Imagine

 

Ho passato buona parte della mia vita a credere in cose tipo progressismo, uguaglianza, giustizia, parità dei diritti, eccetera. Tutto si basava su alcune idee di fondo. Mie idee e come tali, “mie” e “idee”, doppiamente limitate.

Che il genere umano fosse qualcosa dotato di una sua chiara identificabilità. Che non ci sono razze, caste, generi, eccetera. O meglio ci sono, ma sono sottoinsiemi poco rilevanti di un insieme complessivo che è quello che davvero conta, non solo dal punto di vista zoologico – non siamo bonobo o megattere o falene, ma esseri umani con 46 cromosomi – ma anche morale – abbiamo tutti lo stesso valore e gli stessi diritti -.

E che ciascun essere umano avesse un suo senso di esistere, una propria potenzialità, o più di una, creativa, artistica, produttiva nel senso non di sfruttamento. Che ciascuno potesse fare quella tal cosa per la quale, per quanto effimera, si fosse potuto esclamare “Oh, meno male che Tizio è apparso su questo pianeta, altrimenti questa robetta ce la saremmo persa!”.

Ma ultimamente mi sono reso conto che non è così. O meglio è solo una potenzialità, ma può essere difficile, forse impossibile che essa divenga realtà attuale.

Le razze ci sono. O meglio, ci sono varie gradazioni di una razza, quella umana, che non sono legate al colore della pelle, alla forma degli occhi, alle preferenze sessuali, o altro del genere, ma al livello di idiozia. E, paradossalmente, il grado di idiozia di un essere umano è direttamente proporzionale a quanto sono importanti, per lui/lei, gli altri fattori precedentemente esposti di presunta differenziazione (colore, genere, religione, eccetera).

E c’è di più.

Molti, anzi probabilmente la stragrande maggioranza, si assestano a un livello di idiozia non recuperabile. Per cui è frustrante e soprattutto inutile mettersi a convincere queste persone che stanno dicendo stronzate o sostenendo bufale o propagandando teorie strampalate o dando voce alle corde vocali solo per sentirsi parte di un belato più assordante che le rassicuri e le faccia sentire meno sole.

Non c’è che lasciarle andare, anzi lasciarle stare dove sono. Non si combatte per i diritti di chi non li vuole. Quando ne sentiranno il bisogno, quando non confonderanno più i propri bisogni con il desiderio di impedire agli altri di vivere come par loro, allora quei diritti se li guadagneranno. Nel frattempo, io combatto per i miei. E credo che chi è al di sopra della soglia dell’idiozia dilagante dovrebbe fare la medesima cosa: combattere per i propri. E basta. Egoisti? Forse. Ma in maniera sana e costruttiva. Un miliardo di volte preferibile all’altruismo ipocrita che fa da cemento all’idiozia.

“L’uomo è il ponte tra l’animale e Dio” diceva, mi pare, Osho. Ebbene, molti esseri umani sono animali, si vedono animali, e animali rimarranno per tutta la loro vita. È triste ma, ahimè, vero. E io preferisco avviarmi verso Dio, qualunque cosa sia e qualunque cosa significhi questa frase. Se ciò comporta lasciarmi molti alle spalle, non so che farci. Tuttavia ho la sensazione che, in questo viaggio, non si sia soli, anche se una parte di me avrebbe voluto che fossimo molti di più.

Caro John, mi è sempre piaciuta tanto la tua canzone. E ho sempre pensato che, per quanto idealista, tu avessi ragione. Ma ora credo di essere giunto a una conclusione diversa. Più elitaria, forse, ma anche più realistica.

You may say I’m an egoist, but I’m not the only one.

 

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