I have a dream (*)

“Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi.

(“onorevoli” si fa per dire)

Sono qui per rispondere alla mozione di sfiducia presentata dal Movimento Cinque Stelle, o come diavolo si chiama. Ma, contrariamente a quanto probabilmente vi aspettereste, vi eviterò di perdere tempo nell’ennesima inutile discussione, giustificandomi con la mia buffa voce da Tina Pica, che chi ha presentato la mozione sicuramente manco si ricorda chi è, ricordandovi che ho sempre servito lo Stato con il massimo impegno, che tutto ciò che è stato scritto sulle mie telefonate ai Ligresti non l’ho mai smentito, che mi dispiace di essermi lasciata coinvolgere personalmente da una vicenda che vedeva coinvolte persone che, purtroppo, proprio personalmente conosco, tipo una poveraccia che se il sabato non può fare il suo shopping in Via Montenapoleone muore, davvero, non è che dico così per dire, ne è davvero capace di lasciarsi morire, che ho fatto cose simili per questo e quello, eccetera, eccetera.

Vi risparmio tutto questo perché sono io che mi dimetto.

Ma non mi dimetto perché ritengo fondate le motivazioni di chi ha presentato la mozione. Mi dimetto perché mi sono rotta i coglioni. Anzi, mi avete rotto i coglioni.

Voi, che fate tanto i superiori, che invitate alla moralità, che vi scagliate contro  di me, voi non siete migliori di me. E lo sapete benissimo. Sapete benissimo che, in ogni aspetto, la vita di questo presunto Paese si fonda da sempre sul compromesso, sulla raccomandazione, sulla ragione  personale. E poi è inutile che vi scherniate dietro a una moralità da quattro soldi, come ci ha insegnato l’ipocrita religione della confessione.

Lo sapete voi che ogni volta che potete bypassate le regole il cui rispetto voi stessi auspicate, dalla visita dal dottore alla coda alle poste al posto di lavoro ottenuto mandando il curriculum  a qualcuno che conoscevate (che male c’è?) o che avete convinto ad assumervi quando avete potuto interagirci personalmente. Voi, che sbandierate che per un amico che ha bisogno andreste in capo al mondo, e ora venite qui a farmi le prediche. Voi, che fate del compromesso, della ragione superiore, del “vorrei ma non posso” il vostro pane quotidiano.

Tipo quel Pippo Civati tanto carino, che rinuncia alle sue convinzioni perché qualcuno lo ricatta: ma chi te lo fa fare, di cedere ai ricatti di quell’altro? Cosa temi di perdere? La tua rendita di posizione di quattro sfigati nei circoli deserti del PD? Credi di essere tanto diverso da me, che potrei invocare la stabilità del governo per restare attaccata alla mia sedia?

O tipo questi cinquestellini tanto veementi: ma cosa vi credete, anche voi, che siete qui solo perché vi nascondete dietro un simbolo e un nome che sono di proprietà – ripeto, di proprietà – di un pazzo con la barba bianca e di capellone spietato che sta sempre zitto, che se mai decideste che non vi va più di averli col loro fiato sul collo dovreste ripartire da zero, come pensate che arrivereste a prendere il 25 percento dei voti? Vi rendete conto o no che vi tengono per le palle, a voi duri e puri di  questa minchia?

Sì, mi dimetto. E vorrei tanto dare il buon esempio. Vorrei che tutti gli italiani, che io rappresento fedelmente, dal primo all’ultimo, si dimettessero. Ciascuno dal proprio ruolo. Di lavoratore, di elettore, di cittadino, di quello che vi pare.

Temo sia l’unico modo per ripartire un minimo e sperare di riuscire a tirarci su le braghe.

Grazie per l’attenzione, e arrivederci.”

 
(*) Umilmente emulando Fed, missing in action.

 

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