L’approccio

L'approccio a freccioni

Chi mi conosce nella cosiddetta vita reale sa che di mestiere faccio il consulente. Questo mestiere, pur avendo la pecca che quando ti chiedono “ma tu che mestiere fai?” non sai da che parte cominciare a spiegare, è invero un mestiere bellissimo e degnissimo.

Ti chiama un Cliente (che si scrive sempre con la “C” maiuscola, perdio!), o sei tu che te lo vai a cercare e convincere, ti fa presente un problema o una serie di problemi che c’ha da risolvere o degli obiettivi di riduzione costi e/o (“e/o” è fondamentale, e l’abbiamo inventato noi consulenti) di incremento ricavi che c’ha da raggiungere, tu magari ti accrediti come quello che già sa, tipo “Oh, Cliente mio, non hai idea di quante volte ho già visto queste robe e le ho risolte, potrei scriverci un post su un blog!” e infine, se tutto va bene, vinci “il progetto” o “la commessa” e ti metti a lavorare duro. Ma lavorare duro davvero, ché ormai c’è la crisi e si spende sempre meno in consulenza, per cui è bene che i deliverable siano ben fatti, e che i risultati poi si vedano, altrimenti, cari consulenti, siete i primi che se ne vanno fuori dalle balle e/o dai coglioni.

Prerequisito fondamentale per convincere il Cliente è il cosiddetto “approccio”. Esso si spiega sempre con quella che, nel gergo consulenziale, si chiama “slide freccioni”, della quale vedete riportato sopra un modesto e parziale esempio. La “slide freccioni” è sempre un po’ una palla da preparare, perché non si può liberare troppo la fantasia nel powerpoint.

Ah, ecco. Non vi ho detto che i deliverable (o, più autarchicamente, i prodotti finiti) spesso sono presentazioni powerpoint (in realtà non è così, perché ciò che dai al Cliente è molto di più, ma direi per ora di semplificare), strumento software nel quale i consulenti sono generalmente maestri. E quando vai da quelli che io sul powerpoint gli ho visto fare delle cose che neanche Rutger Hauer può immaginare e gli dici che devono fare la “slide freccioni”, un  po’ li vedi soffrire, ma con grande dignità.

La “slide freccioni” è per forza semplice e asciutta, e deve spiegare chiaramente cosa farai per il Cliente, come, con quale successione logica, cosa ti serve da lui, in quali tempi, e altre cose che vedi e non vedi, come della bella lingerie essenziale, senza pizzi e fronzoli.

E quello che sta scritto nella “slide freccioni” poi va fatto, o se cammin facendo trovi ostacoli imprevisti la devi rifare, perché, come ho già detto, altrimenti e/o.

Si tratta essenzialmente di struttura. Avete presente il programma di addestramento fuori da Matrix? Ecco, non è quello. O forse sì. Ciò che il Cliente magari potrebbe anche fare da solo, perché nessuno meglio di lui e/o lei conosce il mestiere che fa, ma che non ha tempo e/o energia per fare, perché è incasinato da mille problemini, urgenze, emergenze, capi che vogliono i report, report che non sanno da quali capi andare, eccetera, eccetera, lo fai tu consulente per loro mettendoci un punto di vista diverso, dato che magari davvero hai già visto cose simili o che da passate esperienze sai trarre ciò che serve a questo Cliente, e appunto lo fai in modo strutturato, logicamente, dato A consegue B, quasi lapalissiano.

Ma anche aperto: è fondamentale, questo aspetto. Tu parti con delle cose, dei problemi, degli obiettivi, come ho detto, ma non sai dove arrivi, se quei problemi li risolverai, se quegli obiettivi li raggiungerai. Il deliverable lo costruisci, se fai bene il tuo mestiere, vivendo.

E i risultati, alla fine, vengono fuori, davvero. Perché è a questo che servono la nostra parte logica, il nostro emisfero cerebrale sinistro: a rendere realizzabile ciò che la nostra fantasia, il nostro estro, la nostra intuizione, il nostro emisfero cerebrale destro magicamente creano.

Dunque, quando sento parlare, in politica, degli “scandali delle consulenze”, mi incazzo davvero tanto. Non ho alcun dubbio che moltissime delle cosiddette consulenze per le quali vengono spesi soldi pubblici siano in realtà marchette, favori e controfavori. Insomma, non è che difendo consulenti che non sono degni di questo nome. Mi girano i coglioni perché dico: magari quei soldi venissero spesi per consulenze come si deve! La “spending review”, per dire, quella sì che varrebbe una consulenza coi fiocchi!

E, in generale, ritengo che la politica di oggi non dovrebbe distinguersi più per le idee, o i cosiddetti contenuti. E neanche per la forma, il linguaggio, le parole d’ordine o gli slogan: ormai abbiamo imparato che sono solo aria fritta con la quale nascondere il vuoto pneumatico.

Per rimettere in carreggiata quest’Italia, a mio parere, ci vorrebbe un “approccio”, da cui magari uscirebbero, inaspettati, idee, contenuti e forme nuovi.

Insomma, se ci fosse un politico, uno solo, che mi mostrasse una “slide freccioni” ben strutturata e convincente, chissà, magari sarei pure disposto a votarlo.

 

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Il cosa e il come

Vi capita mai che pezzi della vostra vita di cui non capivate il senso improvvisamente si colleghino da soli, assumendo una conformazione inaspettata che rivela come un disegno, un puzzle, un qualcosa che si compone in una figura interpretabile? A me ultimamente sì, tra l’altro sempre più spesso.

Ripensavo qualche tempo fa alle lezioni di greco e latino assorbite e un po’ subite in gioventù, da parte del famigerato professor Vassallo, quello che diobono dovevi stargli dietro sempre perché non te ne perdonava una. Ricordo anche, purtroppo con una nebbia mnemonica che s’infittisce vieppiù, interessanti discussioni – si fa per dire, perché per quanto mi ricordi alla fine discuteva solo lui – su quale fosse il fine non solo della scrittura, ma dell’arte in sé. Un dibattito millenario iniziato da quei primi uomini che a un certo punto si erano ritrovati con del tempo da spendere in qualche modo, avendo identificato modalità più efficaci di procacciarsi il cibo, che sostanzialmente oscillava tra due poli: da un lato, gli assertori della ricerca del “bello” fine a se stesso (Frassica, per esempio), dall’altro coloro che erano convinti, e cercavano di convincere gli altri, che ci dovesse per forza un messaggio da veicolare, un insegnamento da trasmettere (l’esempio che mi viene sempre in mente pensando a questa sponda è l’intellettuale gramsciano, quello che educa e guida benignamente il povero proletario ignorante, tanto per capirci).

Mi intrigò da subito questo dibattito, soprattutto per la sua indeterminazione che mi ricorda – ecco un altro tassello che si collega proprio mentre scrivo – il bellissimo principio di Heisemberg. Troppe variabili non erano definibili, troppe domande senza risposta oggettiva o scientifica. Cos’è il bello? Come si misura la bellezza? E se invece è la sostanza che è importante, qual è il giusto “cosa” da promuovere? Perché una roba sì e un’altra no?

Mi sono ritrovato a proiettare questo dibattito su cose che mi capita di leggere oggi, sull’internet, nonché a dibattere io stesso con altre persone, inizialmente senza rendermene conto, su questo tema.

Ecco, nella cosiddetta blogosfera, leggo spesso cose improntate alla ricerca del bello, dello stile, del come. Sono quei post che mentre li leggi –  se sono scritti bene, eh – ti capita di ridere o di commuoverti o di incazzarti con la cosa con cui ce l’ha l’autore, ma poi finisci e ti ritrovi a dire a te stesso: “Embè? E quindi? So what?”. Se ti va bene, perché il più delle volte, semplicemente, fai un bell’ALT + F4 e dopo pochi minuti il post non ti ricordi neanche di averlo letto.

Altri post, quelli del cosa, li riconosci perché sono pomposi. C’è uno lì su una cattedra che ti spiega il perché e il percome, cosa devi fare e cosa no, cosa si dovrebbe cambiare perché il mondo diventi il paradiso. Se dice cose in cui ti riconosci, magari condividi o metti il tuo “mi piace”, altrimenti dici fra te un bel “ma vaffanculo”, indirizzato all’autore. E di nuovo tutto finisce con il solito ALT + F4.

Ho collegato questo dibattito con altre cose che mi intrigano. Come la convinzione di alcune filosofie / religioni orientali secondo la quale una delle peggiori trappole della mente umana è il cosiddetto “dualismo”. Quello schema di cui non ci rendiamo neanche conto, che ci porta a dividere la realtà – o meglio l’interpretazione viscerale, emotiva e razionale che ne diamo – in fronti contrapposti, tipicamente due: il bene e il male, il bello e il brutto, la destra e la sinistra, Beppe Grillo e Beppe Grillo, eccetera.

E mi son detto: “Ma porca puttana, ma perché devo per forza scegliere? Non posso perseguirli entrambi, il cosa e il come? Chi cazzo l’ha detto che uno esclude l’altro?”.

Ma certo!

Mica facile, però.

Per perseguire il come, devi essere bravo. Nel caso della scrittura – sembrerà banale – devi scrivere bene. Devi conoscere qualche tecnica e saperla mettere in pratica. O magari ti devono venire fuori, le tecniche, che neanche te ne accorgi. Magari scrivi un’epìtope – famosissima figura retorica che tutti voi sicuramente conoscete – ma neanche lo sai che t’è venuta fuori un’epìtope. Eppure è lì, scintillante e inebriante. Quanto mi piace, l’epìtope.

D’altra parte, per far risaltare un cosa – sembrerà banale anche questo – devi avere qualcosa da dire. Ma se leggi in giro ti renderai conto che c’è un sacco di gente che non ha un cazzo da dire. Sono quelli che fanno robe tipo oggettivizzare la realtà, utilizzando artifici facilmente riconoscibili e smontabili: per esempio banali induzioni aristoteliche uno-due-infinito che lasciano l’amaro in bocca, perché l’uno è un’immane stronzata, un assioma travestito da fatto. Sono quelli che scrivono sempre lo stesso post, perché una volta gli è venuto bene, quella volta che avevano qualcosa da dire. Quelli che inveiscono contro qualcuno per un certo motivo e poi ti accorgi –  ci vuole solo un poco d’attenzione – che quel motivo è proprio ciò che li porta a inveire. Sono quelli che non dicono la verità. Già, ma cos’è la verità? Chi la mette giù in assoluto, che sia il papa o l’ultimo dei blogger anonimi, sicuramente non te la sta dicendo. Perché l’unica verità possibile è quella individuale – che poi magari, scava scava, è uguale per tutti, ma questa è un’altra storia -. Se vuoi dire la verità, devi metterti in gioco, devi smontare tutto il pattume che hai nel cervello e negli altri organi interni, e vedere, piano piano, se riesci a tirare fuori qualcosa di tuo. Anche parlando degli altri, anche raccontando storie di personaggi inesistenti, grazie a tecniche che gli scrittori bravi conoscono bene e che consistono nel tirare fuori la verità di questi tizi, stando ben nascosti come un osservatore imparziale.

E niente, quello che vi volevo dire è che mi sono reso conto che io ci provo, a fare entrambe le cose. Non so quanto bene ci riesco, questo lo lascio valutare a voi.

Quindi, ora potete finire come preferite: con un bell’ “embè?” o un sonoro “ma vaffanculo”. L’importante è che ne segua il solito ALT + F4.

 

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Euro dio

Venerdì scorso, sull’aereo, mi hanno dato un foglio ripiegato a metà, con scritto sopra “Milano Finanza”. Sulla spalla sinistra, non ho potuto fare a meno di notare questo articolo.

Ve lo riporto qui paro paro, vi invito a leggerlo con attenzione.

 

Unicredit, Nomura più cauta su ricavi e qualità del credito

Come le altre banche in scia alle tensioni sullo spread Btp/Bund (ora a 504 punti base)Unicredit si è arresa alle vendite (-1,51% a 0,684 euro) ma anche a Barclays che ha tagliato il rating da overweight a equalweight e fissato un target price a 0,70 euro da 1,40 euro e a Nomura che ha abbassato il rating da buy a neutral con un target price rivisto da 1 a0,90 euro.

“L’Italia rappresenta un peso in termini di ritorno sull’equity tangibile a causa di un’attività a leva che richiede una raccolta costosa”, dice Barclays segnalando anche un livello di costi peggiore rispetto ai concorrenti e la scarsa qualità di alcuni asset.

Sulla base di un’analisi dettagliata del piano industriale di Unicredit Nomura ha tagliato le stime di Eps del 9% per il 2012 da 0,15 a 0,13 euro per azione e del 2% per il 2013 a 0,19 euro per azione per tener conto dell’impatto del deleveraging sulla top line della banca. Nomura è invece più positiva sui costi (2% sotto i target 2013 della società).

Certo, Unicredit sarà meglio capitalizzata grazie all’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro (Core Tier 1 2012 Basilea 3 stimato al 9,2%), più liquida (L/D atteso pari a 0,9 volte nel 2015) e più focalizzata sulla redditività. Tuttavia, secondo Nomura, il ROTE (return on tangible equity, un indicatore che misura la redditività operativa di una banca) resterà sotto pressione nei prossimi anni a causa dei LLP (loan loss provisions, accantonamenti per perdite su crediti).

Gli esperti in passato avevano anche segnalato che il piano non era riuscito a risolvere il problema della qualità del credito, “su cui avevamo sollecitato qualche azione per ridurre l’elevato numero di sofferenze accumulate finora”, aggiunge Nomura che, infine, vede venti contrari nel breve periodo derivanti dai fattori tecnici legati all’aumento di capitale di Unicredit.

“Ci aspettiamo infatti che l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro pesi sulle azioni”. La prestazione di un titolo durante una ricapitalizzazione dipende dalle condizioni di mercato e dall’impegno degli azionisti. Nel caso di Unicredit c’è visibilità sul fatto che il nucleo degli azionisti stabili sottoscriverà l’aumento, con l’unica variabile della partecipazione dei libici (7,2% del capitale). 

Tuttavia, osserva Nomura, ci sono prove che le azioni  coinvolte in un “reverse split” sottoperformano il mercato nel breve termine. “Vorremmo evitare le società di grandi dimensioni durante gli aumenti di capitale. Unicredit ha sottoperformato durante l’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo” (azione coperta con un rating neutral e un target price a 1,4 euro). A questo punto “la valutazione di Mediobanca (buy e target a 6,6 euro, ndr) sta diventando sempre più interessante”, conclude Nomura. Come le altre banche in scia alle tensioni sullo spread Btp/Bund (ora a 504 punti base) Unicredit si è arresa alle vendite (-1,51% a 0,684 euro) ma anche a Barclays che ha tagliato il rating da overweight a equalweight e fissato un target price a 0,70 euro da 1,40 euro e a Nomura che ha abbassato il rating da buy a neutral con un target price rivisto da1 a 0,90 euro.

“L’Italia rappresenta un peso in termini di ritorno sull’equity tangibile a causa di un’attività a leva che richiede una raccolta costosa”, dice Barclays segnalando anche un livello di costi peggiore rispetto ai concorrenti e la scarsa qualità di alcuni asset.

Sulla base di un’analisi dettagliata del piano industriale di Unicredit Nomura ha tagliato le stime di Eps del 9% per il 2012 da0,15 a0,13 euro per azione e del 2% per il2013 a0,19 euro per azione per tener conto dell’impatto del deleveraging sulla top line della banca. Nomura è invece più positiva sui costi (2% sotto i target 2013 della società).

Certo, Unicredit sarà meglio capitalizzata grazie all’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro (Core Tier 1 2012 Basilea 3 stimato al 9,2%), più liquida (L/D atteso pari a 0,9 volte nel 2015) e più focalizzata sulla redditività. Tuttavia, secondo Nomura, il ROTE (return on tangible equity, un indicatore che misura la redditività operativa di una banca) resterà sotto pressione nei prossimi anni a causa dei LLP (loan loss provisions, accantonamenti per perdite su crediti).

Gli esperti in passato avevano anche segnalato che il piano non era riuscito a risolvere il problema della qualità del credito, “su cui avevamo sollecitato qualche azione per ridurre l’elevato numero di sofferenze accumulate finora”, aggiunge Nomura che, infine, vede venti contrari nel breve periodo derivanti dai fattori tecnici legati all’aumento di capitale di Unicredit.

“Ci aspettiamo infatti che l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro pesi sulle azioni”. La prestazione di un titolo durante una ricapitalizzazione dipende dalle condizioni di mercato e dall’impegno degli azionisti. Nel caso di Unicredit c’è visibilità sul fatto che il nucleo degli azionisti stabili sottoscriverà l’aumento, con l’unica variabile della partecipazione dei libici (7,2% del capitale).

Tuttavia, osserva Nomura, ci sono prove che le azioni  coinvolte in un “reverse split” sottoperformano il mercato nel breve termine. “Vorremmo evitare le società di grandi dimensioni durante gli aumenti di capitale. Unicredit ha sottoperformato durante l’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo” (azione coperta con un rating neutral e un target price a 1,4 euro). A questo punto “la valutazione di Mediobanca (buy e target a 6,6 euro, ndr) sta diventando sempre più interessante”, conclude Nomura.

 
Ecco, non so se vi rendete conto: siamo nelle mani di questi signori. No, non parlo di Unicredit. Parlo di quelli che scrivono siffatti articoli.

Si tratta dei teologi di oggigiorno. Anche questi signori hanno costruito enormi castelli di carta su cose cui non si applica la categoria dell’esistenza. Dove una volta c’era un’entità astratta chiamata “Dio”, oggi c’è il denaro.

Anche questi signori, come i preti e i santoni di ogni tempo, cercano di controllarci e manipolarci per mezzo di supercazzole chilometriche come queste, che noi, poveri semplici umani “normali”, non saremmo in grado di capire.

Ed è sacrosanto che non capiamo. Perché non c’è nulla da capire. Proprio niente di niente.

 

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Sevizio il pubblico

Sto guardando “Servizio pubblico”. Un po’ sul sito di Repubblica, un po’ su quello del Corriere. Così, per vedere che differenza c’è negli intervalli pubblicitari.

Non mi sembra molto diverso dal vecchio “Annozero”. Solo lui, Santoro, ed i fidi Vauro e Travaglio, mi sembrano un po’ più incazzati. Personalmente incazzati. Ma senza la voglia di ammetterlo.

E rimane dentro di me la sensazione negativa, in realtà acuita, che questi signori lavorino, senza rendersene conto, per consolidare il sistema di potere che tanto sembrano avversare.

Questa contrapposizione dei “giusti” contro gli “sbagliati”. Dei “buoni” contro i “cattivi”. Degli “intelligenti” contro gli “stupidi”. Queste categorie che vengono assolutizzate, utilizzando i sottofondi musicali di Piovani, con presupposti analoghi, seppur apparentemente diversi nei contenuti, e soprattutto con le stesse metodologie utilizzate da un Silvio con l’inno “Forza Italia”, o da un Ratzinger con i canti gregoriani.

Questa convinzione di base che l’essere umano, qui chiamato “cittadino” o “elettore”, sia di base stupido, manipolabile, violento, e che vada “risvegliato” facendo leva sulla sua  “indignazione” che si deve trasformare in “rivoluzione”…

(lo sta dicendo ora De Magistris, non me lo sto inventando, anche se lo “gira” come “voglia di politica” del comune plebeo, voglioso di farsi guidare)

… che, appunto, vada guidato dagli “illuminati”, che svelano loro la “verità”. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

No.

Basta.

Avete rotto i coglioni.

Voi per primi, che avreste gli strumenti per cambiare i comportamenti, prima ancora che i contenuti. L’impostazione della vostra testa, prima che di quella altrui.

Prendete il vostro “giusto”, e masturbatevici da soli. Fate le vostre “rivoluzioni”, coinvolgete le vostre “masse”, distruggete la vostra nemica “finanza”, fate quello che volete.

Continuate a guardare “fuori”. A proiettare sugli altri ciò che non vi piace di voi stessi. Trovate proseliti, che si sentano così protetti, che si trovino così confortati nella loro pigrizia ad usare la propria testa.

Fate i vostri sondaggi. Semplificate le domande da porsi, così da agevolare le “menti semplici”. Riducete tutto a un “sì” o a un “no”.

Fate come vi pare.

Ma non sperate che io vi venga dietro.

 

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Dovete morire

Ieri è successo quel che è successo, al signore della foto. E Umore Maligno, come ci si poteva aspettare, ha pubblicato il suo post.

Il finimondo, come da un po’ (purtroppo) non si vedeva.

Non vi sto a riprendere gli auguri di morte, così come pure le minacce, viste su Facebook e sul blog. Leggetele, c’è pure da ridere.

Ho però riflettuto – seriamente – su questa cosa della satira. Sul senso che ha, almeno per me. Scrivo qui quanto ho elucubrato, premettendo che mi rivolgerò a chi la satira, compresa quella “maligna”, prova a farla, così come a chi dichiara di apprezzarla sempre e comunque, senza limite alcuno, se non quello di essere “ben fatta”.

Come forse ho già scritto, forse più di una volta – scusate, ma ho un’età in cui comincio a perdere i pezzi…

Dicevo. Come forse ho già scritto da qualche parte, per me la satira ha un ruolo “distruttivo”. L’oggetto della distruzione sono gli schemi mentali, la morale acquisita, ipocrita e non “esperienziale”, la maschera che impariamo ad indossare fin da bambini e cui, nel tempo, ci abituiamo così tanto da ritenerla la nostra vera faccia.

Quella che fa sì che la morte di un Simoncelli non sia un fatto – è morto un ragazzo, cosa che succede migliaia di volte tutti i giorni -, ma un episodio carico di incredibili significati e che dovrebbe indurci ad un’indicibile sofferenza.

La satira, per me, è come uno scalpello, che non fa altro che togliere pezzi di “croste” e sedimenti vari, alla ricerca di ciò che sta sotto. Cosa ci sia, non è dato saperlo. Forse non c’è nulla. O forse anche l’idea che non ci sia nulla è uno schema mentale che ci è stato inculcato. Per ora non so, se lo scopro ve lo dico.

Ad ogni modo, leggevo gli attacchi di questi tipi che ci auguravano la morte, perché non abbiamo rispetto per chi è appena morto. Leggevo anche le reazioni, tipo quelli che magari replicavano agli psico-moralisti accusando “Simoncelli se l’è cercata. Era solo un ragazzino strapagato ed incosciente”. Eccetera.

Leggevo il dibattito, incluse le nostre reazioni. Ma soprattutto, cercavo di “ascoltare” le mie.

E così ad un certo punto mi son chiesto: “Ma sono così diverso da queste persone?”

Ho annotato mentalmente i miei pensieri scandalizzati. “Ma come fa questa gente a scrivere delle cose così idiote? Come fa a non capire il senso di quello che scriviamo? Che lo si fa per un ‘fine superiore’, per evolvere, per togliere le fette di prosciutto dagli occhi di quelli come loro? Perché non si levano dai coglioni?”

Ho sentito la mia riprovazione, il mio biasimo, il mio scandalo.

Ed ho trovato la risposta alla prima domanda.

No.

Non sono così diverso dal tal Parziale che su Facebook ci augura che ci venga un cancro alle dita.

(Un cancro alle dita! Grande, Parziale! A te Marziale ti fa una pippa)

Abbiamo modi diversi in qualità ed in quantità di pensare ed esprimere certe cose, ma il “germe” che le provoca è presente sia in me che in lui.

Dunque, ho concluso che vorrei riuscire a fare una cosa. Vorrei accettare il fatto che ci siano quelli come Parziale. Vorrei che venissero a popolare le nostre pagine Facebook, ad insultarci, a scrivere le peggio cose con i loro CAPS LOCK belli armati. E, soprattutto, vorrei che a me andasse bene così. Che lasciassi andare ogni pretesa di cambiarli, questi signori. Vorrei essere in grado di accettarli così come sono. Di amarli, persino. Sinceramente.

Perché questa sarebbe la cosa peggiore da fare nei loro confronti, la più cattiva: essere davvero diverso.

 

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Rivoluzione

Er Pelliccia

Da qualche giorno, pur non avendo assistito “in diretta” agli avvenimenti di sabato scorso, mi interrogo sul loro significato. Ma niente, non ho studiato e non mi ricordo cos’ho scritto negli appunti.

È che, in fondo (ma neanche tanto), trovo tutto assurdo. A parte vedere una città data alle fiamme (e con Roma la cosa può sicuramente dare soddisfazioni), c’è qualcosa che non torna. Chissà dov’è che è andato.

In primis, provo una certa repulsione per gli stessi organizzatori, i famosi indignati. L’indignazione, di per sé, è qualcosa che mi sta sul cazzo. L’ho sempre trovata inconcludente, inutile.

– Ora io ti do un calcio nei coglioni.

– Urca, ma allora io mi indigno!

– E io te lo do lo stesso, sai che mi frega della tua indignazione.

E s’è visto, direi. Ho sentito dire che “gli indignati italiani sono state le prime vittime delle violenze dei black bloc”. Io non direi che son state vittime. Semplicemente, sono scomparsi. Spariti dall’obiettivo delle telecamere e delle macchine fotografiche. Puf.

Il principale risultato di questa manifestazione, almeno in Italia, probabilmente sarà l’ottenimento di leggi speciali sulle manifestazioni. Beh, se non altro ci sarà qualcosa di nuovo per cui indignarsi, e contro cui manifestare.

Io trovo, in realtà, che sia tutto ridicolo. E in Italia abbiamo una capacità di far risaltare il ridicolo che non ha uguali al mondo. A cominciare dal significato dato all’indignazione. È qualcosa che io trovo infantile. Si va in piazza, armati di bandiere e vestiti colorati, e si manifesta la propria indignazione.

“Mamma, il compagno m’ha rubato la merenda!”. “Papà, l’amichetto mi ha tirato un pugno!”. “Governo, mi hanno licenziato!”

Come se far ciò servisse a qualcosa. Sempre a tentare di cambiare gli altri. Mai a tentare di capire che ruolo si ha nelle cose che non piacciono, e provare a cambiare questo.

E quando i bambini si indignano, poi c’è sempre quello che reagisce, incazzato. Che magari perde il controllo, e distrugge tutto quello che si trova davanti. La differenza tra i bambini e gli adulti con le teste dei bambini è che questi pianificano e premeditano.

Ed infine arrivano i bambinoni che fanno da capetti, i go-go-governi, che prendono spunto da quel che accade per ribadire il loro ruolo. Parlo dei La Russa, dei Maroni e dei Di Pietro, che è chiaro che fan festa quando succedono queste cose qui.

Ed è un circuito senza fine. Gli indignati continuano a ballare ed agitare cartelli. E a cambiare etichetta. L’altro ieri proletari, ieri no global, oggi indignati, domani chi lo sa. Un’etichetta che dà giusto la forza per fare una scampagnata in una piazza per poi ritrovarsi con il barbecue rovesciato dai soliti rompicoglioni ed i custodi che s’incazzano e ti sbattono fuori.

Forse basterebbe allargare la visuale…

Er globbo teraqqueo

… fermarsi un attimo e chiederci che diavolo stiamo facendo.

A me gli indignati fanno tenerezza, perché sono come i giocatori che subiscono fallo e si rotolano invocando l’arbitro. “Oddio! Che male m’ha fatto! Ammonisca! Espella! Cornuto che non è altro!”. Ma non mettono in gioco niente.

Perché continuare a giocare? Perché cercare di cambiare le regole – “Vogliamo la moviola in campo, Cristo santo!” – , e non mettere in discussione il fatto stesso di stare in un campo a tirare calci ad un pallone?

C’è un sistema, che si vuole cambiare. Il sistema ha qualche problemino. Primo fra tutti, quello di sostentarsi ed alimentarsi con risorse che non esistono. Abbiamo stati con debiti che fanno paura. Abbiamo scordato che il denaro doveva essere uno strumento, gli abbiamo conferito la qualità dell’esistenza – mentre, tra l’altro, lo rendevamo sempre più “virtuale” – ed abbiamo continuato a fare come se avessimo risorse infinite. Che non abbiamo.

Stiamo sognando, e nel sonno ci dibattiamo per cambiarlo, il sogno, come se fosse reale.

Il pianeta, il nostro letto, va avanti per i fatti suoi. Al pianeta, ed agli altri suoi abitanti, non frega un cazzo della nostra crisi, non se ne rendono conto. Se non per il fatto che, nel nostro sonno disturbato, il letto lo stiamo pure danneggiando, e non è chiaro fino a quando resisterà.

Per ora – e ci basterebbe darci un’occhiata intorno, magari guardando i prati che ancora esistono ai lati delle autostrade – risorse ce n’è. In abbondanza. Ce n’è per tutti. Ce ne sarebbe, per tutti. Ma per averle, per goderne, abbiamo deciso, nel nostro sogno, che bisogna avere una risorsa “madre”, il denaro, che non esiste.

Fosse almeno qualcosa di fisico.  No, ormai è un insieme di – sempre meno – banconote stracciate e di byte accesi in vari mainframe.

Ma lo sapete che ad una banca basta avere 10 unità di denaro in cassa per operare come se ne avesse 100? Lo sapete che uno stato, da qualche decennio, non è più tenuto ad avere oro nelle proprie casseforti per emettere valuta?

Sapete che c’è, miei cari indignati? C’è che a voi il sogno va bene. Volete cambiare qualche particolare, ma siete contenti di sognare.

Abbiamo le “nostre” auto, i “nostri” computer, le “nostre” case, i “nostri” cellulari, le “nostre” insalate, le “nostre” vacanze, i “nostri” lavori (chi ancora ce l’ha). Eccetera. Eccetera. Eccetera. E soprattutto abbiamo i “nostri” (sempre meno) soldi.

E allora sapete che vi dico? Che la rivoluzione non la faremo mai.

Parlo della rivoluzione vera. Parlo di smettere di sognare. Parlo non di cambiare il sistema, ma di uscirne. Parlo di rischiare tutto e, un bel giorno, non accendere il telefono, non salire sulla macchina, non andare a lavorare.

Parlo di mettere in discussione tutto, tutto quanto. E trovarsi, e ri-inventarsi tutto daccapo. Un po’ come alla fine di quei film catastrofici americani, dove però si premurano sempre di far sventolare una bella bandiera, magari un po’ sgualcita, per ricordarci che bisogna ricostruire esattamente quello che c’era prima.

Forse lo faremo, quello di cui parlo, quando il sogno si sarà trasformato in un tale incubo che l’unica cosa da fare sarà svegliarsi di soprassalto.

Ma chissà che non si possa fare qualcosa prima. Io credo che bastino poche migliaia di persone, che invece di andare a fare inutili – perché funzionali al sistema – manifestazioni, agiscano. Escano.

Il sistema non può vivere senza le cellule che ne fanno parte, per cui io credo che, abbastanza rapidamente, cesserebbe di esistere. Anche perché, a ben vedere, il sistema stesso non esiste: siamo noi, tutti noi, ciascuno nel suo piccolo, che gli diamo sostanza.

(Io ci proverei anche ma, lo confesso, da solo mi sembra troppo difficile. O forse anche a me, in fondo, sta bene continuare a sognare)

Altrimenti continuate pure a fare le vostre manifestazioni. Ma non stupitevi se arriva un “er Pelliccia” qualunque e vi rovina la festa.

A ben vedere, ve lo siete cercato.

 

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Una serata speciale

Un venerdì sera da solo, senza la solita confortevole presenza di mio figlio. Sono uscito pure prima dal lavoro, ho già fatto la spesa e ritirato le camicie stirate. Un weekend che si prospetta in discesa.

E allora che faccio, oltre a farmi da mangiare solo per me? Massì, dai, una botta di vita stasera. Mentre ingollo due hamburger e degli spinaci, mi guardo il Tg1.

Non credo di avere mai visto il Tg1, in tivvù, in diretta, tutto intero. Ne ho sempre solo sentito parlare. Ho letto decine di noiose battute su Minzolini cagnolino-schiavo. Ho visto qualche editoriale su iutiùb, perché ne parlavano in tanti.

E stasera è una serata speciale. Il tipo basso odiato da tutti i perbenisti e osannato dalle pecore ha vinto di nuovo. Gli oppositori sono entrati e usciti e entrati e usciti da far venire il capogiro. E alla fine non è successo un cazzo.

E mi becco pure il suo editoriale (party!). Mentre comincia, mi prefiguro le urla indignadas del los indignados nostrani, che si lamenteranno del canone che pagano al cagnolino.

Lui dice dieci parole in croce. Mi fa ridere vederlo, come ondeggia. Non serve uno psicologo navigato per inquadrare il tipo, basta saper ascoltare la propria pancia. Uno che ha capito come sbarcare il lunario con un certo sfarzo. Ma che sa che le cose che dice sono cazzate, mentre le dice. E lo capisce benissimo anche chi ascolta.

Peraltro, non tutto ciò che dice sono cazzate. Certo, basta mettere le dieci parole in fila, mentre le si ascolta, collegare l’ottava alla seconda, e il timido tentativo manipolatorio salta all’occhio. E fa sorridere.

Dopo l’editorialissimo, c’è pure un lungo servizio sugli indignados. Questa moda spagnola che ora anche l’Italia importa. Perché noi di nostro non sappiamo inventare niente. Nemmeno uno stato mentale così inutile come l’indignazione. E il servizio non è male. Ne sono sorpreso. Sarà che mi sarei aspettato, per quello che si diceva e leggeva in giro, che manco ci fosse, il servizio.

Finisce il tiggì, e parte Radio Londra. Seguo il ciccione, un po’ distrattamente, mentre addento un pezzo di formaggio. E pure lui, che non avevo mai visto, un po’ mi sorprende. Sì, ha quel modo di fare artefatto. C’ha gli occhioni azzurri belli che spinge verso l’obiettivo, il sorriso beffardo e saccente di chi vi spiega come va il mondo, ma basta di nuovo ascoltare la pancia, anche se un po’ satolla, per capire che è tutto costruito. Che il tipo, in un momento di sconforto, deve aver incontrato un qualche sedicente genio della comunicazione, che gli ha spiegato come essere assertivo, come bucare il video (e che buco!) e come convincere l’ignobile plebaglia di ciò che desidera propinare.

Ma pure lui, il pingue lardoso, sa di stare mentendo. Glielo si legge in quel bel blu degli occhi, che mi ricorda l’assenza di mio figlio.

E pure lui, mentre parla, non dice tutte cazzate. Ogni tanto racconta fatti. Ogni tanto esprime opinioni in maniera esplicita, come si confà a quelle espresse bene, fatte per dare un punto di vista che non vuole essere imposto a tutti i costi, riferite al soggetto di chi le esprime: “A me questo non piace…”.

E penso a quanto mi fanno incazzare gli oppositori attuali. Al fatto che, di fondo, disprezzano le persone che vorrebbero portare dalla loro parte. Che li ritengono degli stupidi. Che non capiscono che il problema non sono i Ferrara ed i Minzolini, che manipolano, ma chi li ascolta, che decide di lasciarsi manipolare. Perché non c’è nessuno che li stimoli a pensare. Che insinui dei dubbi. Che rompa gli schemi. Che rinunci alle certezze per creare qualcosa di nuovo.

Solo sdegno, vergogna, riprovazione. In una parola, censura.

Le persone che credono ai Ferrara e ai Minzolini, lo fanno perché hanno bisogno di credere in qualcuno. E hanno questo bisogno perché hanno paura. Sanno che mentono, quando mentono. Perché la loro pancia parla anche a loro. Ma non la ascoltano.

E voi che fate? Entrate e uscite, entrate e uscite. L’atteggiamento tipico di chi ha capito dove stare, vero? Il comportamento di chi non ha paura, vero?

E allora sapete che vi dico? Decidete dove stare, una volta per tutte. Dentro, fuori, scegliete voi. Non sapete dove stare? Tirate una monetina. Ma una volta che è uscita la testa, o la croce, andate dove dice la moneta.

E restateci. Cazzo.

 

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Connect the dots

Again, you can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards.

(Steve Jobs, address at the Stanford University, 2005)

 

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Karma

Secondo il Codice degli Stati Uniti, il terrorismo “è l’uso illecito della forza e della violenza contro persone o beni, al fine di intimidire od influenzare i governi o la popolazione civile”. (Wikipedia)

Grande commozione oggi, in ogni dove, per i 10 anni dell’11 settembre. Una data che ha cambiato la storia. Una data che solo oggi, in esclusiva, ricorreva dopo 10 anni. Un’occasione da non perdere per sentirci tutti dalla parte del “bene”.

“Dov’eri tu l’11 settembre del 2001? Cosa facevi? Cos’hai provato?”, chiedevano un po’ tutti nei giorni scorsi, radio, giornali, TV. Io mi son sentito un po’ interrogato, sospettato. “Cazzi miei”, ho pensato fra me e me.

Tuttavia, preso dallo schema mentale che fa sì che dobbiamo considerare speciale un lasso di tempo di ventiquattro ore perché dieci – o un suo multiplo – rivoluzioni prima di questo insignificante pianeta intorno alla sua stellina era accaduto qualcosa, mi son trovato anch’io a riflettere.

Come sempre, mi son visto infastidito dall’ipocrisia. Quella che fa sì che si passi la giornata a forzare la nostra commozione: “Ricordi dieci fa? Oooh, che roba, neh? Mettiamo una bella candela su Facebook, va’, come fanno tutti”.

L’importante è farlo senza modificare troppo le nostre inveterate abitudini. Per esempio, interrompendo sulla Radio le cronache delle partite della tanto attesa seconda di Serie A (quest’anno, magicamente, arrivata prima della prima) con collegamenti da New York, per farci “vivere le emozioni della cerimonia di commemorazione”.

Sembrava il campo in più.

“Scusa Raffa, intervengo da New York! Giuliani ha appena portato in vantaggio la squadra di casa, con uno splendida preghiera a Dio che benedica l’America, su assist di Bush! Sembrava ormai finita la carriera del vecchio texano, che però è riuscito a fare una commovente e silenziosa passeggiata fra i resti di Ground Zero. Ottimo anche il velo di Obama, che ha ritardato il piano per l’occupazione, consentendo all’attaccante italo-americano di segnare. Impotente la difesa avversaria, immobile, quasi come il suo allenatore, Bin Laden. Ed ora cediamo la linea a Udine.”

A me quel che colpì di più dell’attentato dell’11 settembre fu quanto fosse “americano”, nella sua spettacolarità. Voglio dire: quel signore barbuto riuscì ad concepire e, soprattutto, a realizzare – ammesso che quel che ci raccontano sia vero – una roba che neanche il più brillante sceneggiatore di film catastrofistici di Hollywood sarebbe riuscito ad immaginare.

Io questo ricordo dell’11 settembre del 2001, cari radio, giornali, TV. Che sembrava di vedere un film. Ma era vero.

Mi sono andato a cercare la definizione di terrorismo, che ho messo all’inizio. E mi son chiesto: ma quali sono stati i primi atti di terrorismo compiuti nella storia? Possibile che non ci sia stato nessuno, prima, a fare qualcosa di così dirompente, incredibile, spettacolare?

Beh, il primo che m’è venuto in mente è stato un tipo che sparò ad un altro tipo che era re o principe, credo dell’impero austro-ungarico. L’attentatore era un anarchico o giù di lì. Ricordate? Di questo episodio probabilmente abbiamo visto un’immagine dipinta da qualche parte e riportata su un libro di storia delle medie o del liceo. E dovremmo ricordarci che causò – non ho mai capito perché – la prima guerra mondiale.

Poi mi è venuto in mente l’Olocausto. “Ma no”, mi son detto. “L’Olocausto non fu terrorismo, tecnicamente. Fu lo sterminio scientifico di un popolo. O meglio, di chi credeva ad una certa religione. Ma non c’era un governo da intimidire o influenzare”.

Ho cercato nella memoria. E, lì dentro, ho trovato solo questo.

“Guarda un po’”, mi son ritrovato a dialogare con me stesso. “Sta’ a vedere che quel ciccione del Buddha forse con quella storia del karma qualcosa c’aveva azzeccato”.

 

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Chi c’è dietro

 Courtesy of Vinx80x - Flickr

 Stamattina in auto stavo masochisticamente ascoltando Radio Anch’io, su Radio Rai 1, ovvero quello che una volta era “il primo canale della radio”.

Ovviamente si parlava di crisi, economia, finanza e Berlusconi. C’erano due giornalisti, uno di destra (Panorama) e uno di sinistra (l’Espresso). Non avevo mai sentito i loro nomi – tant’è che non li ricordo -, ed ero contento di non capire chi fosse dell’una o dell’altra parte. A volte sembravano addirittura concordare.

Ad un certo punto, interviene il tal Senatore Belisari, dell’Italia dei Valori. L’ho immediatamente etichettato, pregiudizialmente, come uno dei tanti automi della politica italiana. Uno di quelli che intervengono al Senato o alla Camera, dove magari sono anche i capigruppo del loro partito, ma solo perché il vero “leader carismatico” è nell’altro ramo del parlamento o ha qualche altra carica onorifica.

Ce ne sono in tutti i partiti, non so se avete notato. Intervengono in queste trasmissioni, o fanno le note per le agenzie di stampa, o cose del genere. Tipo i Cesa, i Donadi, i Bonaiuti. Sono quelli che lavorano anche d’estate, riempiendo i notiziari con dichiarazioni insulse, analogamente a come lo stravisto ispettore Derrick e la sua consorte, la signora in giallo, intristiscono i brulli palinsesti televisivi.

Ho voluto accantonare il mio pregiudizio, e ascoltarlo. Tanto non avevo un cazzo da fare.

Il Senatore Belisari ha cominciato il suo intervento, con una roba che più o meno suonava così:

Noi dell’italiadeivalori abbiamo le nostre controproposte. Ogni anno facciamo la nostra contromanovra, con i controcoglioni, e la presentiamo qui e là, ma nessuno ci caga.

E va bene. Bravo. Bis.

Poi ha continuato:

Perché noi vogliamo sapere chi c’è dietro le scelte della politica economica italiana. Vogliamo sapere se ci sono Berlusconi e Alfano oppure Tremonti e Calderoli. Vogliamo sapere se dietro le politiche sul lavoro c’è Marchionne o Marcegaglia…

E via così.

Al che mi sono infervorato, e ho preso il cellulare. Ho chiamato l’ottomila-cinquemila-uno, il numero verde della trasmissione (mi piace perché lo dicono sempre così, non con l’ottocento come fan tutti con i numeri verdi). Ho chiamato a ripetizione, ma niente. Sempre occupato. Come il cesso al bar quando ti scappa e sei entrato chiedendo un caffè ma volevi solo pisciare.

Dunque, riporto qui la discussione che non ho avuto con il Senatore Belisari, ma che ho solo immaginato.

 
– Alex: Buongiorno Dottor Po. Tanti saluti al Maestro Shifu e ai cinque cicloni. E buongiorno anche al Senatore Belisari. Le posso fare la mia domanda?

– Belisari: Certo Alex, mi dica.

– A.: Senta, Belisari, lei prima ha detto che vuole sapere chi c’è dietro le scelte di politica economica, finanziaria, del lavoro, eccetera, giusto?

– B.: Sì sì, ho detto così. Ma qual è la domanda?

– A.: Ecco, Belisari, mi dica: perché?

– B.: Eh?

– A.: No, dico. Perché vuole sapere chi c’è dietro? A che cazzo le serve sapere chi c’è dietro? Perché dovrebbe servire a noi cittadini?

– B.: Ma io intendevo dire…

– A.: Non so se si rende conto, Belisari, che è questo il problema principale dell’Italia, forse del mondo.

– B.: Come?

– A.: Sì, è così. Vi lamentate tanto che il potere berlusconiano si fonda sul suo personalismo, e non vi accorgete che ragionate nella stessa maniera. Non vi accorgete che il problema principale è che la gente non sa più ragionare con la propria testa. Se tizio dice una cosa, quelli che sono della sua parte annuiscono, quelli dell’altra scalpitano, sbraitano e incitano alla vergogna.

– B.: Ma cosa c’entra…

– A.: Per non parlare del fatto che quando c’è un qualche avvenimento, la stragrande maggioranza delle persone va a cercare cosa dice tizio se sta dalla parte di tizio o caio se sta dalla parte di caio a proposito di quell’avvenimento, e poi quelle opinioni sostiene, con la caparbietà dei muli. Non si rende conto lei, che sì non conta un cazzo, ma è pur sempre un delegato di qualche migliaio di cittadini, che se veramente è contro Berlusconi potrebbe cominciare a dare l’esempio provando a ragionare in un altro modo? Non potrebbe provare a documentarsi, durante le sue brevi ferie, su quali sono le dinamiche economico-finanziarie che portano a certi fenomeni e a certe proposte? Potrebbe provare ogni tanto ad utilizzare il principio di non colpevolezza fino a prova contraria, non solo nei processi, ma anche nella valutazione di affermazioni, idee e proposte? Non potrebbe provare a sforzare le meningi per cercare di capire se un’idea di Marchionne, ammesso che ne abbia, sia buona, a prescindere dal fatto che l’abbia avuta Marchionne? Bisogna sempre vedere il marcio ancor prima che ci sia, così da creare le condizione affinché si sviluppi?

– B.: Ma io non capisco…

– A.: Sì, lo so, Belisari. Mi rendo conto che lei non capisce. Le faccio allora un’ultima domanda: lei che cazzo ci sta a fare in questa trasmissione?

– B.: Mi scusi, ma questo continuo turpiloquio è insopportabile.

– A.: Lo è come il suo, Belisari.

– B.: Io non ho detto parolacce.

– A.: Lei le parolacce le dice senza dirle. Emette sentenze senza fare dibattimenti, e non sulle idee, ma sulle persone. Io sarò turpe nella sostanza, nelle cose che dico, ma lei lo è nei comportamenti, nei modi che usa per non ragionare inducendo quelli che vorrebbe rappresentare, o quelli che si fanno rappresentare da altri che sono insieme o contro di lei, a non ragionare. E ciò è ancora più grave.

– B.: Io davvero non ho parole. Una simile aggressione contro la mia persona è inaccettabile…

– A.: Lei non ha veramente capito un cazzo, Belisari. Io non ce l’ho con la sua persona. Se avessi preso la linea mentre parlava il suo collega Raimondi del Pd, o Capezzone o Della Vedova o Reguzzoni, l’avrei insultato allo stesso modo. Perché io ce l’ho con la vostra inerzia mentale, con la vostra ineluttabile volontà a rinunciare all’utilizzo dei neuroni che la natura vi ha donato, non tanto in ragione di un vitalizio che spero vi sarà strappato con i forconi, quanto per la gratificazione ed il riconoscimento di un ego fragile ma ambizioso. Non ce l’ho affatto con la sua persona, se lo vuole mettere in quella testa vuota?

– B.: Mah… Dottor Po, la possiamo chiudere qui?

– A.: Sì, Belisari. Sono d’accordo con lei, finiamola qui. Tanto è inutile. Buona giornata.

– B: Buona giornata…

– A.: …

– B.: …

Normal.

 

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