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bambola

 

“Allah è grande, uccidiamo tutti gli infedeli”

“Musulmani bastardi, terroristi islamici, dovete morire”

“l’Islam moderato condanna il terrorismo”

“Sono diversi da noi, sono arretrati, non possiamo convivere”

“Era un musulmano ma era un francese”

“Non possiamo cadere nel tranello della paura, dobbiamo mantenere i nostri valori di civiltà, democrazia e libertà”

“L’ultrà fascista ha ucciso l’uomo di colore, scappato dai terroristi di Boko Haram, massacrandolo di botte”

“L’italiano ha sbagliato a dare della scimmia africana alla donna, ma alla fin fine si è solo difeso dal negro”

“L’ennesimo femminicidio compiuto dal maschio sessista che vede la donna come un oggetto”

“L’uomo è stato preso da un raptus di follia perché è stato lasciato dalla sua donna”

Mi immagino aquila che vola a media quota su questo pianeta. Molli vacche pascolano, operose api sciamano, affamati predatori si nascondono tendendo agguati al loro possibile pasto. La residua vegetazione spontanea fluttua nello spazio che le rimane, mentre quella curata dagli umani cresce con pulsare geometrico. Una fresca brezza spazza un bosco, la pioggia battente sciacqua una montagna, il sole impietoso riscalda un deserto. L’oceano sciaborda incessante, agitato da un satellite argenteo, dal vento e da se stesso.

Quand’è già notte, mi affaccio su quella gli umani chiamano città. Un agglomerato di costruzioni pietrose regolari, nastri asciutti su cui scorrono i loro mai domi mezzi di trasporto metallici, sospinti da liquidi minerali ricavati dal terreno. Le “case”, come le chiamano loro, occupano lo spazio finché il mare lo consente. Sul nastro grande, parallelo al limitare dell’acqua, molti primati vestiti si agitano festosi, dopo aver ammirato le loro emulazioni dei fulmini.

Una delle loro scatole ferrose, più grande delle altre, si fa largo tra gli umani. Li falcia come fanno altre grandi macchine con le messi di grano da loro coltivate. Esplosioni simili a piccoli tuoni si moltiplicano. I loro versi, che solitamente sembrano avere costrutto, senso, schema, diventano ululati lancinanti, simili a quelli della preda abbandonata al branco di leonesse. Suoni assordanti e luci blu cercano di far largo ad altri mezzi, tra gli umani feriti. La scatola grande si ferma. Dentro un solo primate, quasi privo di peli come i suoi simili, e totalmente privo di vita, come tanti altri su quella striscia grigia d’asfalto e rossa di sangue.

Mi allontano, facendomi scorrere forte l’aria addosso.

Ritorno in me, essere umano. Mi chiedo il senso. Mi guardo dentro. Ascolto e leggo fuori. Parole. Etichette.

Di circostanza, di rabbia, di paura, di vendetta. Ma, in fondo, tutte con la medesima struttura.

“Tizio, che è così e cosà, ha ucciso Caio, che è questo e quell’altro”

Vedo i germi, sempre più espliciti, dei pensieri che portano a compiere certi atti, nelle frasi di chi li vorrebbe evitare.

“Ne uccide più la parola che la spada”, mi viene in mente. Già, perché la spada, di per sé, è solo un pezzo di metallo affilato. Per renderla arma ci vuole il braccio che la brandisce, e per guidare il braccio ci vuole il pensiero, la parola, l’etichetta.

Così e cosà, questo e quello. Nero e bianco. Cristiano, musulmano, buddista, ateo. Russo e americano. Uomo e donna. Mio, mia. Io. Dio”

La parola rende la spada arma. Non è la spada che uccide, è la parola, il sostantivo, l’aggettivo, l’etichetta. La parola vince la naturale difficoltà che avremmo a compiere certe azioni. Essa prevarica la dolorosa empatia che in chiunque avviene nel vedere un suo simile soffrire e perdere la vita.

“Perché se tizio è così, allora può morire. Perché se caio è cosà, allora lo posso ammazzare”

Non ho soluzioni. Ho solo una sensazione: che l’unica possibilità che abbiamo per fermare tutto questo è recuperare la nostra capacità di provare il dolore, di tornare a vivere fino in fondo il basico e silenzioso orrore generato dal vedere esseri umani morti per mano di altri esseri umani.

 

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