Etichette

bambola

 

“Allah è grande, uccidiamo tutti gli infedeli”

“Musulmani bastardi, terroristi islamici, dovete morire”

“l’Islam moderato condanna il terrorismo”

“Sono diversi da noi, sono arretrati, non possiamo convivere”

“Era un musulmano ma era un francese”

“Non possiamo cadere nel tranello della paura, dobbiamo mantenere i nostri valori di civiltà, democrazia e libertà”

“L’ultrà fascista ha ucciso l’uomo di colore, scappato dai terroristi di Boko Haram, massacrandolo di botte”

“L’italiano ha sbagliato a dare della scimmia africana alla donna, ma alla fin fine si è solo difeso dal negro”

“L’ennesimo femminicidio compiuto dal maschio sessista che vede la donna come un oggetto”

“L’uomo è stato preso da un raptus di follia perché è stato lasciato dalla sua donna”

Mi immagino aquila che vola a media quota su questo pianeta. Molli vacche pascolano, operose api sciamano, affamati predatori si nascondono tendendo agguati al loro possibile pasto. La residua vegetazione spontanea fluttua nello spazio che le rimane, mentre quella curata dagli umani cresce con pulsare geometrico. Una fresca brezza spazza un bosco, la pioggia battente sciacqua una montagna, il sole impietoso riscalda un deserto. L’oceano sciaborda incessante, agitato da un satellite argenteo, dal vento e da se stesso.

Quand’è già notte, mi affaccio su quella gli umani chiamano città. Un agglomerato di costruzioni pietrose regolari, nastri asciutti su cui scorrono i loro mai domi mezzi di trasporto metallici, sospinti da liquidi minerali ricavati dal terreno. Le “case”, come le chiamano loro, occupano lo spazio finché il mare lo consente. Sul nastro grande, parallelo al limitare dell’acqua, molti primati vestiti si agitano festosi, dopo aver ammirato le loro emulazioni dei fulmini.

Una delle loro scatole ferrose, più grande delle altre, si fa largo tra gli umani. Li falcia come fanno altre grandi macchine con le messi di grano da loro coltivate. Esplosioni simili a piccoli tuoni si moltiplicano. I loro versi, che solitamente sembrano avere costrutto, senso, schema, diventano ululati lancinanti, simili a quelli della preda abbandonata al branco di leonesse. Suoni assordanti e luci blu cercano di far largo ad altri mezzi, tra gli umani feriti. La scatola grande si ferma. Dentro un solo primate, quasi privo di peli come i suoi simili, e totalmente privo di vita, come tanti altri su quella striscia grigia d’asfalto e rossa di sangue.

Mi allontano, facendomi scorrere forte l’aria addosso.

Ritorno in me, essere umano. Mi chiedo il senso. Mi guardo dentro. Ascolto e leggo fuori. Parole. Etichette.

Di circostanza, di rabbia, di paura, di vendetta. Ma, in fondo, tutte con la medesima struttura.

“Tizio, che è così e cosà, ha ucciso Caio, che è questo e quell’altro”

Vedo i germi, sempre più espliciti, dei pensieri che portano a compiere certi atti, nelle frasi di chi li vorrebbe evitare.

“Ne uccide più la parola che la spada”, mi viene in mente. Già, perché la spada, di per sé, è solo un pezzo di metallo affilato. Per renderla arma ci vuole il braccio che la brandisce, e per guidare il braccio ci vuole il pensiero, la parola, l’etichetta.

Così e cosà, questo e quello. Nero e bianco. Cristiano, musulmano, buddista, ateo. Russo e americano. Uomo e donna. Mio, mia. Io. Dio”

La parola rende la spada arma. Non è la spada che uccide, è la parola, il sostantivo, l’aggettivo, l’etichetta. La parola vince la naturale difficoltà che avremmo a compiere certe azioni. Essa prevarica la dolorosa empatia che in chiunque avviene nel vedere un suo simile soffrire e perdere la vita.

“Perché se tizio è così, allora può morire. Perché se caio è cosà, allora lo posso ammazzare”

Non ho soluzioni. Ho solo una sensazione: che l’unica possibilità che abbiamo per fermare tutto questo è recuperare la nostra capacità di provare il dolore, di tornare a vivere fino in fondo il basico e silenzioso orrore generato dal vedere esseri umani morti per mano di altri esseri umani.

 

TumblrShare

La sindrome di Roma

ppiano-cappuccio-copia

 

Avevo in mente di scrivere un post ben documentato, per esprimere concetti originali e convincenti e magari anche qualche arguta battuta sulla vicenda del rapimento, della liberazione e del presunto riscatto del caso di Greta e Vanessa, poiché il caso in questi ultimi giorni mi aveva molto appassionato.

Poi, dopo aver a lungo ragionato, letto moltissimi articoli anche di quotidiani che generalmente fatico a prendere in considerazione, cercando di adoperare il mio cervello senza preconcetti e di essere aperto a tutte le possibilità, incluse quelle più lontane dal mio sentito, essermi confrontato con varie persone anche sconosciute in giro su Facebook mantenendo il medesimo approccio, essermi imbattuto in decine e decine di prese di posizione agghiaccianti da un lato o sterilmente moraliste dall’altro, e aver infine casualmente letto questo post, ho realizzato di essere io a essere stato rapito, non so da quanti anni e in compagnia di quanti (ma sicuramente pochi) altri, da un’organizzazione di folli denominata “Italia”.

E non credo ci sia nessuno disposto a pagare un riscatto per la mia liberazione.

 

TumblrShare

Generalizzazioni di genere

Quando ho cominciato a sentir parlare di ‘femminicidio’, ho istintivamente preso le distanze da questo termine, a causa del gran battage che se ne faceva, ritenendo che si trattasse della solita operazione moral-mediatico-retorica volta a generalizzare una serie di casi tutto sommato isolati e disconnessi tra di loro, al fine di creare un fenomeno intorno al quale attrarre il consenso ipocrita della cosiddetta ‘opinione pubblica’, consenso che tipicamente serve a spendere tante parole su qualcosa per non cambiare nulla. Poi, con il passar del tempo, mi sono dovuto ricredere. Effettivamente, tutti questi casi hanno in comune un elemento estremamente inquietante: la vittima è sempre una donna.

È da un po’ che mi gira nella testa questa specie di battuta, tecnicamente realizzata su quello che pare un ragionamento serio, che alla fine però sfocia in una banalità provocatoria e velatamente maschilista, cioè apparentemente volta a scardinare l’aspetto socio-culturale della donna uccisa dall’uomo perché inferiore, impossibilitata a liberarsi dal suo dominio, eccetera. L’intenzione sarebbe generare nel lettore un misto di sorriso a denti stretti e scandalo (“non si scherza su certe cose!”), così come ho cercato di spiegare altre volte su queste frequenze. Ma non l’ho mai pubblicata, perché ho sempre l’irragionevole pretesa che ciò che scrivo sull’internet abbia “qualcosa da dire”, anche quando quel qualcosa io stesso non capisco bene cosa sia ma mi pare ci sia. E in questo caso non lo vedevo.

Poi ecco il tizio (scusate, a dire ‘femminicida’ proprio non ci riesco, credetemi, solo per amore della lingua italiana) che scrive su Facebook “Sei morta troia”, annunciando la fine della sua ex moglie quasi alla maniera di un acheo vittorioso. E qui, sull’olio viscido dell’accaduto, si dispiegano i noti comportamenti sui Social Network di gente che mette mi piace a quel post – ma davvero vi aspettavate non capitasse? – e altra gente che mette mi piace al post di chi dice che chi mette mi piace a quel post deve morire, e via discorrendo.

Leggo dunque di sessimo, misoginia e altre malattie che non ho mai compreso bene cosa fossero ma comunque mi inquietano tanto – “sarà perché non vuoi accettare di essere anche tu il maschio sciovinista di cui leggevi anni fa su Topolino quando fischiavano a Minnie, e tu non capivi cosa voleva dire ‘maschio sciovinista’, e ancora oggi devi cercarlo su Wikipedia per sentirti tranquillo”, mi dice il solito fottuto grillo parlante dentro la testa – poi cerco di lasciarlo un attimo da parte, il grillo, e di ragionare, ché magari potrei anche tirarne fuori qualcosa di sensato.

Realizzo che mi stanno sul cazzo tutte le generalizzazioni. Anzi, non è proprio così. Mi sta sul cazzo quando l’attributo della generalizzazione, ciò che si “appone” all’individuo, all’essere umano, che reputo unico e irripetibile sempre e per questo sacro, diventa predominante rispetto all’individuo stesso, appunto. E così l’essere umano femmina che i genitori hanno chiamato Nomefemminile Cognome, un essere umano che è tale prima, dopo e oltre le sue caratteristiche di genere, diviene donna. Ci crede lei, ci credono gli altri, ci credono tutti che il suo attributo di donna venga prima di ogni altra cosa, e che questo attributo consista in sfruttamento da una parte e ribellione dall’altra, che una donna si debba sposare con un marito e avere figli e sopportare il marito o denunciarlo se la picchia ma restare dov’è e non agire con la sua testa in alcun modo, perché lei è debole e se non c’è l’autorità costituita a proteggerla lei muore, e infatti colui che si è identificato con l’attributo di uomo, l’‘uomo vero’ ritratto col fucile da caccia, la uccide perché la identifica non solo come ‘donna’ ma anche come ‘troia’, e lo scrive pure su Facebook…

Scusate se non prendo fiato, ma ‘sta cosa mi fa impazzire. Per me è inutile – parlo a voi che vi scandalizzate per il post dell’omicida e i like ricevuti, quegli altri sono irrecuperabili –  che condividiate “Imagine” o vi riempiate la bocca di parole come ‘libertà’ o ‘democrazia’, se non vi rendete conto che siete dentro la scatola degli attributi predominanti su ciò che dovrebbero caratterizzare: è questo modo di ragionare che crea questo mondo e rende possibili questi eventi. È inutile che speriate che qualcosa cambi se non vi accorgete che quelli che dovrebbero essere gli strumenti della vostra intelligenza, modelli semplificati per vivere in una realtà incredibilmente più complessa, sono diventati i vostri padroni. Lo sono per tutti: per i carnefici, per le vittime, e per chi vorrebbe giustizia per loro. E per le altre cosiddette categorie che oggigiorno vengono discriminate, come i gay, gli immigrati, i socialisti.

Per cui, ecco, quella specie di battuta, che forse non fa neanche tanto ridere, alla fine mi vien da pensare che qualcosa da dire ce l’ha.

La scatola non esiste.

 

no_box

 

TumblrShare

A.O.U.A.B.

non_mi_uccise_la_morte

 

Ieri c’è stata questa cosa della sentenza d’appello per la vicenda Cucchi. Ho cominciato a leggere e vedere in giro varie cose: il dolore della famiglia, l’arroganza del sindacato dei poliziotti, lo Stato che non c’è (seconda stella a destra, questo è il cammino…), ACAB, l’hanno ucciso due o tre volte, le immagini di quando era vivo e dopo morto tutto tumefatto, quelli che alzano il dito medio, quelli che si vergognino quelli che alzano il dito medio, eccetera, eccetera, eccetera.

E io me ne stavo lì a osservare, un po’ in bambola, lo confesso, cercando di capire se si trattasse di quel sano distacco che paradossalmente permette di avvicinarsi alla verità della vita e degli eventi, o se fosse la solita anestesia che mi porto dietro da tempo come difesa al sentire il dolore mio e altrui.

M’è tornato alla memoria quel film agghiacciante sulla scuola Diaz al G8 di Genova, quell’interminabile pugno nello stomaco che avevo faticato a vedere, e la sensazione strisciante, difficile da accettare e ancor più da dichiarare pubblicamente, che mi facevano più pena quelli che menavano di quelli che venivano menati. Perché i secondi appartenevano al genere umano, quello in grado di provare sentimenti e raziocinare, i primi a queste cose c’avevano chissà quando rinunciato. Perché di base anche loro sono, o forse ormai tocca dire erano, esseri umani. Nessuno mi può convincere del fatto che fossero segnati geneticamente o karmicamente o nonsocosamente a fare quelle robe. Io me li immagino bambini appena nati, quegli uomini diventati bestie, e so che i bambini appena nati sono tutti innocenti, nel senso letterale: non possono nuocere. Non è buonismo, è un dato di fatto.

Poi sono incappato in uno status su Facebook in cui c’era un “siamo stati NOI…” o qualcosa del genere, e m’è girato di piazzargli un “mi piace”, così, senza aver letto bene. E infatti, proseguendo… non mi piaceva. Ma mi ha aiutato ad arrivare alla mia strada, che sono qui a condividere con coloro a cui interessasse.

Diceva tipo “siamo stati NOI a mettere lo Stato nelle mani di…”, e lì m’è partito una specie d’embolo.

Ma quale Stato? Cos’è ‘sto Stato? Com’è che ora tutti a prendersela con ‘sto cazzo di Stato?

Lo Stato è un bell’alibi, sapete? Tanto non esiste. È una bella entità astratta cui buttare la colpa – la fottutissima colpa di stracattoliche origini – quando le cose non sono belle come vorremmo apparissero.

Esistono solo individui. Esistiamo solo noi.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è molto scomoda e dolorosa. E non parlo di come siano andate le cose. Chi c’era lo sa benissimo. E sta già scontando la pena, anche se si trincera dietro un dito medio o un comunicato idiota del capo del suo sindacato. La pena lo insegue ovunque vada, foss’anche solo nei suoi incubi peggiori, o negli eventi che l’hanno portato o portata a essere una persona capace di ammazzare di botte il prossimo senza farsi alcuno scrupolo, o a lasciarlo morire perché tanto chissenefrega, è solo un tossico di merda.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è che l’abbiamo ammazzato noi. Con la nostra solita dannata ipocrisia. Con la solita arrogante pretesa di dirigere il mondo fissando cose che al mondo non appartengono, come lo Stato o le Istituzioni o le Regole. Le Regole, sì, quelle che non valgono se non ci sono eccezioni. Quelle che infatti se non ci fossero i poliziotti a farle rispettare ci cagheremmo tutti addosso. Quei poliziotti che diventano tali perché sì, almeno lì se ti girano i maroni e hai bisogno di sfogare la tua violenza repressa, occasioni se ne trovano, eccome, e ci si diverte tutti insieme, camerati, fascisti, ché qui ci si può dichiarare tranquillamente così, nessuno ti dice niente, e se a qualcuno non sta bene, lo meniamo. Quei poliziotti che noi tutti, fra un Cucchi e l’altro, ci dimentichiamo come sono, come per forza devono essere, perché ci servono, nel senso che li usiamo, sono i servi nostri, “i servitori dello Stato”. E ogni tanto un Cucchi deve pur scappare, perché è fisiologico che la mano possa scendere giù un po’ troppo troppo pesante, che le vertebre si spezzino, che gli zigomi si pieghino, che le vesciche scoppino. Non si può essere mica sempre perfetti. E quando un Cucchi scappa, non si può mettere tutto a repentaglio. Se questi finiscono in galera, poi rischiamo che quando c’è da menare i cattivi veri (e chi lo decide chi sono i cattivi veri? Vabbè, dai, non pensiamoci ora) chi lo fa? E se i cattivi veri poi muoiono, cosa succede? I servitori dello Stato, un po’ maneschi ma si sa può capitare, vanno in galera?

No, meglio una sentenza così. Noi poi ci sfoghiamo un po’ su Facebook, ci facciamo su qualche battuta arrabbiata e un po’ macabra, condividiamo la foto del cadavere, disegniamo con il Photoshop un bel manifesto funebre con le parole di De André, o leggiamo compiaciuti Gramellini che dice al capo del Sap di vergognarsi, ché basterebbe facesse quello, o magari dimettersi lasciando il posto a un altro un più scaltro, e tutto andrebbe a posto, almeno per un po’. Loro si vergognano e noi continuiamo ad avere la coscienza a posto.

Così, perlomeno, riusciamo meglio a nasconderci la verità.

Che le due guardie bigotte lavorano per noi.

Che siamo tutti bastardi.

All Of Us Are Bastards.

 

TumblrShare

Italiani piccoli piccoli

Loghi tratti da Wikipedia

 

Ciò che non capisco della retorica anti-Renzi e anti-Letta che si sta scatenando, in questa fase convulsa (e quando non lo è stata?) della politica nostrana, è il fatto di additarli come massoni e democristiani.

Per me dire italiano equivale a dire massone e democristiano.

Vorrei trovarne uno solo, di cittadino di questa nazione, che non abbia aderito a un’associazione para-segreta, magari fondata da egli stesso o ella stessa. Foss’anche solo un ritrovo carbonaro alla macchinetta del caffè, un tennis club di giocatori di scopa di contrabbando, un gruppo di qualche migliaia di proseliti che avessero giurato eterna e cieca obbedienza al Grande Blog e alle Nobili Cinque Stelle. Magari adesione effettuata tramite un rituale d’ampolle fluviali, o di sottoscrizione di tessere rosse per un Club “Antonio Gramsci” o azzurre per “Forza Ciccio” o incolori per “Rotary & Lions”. Sempre intimamente convinto, questo cittadino, di far parte d’una élite, d’una cricca, destinata a raddrizzare i destini di questo paese di mentecatti. E magari, già che ci si era, scambiandosi anche qualche favorino.

E vorrei riscontrare che il medesimo cittadino non si sia a sua volta nascosto dentro a un demos, alla massa, al popolo, alla gente, al pus giallastro della moltitudine, in attesa che un qualche Krystos – Berlusconi, Bersani, Grillo, Bossi, e chi più ne ha, più ne metta – tirasse fuori dalla melma lui o lei e i suoi compari, la sua famiglia, i suoi amici, anche a costo di qualche storico e denigrante compromesso, e sempre nella totale devozione, anche se non osservanti, anche se agnostici o aderenti ad altra religione, anche se addirittura atei, ai più maleodoranti e vetusti valori cattolici.

Dai, suvvia, presentàteme uno. Me ne basta uno solo.

 

TumblrShare

Prugna non deve morire (o forse sì)

Prugna Dark

Post scritto da me medesimo all’interno di una discussione a proposito della chiusura della pagina “Prugna Dark”, effettuata da Facebook, su Facebook e in Facebook (sempre sia lodata). Per comprendere il contesto e conoscere i dettagli, vi invito a cliccare qui (vale a dire dove c’è scritto “qui”)(il primo “qui”, eh, non il secondo né il terzo).

 

Hell,

permettimi di darti un consiglio, dall’alto della mia pluriennale esperienza (c’è contemporaneamente autoironia e verità, in questa cosa), se hai intenti bellicosi a proposito di questa vicenda della Prugna Dark.

Lascia perdere.

Te lo dice uno che ha al suo attivo decine e decine di storiche (eh?) guerre e battaglie, contando solo quelle in questa vita, e fra queste solo quelle nella “satira”, e non ha ancora finito di combattere. Ripeto: lascia stare, soprattutto se è la prima che ti capita nel campo della “satira”.

È inutile, non serve a un cazzo. Ed è logorante. Ché poi magari ti ritrovi, come me, a quarantacinque anni suonati, quando cominci a sentire che i neuroni perdono qualche colpo, a non riuscire a dormire per scrivere presumibilmente inutili post su Facebook alle 5 e mezza del mattino, a litigare con i tuoi amici, a farti il sangue cattivo e roderti il fegato, a fumare troppe sigarette, e altre cose estremamente dannose per la salute.

Questa satira (tolgo le virgolette, d’ora in poi, perché è faticoso metterle ogni volta, ma fa’ come se ci fossero) non merita guerre e battaglie, semplicemente perché non esiste. Ed è una fortuna enorme, che non esista. Perché è l’unico modo possibile per ottenere il risultato che non abbia limiti, come tutti noi cosiddetti autori vorremmo.

– Caro autore, cos’è per lei la satira?
– Boh?

Ecco, questa è l’unica definizione sensata della satira. Perché tutti i problemi sorgono da quando tenti di darne una definizione.

Osserva il significato profondo della parola “definizione”: implica, di per sé, limitare. È normale: è la mente umana che funziona così. Quando cerca di comprendere un fenomeno, un qualsiasi fenomeno, come prima cosa DEVE definire un perimetro. E va benissimo! Perché senza questo portentoso meccanismo non saremmo qui, ora, a discutere su quest’aggeggio chiamato internet.

È il suo modo, suo della mente, di interpretare la realtà, che però è destinata, sempre, a sfuggirle. Perché la realtà, come la satira, è illimitata. C’è e non c’è. È intrinsecamente paradossale. E dietro la mente – hanno ragione autori satirici ben più famosi di noi, che si sono dati nickname fantasiosi quali Buddha, Cristo, Osho, e tanti altri – c’è qualcos’altro. Anzi, questo qualcos’altro la include, e include tutto quanto.

Prugna Dark non merita le tue battaglie, semplicemente perché non esiste neanche lei. Non esisteva già prima, quando secondo te, secondo me, secondo tutti quelli che c’hanno avuto a che fare, c’era. L’unica cosa che esiste sei tu. Tu, qualunque cosa sia questo “Tu”, sei l’unica cosa da proteggere.

E la cosa migliore che puoi fare per proteggerti, ancora paradossalmente, è arrenderti. Che non significa lasciarti soggiogare, tutt’altro. Significa accettare di essere bannato, incarcerato, avvelenato, crocifisso, ma mantenendo sempre la tua integrità. Sei fuori da Facebook, Da Spinoza, da Umore Maligno, da Lercio, o quel che vuoi, sei in carcere, ti stai ammalando, stai morendo, ma sei sempre tu, lo stesso che scriveva minchiate su Prugna Dark.

Solo così, arrendendoti totalmente, ineluttabilmente, ti apparirà l’evidenza, ciò che tu stesso ti nascondevi con imbarazzanti fette di prosciutto su qualunque organo sensoriale. E questa evidenza, questa verità, è che non c’è assolutamente nulla da cambiare, che va tutto benissimo così com’è, che questa realtà, sia nei suoi dettagli, nei suoi processi, momento per momento, sia nella sua inafferrabile e universale interezza, è perfetta.

Sarà solo in quel momento, quando ti sarai interamente rilassato in questa bellezza, che le cose che non ti piacevano (e che non ti piaceranno ancora, eh, perché tu sarai rimasto te stesso, nel frattempo) cominceranno a cambiare, a mettersi a posto, da sole, a volte esattamente come le volevi, altre volte diversamente e ancora meglio di come te le saresti mai immaginate.

Dunque prova, se ti va, a recitare questo mantra, e vedi cosa succede:

Ciao Prugna Dark <3

Un abbraccio.

Alex.

 

TumblrShare

Ti dimetto da falso poeta

“Cosa vede qui?”
“È l’ultimo bellissimo logo di Umore Maligno, no?”

 

È l’inizio del nuovo anno, e all’inizio del nuovo anno usa fare i cosiddetti “buoni propositi”. Uno dei miei buoni propositi di questo nuovo anno è: lasciar andare un po’  di persone, con cui ho condiviso un pezzo importante della mia vita.

Lasciarvi andare dalla mia testa e da me stesso in generale, intendo, in un modo che non so è vi dato capire, cari “amici”. Lo farò nel modo che mi è più congeniale, come facemmo insieme nei confronti del fu Spinoza, e cioè con un post catartico, pieno di rancore, astio e acredine. In quel caso a me servì moltissimo, mentre a molti di voi no, ma questo è un problema vostro.

Vi ho osservati, durante quest’anno e passa, in silenzio. Tutti quanti. Dopo aver tentato, a mio modo, di rientrare dalla finestra, ed essere stato trattato nuovamente a pesci in faccia, ho deciso di sedermi lungo la riva del fiume. Lì, non è proprio che abbia visto passare qualche cadavere, ma ho compreso un po’ di cose.

Innanzitutto, ho capito che eravate già morti, quando vi frequentavo, pertanto era inutile aspettarsi cadaveri. Mi è bastato attraversare l’amarezza che avevo provato anche prima della “fine”, nel constatare che, di fatto, seppur “presidente”, non ero parte del gruppo. Magari lo ero dal punto di vista personale, ma non da quello “artistico”. Semplicemente perché nulla di quello che scrivevo per mio conto veniva mai condiviso, rebloggato, ritwittato. Alla meglio, il “tweet” della battuta sciolta, proprio come avveniva su Spinoza. Ma non ricordo neanche una volta in cui un singolo di codesto presunto gruppo abbia preso un mio post o un mio status e l’abbia sbandierato come qualcosa che valeva la pena di leggere. Per non parlare di quando mi sono permesso di scrivere un libro. Anzi, in quel caso c’era solo da prendermi per il culo. I libri, i post, le battute, vanno condivisi solo se prodotti da quelli “bravi”, vero? Già da questa sola cosa, dall’impossibilità di discernere lo scritto dallo scrivente, il prodotto dal produttore, si evince tutta la vostra incapacità critica.

Commettendo la medesima cazzata compiuta altre volte nella mia vita, ho inizialmente imputato tali fenomeni a me stesso e alle mie capacità. “Evidentemente non sono bravo come loro o come quelli che portano sul palmo della mano”, mi sono detto. Coglione.

Poi, grazie all’osservazione silenziosa, ho realizzato come stavano veramente le cose. E ho notato alcune differenze insostenibili (non per me, per voi) tra me e voi.

Tu, satiro di Umore Maligno, vecchio e nuovo, addentro o satellitare, uomo o donna, con pochi o tanti “fan”, o anche solo sostenitore informato dei fatti, sei molto diverso da me. Tu, nella vita reale, sei uno sfigato pazzesco. Soprattutto dal punto di vista professionale, spesso anche da quello sentimentale. Per questo, tra l’altro, mi faceva troppo ridere quando a fronte dei tuoi post satirici ti veniva augurato ogni male: perché non c’era alcun bisogno di questi auguri.

Fai lavori beceri e inconcludenti, tipo fare patetici corsi sull’internet a vecchiette sdentate, o il lavapiatti, o il negro vero e proprio,  seppur poi ti spacci per “caporale”, o quando va decisamente bene sbarchi il lunario come avvocatucolo di provincia. Covi da anni un enorme desiderio di rivalsa, che affidi a un “bagaglio culturale” invero decisamente povero, fatto di poche cognizioni tecniche attinte da chissà quale Bignami, o da video visti su youtube di nomi di cui ti riempi vanamente la bocca, tipo Hicks, Carlin, Stanhope, D’Angelo, salvo poi andare in crisi quando il primo stronzo che passa ti dice che la tua satira non corrisponde ai sacri canoni di Karl Kraus, costringendoti ad affannose ricerche su wikipedia: “Chi cazzo è Karl Kraus?!”.

Ti batti contro i Fabio Volo e le Flavia Vento, e non ti passa neanche per l’anticamera del cervelletto che questi figuri non sono altro, per te, che le proiezioni (queste sì!) di ciò che vorresti essere: un idiota blaterante circondato da seguaci decerebrati che ti adorano e ti riconoscono, restituendoti ciò che non ti hanno dato mammà e papà. Certo, tu i seguaci li vuoi un po’ più forbiti nell’espressione, ché tutti quegli “!!!11!1” danno un po’ nell’occhio per un presunto figo come te, ma la sostanza in realtà non cambia: vuoi automi, e automi avrai.

Ti batti contro i limiti della satira, senza accorgerti che sei tu per primo pieno di limiti. Che la battuta su Berlusconi e Brunetta basso non si fa, che il gioco di parole è da bambini delle medie, che la citazione di Fantozzi è roba che brrr che schifo!, che bisogna scrivere le cose lunghe, anzi no brevi, anzi no con un preciso senso, anzi no senza alcun senso. E tante altre stupidaggini di cui ti riempi da solo il cranio. Ti vedo arrovellarti, nel tuo antro sciatto, perso nel limare la virgola e il punto, l’accento e il contraccento. Diocristo che pena che fai!

Ebbene, io da ora ti dispenso dal volermi inseguire, dal voler condividere o piacciare qualunque cosa io scriva, viva o pensi. Anzi,  condividi ciò che vuoi e scherzaci pure su goduto, magari delegando il dileggio anche anche ai tuoi parenti acquisiti.

Condividi pure, condividi stocazzo.

Anche perché, per quanto tu ti sforzi, non mi prenderai. Non puoi farlo, perché cerchi il confronto dal punto di vista sbagliato. Io non sono più bravo di te, non ho più nozioni, non ho più cultura, non sono più intelligente, non sono più ricco, non sono più bello, non sono più alto, non ho il cazzo più lungo, e tante altre cose che potrebbero anche, in un certo senso, essere vere.

Semplicemente, io sono un miliardo di volte più libero di te: è questo che a te sta sul cazzo, che mi invidi dal profondo. Perché tu, questa libertà, non hai la più pallida idea di come conquistarla. Ti ostini a credere che si tratta di poter dire cacca, merda, porcodio, dioporco, diocane, piscia, frocio, negro, checca e cose del genere, questo sì come un bambino delle medie, ma sei davvero fuori strada.

Per cui ora, come ho detto all’inizio, ti dico addio, per sempre. Un addio che non sarà fatto di giochini stupidi nei quali sono cascato anch’io, a volte addirittura “cominciando”, di togli l’amicizia e richiedila e blocca e controblocca.

Ti saluto e ti lascio andare per la tua strada, dedicandoti questa canzone che ho ascoltato il primo dell’anno, e che mi ha fatto piangere. Te la dedico, davvero, con tutto il <3

Infine, mi dispiace anche un po’ rivelartelo, ma devo dirti che non sarai mai uno scrittore: avrai anche la scrittura, ma manca totalmente lo scrivente.

 

 

TumblrShare

Insegna agli angeli a…

Trovata tramite google

Un grande cancello dorato gli si staglia davanti, rompendo armonicamente uno sfondo di un azzurro quasi irreale, costellato di formazioni di vapore acqueo perfette come in un quadro di Michelangelo. Meglio della migliore iconografia hollywoodiana. Non ha tempo di stupirsi, perché le porte si aprono con un sottofondo d’arpa. “Dio mio, chissà che olio usano per lubrificare questi cardini…”, pensa fra sé il nuovo arrivato.

– Usiamo  il crisma, ovviamente…

lo interrompe una voce profonda e confortevole.

– … e per favore, non pensare “Dio mio”, potrebbe anche prendersela.

– Oh, sì, scusa sai, sono appena arrivato e… Ma tu sei…

– Il mio nome è Peter, Saint Peter. Ben arrivato, Nelson.  Finalmente. Non ci contavamo quasi più. C’hai fatto preparare la stanza quattro volte, quest’anno…

Sorride, che bello, è pure spiritoso! Quando si è presentato ha fatto perfino il gesto della spia più famosa del mondo, puntandogli l’indice come fosse una pistola!

– Vieni, entra. Ti mostro il Paradiso.

Nelson viene abbagliato da una sorta di Eldorado mitologico, un arruffarsi di costruzioni auree che si compongono una sull’altra, fino a sembrare un’enorme chiesa gotica e contemporaneamente fantascientifica, in cui mancano solo le astronavine che volano qui e là. Aguzzando la vista, però, nota puntini bianchi che si volteggiano e… sì! Sono anime umane!

– È fantastico! Altro che Johannesburg! Voglio andarci subi…

La mano compassionevolmente solida del Santo lo trattiene per il braccio sinistro.

– Aspetta, Nelson, non correre… Ci potrai andar dopo, a Paradise City. Ora ti mostro dove starai tu.

– Cioè? Io non starò là?

– Ehm, no. Nelson. Il tuo posto è quello.

Il dito enorme del Sacro Custode distrae la mira di Nelson dalla splendente Città e lentamente si sposta a sinistra, fino a mostrare un rialzarsi di formazioni più tendenti al marrone sullo sfondo verde scintillante. Non che faccia una brutta impressione, osservandolo più attentamente, ma in confronto a ciò che ha di fianco…

– Ma Peter, cosa vuoi dire? È là che si abita? A cosa serve la City? Tipo agli affari? Oppure forse… Scusa, ho capito. Immagino sia tutta per Lui, per i Santi e per gli Angeli. Vero?

– No, Nelson, non è proprio così. Vedi, anche a Paradise City si abita. E ci sono anche altre città. È che lui sa che ogni tipo di uomo ha bisogno del luogo più adatto in cui vivere, ed ecco… quello è il luogo per quelli come te.

– Cioè?

– Dai, hai capito. Quelli colorati, con la pelle scura. Sai bene cosa intendo.

– Ma… sono basito.

– Tranquillo, Nelson: succede a tutti, appena arrivati. Ma ti renderai presto conto che è meglio così. Vedrai, ti troverai bene, ci sono tutti: Martin Luther King, Michael Jackson ritornato nero…

– Ma che Paradiso è questo, scusa? Uno si batte tutta la vita per la libertà, passa gli anni in galera, subisce umiliazioni di ogni genere, e quando muore arriva qui, a subire la stessa solfa? Ma stiamo scherzando?

– Ehi, Nelson! Calmino, dai!

– Spiegami, allora. Sono tutt’orecchi.

Il Santo sorride benevolmente, stridendo col crescente nervosismo del nuovo ospite.

– Nelson, questo è il Paradiso così come sostanzialmente lo descrive, o lo lascia intendere, il Cattolicesimo sulla Terra. Lui ci ha lasciato il libero arbitrio – anche se fino a un certo punto, eh, ché di noi uomini birbantelli mica ci si può fidare! -, ma vi ha sempre dato dei chiari segnali per portarvi sulla Retta Via. Non è un caso che il Cattolicesimo sia la religione più importante, nonostante ce ne siano a centinaia. Lo abbiamo impiantato stabilmente da millenni, e sai come ci si è messo direttamente il Figlio del Principale, altro che ventisette anni di carcere! E Lui, seppur con il bene che vuole a tutti, ha sempre prediletto quelli più palliducci, che infatti ha lasciato prosperare e dominare tutte le terre, avanzare nella civiltà, nella cultura e nella tecnologia. È esattamente come un padre che ha tanti figli: l’amore è per tutti, ma c’è pur sempre un prediletto. Certo, siamo tutti belli e tutti uguali, ma qualcuno più bello e più uguale degli altri ci vuole sempre. That’s evolution, baby. Del resto, voi siete stati i primi arrivati. Voi siete l’anello di congiunzione.

– Ma cosa dici?! Gesù mica era bianco! È nato in Palestina! Ce l’hai presente Arafat? Ti pare ariano?

– No no, Gesù era bianchissimo. Per quello i Romani si sono spaventati davvero, quando andava a dire che era il Re dei Re. E poi doveva per forza farlo nascere lì, era l’unico posto dove c’era gente che credeva in un solo Dio, mica poteva nascere a Roma o ad Atene dove ancora idolatravano dei buffoni con le corone d’alloro. A Roma ci si è arrivati per gradi, e poi ci si è stabiliti con forza. Dopo un po’ abbiamo dovuto mollare un po’ la corda, ma il nostro Agente è sempre là, saldo, in contatto diretto col Capo. Certo, non è facile. Siete davvero ingestibili. Abbiamo provato a indicarvi la strada col sommo teologo, quello che vi spiegava la verità assoluta. Vi bastava dargli retta, ma voi niente. E così s’è stufato e ha mandato una raccomandata. Ora stiamo provando col bonaccione,  il buono, il sorprendente: se non funziona neanche questo, mi sa che stavolta Lui si incazzerà di brutto…

– Oddio…

-Dai, ti prego. Non abusare della sua pazienza. Ricordati che Lui è estremamente benevolo, ma non è uno sprovveduto. E quando perde la pazienza… Dai, l’hai visto anche tu, sulla Terra, come si sfoga.

– Okay, scusa. Però tu hai usato il verbo incazzarsi…

– Io posso. Cioè, Lui me lo concede. Mi sono fatto  crocifiggere a testa in giù, io, ricordi? Comunque, sta’ tranquillo. Non è apartheid, ci tengo a chiarirlo. Lui non è razzista, però…

– … questa frase l’ho già sentita da qualche parte.

– Non interrompermi. Dicevo: Lui non è razzista, però è meglio che ognuno stia al posto suo. Fìdati, vedrai che non te ne pentirai.

– Vabbè…

– Peter! Peter!

Si sente una terza voce giungere dalla Città dorata. È un buffo paggetto, biondino con alucce candide dietro la schiena, tutto nudo col pistolino piccolo, che corre agitando una roba che sembra un iPad. Ha la voce stridula e un po’ antipatica, e una pronunciata erre moscia. Insomma, ricorda parecchio Gianni Cuperlo.

– Dimmi, Hahaiah, che succede?

– Hahaiah? Che caz… cioè volevo dire che raz… no, che diav… oh santo cielo! Che nome è?!

– Peter, abbiamo scoperto una cosa. C’è stato un problema nell’archivio centrale e c’eravamo persi un po’ di dati. Ma poco fa hanno ripristinato il backup. Si tratta di una faccenda un po’ imbarazzante. Sul tizio lì, che ti sta di fianco.

– Cioè?

– Beh, sai che è stato in galera, vero?

– Sì, ma ingiustamente. Gli amici sudafricani stavano un po’ esagerando con il trattare i colorati e…

– Eh, però lui incitava alla lotta armata. Ha ammesso la propria colpevolezza per dei reati gravi. Pensa che dal carcere diceva: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”. E una notte ha pure sognato di fare sesso con Barbra Streisand.

– Nuoooo!

Nelson abbassa lo sguardo, imbarazzato.

– Nelson, se è così, però, non va affatto bene.

– Eh? Cosa intendi?

– Vedi, hai commesso dei reati gravissimi, e li hai pure ammessi. Non è così che si fa. Ahi ahi ahi…

– Ma io mi sono pentito! Ho passato ventisette anni in carcere! Ho scontato la mia pena, e anche di più! E poi ho scritto poesie, libri, ho aiutato il prossimo… Sono stato pure un gran Presidente! Hanno fatto delle bellissime canzoni su di me… Gli U2! I Simple Minds! Quello lì che si chiama pure come te e di cui ora mi sfugge il cognome! Elio, anche Elio mi ha citato! Hanno fatto un film su di me che poi l’attore ha impersonato pure Dio!

– Che schifo, quel film, brividi… Comunque non basta, mi dispiace.

– Ma come?!

– Beh, il Boss è uno che le cose se le attacca all’orecchio. E poi qui manteniamo delle regole ferree. A noi non interessa la responsabilità, quello che conta è la colpa. Sai che differenza c’è? La responsabilità, per quanto riguarda le azioni negative compiute nel passato, ha un termine nel tempo. Nella sua forma più dura, è una pena, ma in genere finisce, magari con la morte. La colpa, invece, è eterna. Ed è uno strumento formidabile, per tenervi soggiogati. Se non ci fosse la colpa, fareste di testa vostra, e chissà che casini combinereste… Forse no, chi lo sa, ma Egli non vuole rischiare. Del resto, Dio non gioca a dadi, perché con voi si diverte già un sacco.

– Oh cazzo…

– Okay, puoi dire quel che vuoi. Anche bestemmiare. Tanto, ormai… Lucy! LUUUUUCYYYYYY!!!

– No, ti prego. Fatemi ritornare indietro. Rimettetemi sulla poltrona, con il cannetto nel naso. Con il Giornale in mano e Paris Hilton di fianco che spara cazzate. Anche con quel toscanaccio di merda che mi tiene la mano, se volete. Ma santa gazzella, free un corno…

Poveretto

 

TumblrShare

A ‘sto punto

Illustrazione di Pietro Borrelli

Illustrazione di Pietro Borrelli


 

Durante questi lunghissimi ultimi vent’anni, mi sono sempre guardato bene dalla tentazione di bollare la melmosa realtà della politica del “belpaese” con semplicistiche etichette che colpevolizzavano un solo uomo, che molti non esitavano a indicare come il male assoluto, la causa di tutti i problemi, la ragione di un rassegnato “si stava meglio quando si stava peggio” riferito a vicende raccapriccianti come i pentapartiti, i compromessi consociativisti, gli anni di piombo, l’emersione del segreto di Pulcinella della diffusa corruzione.

Ho sempre cercato di sospendere i giudizi, o perlomeno di temperarli alla luce di analisi il più possibile distaccate e non personalistiche, ben cosciente che a dargli forza fossero proprio l’attenzione smisurata alla sua persona che, anche se animata da odio e negazione, espandeva il suo ego, oppure le battute ripetute, oltre i limiti del palese insulto, con il massimo grado di cattiveria possibile (“nano”, “puttaniere”, “ladro”, eccetera), che in realtà, a mio avviso, lo caricavano ben più del coro ovino dei suoi sostenitori.

Ho sempre creduto che fossero proprio questi atteggiamenti di aperto scontro, che lui affrontava sempre facendo “vieni avanti” con la mano come un mitico Bruce Lee de’ noantri, a generare nel suo potenziale elettorato quelle emozioni di rivalsa, di affidamento a quello che ci sa fare “perché s’è fatto da solo” (non sarà stato proprio così, ma in fondo chi se ne frega?),  proiezione dei sogni dell’impiegato che legge di nascosto nel cesso la Novella 2000 della moglie, fino a renderlo capace di riportare in vita vetusti archibugi quali “il Comunismo”, “Dio”, “il Popolo”, fino ad arrivare, addirittura, a invenzioni come “l’Italia” o “gli Italiani”.

Ho sempre ascoltato, con interesse quasi sociologico e – non lo nascondo – con una certa ammirazione, i suoi sproloqui, la sua incredibile capacità di ribaltare frittate già bell’e impiattate, di additare gli accusatori come colpevoli, di insinuare dubbi perfino in chi non poteva neanche lontanamente tollerarlo. Fino all’apice insuperato per chissà quanto tempo, toccato nell’arena di Santoro e Travaglio.

E anch’io, lo confesso, ho cominciato a sospettare che quell’accanimento giudiziario da lui sbandierato per anni come un mantra fosse verosimile, anche se non sono mai cascato nella trappola logica che subdolamente utilizzava, e cioè nel valutarlo in contraddizione con il fatto che i procedimenti contro di lui e altri istruiti avessero ben solide fondamenta. È sempre stata palese, infatti, l’ingombranza del personaggio che, se inizialmente era sicuramente stato visto come puntello del sistema, che rischiava un pericoloso squilibrio a causa del buco repentinamente lasciato dall’establishment socialista e democristiano (e le parti non si reggono mai in piedi senza i loro opposti), era divenuto presto incontrollabile come il virus di un vaccino non coltivato appropriatamente. E non era sicuramente difficile agire, per la magistratura, visti gli armadi debordanti di scheletri e la compulsione a ripagarsi “l’impegno profuso per tutti gli italiani” per mezzo di una squallida corte di sanguisughe, veline e cavalli zoppi, fino a ricordare, più che un Re Sole, un seminfermo Caligola qualunque. Sì, infine sono giunto alla convinzione che l’accanimento giudiziario ci sia stato, e che abbia compensato la viscosità di una sinistra apparato di se stessa, incapace di generare una visione, e addirittura tale da risultare conservatrice e permettere al suo peggior nemico di apparire come il leader del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (cit. K. Marx e F. Engels), giungendo a costringersi, pur di salvare lo status quo, a governare proprio insieme a lui.

Sono sempre stato consapevole che, ahinoi, questo signore era uno specchio di noi cittadini e quindi totalmente funzionale al sistema, così come già lo sono Grillo e le sue torme di seguaci, grazie alla pochezza propositiva, all’insostenibilità dei programmi e, soprattutto, in ragione delle modalità di creazione del consenso che, seppur tramite canali innovativi e dinamiche rivoluzionarie, sono basate su generalizzazioni di un livello disarmante e quindi sempre legate all’italico becero motto “il fine giustifica i mezzi” (chissà da chi hanno imparato).

Ho osservato con pazienza l’uomo e il politico, la cui più profonda responsabilità (non mi piace parlare di “colpa”, odio certi moralismi, ma osservare le cause, le azioni e gli effetti credo sia inevitabile) è stata quella di farci governare per anni da presunti economisti come Tremonti, che non sanno fare altro che inutili tagli indifferenziati, e di rendere personaggi di spicco del panorama nostrano “yes men” e “yes women” che qualunque altro leader avrebbe reputato imbarazzanti, capaci solo di ripetere a memoria le istruzioni da lui impartite, di battibeccare e starnazzare come animali da cortile, di aggrapparsi ai pantaloni di paparino come pargoli frignanti.

Ho sempre saputo, provando un velo di sorprendente compassione, ciò che lui forse non vuole ancora vedere, vale a dire che tutti questi proci saranno i primi a rinnegarlo, molto prima che il gallo canti anche una volta sola.  E che lo hanno costretto, nuovamente, a metterci la faccia, a sottoporsi all’ennesimo esercizio di ribaltamento, alle luci del set, allo stress delle riprese, alla fatica della recita.

Fino a portarci tutti di fronte all’ultimo, evidente, incontrovertibile dato di fatto: Berlusconi, a ‘sto punto, ha davvero rotto il cazzo.

 

TumblrShare

Piccola precisazione sul “cazzetto”

Ho letto un po’ di cose in giro a proposito del tormentone che, come vi sarete sicuramente accorti (eh?), il sottoscritto ha lanciato nella blogosfera tutta, grazie al post precedentemente pubblicato: il tormentone del cazzetto.

E mi è sorto un dubbio: ma ci sarà davvero gente che ha pensato, leggendo il post (ribadisco: quel post), che quel riferimento fosse reale?

Dato che sono paranoico ed egocentrico, ma soprattutto poiché io alla privacy – mia e altrui – ci tengo infinitamente, preferisco fare questa piccola precisazione.

Io il membro del signor UMC non l’ho mai visto. Per cui non ne conosco le dimensioni né, soprattutto, mi interessa conoscerle.

Era solo una metafora.

 

TumblrShare