Generalizzazioni di genere

Quando ho cominciato a sentir parlare di ‘femminicidio’, ho istintivamente preso le distanze da questo termine, a causa del gran battage che se ne faceva, ritenendo che si trattasse della solita operazione moral-mediatico-retorica volta a generalizzare una serie di casi tutto sommato isolati e disconnessi tra di loro, al fine di creare un fenomeno intorno al quale attrarre il consenso ipocrita della cosiddetta ‘opinione pubblica’, consenso che tipicamente serve a spendere tante parole su qualcosa per non cambiare nulla. Poi, con il passar del tempo, mi sono dovuto ricredere. Effettivamente, tutti questi casi hanno in comune un elemento estremamente inquietante: la vittima è sempre una donna.

È da un po’ che mi gira nella testa questa specie di battuta, tecnicamente realizzata su quello che pare un ragionamento serio, che alla fine però sfocia in una banalità provocatoria e velatamente maschilista, cioè apparentemente volta a scardinare l’aspetto socio-culturale della donna uccisa dall’uomo perché inferiore, impossibilitata a liberarsi dal suo dominio, eccetera. L’intenzione sarebbe generare nel lettore un misto di sorriso a denti stretti e scandalo (“non si scherza su certe cose!”), così come ho cercato di spiegare altre volte su queste frequenze. Ma non l’ho mai pubblicata, perché ho sempre l’irragionevole pretesa che ciò che scrivo sull’internet abbia “qualcosa da dire”, anche quando quel qualcosa io stesso non capisco bene cosa sia ma mi pare ci sia. E in questo caso non lo vedevo.

Poi ecco il tizio (scusate, a dire ‘femminicida’ proprio non ci riesco, credetemi, solo per amore della lingua italiana) che scrive su Facebook “Sei morta troia”, annunciando la fine della sua ex moglie quasi alla maniera di un acheo vittorioso. E qui, sull’olio viscido dell’accaduto, si dispiegano i noti comportamenti sui Social Network di gente che mette mi piace a quel post – ma davvero vi aspettavate non capitasse? – e altra gente che mette mi piace al post di chi dice che chi mette mi piace a quel post deve morire, e via discorrendo.

Leggo dunque di sessimo, misoginia e altre malattie che non ho mai compreso bene cosa fossero ma comunque mi inquietano tanto – “sarà perché non vuoi accettare di essere anche tu il maschio sciovinista di cui leggevi anni fa su Topolino quando fischiavano a Minnie, e tu non capivi cosa voleva dire ‘maschio sciovinista’, e ancora oggi devi cercarlo su Wikipedia per sentirti tranquillo”, mi dice il solito fottuto grillo parlante dentro la testa – poi cerco di lasciarlo un attimo da parte, il grillo, e di ragionare, ché magari potrei anche tirarne fuori qualcosa di sensato.

Realizzo che mi stanno sul cazzo tutte le generalizzazioni. Anzi, non è proprio così. Mi sta sul cazzo quando l’attributo della generalizzazione, ciò che si “appone” all’individuo, all’essere umano, che reputo unico e irripetibile sempre e per questo sacro, diventa predominante rispetto all’individuo stesso, appunto. E così l’essere umano femmina che i genitori hanno chiamato Nomefemminile Cognome, un essere umano che è tale prima, dopo e oltre le sue caratteristiche di genere, diviene donna. Ci crede lei, ci credono gli altri, ci credono tutti che il suo attributo di donna venga prima di ogni altra cosa, e che questo attributo consista in sfruttamento da una parte e ribellione dall’altra, che una donna si debba sposare con un marito e avere figli e sopportare il marito o denunciarlo se la picchia ma restare dov’è e non agire con la sua testa in alcun modo, perché lei è debole e se non c’è l’autorità costituita a proteggerla lei muore, e infatti colui che si è identificato con l’attributo di uomo, l’‘uomo vero’ ritratto col fucile da caccia, la uccide perché la identifica non solo come ‘donna’ ma anche come ‘troia’, e lo scrive pure su Facebook…

Scusate se non prendo fiato, ma ‘sta cosa mi fa impazzire. Per me è inutile – parlo a voi che vi scandalizzate per il post dell’omicida e i like ricevuti, quegli altri sono irrecuperabili –  che condividiate “Imagine” o vi riempiate la bocca di parole come ‘libertà’ o ‘democrazia’, se non vi rendete conto che siete dentro la scatola degli attributi predominanti su ciò che dovrebbero caratterizzare: è questo modo di ragionare che crea questo mondo e rende possibili questi eventi. È inutile che speriate che qualcosa cambi se non vi accorgete che quelli che dovrebbero essere gli strumenti della vostra intelligenza, modelli semplificati per vivere in una realtà incredibilmente più complessa, sono diventati i vostri padroni. Lo sono per tutti: per i carnefici, per le vittime, e per chi vorrebbe giustizia per loro. E per le altre cosiddette categorie che oggigiorno vengono discriminate, come i gay, gli immigrati, i socialisti.

Per cui, ecco, quella specie di battuta, che forse non fa neanche tanto ridere, alla fine mi vien da pensare che qualcosa da dire ce l’ha.

La scatola non esiste.

 

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I have a dream (*)

“Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi.

(“onorevoli” si fa per dire)

Sono qui per rispondere alla mozione di sfiducia presentata dal Movimento Cinque Stelle, o come diavolo si chiama. Ma, contrariamente a quanto probabilmente vi aspettereste, vi eviterò di perdere tempo nell’ennesima inutile discussione, giustificandomi con la mia buffa voce da Tina Pica, che chi ha presentato la mozione sicuramente manco si ricorda chi è, ricordandovi che ho sempre servito lo Stato con il massimo impegno, che tutto ciò che è stato scritto sulle mie telefonate ai Ligresti non l’ho mai smentito, che mi dispiace di essermi lasciata coinvolgere personalmente da una vicenda che vedeva coinvolte persone che, purtroppo, proprio personalmente conosco, tipo una poveraccia che se il sabato non può fare il suo shopping in Via Montenapoleone muore, davvero, non è che dico così per dire, ne è davvero capace di lasciarsi morire, che ho fatto cose simili per questo e quello, eccetera, eccetera.

Vi risparmio tutto questo perché sono io che mi dimetto.

Ma non mi dimetto perché ritengo fondate le motivazioni di chi ha presentato la mozione. Mi dimetto perché mi sono rotta i coglioni. Anzi, mi avete rotto i coglioni.

Voi, che fate tanto i superiori, che invitate alla moralità, che vi scagliate contro  di me, voi non siete migliori di me. E lo sapete benissimo. Sapete benissimo che, in ogni aspetto, la vita di questo presunto Paese si fonda da sempre sul compromesso, sulla raccomandazione, sulla ragione  personale. E poi è inutile che vi scherniate dietro a una moralità da quattro soldi, come ci ha insegnato l’ipocrita religione della confessione.

Lo sapete voi che ogni volta che potete bypassate le regole il cui rispetto voi stessi auspicate, dalla visita dal dottore alla coda alle poste al posto di lavoro ottenuto mandando il curriculum  a qualcuno che conoscevate (che male c’è?) o che avete convinto ad assumervi quando avete potuto interagirci personalmente. Voi, che sbandierate che per un amico che ha bisogno andreste in capo al mondo, e ora venite qui a farmi le prediche. Voi, che fate del compromesso, della ragione superiore, del “vorrei ma non posso” il vostro pane quotidiano.

Tipo quel Pippo Civati tanto carino, che rinuncia alle sue convinzioni perché qualcuno lo ricatta: ma chi te lo fa fare, di cedere ai ricatti di quell’altro? Cosa temi di perdere? La tua rendita di posizione di quattro sfigati nei circoli deserti del PD? Credi di essere tanto diverso da me, che potrei invocare la stabilità del governo per restare attaccata alla mia sedia?

O tipo questi cinquestellini tanto veementi: ma cosa vi credete, anche voi, che siete qui solo perché vi nascondete dietro un simbolo e un nome che sono di proprietà – ripeto, di proprietà – di un pazzo con la barba bianca e di capellone spietato che sta sempre zitto, che se mai decideste che non vi va più di averli col loro fiato sul collo dovreste ripartire da zero, come pensate che arrivereste a prendere il 25 percento dei voti? Vi rendete conto o no che vi tengono per le palle, a voi duri e puri di  questa minchia?

Sì, mi dimetto. E vorrei tanto dare il buon esempio. Vorrei che tutti gli italiani, che io rappresento fedelmente, dal primo all’ultimo, si dimettessero. Ciascuno dal proprio ruolo. Di lavoratore, di elettore, di cittadino, di quello che vi pare.

Temo sia l’unico modo per ripartire un minimo e sperare di riuscire a tirarci su le braghe.

Grazie per l’attenzione, e arrivederci.”

 
(*) Umilmente emulando Fed, missing in action.

 

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Gianna e Pinotta

Mi è capitato di parlare con una persona che ne sa parecchio di call center, mi ha raccontato delle cose davvero interessanti.

Come forse saprete, oggi entra in vigore la famigerata riforma del lavoro, fortemente voluta dal ministro Fornero, criticata da molti, osteggiata ferocemente da alcuni quali il segretario della Cgil Camusso. Che poi ministro, segretario, che sono donne. Chissà perché. Forse in certi ambienti anche alle donne piace giocare a fare gli uomini.

Tornando a bomba, pare molto probabile che succeda una roba come quella che ora provo a spiegarvi.

In Italia esistono diverse realtà imprenditoriali che forniscono servizi di call center (o centre, se siete puristi dell’inglese inglese) nella forma del cosiddetto “outsourcing”. Vale a dire che se un’azienda ha un servizio clienti e per ragioni di business non vuole assumere, in tutto o in parte, le risorse umane (che sarebbero le persone, per chi non sa) che rispondono al telefono, compra questo servizio da chi ne ha fatto il proprio “core” (è inglese anche questo, non napoletano).

Le società che vendono servizi in outsourcing dunque assumono quelli che, non nascondiamocelo, sono la versione moderna degli schiavi negri nei campi di cotone, e redige contratti anche pluriennali con i propri clienti con tariffe a chiamata, a minuti o a “pezzo” venduto sulle quali, fidatevi, fanno un margine che non è quel granché.

Questi servizi essenzialmente sono di due categorie. Ci sono quelli inbound, che si riferiscono al caso in cui siete voi a rompere i coglioni al servizio clienti, e quelli outbound, quando invece i coglioni frantumati sono i vostri. In Italia, i costi –  per l’outsourcer, eh, non per l’azienda con cui pensate di avere a che fare – stanno indicativamente intorno ai 20 € all’ora per i servizi inbound, mentre per quelli outbound si aggirano intorno ai 13.

(Non ho una fonte da esporre per questi numeri. Fidatevi, oppure fate le vostre verifiche. Ovviamente, non parlo solo dello stipendio, ma anche dei contributi previdenziali e di altri costi che l’imprenditore dell’outsourcing deve tenere in conto)

“Perché l’outbound costa di meno?”, chiederete forse voi. Perché grazie all’intervento del prode Cesare Damiano, ultimo dei comuhani e paladino dei diritti di stocazzo, in un periodo che va dal 2006 al 2008 è stato impedito a questi pessimi imprenditori, a questi sfruttatori della negritudine nostrana, di utilizzare i contratti a progetto per l’inbound. Questa attività, infatti, è continuativa, non ha un inizio e una fine predeterminata, non sai mai quando un cliente decida di romperti i coglioni. Se invece i coglioni a romperli è il servizio clienti, allora si può, anzi conviene, pianificare bene le attività tramite cose che, se vi interessa, si chiamano “campagne”. Quindi il contratto a progetto, più conveniente anche per il negriero, è utilizzabile.

Questa salvifica azione di Damiano ha già causato, negli anni scorsi, la perdita di alcune migliaia di posti di lavoro in Italia. Scusate, ho detto una cazzata: è colpa del vile sfruttatore che, per continuare a fare i suoi sporchi guadagni di capitalista senza scrupoli, ha portato (se non le ha perse) le attività all’estero, in posti come Romania, Albania, Argentina e Padania – no, mi sono sbagliato: la Padania non c’entra – dove l’italiano si parlicchia e il lavoro costa circa 10 € l’ora. Inbound e outbound, eh, ché lì non vanno troppo per il sottile, assumono e licenziano un po’ come gli pare, senza tempo indeterminato con articolo 18, co.co.pro., co.co.co. e co.co.dé come c’abbiamo qui in Italia.

E veniamo al punto. Poche righe sopra, è possibile che io abbia scritto una palese inesattezza – chissà se siete stati attenti – affermando che il contratto a progetto per l’outbound è utilizzabile. Da oggi forse bisogna scrivere era. Sì, perché la riforma Fornero introduce nuovi ferrei paletti sull’utilizzo del contratto a progetto (non si può utilizzare se il lavoro è uguale a quello che fanno altri assunti con altro contratto, tipo se tutti fanno delle telefonate), e ne aumenta i contributi previdenziali. Risultato: il costo dell’outbound per il bastardo si avvicinerà, se non addirittura raggiungerà, quello dell’inbound.

Dunque da oggi, l’outsourcer, o se preferite il pezzo di merda, si troverà di fronte a tre possibili opzioni:

1) continuare come se niente fosse, accettando di svolgere un business che, non potendo ricontrattare le tariffe con i propri clienti (le aziende con il servizio clienti), sarà forse addirittura in perdita, cioè con costi superiori ai ricavi;

2) rescindere tali contratti o addirittura chiudere, prima che siano le banche a farli fallire (“Muoia Sansone con tutti i filistei!”);

3) spostare le attività che andrebbero in perdita o con margini insufficienti all’estero, passando così dall’outsourcing all’abroadsourcing (questa parola non esiste, l’ho inventata io, in realtà si dice offshoring ma non volevo dire così perché altrimenti molti di voi avrebbero pensato che dietro c’era Berlusconi e suoi conti alle isole Cayman).

Ah, dimenticavo l’opzione 4), quella che alcuni imprenditori (non solo dei call center, neh) hanno recentemente adottato: suicidarsi.

Ma la cosa che a me fa più incazzare (perché a questo punto non riesco più a essere sarcastico) è la seguente.

Camusso, colei che tanto si è battuta contro questa riforma del lavoro, da donna rappresentante delle donne indifese e con problemi soprattutto nel trovare una parrucchiera minimamente capace di fare il suo mestiere, su una cosa sola non ha spaccato il cazzo e pontificato su tutti i tiggì, su tutte le repubbliche, su tutti i santori di questo nostro bel paese galbani: la nuova regolamentazione dei contratti a progetto.

Anzi, questa è stata la sua grande vittoria, l’unico punto su cui le nemiche-amiche simbolo di questi tempi, la nostra Gianna e la nostra Pinotta, si sono sempre trovate assolutamente d’accordo, fin dall’inizio di quell’estenuante trattativa sull’ormai per me odioso articolo 18.

Bene, vedremo quante persone nei prossimi mesi non dovranno più sottostare all’orrenda pratica del lavoro precario, perché un qualsivoglia lavoro non l’avranno più.

Brave, complimenti, non c’è che dire.

 

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Punti di vista

Punti di vista

Giacomo si destò anche quella mattina prima della sveglia.

Erano ormai settimane che andava avanti così. Faticava ad addormentarsi, il sonno era agitato da incubi, ed il risveglio era precoce. Tutte le notti.

Non che le ore “da sveglio” fossero migliori. Perlomeno, durante quelle notturne un po’ di stordimento riusciva a trovarlo.

Pensieri. Sempre gli stessi. Poco per volta, parole articolate in frasi sempre più sconnesse, avevano lasciato posto alle immagini.

Il suo viso. I suoi seni. Le sue natiche. Il suo sesso aperto, pronto a riceverlo.

“Alice…”, sospirò mentre disattivava l’allarme impostato sul cellulare.

Ricordò per un attimo com’era la sua vita, prima che apparisse lei. Era la vita di un giovane politico che finalmente prometteva riscossa a quella sinistra che era stata bistrattata per anni. Una vita cristallina, fatta di brillanti intuizioni e di una famiglia felice – con la bella moglie Emilia e la piccola Nausicaa, un batuffolo già sorridente a soli 7 mesi-, che ritornava il riflesso di una speranza di tanti giovani come lui. Un uomo con le idee chiare, che era arrivato a perturbare l’establishment di chi governava e di chi si opponeva, fino a promettersi come prossimo leader della riscossa della degli umili, dei lavoratori, dei disoccupati, che in lui, e nel suo potenziale successo, si identificavano.

Era partito come portavoce di uno dei tanti movimenti che nascevano dal nulla. Man mano che si facevano le manifestazioni, che si occupavano le piazze, che si conquistava il consenso della “società civile”, Giacomo aveva acquisito una crescente sicurezza nei propri mezzi. Fino ad arrivare ad incarnare la possibilità concreta di cambiare davvero, finalmente, le cose.

Poi un giorno, lo tsunami. Le bastarono poche parole – “Mi scusi, ma non crede che sia venuto il momento di avvalersi di un’assistente?” – per mandare in frantumi tutte le sue certezze.

Era carina, sì, ma non era solo quello. C’era una sorta di energia, di aura, che Alice emanava. Lui ne fu immediatamente, ed irrimediabilmente, travolto. Saranno stati i suoi capelli rossi, le sue lentiggini sparpagliate in maniera solo apparentemente casuale, una specie di frattale sul viso, o il suo modo di abbigliarsi che voleva sembrare trasandato – la gonna lunga, la camicia a fiori, gli orecchini grandi e scintillanti – ma che lui sapeva essere frutto di uno studio rigoroso.

Giacomo aveva ordinato perentoriamente di assumerla, facendola stipendiare attraverso i fondi del movimento. Aveva chiesto ed ottenuto dal direttivo del movimento una procedura speciale, utilizzando fino in fondo l’autorevolezza di cui era naturalmente dotato.

Ed era bastata una sera di quelle che si fa tardi per confezionare un comunicato stampa, per ritrovarsi avvinghiati, senza bisogno di parole. Mentre sentiva di esserle dentro, mentre saggiava l’accogliente umidità che rivelava un’insperata corrispondenza di amorosi e sessuali sensi, capì di essere nei guai. E, in qualche modo, ne fu felice: sapeva, nel profondo, di non stare tradendo nessuno degli ideali che caparbiamente portava avanti.

Nei giorni seguenti, riuscì a mascherare a tutti quanto stava accadendo. E non appena ne avevano l’occasione, si lasciavano scoppiare l’uno dentro l’altra, nei luoghi e nei modi più impensati.

Tutto filava liscio. Finché non era accaduto…

Rodolfo, il suo braccio destro, aveva bussato alla porta. Mentre Giacomo prendeva Alice con amorevole ferocia, da dietro – quel “dietro” che non si dovrebbe.

Avevano avuto giusto il tempo di aggiustarsi, che Rodolfo era entrato, senza il solito “Avanti!” che pure era solito aspettare.

Tutti avevano capito tutto, guardandosi negli occhi a turno come nella scena finale de “Il buono, il brutto e il cattivo”, ma Giacomo aveva preferito far finta che tutto ciò non significasse alcunché.

Poi, però, Rodolfo aveva cominciato a lanciare frecciatine, sorrisini minacciosi, velate insinuazioni.

Giacomo aveva sempre saputo, senza volerne trarre le conseguenze, che Rodolfo lo invidiava. Che avrebbe voluto essere al suo posto. Che perlomeno avrebbe tratto volentieri qualche vantaggio supplementare dall’essergli vicino, se solo avesse potuto.

Ma aveva preferito vederlo come lui si presentava, il numero due della “rivoluzione dei giovani”, il fido compare, l’amico di sempre.

Rodolfo, nei giorni seguenti, aveva cominciato a farsi sempre più pressante ed esplicito. E a chiedere, senza chiarire cosa. Gli aveva fatto capire che, nella sua posizione, era possibile che venisse addirittura controllato, spiato, intercettato.

Giacomo, dal canto suo, si faceva prendere dall’ansia e dallo sconforto. Aveva una crescente voglia di cedere. Di tirarsi indietro. Di andarsene, addirittura.

Non sopportava l’idea di far soffrire la sua compagna di sempre. C’erano volte, durante quelle notti quasi insonni, in cui gli sembrava che ci fosse un’unica reale soluzione: scappare.

Ci credeva a quella cosa che lo intercettassero. Spesso gli capitava, mentre parlava con Alice –  si chiamavano dicendosi “porcate” al cellulare parecchie volte al giorno -, di avere la certezza che qualcuno stesse registrando tutto.

Ma come tollerare una simile sconfitta personale? Lui era la speranza. Significava forse che per il suo paese non c’era davvero niente da fare? Che tutto era veramente un tale, irrimediabile schifo?

I pensieri erano gli stessi anche quella mattina. Ma sentì di doversi alzare. Di dover andare avanti. Almeno quel giorno: era troppo importante.

Dopo essersi diligentemente vestito da “alternativa credibile a tutte le cariatidi della politica”, Giacomo si avviò verso gli studi della Rai di Saxa Rubra. Doveva partecipare ad un dibattito. Si doveva registrare la trasmissione televisiva che lo avrebbe definitivamente consacrato.

Arrivò puntuale, come sempre. Nel camerino lo attendeva Rodolfo. Sapeva che Alice non c’era: doveva stare nella sede centrale a preparare i “lanci di agenzia” con le dirompenti dichiarazioni che lui avrebbe rilasciato.

Rodolfo aveva preparato con cura la sua trappola.

Si era accordato con il regista della trasmissione, che conosceva bene. Indossava un microfono, direttamente collegato con la regia. Aveva promesso rivelazioni esclusive.

Rodolfo cominciò a punzecchiare Giacomo. Gli disse che non poteva andare avanti così, con Alice. Che avrebbe rovinato tutto.

Giacomo lì per lì non rispose. Rodolfo allora si fece sempre più insistente, pur parlando “da amico e compagno”.

Cominciò ad insinuare che il fatto che Alice fosse la sua assistente poteva essere visto come un ingiustificabile favoritismo. In fondo lei chi era? Nessuno, se non una sfrontata che si era presentata da sola all’astro nascente della politica italiana. Era stata regolare, la sua assunzione? Non era meglio sincerarsi, prima di fare annunci roboanti alla televisione, che Giacomo non stesse compiendo, per proteggere quella torbida relazione, qualche reato?

E fu così che Giacomo sbottò. Mentre tutti, in sala regia, lo ascoltavano.

…Anche di questo non me ne può importare di meno… perché io… sono così trasparente… così pulito nelle mie cose… che non c’è nulla che mi possa dare fastidio… capito?… io sono uno… che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato… quindi… io sono assolutamente tranquillo… a me possono dire che scopo… è l’unica cosa che possono dire di me… è chiaro?… quindi io… mi mettono le spie dove vogliono… mi controllano le telefonate… non me ne fotte niente… io… tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei… da un’altra parte e quindi… vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato… punto e basta…

 

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Che male fa

È cominciato tutto con un “qual’è o qual è?”, al femminile. O almeno così mi par di ricordare.

No, c’era già stato qualcosa prima. Scambi qui è là, cose che ti scorrono addosso durante il giorno, come le chiamate del capo o le riunioni con i clienti.

Ma è stato con quel “qual’è o qual è”, al femminile, che devo essermi accorto che esistevi veramente. Femmina.

Da lì un crescendo di tempi, di scambi, e di curiosità.

I freddi “click” dei tasti ed i pixel luminosi e minuscoli del computer hanno cominciato ad emettere energia pulsante, viva.

“Perché si interessa a me?”

È stato un crescendo quasi lineare, che si incuneava nella mia solida barriera protettiva di uomo solo cui capitava di provare ad agganciare le donne per scoparle.

Facebook, skype, il cellulare, gli sms, le foto.

Cinque minuti, mezzora, due ore. All’ora che bisogna andare a letto. “Ma non ho voglia di andare a letto”.

“Vediamoci, conosciamoci”. “Sì”. “Dai, ché qui si scopa”.

E un istante dopo: “Sei sicuro? Non ti conviene fare attenzione? No, perché lei ti piace, vero? Ti piace per quello che dice, per i pensieri che ha e ti scrive. Non è che poi rischi di innamorarti, alla tua età?”

“Tranquillo, o tranquilla, chiunque tu sia. Non mi innamoro”.

E così ci si incontra come corrieri della droga, che si passano una borsa della merce più pericolosa alla stazione centrale di una Milano ancora morattiana. L’aria è calda. O forse son io che son caldo. In faccia. Sudo.

Eccola. È diversa da com’era in foto. È carina. No, non è carina. È bella.

Ci si sfiora. Ci si tocca per caso, per richiamarsi. Ci si sbaglia, apposta. E prima che risalga sul treno per Bogotà, ci si abbraccia.

“Tranquilla un cazzo”.

La consuetudine aumenta, ma paradossalmente è ogni volta più viva. Il muro si crepa. “Dove sei? Ci sei? Ho bisogno di parlarti. Ho bisogno di te”.

“Vengo da te”. “OK”.

Seduti su una panchina di un parco, come due adolescenti. Mani nelle mani. Lingua nella lingua. Voglia di pelle sulla pelle.

“Me la scopo”. “Sicuro che vuoi solo quello?”. “Tranquillo, o tranquilla, chiunque tu sia. Voglio solo quello”.

Ma niente. Non stavolta. Ma è vicino, lo sento.

E così qualche giorno dopo impazzisco: “Vengo da te, ma stavolta a casa tua”.

Tentenna un po’, c’è questa e quella difficoltà. No, io parto.

Sì, ci sono questa e quella difficoltà. Ma mentre aspettiamo che si risolvano, gli adolescenti crescono. Cresce la voglia di essere uno dentro l’altra.

La voce sabotatrice piano piano se ne va. La sua bocca umida e avvolgente vince, e mi apre la strada per entrare dentro di lei.

Le mie dita sfiorano quel mistero che gronda e pulsa vita. E mentre le osservo agire, mi ritrovo a pensare che la voce del cazzo aveva ragione.

Perché non è una fica che si eccita grazie alla mia azione, che prende il mio cazzo. È la parte di un tutto, che mi prende totalmente.

Ci sono il corpo e la mente. Il riso ed il pianto. La lontananza ed il contatto. La luce e l’oscurità. Lo yin e lo yang.

Sì, eccomi qua. Fottuto. Completamente fottuto.

Ma non è affatto vero che fa male. Anzi.

 

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Ode alla Pippa

Pippa

Non ho occhi che per lei. E’ così bella da far diventare ciechi.

E’ semplice, normale. Alla mano.

Mi piace tantissimo, vorrei davvero farmela.

Non faccio che pensare a lei. Soprattutto quando sono in bagno.

Purtroppo ho un terribile timore: che voglia restare single.

Pensando a lei, mi turbo. Di più, se penso in spagnolo.

Non credo alle malelingue che dicono che valga poco.

Di lei potrei morire.

Può distruggere, ma lo fa per costruire. Come uno strumento nelle mani di un falegname.

E’ lei la vera principessa. Sul pisello.

 

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Parallele

 

Entrò nel solito locale quasi controvoglia.

Non c’era un motivo valido per entrarci. A parte lei. E la cahipirinha che lei preparava.

C’è modo e modo per preparare un cocktail come questo. Lo si può fare svogliatamente, o in maniera esibizionistica, come fanno quasi tutti.

Lei invece ci metteva una gran cura.

Il lime tagliato bene. Lo zucchero di canna, quello giusto. Il pestello.

Lui ci andava solo per questo. Per vederla preparare quel cocktail. Per vedere l’impegno che ci metteva. L’amore che ci metteva.

Sperava che ci fosse lei, al bancone. E così fu. Gliel’ordinò.

Lei era vestita in maniera alternativa e coinvolgente. Un sottile maglioncino con una “V” accentuata lasciava intravedere uno strano top trasparente, che copriva un seno piccolo ma proporzionato. Più sotto, una lunga gonna aperta lasciava intravedere le gambe affusolate. Il viso era limpido, come le altre volte; i capelli acconciati in uno strano modo, che faceva intendere che non si aveva a che fare con una donna qualunque.

Mentre preparava la cahipirinha, un tipo la distrasse, con qualche domanda sicuramente fuori luogo. Lui vide la scena, ovviamente. Mentre lei preparava il cocktail, la osservava con insistenza, ma cercando di farsi notare il meno possibile.

E così, si girò verso il gruppo sul palco, mimando goffamente il ritmo del Purple Haze che riecheggiava nell’aria.

Si sentì toccare le spalle. Era lei. Sorrideva.

“Scusa, mi hanno distratta. Tra poco arriva la tua cahipirinha.

“S-sì, sì”, balbettò lui, sorpreso dal contatto fisico e verbale.

Poco dopo, lei gli porse il bicchiere, corredandolo con un ampio sorriso.

Lui bevve. Il gruppo concluse il pezzo e, inaspettatamente, si congedò dal pubblico.

Lei prese a girare per il locale, alla ricerca di bicchieri vuoti. Lui non poteva fare a meno di osservarla. Si muoveva con insolita leggiadria, svolazzando tra i tavoli, con la sua lunga gonna aperta, e canticchiando il pezzo registrato di Bowie che aveva sostituito l’esibizione live.

Era come uno di quei video musicali con gli effetti speciali. Tutto fermo, tavoli e sedie con colori sbiaditi, e una ragazza in bianco e nero che volteggiava a scatti, sorridendo, quasi ballando.

Lui continuava ad interrogarsi: “La fermo? Le dico qualcosa? Se sì, cosa? Che è bella, anzi bellissima? Che vengo in questo locale solo per vedere lei, rischiando di fare ogni volta la figura dello sfigato che entra da solo, invece di andare a casa a dormire?”

Con un carico immane di bicchieri vuoti, lei gli volteggiò accanto.

Lui prese una boccata d’aria grande, e interrompendone la danza, azzardò: “Ma il concerto è finito? Non suona più nessuno?”

Lei, inaspettatamente, sorrise. Per la terza volta, dopo averlo ragguagliato, qualche minuto prima, sul ritardo nella preparazione del cocktail.

“No, ora c’è il deejay.”

“Ma che fa la gente? Balla?”

“A volte sì. Stasera non so, perché fa caldo. Forse molti staranno fuori, a chiacchierare. Chi lo sa?”, disse stringendosi nelle spalle, che si stagliavano armonicamente al di sopra di una schiena marmorea.

Il suo sorriso lo imbarazzò. Lei fece un cenno gentile, e riprese la tratta dei bicchieri vuoti, tra i tavoli e la lavastoviglie.

Lui era contento, ma sentì che la serata era finita. Imboccò le cannucce colorate per un’ultima volta, aspirò forte ed esaurì il liquido.

Che rimaneva a fare? Tanto lei era troppo bella, per lui. Se le avesse fatto capire quanto lei gli piaceva, poi non avrebbe più avuto la forza di tornare, in quel locale. Meglio non rischiare, tanto un rifiuto era scontato. Meglio dileguarsi nel nulla, come le altre volte.

La guardò ancora una volta, prima di uscire. Ma lei era di spalle.

Salì in macchina, la accese, e sparì verso la normalità.

 

Sono concentrata sul mio lavoro, come sempre. Chi non fa questo mestiere non capisce. Basta un attimo di disattenzione, e perdi il ritmo. E se perdi il ritmo, arriva l’ansia.

Meglio intraprendere un continuum di preparazioni, sorrisi e servizi. Meglio non fermarsi, mai. E’ il modo migliore, per non agitarsi.

Chissà perché stasera, mentre mi tengo impegnata, mi chiedo di lui. Di quello strano tipo, sempre solo, che viene praticamente tutti i sabato sera. E mi guarda. E non mi dispiace, perché mi sembra tranquillo, sincero.

Lo scorso sabato non c’era, e ho cercato di non farci caso.

Eppure ci penso, anche se devo fare attenzione, perché da brava barista quale devo essere, devo dare retta a tutti, e non devo dare retta a nessuno.

Eccolo, è entrato. Faccio finta di niente, ma cerco di essere io quella che lo servo.

Rido dentro di me, senza darlo a vedere. Mi chiede la solita cahipirnha. Dev’essere un gran abitudinario. La qual cosa mi tranquillizza. C’è qualcosa che dà una gran sicurezza, in chi è schiavo delle abitudini.

Uno stronzo mi distrae con domande stupide, mentre gli preparo il cocktail. Cazzo, mi dispiace. Lo vedo una volta alla settimana, e lo voglio trattare bene. Congedo lo stronzo, con grande eleganza. A lui chiedo scusa. Chissà perché. Nel farlo, lo tocco con la mano sulla spalla. Chissà se ci fa caso. Sembra concentrato sul gruppo che suona.

Meglio che mi metta a lavorare, va’. Meglio che raccolga i bicchieri, e che lo faccia con una bella e ritmata cadenza. Mi tiene occupata. Mi fa sembrare bello questo lavoro un po’ monotono, che devi sempre sorridere a questo e a quello, perché ti pagano le consumazioni, e con le consumazioni mi pagano quei pochi euro che prendo.

Lui è appoggiato al bancone.

Non so cosa mi piace, di lui. Sarà quell’aria sorniona.

Sarà che viene sempre, o quasi sempre, e sembra che cerchi di fare in modo che sia io, a servirlo.

Sarà che non è bello ma non è brutto, che non è cattivo ma non è buono, che non sembra superficiale ma mi dà l’impressione di non volermi penetrare con lo sguardo.

Mi carico un bel po’ di bicchieri sul vassoio e mi dirigo verso il bancone. Gli devo passare di fianco. Provo una sensazione piacevole nel pianificarlo.

Oddio, mi ferma. Mi chiede del concerto. Sparo qualcosa sul deejay che deve mettere la musica. Mentre parlo, cerco di rallentare la scena. Lo fisso negli occhi, cerco di entrarci dentro. Cerco di vedere se oltre quegli occhi c’è calore. Sì, c’è. E c’è pace.

Dentro quegli occhi, c’è un divano rosso dell’Ikea, che ci accoglie morbidamente. Ci sono abbracci teneri, e baci appassionati. C’è un letto accogliente, dove ci si può avvinghiare con passione e poi riposare con dolcezza.

Ma sono già oltre, la lavastoviglie ha fame di bicchieri, e io non posso farla aspettare.

La nutro, e poi mi giro.

Lo vedo aprire la porta, e dileguarsi.

Peccato.

Speriamo che ritorni, sabato prossimo.

 

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La festa del danno

Io odio la festa della donna.

Trovo che sia una delle cose più umilianti che possa subire la donna. Una festa.

Oggi il retore maschilista ve lo mette nel culo per tutto il resto dell’anno. Come fa il primo maggio con i lavoratori. E voi, magari, ringraziate pure.

Donne! PRRRRRRRRRRRRRRRR!!!

Se l’8 marzo è la festa della donna, allora gli altri giorni feste dell’uomo. E’ questo che volete?

Io temo che alle donne le cose vadano bene così. Tanti sbraiti, tante rivendicazioni, tanta indignazione per le Ruby & Company.

Ma avete mai pensato che le Ruby non siano altro che il vostro “specchio”?

“Ecco” – direte ora – “eccone un altro, il solito maschilista, che per lui le donne sono tutte troie.”

Allora, prima di tutto vedete di esprimervi in italiano corretto.

Secondo. Se ormai collegate automaticamente “Ruby” a “troia”, le prime maschiliste siete voi. Perché una donna che vende il suo corpo per qualunque motivo, per rivincita, per fame, per avere successo e tranquillità, per quello che volete, merita rispetto.

Terzo. Non esistono puttanieri senza puttane, e viceversa. Così come non esistono puttane senza sante.

Quarto. Puttanieri, puttane, sante, eccetera, non esistono proprio. Sono categorie mentali, al più statistiche. Perlopiù dettate da schemi moralisti.

Esistono delle donne. E degli uomini. E dentro alle donne, e agli uomini, esistono uomini e donne, storie, caratteri, traumi, eccetera.

Oggi si festeggia un’idea, e nient’altro. E durante la festa ci si lamenta che la realtà non corrisponde all’idea.

(Magari per bocca di un essere estremamente femminile, qual è Giorgio Napolitano)

Ora, avete mai pensato che la situazione in cui versate magari dipende anche da voi? Avete mai pensato che avete tutti i mezzi per essere quello che siete, invece di provare ad essere quello che pensate di dover essere?

Io credo di no. Perché se così fosse, non pensereste di aver bisogno di una festa.

Vedo le donne. Vi guardo, vi osservo.

Vi muovete oscillando tra vari stereotipi, soprattutto due.

Quello della “vittima”, oppressa da millenni di schiavitù dell’uomo “cattivo”, prepotente ed arrogante, sottomessa e condiscendente, che si rifugia in una femminilità dimessa, dai colori opachi e noiosi. Una “Hello Kitty” un po’ cresciutella.

E quello della donna “forte” che ha la sua rivincita, che combatte per i suoi diritti, che fa carriera e “vince” come l’uomo, scimmiottandolo goffamente. Avete presente quanto è disarmante una “Lara Croft”, specie se interpretata da Angelina Jolie?

Ma è possibile che esistano solo queste due opzioni? E provare a pensare, invece, che se il mondo è quello creato dall’uomo, schemi compresi – e siamo ancora fermi all’uomo che caccia gli animali e alla donna che li cucina – allora magari vale la pena di uscirne con qualcosa di nuovo?

E non voglio parlare delle patetiche cene che si faranno stasera. Degli spettacolini che vi concederete, ridicoli simulacri dei ridicoli “bunga bunga” contro cui tanto protestate (se non solo il 13 febbraio, quando?). Delle mimose che servono solo a procurare qualche spicciolo a dei poveri cingalesi. Degli ipocriti auguri degli uomini cui rispondete con i vostri ipocriti sorrisi.

Vedete voi se queste cose hanno un senso.

Io vi dico solo che aborro questa festa. La aborro in quanto donna.

 

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Se non ora, quando?

Se non ora, quando?

E insomma.

Avevo già pronto in testa un bel post pontificio, su voi donne che domani manifestate.

Avevo già scritto, mentalmente, un bel po’ di cose, tipo che cazzo protestate contro le Ruby e le Minetti, quando non siete in grado di vedere che le cause del degrado cui assistiamo stanno dentro le vostre teste.

Stavo già pensando a come incitarvi, a spiegarvi come invertire il trend, a come farvi riflettere sul fatto che è la vostra repressione, la vostra chiusura alle esperienze della vita, al sesso e alla gioia, a rendere possibile il mercimonio dei corpi di cui vi lamentate.

Avevo già pronto lo slogan:

“Dàtela. Se non ora, quando?”

E poi è successo, come al solito, qualcosa di inaspettato.

Mio figlio, dopo un’ottima cena a base di pesce preparata un uomo – che sarei io – s’è messo a spulciare youtube in cerca di rutti. Sì, perché lui, quando sente i rutti, è più forte di lui: ride come un matto.

Ed ha trovato alcuni video che lo facevano morir dal ridere. In particolare robe tipo Povia, quando i bambini fanno… Burp! Che invece di “oh” si sente un bel rutto o una scoreggia, come per esempio quello che segue:

Quando i bambini…

E rideva, mio figlio. Come un matto.

E allora io, che non sapevo come passare il tempo, mi sono acceso la Wii e ho cominciato a giocare a basket. E mi sono impegnato. E stavo lì che non si sapeva se pareggiavo, perdevo o vincevo.  E a pochi secondi dalla fine gli avversari computerizzati fanno per tirare. E io alzo il controller, con tanto di motion plus, per stoppare l’avversario e…

CRRRRAAAAASSSSHHHHHH!!!

… prendo in pieno il lampadario Ikea, e lo mando in mille pezzi. Lo distruggo. Lo frantumo. Lo anniento.

E così, d’incanto, cambia la prospettiva.

(Se non ora, quando?)

Dopo averlo portato a casa da sua madre, vado a bere un mojito nel solito locale dove passo dopo che mi capita di portarlo a casa da sua madre, il sabato sera. C’è un gruppetto di ragazzi giovani che suonano e cantano. Sembrano una specie di Cure ad inizio carriera, con un chitarrista negato che si rifugia nel basso, ed un bassista negato se rifugia su una tastiera. E così via. Tranne, il cantante, ovviamente, che sa far bene finta di saper cantare.

Ordino il mojito alla barista. E’ una ragazza che ho visto altre volte. E’ bella. Ma non di quel bello che dici “che bella!”. E’ di un bello atipico che ha un non so che di già visto, che non sai dove, ma lei si è già affacciata alla tua vita, in un posto davanti a te su un treno, o quattro posti a destra e una fila più avanti in un cinema, e ti è rimasta impressa.

E mi fa ‘sto mojito con una cura tale che mi dico: “pensa se ti facesse un pompino con questa stessa cura, verresti matto”.

E dopo che me l’ha dato, il mojito, e le ho intentato un sorriso che vuole essere particolare come la cura che ha messo nel farmi il mojito, attorno a me si snocciolano varie altre donne, ragazze, bambine.

Sono lì tranquille, che ascoltano la musica. E lo capirebbe un sordocieco che non gliene frega un cazzo della Santanchè o delle donne di Repubblica, che manifestano per questo o per quello, per qualunque cosa faccia loro dimenticare di essere un essere umano dotato di libero arbitrio.

Ed è in quel momento che ricordo, che rifocalizzo, che quel cazzo di slogan di quella cazzo di manifestazione del cazzo, è una delle massime massime dello Zen. E’ una di quelle frasi che ti invitano a vivere il momento presente. Accettando a braccia aperte quel che accade, qualunque cosa accada.

Un lampadario rotto.

Un gruppetto musicale smandruppato.

Un mojito fatto con amore.

Per cui pensateci bene, mie care, la prossima volta che vi fregiate di una frase come questa.

Se non ora, quando?

Se lo fate, non aspettate un 13 febbraio del cazzo.

Se avete qualcosa da dire, ditelo subito. Se avete qualcosa da fare, fatelo subito.

Non quando ve lo ordina un Ezio Mauro qualunque.


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