A.O.U.A.B.

non_mi_uccise_la_morte

 

Ieri c’è stata questa cosa della sentenza d’appello per la vicenda Cucchi. Ho cominciato a leggere e vedere in giro varie cose: il dolore della famiglia, l’arroganza del sindacato dei poliziotti, lo Stato che non c’è (seconda stella a destra, questo è il cammino…), ACAB, l’hanno ucciso due o tre volte, le immagini di quando era vivo e dopo morto tutto tumefatto, quelli che alzano il dito medio, quelli che si vergognino quelli che alzano il dito medio, eccetera, eccetera, eccetera.

E io me ne stavo lì a osservare, un po’ in bambola, lo confesso, cercando di capire se si trattasse di quel sano distacco che paradossalmente permette di avvicinarsi alla verità della vita e degli eventi, o se fosse la solita anestesia che mi porto dietro da tempo come difesa al sentire il dolore mio e altrui.

M’è tornato alla memoria quel film agghiacciante sulla scuola Diaz al G8 di Genova, quell’interminabile pugno nello stomaco che avevo faticato a vedere, e la sensazione strisciante, difficile da accettare e ancor più da dichiarare pubblicamente, che mi facevano più pena quelli che menavano di quelli che venivano menati. Perché i secondi appartenevano al genere umano, quello in grado di provare sentimenti e raziocinare, i primi a queste cose c’avevano chissà quando rinunciato. Perché di base anche loro sono, o forse ormai tocca dire erano, esseri umani. Nessuno mi può convincere del fatto che fossero segnati geneticamente o karmicamente o nonsocosamente a fare quelle robe. Io me li immagino bambini appena nati, quegli uomini diventati bestie, e so che i bambini appena nati sono tutti innocenti, nel senso letterale: non possono nuocere. Non è buonismo, è un dato di fatto.

Poi sono incappato in uno status su Facebook in cui c’era un “siamo stati NOI…” o qualcosa del genere, e m’è girato di piazzargli un “mi piace”, così, senza aver letto bene. E infatti, proseguendo… non mi piaceva. Ma mi ha aiutato ad arrivare alla mia strada, che sono qui a condividere con coloro a cui interessasse.

Diceva tipo “siamo stati NOI a mettere lo Stato nelle mani di…”, e lì m’è partito una specie d’embolo.

Ma quale Stato? Cos’è ‘sto Stato? Com’è che ora tutti a prendersela con ‘sto cazzo di Stato?

Lo Stato è un bell’alibi, sapete? Tanto non esiste. È una bella entità astratta cui buttare la colpa – la fottutissima colpa di stracattoliche origini – quando le cose non sono belle come vorremmo apparissero.

Esistono solo individui. Esistiamo solo noi.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è molto scomoda e dolorosa. E non parlo di come siano andate le cose. Chi c’era lo sa benissimo. E sta già scontando la pena, anche se si trincera dietro un dito medio o un comunicato idiota del capo del suo sindacato. La pena lo insegue ovunque vada, foss’anche solo nei suoi incubi peggiori, o negli eventi che l’hanno portato o portata a essere una persona capace di ammazzare di botte il prossimo senza farsi alcuno scrupolo, o a lasciarlo morire perché tanto chissenefrega, è solo un tossico di merda.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è che l’abbiamo ammazzato noi. Con la nostra solita dannata ipocrisia. Con la solita arrogante pretesa di dirigere il mondo fissando cose che al mondo non appartengono, come lo Stato o le Istituzioni o le Regole. Le Regole, sì, quelle che non valgono se non ci sono eccezioni. Quelle che infatti se non ci fossero i poliziotti a farle rispettare ci cagheremmo tutti addosso. Quei poliziotti che diventano tali perché sì, almeno lì se ti girano i maroni e hai bisogno di sfogare la tua violenza repressa, occasioni se ne trovano, eccome, e ci si diverte tutti insieme, camerati, fascisti, ché qui ci si può dichiarare tranquillamente così, nessuno ti dice niente, e se a qualcuno non sta bene, lo meniamo. Quei poliziotti che noi tutti, fra un Cucchi e l’altro, ci dimentichiamo come sono, come per forza devono essere, perché ci servono, nel senso che li usiamo, sono i servi nostri, “i servitori dello Stato”. E ogni tanto un Cucchi deve pur scappare, perché è fisiologico che la mano possa scendere giù un po’ troppo troppo pesante, che le vertebre si spezzino, che gli zigomi si pieghino, che le vesciche scoppino. Non si può essere mica sempre perfetti. E quando un Cucchi scappa, non si può mettere tutto a repentaglio. Se questi finiscono in galera, poi rischiamo che quando c’è da menare i cattivi veri (e chi lo decide chi sono i cattivi veri? Vabbè, dai, non pensiamoci ora) chi lo fa? E se i cattivi veri poi muoiono, cosa succede? I servitori dello Stato, un po’ maneschi ma si sa può capitare, vanno in galera?

No, meglio una sentenza così. Noi poi ci sfoghiamo un po’ su Facebook, ci facciamo su qualche battuta arrabbiata e un po’ macabra, condividiamo la foto del cadavere, disegniamo con il Photoshop un bel manifesto funebre con le parole di De André, o leggiamo compiaciuti Gramellini che dice al capo del Sap di vergognarsi, ché basterebbe facesse quello, o magari dimettersi lasciando il posto a un altro un più scaltro, e tutto andrebbe a posto, almeno per un po’. Loro si vergognano e noi continuiamo ad avere la coscienza a posto.

Così, perlomeno, riusciamo meglio a nasconderci la verità.

Che le due guardie bigotte lavorano per noi.

Che siamo tutti bastardi.

All Of Us Are Bastards.

 

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