No, we can’t

No, noi italiani non possiamo. Abbiamo una tale completa mancanza di fiducia in noi stessi e nel prossimo, che è davvero troppo chiederci di essere minimamente intellettualmente onesti.

Noi dobbiamo regolare qualunque cosa per legge, perfino gli orari in cui pisciamo, il cerimoniale del matrimonio civile tra i bonobo, le tonalità e i tempi sincopati dei castrati che cantano a X-Factor.

Non c’è bisogno di avere la laurea in psicologia dinamica del testicolo sinistro del vostro portinaio per capire che ciò significa che ci reputiamo l’un l’altro esseri infimi, intimamente portati al fottimento generalizzato del prossimo appena inarca in avanti di qualche grado il proprio bacino. “Ama il prossimo tuo” noi lo intendiamo in senso fisico, siamo fatti così.

Gli arbitri proliferano nei campi di calcio, perché è impensabile che i giocatori ammettano per conto proprio cose tipo “ehi raga, la palla l’ho buttata in porta col pisello, non ricordo più le regole: si può, vero?”. Tra non molto ce ne saranno ventidue di arbitri, uno per calciatore, ciascuno con due ali nere come gli angeli della morte e una telecamera per la moviola in campo infilata nel culo che si biforca a livello delle narici ed esce dalle orbite al posto dei bulbi oculari. E, cazzo, ogni domenica diremo che non se ne può più di questi arbitri che influenzano il campionato.

Tutti a fare i complimenti a Obama che vince: tanto se vinceva Romney era lo stesso, che cazzo ce ne frega a noi furbacchioni? Nessuno che rifletta sul fatto che negli Usa se la disoccupazione arriva all’8% è una roba che si inculano anche George Washington. Mentre da noi è quasi al 12%. Nessuno che sappia che il rapporto deficit / PIL negli Usa, che qualche tempo fa, proprio per bocca del negro che piace a tutti, stavano per dichiarare il default, è intorno al 70%. Mentre noi siamo oltre il 120%.

E non basta, ché non sarebbe neanche un problema quello, avercelo al 120%. Il Giappone ce l’ha a più del 200% (e poi dicono che gli orientali ce l’hanno piccolo). La questione è che lo sanno in tutto il mondo che i giapponesi saranno anche messi male, ma quelli se contraggono un debito in un modo o nell’altro lo pagano, cazzo. Altrimenti fanno harakiri, quelli: si ammazzano da soli per il disonore, se non ci pensa un maremoto, che tra l’altro sembra pure un cognome giapponese.

Noi invece stiamo qui a perdere tempo in idiozie come il premio al quarantadue-virgola-pigreco-percento alla coalizione, il premio del 10% al primo partito, il premio del 2,5% al candidato che twitta la cazzata più grossa. Noi, mentre la casa va a fuoco, stiamo lì a discutere se è stato Tizio o Caio a buttare la sigaretta accesa sul tappeto. E, se ci salviamo, facciamo una legge in cui si vieta di buttare le sigarette accese sul tappeto. “Altrimenti le case prendono fuoco, cazzo!”.

No, noi non possiamo. Neanche se rinascesse e si candidasse alle primarie Leonardo da Vinci, per il centrocentro, il centrodestra, il centrosinistra, il centronord, il centrogrillo o il centrotavola che gli paresse, cambierebbe alcunché.

Non ce l’avremo mai un Obama, e neanche un Romney, chiunque sia questo Romney. Non c’avremo neanche una Merkel, e neppure un Cameron.

Guardateli in faccia quelli che si contendono la vittoria delle tanto vituperate e temute elezioni politiche di quando diavolo si faranno. Sentiteli parlare con il massimo distacco possibile, come se ascoltaste il vicino del bancone del bar che commenta l’ultimo posticipo del campionato. E se per una volta, nonostante siate italiani, vi concederete un minimo di onestà intellettuale, non vi resterà che ammetterlo: Mario Monti, sebbene sia Mario Monti, è il miglior premier che ci potesse capitare, oggi come ieri come domani.

E sapete perché? Oh, mica perché è un tecnico, mica perché è bocconiano, mica perché è stato Commissario alla Dolcificazione della Nutella nell’Unione Europea o perché è l’emissario delle banche che voi stessi foraggiate con i vostri lungimiranti – per loro – mutui.

No, è solo per un unico, preciso motivo: perché non lo abbiamo votato noi.

 

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Comprami, io sono in vendita

Immagina rubata a non so chi, io l'ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l'ho presa

Immagina rubata a non so chi, io l’ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l’ho presa


 

Continuano a dirci che siamo sull’orlo del default – che, in italiano, si dice fallimento. C’è ‘sto spread che ci fa impazzire, e non abbiamo neanche capito ancora bene cosa sia. Pare sia qualcosa legato al rendimento dei Buoni del Tesoro, ma a me mica è chiaro perché cazzo lo quotino tutti i santi giorni, e non quando ‘sti Buoni per modo dire vengono collocati.

Il Monti ci dice che ‘sto spread non è ragionevole, che bisognerebbe tornare all’economia reale. Non capisco se si riferisca ai Savoia, boh?

Ma proviamo a prendere ‘ste cazzate per buone. Dai, tentiamo.

Questi signori ci stanno dicendo che l’Italia (fermiamoci qui, ché se andiamo oltre, che ne so a Grecia e Spagna, è un casino, e poi probabilmente valgono gli stessi ragionamenti) è come un’azienda. Questa azienda va bene, dicono. C’ha i conti in linea. Da un punto di vista economico le cose girano, tutto sommato, anche se potrebbero andare decisamente meglio.

Non so chi di voi capisce di queste menate – sappiate che io sono, anche in questo caso, autodidatta -, ma il punto è che gli affari, visti in un tempo attuale e limitato, vanno discretamente bene: si fanno ricavi (entrate tributarie), si fattura (i 730, per dire), si riducono i costi (tagli ovunque e spending review), quindi si fa margine o profitto, come preferite, e il cosiddetto “avanzo primario” (differenza fra ricavi e costi sull’anno) scende.

Il problema che abbiamo è di carattere finanziario. Vale a dire che riguarda la cassa. L’economia complessiva gira nel verso giusto, ma non ci sono i soldi per pagare dipendenti e fornitori (si veda il caso dei comuni che, pare, non sanno se bonificheranno gli stipendi di agosto).

Ciò vale, effettivamente, per l’Italia come per qualunque azienda, grande o piccola che sia. Tu lavori, vendi e produci, ma i soldi che ricavi dai prodotti che realizzi o dai servizi che fornisci li vedi dopo parecchio tempo. In Italia, poi, la cosa è parossistica: il pagamento tipicamente avviene a 120 giorni – Centoventi! Sono quattro mesi! E dopo che hai fatturato, eh, cosa che può avere luogo parecchio tempo dopo che hai consegnato l’oggetto della transazione – è così, è prassi abituale. La pubblica amministrazione, poi, paga anche con termini decisamente più lunghi. Quando paga.

Ma gli stipendi, quelli vanno pagati ogni mese. Non c’è santo, se così non succede l’azienda per cui lavorate non gode proprio di ottima salute.

Le aziende, per la cassa, ricorrono spesso alle banche, che prestano denaro liquido (anzi ormai gassoso, visto che gira solo nei computer), facendo debiti e rimettendoci in interessi. Ma questo genera un circolo vizioso che, se il business non va bene, provoca la morte, il fallimento dell’azienda. Le banche, se non prendono indietro capitali prestati e interessi, le aziende se le mangiano.

Occhio che dire che “il business va bene” significa fare ottimi volumi in termini sia di ricavi che, soprattutto, di margini (ricavi meno costi). I margini, nel caso di un’azienda in difficoltà finanziaria, servono all’imprenditore non per fare utili, ma per pagare gli interessi alle banche . Margini che così se ne vanno, diventando i profitti delle banche. Che non è che sono “cattive”: fanno quello di mestiere.

Prima di fallire, un’azienda che non sia proprio piccolina può decidere di attuare delle cosiddette misure strutturali. Che cazzo sono? Quando si parla dell’Italia come fosse un’azienda, non ce lo spiegano. Non ci spiegano, per esempio, chi siano i proprietari di quest’azienda.

Eh? Come? Dite che siamo noi? Figa, non me n’ero accorto che le tasse che pago fossero un continuo aumento di capitale che l’azienda di cui sono azionista mi richiede.

Già, ma l’impresa Italia che forma societaria ha? Quant’è il capitale sociale? Dov’è versato, alla Banca d’Italia? Gli enti locali cosa sono, delle controllate? Qual è la catena di controllo? I comuni sono delle province che sono delle regioni che sono dello Stato, oppure tutti gli enti locali sono posseduti direttamente dallo Stato? I cosiddetti trasferimenti, quelli che oggi sono troppo pochi, sono a tutti gli effetti delle transazioni intercompany come avviene tra una holding e le sue controllate? C’è del valore aggiunto in queste transazioni? Viene pagata l’IVA su questa plusvalenza?!

Ma torniamo a noi, azionisti dello Stato. Il nostro Amministratore Delegato ci dice che ha fatto tutto il possibile, ma in realtà non è vero. Ha solo mascherato con nomi molto fashion, tipo spending review, ciò che il precedente Chief Financial Officer, quello col cognome suo ma triplo, chiamava più onestamente tagli. Ha aumentato un pochino i ricavi, spremendo ulteriormente gli azionisti. Ma nulla di davvero coraggioso è stato fatto.

Potevano essere fatte cose un pelino più ardite. Tipo una riforma fiscale che incentivasse il pulito, il non-nero. Per esempio permettendo a chi compra una cosa fatturata regolarmente di detrarre parte dell’IVA dall’imponibile IRPEF, per dire. Sì che lo si prenderebbe a calci in culo, se così si facesse, l’imbianchino o il mobiliere che ti dice “Dotto’, sono 1.000 con la fattura, 700 senza”. Persino Bersani – Bersani! – ha fatto cose decenti in questo senso, ma davvero troppo piccole.

Si poteva pensare – la sparo grossa – di legalizzare la mafia. Già, perché il fastidio che dà la mafia, dai punti di vista meramente economico e finanziario, è che essendo fuori dallo Stato lavora in nero, non paga le tasse. E questo danno è molto maggiore, sempre guardando solo il vil denaro, rispetto a quello che produce obbligandoci ad assoldare fior fiore di magistrati, carabinieri, finanzieri e poliziotti, a predisporre processoni e carceri duri, a far lavorare i netturbini che puliscono le strade quando vengono sporcate di sangue.

Ma ormai credo sia tardi per iniziative di questo genere.

Non possiamo più neanche trasformare l’Italia in una Società per Azioni e quotarci in borsa. Di fatto lo siamo già, emettendo ‘sti cazzo di Buoni. E gli investitori non si fidano. Le agenzie di rating fanno anch’esse solo il loro mestiere. Qualcuno chiede loro: “Tu le compreresti le azioni o le obbligazioni di questi qui?”. “Ma sei scemo?!”, rispondono.

L’ultima risorsa che un’azienda ha per evitare il fallimento – e badate che il fallimento è una situazione estrema, che non conviene a nessuno, tantomeno a creditori e finanziatori – è quella di dismettere gli asset.

Un’azienda non dispone solo di una cassa, magari vuota. In genere ha anche un patrimonio, fatto di cose che ha comprato o realizzato investendo. Questi asset possono essere anche pezzi – o rami – dell’azienda stessa. Possono essere anche, come ultima ratio, l’azienda nel suo complesso.

Vendiamo, porca di quella troia. E non le aziende statali, ché tanto non ci sono neanche più. Vendiamo pezzi dell’Italia, ché quelli valgono, e tanto.

Vendiamo le spiagge ai francesi, loro sapranno come valorizzarle. Vi basta confrontare la Liguria con la Costa Azzurra: il mare è lo stesso.

Vendiamo il Colosseo ai Giapponesi, il Duomo di Milano agli Svizzeri, Venezia e Firenze agli Americani.

Vendiamo gli ospedali pubblici a una multinazionale specializzata, invece di regalarli a Comunione e Liberazione. Vendiamo l’Inps alla GeniaLloyd o alla Quixa: loro faranno tutto tramite call center, ci faranno gli auguri se li chiamiamo il giorno del nostro compleanno e saremo tutti più felici.

Oppure potremmo pensare a un bel break up, volgarmente – cioè in italiano – detto spezzatino. Sì, Cristiddio, la Padania! Ecco a cosa serve! Facciamo la bad company (la Terronia) e lasciamo ‘sti meridionali fannulloni a cuocere nel loro brodo. Ma ricordiamoci, o valorosi Padani, che se non sono completamente rincitrulliti ci chiederanno di accollarci una parte del debito, quello accumulato negli anni e che si misura in fantastiliardi di euro. Se vogliamo essere realistici, questa quota dovrà essere proporzionale al PIL prodotto dai due pezzi divisi. E in questo caso saranno cazzi.

Anzi no, sapete che c’è, azionisti italiani tutti? Vendiamo l’intero ambaradan. Vendiamo l’Italia. Vendiamola ai cinesi, che tanto c’hanno già una buona fetta del nostro debito, e se falliamo saranno loro i primi a bussarci alle case per pignorarci i beni.

Sanciremo nell’accordo di vendita che ci lascino le cose che davvero ci interessano: la nostra amata e sacra Costituzione, le centinaia di migliaia di leggine e regolamenti, il doppio turno uninominale proporzionale rovesciato con avvitamento, Striscia la Notizia e quattro squadre in Champions’ League.

C’avremo anche la nostra bella indipendenza. Eleggeremo direttamente il Capo del Governo, il Presidente della Repubblica, il Papa e Miss Italia. Anche quella “nel mondo”, dai.

E la nostra classe dirigente sarà ancora quella di sempre, quella che tanto, in fondo, amiamo, che sia politica oppure tecnica. Ci guiderà e ci difenderà dal nuovo e tutto sommato assai benevolo padrone.

E non ci faremo caso più di tanto quando ci accorgeremo, passato qualche anno, di avere tutti gli occhi un po’ a mandorla.

 

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Gianna e Pinotta

Mi è capitato di parlare con una persona che ne sa parecchio di call center, mi ha raccontato delle cose davvero interessanti.

Come forse saprete, oggi entra in vigore la famigerata riforma del lavoro, fortemente voluta dal ministro Fornero, criticata da molti, osteggiata ferocemente da alcuni quali il segretario della Cgil Camusso. Che poi ministro, segretario, che sono donne. Chissà perché. Forse in certi ambienti anche alle donne piace giocare a fare gli uomini.

Tornando a bomba, pare molto probabile che succeda una roba come quella che ora provo a spiegarvi.

In Italia esistono diverse realtà imprenditoriali che forniscono servizi di call center (o centre, se siete puristi dell’inglese inglese) nella forma del cosiddetto “outsourcing”. Vale a dire che se un’azienda ha un servizio clienti e per ragioni di business non vuole assumere, in tutto o in parte, le risorse umane (che sarebbero le persone, per chi non sa) che rispondono al telefono, compra questo servizio da chi ne ha fatto il proprio “core” (è inglese anche questo, non napoletano).

Le società che vendono servizi in outsourcing dunque assumono quelli che, non nascondiamocelo, sono la versione moderna degli schiavi negri nei campi di cotone, e redige contratti anche pluriennali con i propri clienti con tariffe a chiamata, a minuti o a “pezzo” venduto sulle quali, fidatevi, fanno un margine che non è quel granché.

Questi servizi essenzialmente sono di due categorie. Ci sono quelli inbound, che si riferiscono al caso in cui siete voi a rompere i coglioni al servizio clienti, e quelli outbound, quando invece i coglioni frantumati sono i vostri. In Italia, i costi –  per l’outsourcer, eh, non per l’azienda con cui pensate di avere a che fare – stanno indicativamente intorno ai 20 € all’ora per i servizi inbound, mentre per quelli outbound si aggirano intorno ai 13.

(Non ho una fonte da esporre per questi numeri. Fidatevi, oppure fate le vostre verifiche. Ovviamente, non parlo solo dello stipendio, ma anche dei contributi previdenziali e di altri costi che l’imprenditore dell’outsourcing deve tenere in conto)

“Perché l’outbound costa di meno?”, chiederete forse voi. Perché grazie all’intervento del prode Cesare Damiano, ultimo dei comuhani e paladino dei diritti di stocazzo, in un periodo che va dal 2006 al 2008 è stato impedito a questi pessimi imprenditori, a questi sfruttatori della negritudine nostrana, di utilizzare i contratti a progetto per l’inbound. Questa attività, infatti, è continuativa, non ha un inizio e una fine predeterminata, non sai mai quando un cliente decida di romperti i coglioni. Se invece i coglioni a romperli è il servizio clienti, allora si può, anzi conviene, pianificare bene le attività tramite cose che, se vi interessa, si chiamano “campagne”. Quindi il contratto a progetto, più conveniente anche per il negriero, è utilizzabile.

Questa salvifica azione di Damiano ha già causato, negli anni scorsi, la perdita di alcune migliaia di posti di lavoro in Italia. Scusate, ho detto una cazzata: è colpa del vile sfruttatore che, per continuare a fare i suoi sporchi guadagni di capitalista senza scrupoli, ha portato (se non le ha perse) le attività all’estero, in posti come Romania, Albania, Argentina e Padania – no, mi sono sbagliato: la Padania non c’entra – dove l’italiano si parlicchia e il lavoro costa circa 10 € l’ora. Inbound e outbound, eh, ché lì non vanno troppo per il sottile, assumono e licenziano un po’ come gli pare, senza tempo indeterminato con articolo 18, co.co.pro., co.co.co. e co.co.dé come c’abbiamo qui in Italia.

E veniamo al punto. Poche righe sopra, è possibile che io abbia scritto una palese inesattezza – chissà se siete stati attenti – affermando che il contratto a progetto per l’outbound è utilizzabile. Da oggi forse bisogna scrivere era. Sì, perché la riforma Fornero introduce nuovi ferrei paletti sull’utilizzo del contratto a progetto (non si può utilizzare se il lavoro è uguale a quello che fanno altri assunti con altro contratto, tipo se tutti fanno delle telefonate), e ne aumenta i contributi previdenziali. Risultato: il costo dell’outbound per il bastardo si avvicinerà, se non addirittura raggiungerà, quello dell’inbound.

Dunque da oggi, l’outsourcer, o se preferite il pezzo di merda, si troverà di fronte a tre possibili opzioni:

1) continuare come se niente fosse, accettando di svolgere un business che, non potendo ricontrattare le tariffe con i propri clienti (le aziende con il servizio clienti), sarà forse addirittura in perdita, cioè con costi superiori ai ricavi;

2) rescindere tali contratti o addirittura chiudere, prima che siano le banche a farli fallire (“Muoia Sansone con tutti i filistei!”);

3) spostare le attività che andrebbero in perdita o con margini insufficienti all’estero, passando così dall’outsourcing all’abroadsourcing (questa parola non esiste, l’ho inventata io, in realtà si dice offshoring ma non volevo dire così perché altrimenti molti di voi avrebbero pensato che dietro c’era Berlusconi e suoi conti alle isole Cayman).

Ah, dimenticavo l’opzione 4), quella che alcuni imprenditori (non solo dei call center, neh) hanno recentemente adottato: suicidarsi.

Ma la cosa che a me fa più incazzare (perché a questo punto non riesco più a essere sarcastico) è la seguente.

Camusso, colei che tanto si è battuta contro questa riforma del lavoro, da donna rappresentante delle donne indifese e con problemi soprattutto nel trovare una parrucchiera minimamente capace di fare il suo mestiere, su una cosa sola non ha spaccato il cazzo e pontificato su tutti i tiggì, su tutte le repubbliche, su tutti i santori di questo nostro bel paese galbani: la nuova regolamentazione dei contratti a progetto.

Anzi, questa è stata la sua grande vittoria, l’unico punto su cui le nemiche-amiche simbolo di questi tempi, la nostra Gianna e la nostra Pinotta, si sono sempre trovate assolutamente d’accordo, fin dall’inizio di quell’estenuante trattativa sull’ormai per me odioso articolo 18.

Bene, vedremo quante persone nei prossimi mesi non dovranno più sottostare all’orrenda pratica del lavoro precario, perché un qualsivoglia lavoro non l’avranno più.

Brave, complimenti, non c’è che dire.

 

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O spesa ciao

Signor Caprotti, apprendo che i suoi negozi modenesi apriranno oggi, 25 aprile. È una scelta che le consente una pessima legge, da Lei fortemente voluta. Non importa che sia inefficace per l’occupazione, non produca nuovi consumi, danneggi milioni di lavoratori e venga pagata, come dimostrano tutti i dati sui prezzi, dai consumatori.

Così comincia la lettera di un certo Marzio Govoni, segretario modenese della Filcams-Cgil-Alpems-Herboms, al patron dell’Esselunga. Potete leggere altre informazioni in questo articolo del Fatto Quotidiano (non fate caso al video che parte in automatico preceduto da uno spot pubblicitario: loro possono).

Io il Govoni l’ho sentito ieri leggere la sua lettera alla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, nell’ambito dell’iniziativa o inchiesta o non so cosa “Il 25 aprile io non compro”, con un’enfasi e un’aria scandalizzata che non vi dico. Con un crescendo di pathos che l’ha portato a leggere la lettera di un partigiano condannato a morte. Mi aspettavo che questo ragazzo, salutando i genitori prima di essere portato al patibolo, invitasse loro e tutti noi a non fare la spesa il giorno della sua morte – “fate questo in memoria di me” -, e invece niente.

Ma il trasporto del Govoni era tale, che alla fine della lettura della missiva non ho potuto che esplodere in una domanda piena di angoscia.

“Embè?”

Ho tentato invano, come mi capita a volte quando vengo travolto dall’idealismo e dalla voglia di partecipazione, di prendere la linea al numero verde comunicato dai simpatici conduttori per porre alcune domande. Niente da fare: numero occupato, chiamata non consentita, Telecom Italia.

Avrei voluto chiedere perché io, per rispettare la memoria dei partigiani morti per la libertà bella ciao bella ciao, perché io – dicevo – oggi non dovrei comprare. Forse perché nelle festività cristiane è tutto chiuso? Cos’è, invidia del Natale?

Ma lo volevo chiedere con umiltà, perché davvero non capisco. Cioè vorrei che mi spiegassero dov’è il male, il peccato di quest’atto che eventualmente potrei fare, avendo un paio di esselunghe nella città in cui vivo.

Cioè, voglio dire: il problema è il recarsi in un esercizio commerciale? Oppure è avere una transazione in cui chessò io scambio tre euro e venti con delle fette di prosciutto? Mi fate capire, per favore? Posso andare, se rimango senza, a comprarmi le sigarette? Se trovo un esercizio aperto lo boicotto e cerco un distributore automatico? Prendere un caffè al bar o un gelato in gelateria è consentito? Se vado a pranzare al ristorante poi devo andare a confessarmi al Caaf sindacale più vicino?

No, perché io ero rimasto fisso che il denaro era uno strumento. Una convenzione. Uno fornisce una cosa, tipo un prodotto o una prestazione, e l’altro in cambio gli dà una quantità equivalente di una cosa che viene comoda per non portarsi dietro le pecore.

Ma qui evidentemente il sindacalista e quelli che la pensano come lui hanno qualcos’altro da insegnarmi.

Forse che il denaro ha un valore suo, intrinseco, che va al di là di quello del metallo della moneta o della carta filigranata. Forse il sindacalista vuole farmi capire che è proprio per questo che il rapporto tra me, lavoratore, che uso un tornio o predispongo documenti Word, e il mio datore di lavoro, che in cambio mi dà denaro, non è sullo stesso livello. Perché il denaro ha qualcosa di magico che lo rende diverso dal resto delle cose fatte di materia o di trasformazione dell’energia. Chi ha denaro è più potente, per il fatto stesso di averlo e di gestirlo, e io che non ce l’ho, per potermi mettere su un piano non dico paritario ma almeno lontanamente confrontabile, ho bisogno di un sindacalista che mi protegga. È così, vero?

Mi sorgono tanti dubbi e tante incertezze, sai sindacalista? Però una cosa sta prendendo forma, nella mia debole mente che ha bisogno della tua visione morale della vita per dirmi cosa devo o non devo fare tutti i giorni, specie in quelli festivi.

Che se c’è una cosa di cui dovremmo parlare nella festa di oggi, quella che chiamano della Liberazione, è di come liberarci di gente come te.

 

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Euro dio

Venerdì scorso, sull’aereo, mi hanno dato un foglio ripiegato a metà, con scritto sopra “Milano Finanza”. Sulla spalla sinistra, non ho potuto fare a meno di notare questo articolo.

Ve lo riporto qui paro paro, vi invito a leggerlo con attenzione.

 

Unicredit, Nomura più cauta su ricavi e qualità del credito

Come le altre banche in scia alle tensioni sullo spread Btp/Bund (ora a 504 punti base)Unicredit si è arresa alle vendite (-1,51% a 0,684 euro) ma anche a Barclays che ha tagliato il rating da overweight a equalweight e fissato un target price a 0,70 euro da 1,40 euro e a Nomura che ha abbassato il rating da buy a neutral con un target price rivisto da 1 a0,90 euro.

“L’Italia rappresenta un peso in termini di ritorno sull’equity tangibile a causa di un’attività a leva che richiede una raccolta costosa”, dice Barclays segnalando anche un livello di costi peggiore rispetto ai concorrenti e la scarsa qualità di alcuni asset.

Sulla base di un’analisi dettagliata del piano industriale di Unicredit Nomura ha tagliato le stime di Eps del 9% per il 2012 da 0,15 a 0,13 euro per azione e del 2% per il 2013 a 0,19 euro per azione per tener conto dell’impatto del deleveraging sulla top line della banca. Nomura è invece più positiva sui costi (2% sotto i target 2013 della società).

Certo, Unicredit sarà meglio capitalizzata grazie all’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro (Core Tier 1 2012 Basilea 3 stimato al 9,2%), più liquida (L/D atteso pari a 0,9 volte nel 2015) e più focalizzata sulla redditività. Tuttavia, secondo Nomura, il ROTE (return on tangible equity, un indicatore che misura la redditività operativa di una banca) resterà sotto pressione nei prossimi anni a causa dei LLP (loan loss provisions, accantonamenti per perdite su crediti).

Gli esperti in passato avevano anche segnalato che il piano non era riuscito a risolvere il problema della qualità del credito, “su cui avevamo sollecitato qualche azione per ridurre l’elevato numero di sofferenze accumulate finora”, aggiunge Nomura che, infine, vede venti contrari nel breve periodo derivanti dai fattori tecnici legati all’aumento di capitale di Unicredit.

“Ci aspettiamo infatti che l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro pesi sulle azioni”. La prestazione di un titolo durante una ricapitalizzazione dipende dalle condizioni di mercato e dall’impegno degli azionisti. Nel caso di Unicredit c’è visibilità sul fatto che il nucleo degli azionisti stabili sottoscriverà l’aumento, con l’unica variabile della partecipazione dei libici (7,2% del capitale). 

Tuttavia, osserva Nomura, ci sono prove che le azioni  coinvolte in un “reverse split” sottoperformano il mercato nel breve termine. “Vorremmo evitare le società di grandi dimensioni durante gli aumenti di capitale. Unicredit ha sottoperformato durante l’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo” (azione coperta con un rating neutral e un target price a 1,4 euro). A questo punto “la valutazione di Mediobanca (buy e target a 6,6 euro, ndr) sta diventando sempre più interessante”, conclude Nomura. Come le altre banche in scia alle tensioni sullo spread Btp/Bund (ora a 504 punti base) Unicredit si è arresa alle vendite (-1,51% a 0,684 euro) ma anche a Barclays che ha tagliato il rating da overweight a equalweight e fissato un target price a 0,70 euro da 1,40 euro e a Nomura che ha abbassato il rating da buy a neutral con un target price rivisto da1 a 0,90 euro.

“L’Italia rappresenta un peso in termini di ritorno sull’equity tangibile a causa di un’attività a leva che richiede una raccolta costosa”, dice Barclays segnalando anche un livello di costi peggiore rispetto ai concorrenti e la scarsa qualità di alcuni asset.

Sulla base di un’analisi dettagliata del piano industriale di Unicredit Nomura ha tagliato le stime di Eps del 9% per il 2012 da0,15 a0,13 euro per azione e del 2% per il2013 a0,19 euro per azione per tener conto dell’impatto del deleveraging sulla top line della banca. Nomura è invece più positiva sui costi (2% sotto i target 2013 della società).

Certo, Unicredit sarà meglio capitalizzata grazie all’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro (Core Tier 1 2012 Basilea 3 stimato al 9,2%), più liquida (L/D atteso pari a 0,9 volte nel 2015) e più focalizzata sulla redditività. Tuttavia, secondo Nomura, il ROTE (return on tangible equity, un indicatore che misura la redditività operativa di una banca) resterà sotto pressione nei prossimi anni a causa dei LLP (loan loss provisions, accantonamenti per perdite su crediti).

Gli esperti in passato avevano anche segnalato che il piano non era riuscito a risolvere il problema della qualità del credito, “su cui avevamo sollecitato qualche azione per ridurre l’elevato numero di sofferenze accumulate finora”, aggiunge Nomura che, infine, vede venti contrari nel breve periodo derivanti dai fattori tecnici legati all’aumento di capitale di Unicredit.

“Ci aspettiamo infatti che l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro pesi sulle azioni”. La prestazione di un titolo durante una ricapitalizzazione dipende dalle condizioni di mercato e dall’impegno degli azionisti. Nel caso di Unicredit c’è visibilità sul fatto che il nucleo degli azionisti stabili sottoscriverà l’aumento, con l’unica variabile della partecipazione dei libici (7,2% del capitale).

Tuttavia, osserva Nomura, ci sono prove che le azioni  coinvolte in un “reverse split” sottoperformano il mercato nel breve termine. “Vorremmo evitare le società di grandi dimensioni durante gli aumenti di capitale. Unicredit ha sottoperformato durante l’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo” (azione coperta con un rating neutral e un target price a 1,4 euro). A questo punto “la valutazione di Mediobanca (buy e target a 6,6 euro, ndr) sta diventando sempre più interessante”, conclude Nomura.

 
Ecco, non so se vi rendete conto: siamo nelle mani di questi signori. No, non parlo di Unicredit. Parlo di quelli che scrivono siffatti articoli.

Si tratta dei teologi di oggigiorno. Anche questi signori hanno costruito enormi castelli di carta su cose cui non si applica la categoria dell’esistenza. Dove una volta c’era un’entità astratta chiamata “Dio”, oggi c’è il denaro.

Anche questi signori, come i preti e i santoni di ogni tempo, cercano di controllarci e manipolarci per mezzo di supercazzole chilometriche come queste, che noi, poveri semplici umani “normali”, non saremmo in grado di capire.

Ed è sacrosanto che non capiamo. Perché non c’è nulla da capire. Proprio niente di niente.

 

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