziario ci sia stato, e che abbia compensato la viscosità di una sinistra apparato di se stessa, incapace di generare una visione, e addirittura tale da risultare conservatrice e permettere al suo peggior nemico di apparire come il leader del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (cit. K. Marx e F. Engels), giungendo a costringersi, pur di salvare lo status quo, a governare proprio insieme a lui.

Sono sempre stato consapevole che, ahinoi, questo signore era uno specchio di noi cittadini e quindi totalmente funzionale al sistema, così come già lo sono Grillo e le sue torme di seguaci, grazie alla pochezza propositiva, all’insostenibilità dei programmi e, soprattutto, in ragione delle modalità di creazione del consenso che, seppur tramite canali innovativi e dinamiche rivoluzionarie, sono basate su generalizzazioni di un livello disarmante e quindi sempre legate all’italico becero motto “il fine giustifica i mezzi” (chissà da chi hanno imparato).

Ho osservato con pazienza l’uomo e il politico, la cui più profonda responsabilità (non mi piace parlare di “colpa”, odio certi moralismi, ma osservare le cause, le azioni e gli effetti credo sia inevitabile) è stata quella di farci governare per anni da presunti economisti come Tremonti, che non sanno fare altro che inutili tagli indifferenziati, e di rendere personaggi di spicco del panorama nostrano “yes men” e “yes women” che qualunque altro leader avrebbe reputato imbarazzanti, capaci solo di ripetere a memoria le istruzioni da lui impartite, di battibeccare e starnazzare come animali da cortile, di aggrapparsi ai pantaloni di paparino come pargoli frignanti.

Ho sempre saputo, provando un velo di sorprendente compassione, ciò che lui forse non vuole ancora vedere, vale a dire che tutti questi proci saranno i primi a rinnegarlo, molto prima che il gallo canti anche una volta sola.  E che lo hanno costretto, nuovamente, a metterci la faccia, a sottoporsi all’ennesimo esercizio di ribaltamento, alle luci del set, allo stress delle riprese, alla fatica della recita.

Fino a portarci tutti di fronte all’ultimo, evidente, incontrovertibile dato di fatto: Berlusconi, a ‘sto punto, ha davvero rotto il cazzo.

 

TumblrShare

Respond to this post