Generalizzazioni di genere

Quando ho cominciato a sentir parlare di ‘femminicidio’, ho istintivamente preso le distanze da questo termine, a causa del gran battage che se ne faceva, ritenendo che si trattasse della solita operazione moral-mediatico-retorica volta a generalizzare una serie di casi tutto sommato isolati e disconnessi tra di loro, al fine di creare un fenomeno intorno al quale attrarre il consenso ipocrita della cosiddetta ‘opinione pubblica’, consenso che tipicamente serve a spendere tante parole su qualcosa per non cambiare nulla. Poi, con il passar del tempo, mi sono dovuto ricredere. Effettivamente, tutti questi casi hanno in comune un elemento estremamente inquietante: la vittima è sempre una donna.

È da un po’ che mi gira nella testa questa specie di battuta, tecnicamente realizzata su quello che pare un ragionamento serio, che alla fine però sfocia in una banalità provocatoria e velatamente maschilista, cioè apparentemente volta a scardinare l’aspetto socio-culturale della donna uccisa dall’uomo perché inferiore, impossibilitata a liberarsi dal suo dominio, eccetera. L’intenzione sarebbe generare nel lettore un misto di sorriso a denti stretti e scandalo (“non si scherza su certe cose!”), così come ho cercato di spiegare altre volte su queste frequenze. Ma non l’ho mai pubblicata, perché ho sempre l’irragionevole pretesa che ciò che scrivo sull’internet abbia “qualcosa da dire”, anche quando quel qualcosa io stesso non capisco bene cosa sia ma mi pare ci sia. E in questo caso non lo vedevo.

Poi ecco il tizio (scusate, a dire ‘femminicida’ proprio non ci riesco, credetemi, solo per amore della lingua italiana) che scrive su Facebook “Sei morta troia”, annunciando la fine della sua ex moglie quasi alla maniera di un acheo vittorioso. E qui, sull’olio viscido dell’accaduto, si dispiegano i noti comportamenti sui Social Network di gente che mette mi piace a quel post – ma davvero vi aspettavate non capitasse? – e altra gente che mette mi piace al post di chi dice che chi mette mi piace a quel post deve morire, e via discorrendo.

Leggo dunque di sessimo, misoginia e altre malattie che non ho mai compreso bene cosa fossero ma comunque mi inquietano tanto – “sarà perché non vuoi accettare di essere anche tu il maschio sciovinista di cui leggevi anni fa su Topolino quando fischiavano a Minnie, e tu non capivi cosa voleva dire ‘maschio sciovinista’, e ancora oggi devi cercarlo su Wikipedia per sentirti tranquillo”, mi dice il solito fottuto grillo parlante dentro la testa – poi cerco di lasciarlo un attimo da parte, il grillo, e di ragionare, ché magari potrei anche tirarne fuori qualcosa di sensato.

Realizzo che mi stanno sul cazzo tutte le generalizzazioni. Anzi, non è proprio così. Mi sta sul cazzo quando l’attributo della generalizzazione, ciò che si “appone” all’individuo, all’essere umano, che reputo unico e irripetibile sempre e per questo sacro, diventa predominante rispetto all’individuo stesso, appunto. E così l’essere umano femmina che i genitori hanno chiamato Nomefemminile Cognome, un essere umano che è tale prima, dopo e oltre le sue caratteristiche di genere, diviene donna. Ci crede lei, ci credono gli altri, ci credono tutti che il suo attributo di donna venga prima di ogni altra cosa, e che questo attributo consista in sfruttamento da una parte e ribellione dall’altra, che una donna si debba sposare con un marito e avere figli e sopportare il marito o denunciarlo se la picchia ma restare dov’è e non agire con la sua testa in alcun modo, perché lei è debole e se non c’è l’autorità costituita a proteggerla lei muore, e infatti colui che si è identificato con l’attributo di uomo, l’‘uomo vero’ ritratto col fucile da caccia, la uccide perché la identifica non solo come ‘donna’ ma anche come ‘troia’, e lo scrive pure su Facebook…

Scusate se non prendo fiato, ma ‘sta cosa mi fa impazzire. Per me è inutile – parlo a voi che vi scandalizzate per il post dell’omicida e i like ricevuti, quegli altri sono irrecuperabili –  che condividiate “Imagine” o vi riempiate la bocca di parole come ‘libertà’ o ‘democrazia’, se non vi rendete conto che siete dentro la scatola degli attributi predominanti su ciò che dovrebbero caratterizzare: è questo modo di ragionare che crea questo mondo e rende possibili questi eventi. È inutile che speriate che qualcosa cambi se non vi accorgete che quelli che dovrebbero essere gli strumenti della vostra intelligenza, modelli semplificati per vivere in una realtà incredibilmente più complessa, sono diventati i vostri padroni. Lo sono per tutti: per i carnefici, per le vittime, e per chi vorrebbe giustizia per loro. E per le altre cosiddette categorie che oggigiorno vengono discriminate, come i gay, gli immigrati, i socialisti.

Per cui, ecco, quella specie di battuta, che forse non fa neanche tanto ridere, alla fine mi vien da pensare che qualcosa da dire ce l’ha.

La scatola non esiste.

 

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