La Normale Famiglia

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Quella di Nazareth non era una famiglia finta, irreale. Maria, la mamma cucinava, faceva tutte le cose della casa, stirava le camicie, Giuseppe, il papà faceva il falegname, insegnava al figlio a lavorare. Gesù viene come un figlio di famiglia. Non nasce in una grande città come Roma, ma in una periferia piuttosto malfamata, Nazareth. È un Dio sottomesso. Ha perso 30 anni lì, in quella periferia malfamata. Non ha fatto guarigioni o altri prodigi in quegli anni. Quello che era importante lì era la famiglia, ma non è stato tempo sprecato: erano grandi santi, Maria Immacolata e Giuseppe. E Gesù mai in quel tempo si è scoraggiato.

In molti si sono scagliati contro questo bellissimo discorso del nostro amato Papa innovatore, Francesco, accusandolo di significati sessisti e retrogradi. In particolare sulla Madonna, che sarebbe stata da lui stereotipata come una mera casalinga, nazarena anziché vogherese, ma pur sempre dedita a servire marito e figlio e alle cosiddette faccende. E il bello è che queste critiche, anche feroci, arrivano da persone che si definiscono moderne e progressiste. Davvero intristisce che proprio costoro non colgano la portata rivoluzionaria del nostro Pontefice: ancora una volta non è affatto difficile riscontrarla.

Chiariamoci: forse per qualcuno è necessario andare oltre all’apparenza, alla superficie, arricchire il narrato. Ci vorrebbero un paio di serate con l’eccelso divulgatore, il maestro Benigni, ma certi budget non si trovano tutti i giorni. Dunque, mi permetto di aggiungere io qualche elemento, gratuitamente: chissà che non riesca a dare il mio umile – ma mai quanto quello del Papa: lui è il più umile di tutti – contributo.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che stiamo parlando di una famiglia di oltre duemila anni fa. Una famiglia normale e nel contempo fuori dal comune, visti i componenti. Non usiamo i paraocchi, allora: è del tutto ragionevole pensare che dei due genitori l’uomo si dedicasse a guadagnare il pane, cibo di cui peraltro il figlio andava matto. Lo offriva spesso anche ai vicini, accompagnando il gesto con frasi che allora parevano leggermente sconclusionate, facendoli addirittura sentire cannibali: solo più tardi ne avremmo tutti compreso il profondo significato. Perché l’abbiamo compreso, vero?

Questo padre (‘padre’ in effetti è una parola grossa), Giuseppe, era davvero uno che definirlo “santo” come fa Francesco è poco, mi si consenta. Fu il primo uomo della storia ad avere a che fare con l’eterologa, senza peraltro averla richiesta; caso che fu anche l’unico a essere autorizzato da quell’altro Padre, quello con la maiuscola, anche perché fu Egli a metterla in pratica. Fu anche la prima volta in cui una fecondazione non convenzionale veniva documentata con una certa affidabilità. Certo è che scegliere come tramite un piccione bianco superava l’immaginazione avuta dal collega Zeus con la sua pioggia d’oro, o quando fece nascere la figlia Atena da un’apertura del proprio cranio. Che poi non mi sono mai spiegato dove abbia preso Gesù l’altra metà dei cromosomi, quelli non forniti dall’ovulo di Maria… ma non divaghiamo.

Il fatto che Giuseppe e Maria non ebbero mai figli tutti loro ci fa forse ipotizzare che il primo fosse sterile. O impotente. O entrambe le cose. Sicuramente era molto più vecchio della moglie. Forse lei non volle mai dargliela, volle rimanere fedele al Padre naturale (‘naturale’ in effetti è una parola grossa) di suo figlio; forse volle restare per sempre ‘Immacolata’, come dice Francesco, per quanto risulti ostica tale definizione in seguito a un parto. Nonostante tutto, comunque, Giuseppe si faceva un culo così dalla mattina alla sera, non v’è dubbio. Perché la periferia chiamata Nazareth non era affatto un posto facile, altro che Tor Sapienza o Quarto Oggiaro.

Come se non bastasse la durezza del suo lavoro, doveva sopportare quel figlio non suo, che – come ci ricorda il Papa – non era ancora dedito a prodigi e miracoli, ma imparava piano piano a gestire e controllare i suoi poteri: camminava sulle pozzanghere senza bagnarsi i piedi, trasformava l’acqua in Coca Cola, faceva risorgere le lucertole, strabiliando gli amichetti che fino ad allora si erano limitati a strappar loro le code e vederle ricrescere, e alle volte di notte diventava fosforescente, specie poco prima che il gallo cantasse tre volte, chissà perché.

Dunque, è del tutto legittimo affermare che Maria badasse alle cose di casa, senza tirare in ballo alcun maschilismo di sorta. Io me la vedo, giovane e un po’ inesperta, stirare le camicie come dice gioiosamente Francesco: nella nostra ricostruzione, lei usa un asse da stiro speciale, predisposto dal marito sulla base di un insolito progetto del figlio (“Vedrete, un giorno questo aggeggio sarà in tutte le case, in tutte le scuole, in tutti i templi, in ogni luogo pubblico”), costituito da un ceppo di legno lungo e un altro di dimensioni minori ad esso fissato ortogonalmente. Maria, come le aveva amorevolmente consigliato il figlio, stendeva sui ‘bracci’ più corti le maniche delle camicie, fermandole con dei chiodi per evitare che si spostassero; lo stesso faceva con i jeans di Gesù, incrociando e puntandone le estremità al fondo del legno maggiore. Solo, Maria era un po’ imprecisa, come abbiamo già detto. Avete presente quel lenzuolo nel quale un giorno Gesù si sarebbe fatto il primo selfie della storia? Beh, tutte quelle toppe che si vedono aveva dovuto metterle lei. Fateci caso: sembrano i postumi di bruciature tipiche della casalinga sbadata che si ferma qualche minuto a fumare una sigaretta, hanno la forma di un ferro da stiro.

SINDONE

E Gesù, che dire di lui? Non avete idea di cosa non gli facessero i bulletti di quel postaccio che era Nazareth, a scuola! Oltre ad avere quel volto angelico e quel po’ di barbetta bionda già dalle elementari, era considerato un secchione: sapeva tutta la Bibbia a memoria ed era arrivato addirittura a discuterne con i vecchi babbioni del tempio, definendola oltraggiosamente ‘Antico Testamento’ (“E il nuovo dov’è, eh?”) e mettendoli in crisi. Solo in matematica non andava benissimo: finché si trattava di aggiungere o moltiplicare, nessun problema, ma sottrazioni e divisioni proprio non gli andavano giù.

La sua salvezza con i compagni bricconi era quella curiosa caratteristica della pelle, che pareva come cosparsa d’olio o di una qualche sostanza grassa: i suoi aguzzini non riuscivano ad abbrancarlo, lui riusciva sempre a sgusciare via. “Ringrazia il Signore che ti ha fatto così, Unto!”, gli urlavano mentre scappava verso casa. Già, che nomignolo gli avevano dato. Anche se a lui, che sapeva di greco, tradotto in quella lingua non dispiaceva affatto. Ai suoi, così preoccupati per le angherie che subiva di continuo e per l’estrema solitudine che ne derivava, ripeteva di stare tranquilli, di perdonare quei ragazzini perché non sapevano quello che facevano, e che un giorno di amici ne avrebbe tanti, tantissimi: addirittura dodici.

Ora, avendo tutti questi particolari aggiuntivi, sono certo che darete ragione a Francesco, se mai aveste avuto dubbi. Sicuramente riuscite a immaginarveli tutti insieme, per esempio la sera, in salotto: Giuseppe a dare le ultime piallate, Maria a rammendare le camicie del figlioletto, sempre bizzarramente lacerate a livello del costato, Gesù a giocare alla battaglia dei soldatini romani istigati dagli ebrei cattivi; oppure con quello che allora i genitori credevano fosse il suo amico immaginario, Giuda, a quell’altro gioco che a quest’ultimo sembrava non piacere un granché: l’impiccato. Una famiglia felice, completa. Una famiglia straordinariamente ordinaria.

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Io me li figuro in particolare la sera del compleanno di Gesù. Ci si scambiava sempre dei bellissimi doni, poveri ma fatti con il cuore. Anzi, fatti da Giuseppe, ché se ci si fosse messa Maria avrebbe combinato solo casino. Ed era proprio Giuseppe a portarli; conciandosi, su richiesta del figlio (‘figlio’ in effetti è una parola grossa), in quel modo inconsueto: con una finta barba bianca, in ricordo del vero Padre, nascosto chissà dove.

Giuseppe faceva tutto ciò con grande affetto. Solo una volta in cui Gesù, per farsi qualche amico, aveva provato a invitare tutta la scolaresca per una festicciola (“Dai mamma, dai pa… Giuseppe, lasciate che i pargoli vengano a me!”) e lui aveva dovuto costruire giocattoli per tutti e perfino imbacuccarsi tutto di rosso, aveva sbottato con una frase che non viene riportata in nessun testo sacro, eppure s’è tramandata fino ai giorni nostri.

“E chi sono io, Babbo Natale?”

 

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