I have a dream (*)

“Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi.

(“onorevoli” si fa per dire)

Sono qui per rispondere alla mozione di sfiducia presentata dal Movimento Cinque Stelle, o come diavolo si chiama. Ma, contrariamente a quanto probabilmente vi aspettereste, vi eviterò di perdere tempo nell’ennesima inutile discussione, giustificandomi con la mia buffa voce da Tina Pica, che chi ha presentato la mozione sicuramente manco si ricorda chi è, ricordandovi che ho sempre servito lo Stato con il massimo impegno, che tutto ciò che è stato scritto sulle mie telefonate ai Ligresti non l’ho mai smentito, che mi dispiace di essermi lasciata coinvolgere personalmente da una vicenda che vedeva coinvolte persone che, purtroppo, proprio personalmente conosco, tipo una poveraccia che se il sabato non può fare il suo shopping in Via Montenapoleone muore, davvero, non è che dico così per dire, ne è davvero capace di lasciarsi morire, che ho fatto cose simili per questo e quello, eccetera, eccetera.

Vi risparmio tutto questo perché sono io che mi dimetto.

Ma non mi dimetto perché ritengo fondate le motivazioni di chi ha presentato la mozione. Mi dimetto perché mi sono rotta i coglioni. Anzi, mi avete rotto i coglioni.

Voi, che fate tanto i superiori, che invitate alla moralità, che vi scagliate contro  di me, voi non siete migliori di me. E lo sapete benissimo. Sapete benissimo che, in ogni aspetto, la vita di questo presunto Paese si fonda da sempre sul compromesso, sulla raccomandazione, sulla ragione  personale. E poi è inutile che vi scherniate dietro a una moralità da quattro soldi, come ci ha insegnato l’ipocrita religione della confessione.

Lo sapete voi che ogni volta che potete bypassate le regole il cui rispetto voi stessi auspicate, dalla visita dal dottore alla coda alle poste al posto di lavoro ottenuto mandando il curriculum  a qualcuno che conoscevate (che male c’è?) o che avete convinto ad assumervi quando avete potuto interagirci personalmente. Voi, che sbandierate che per un amico che ha bisogno andreste in capo al mondo, e ora venite qui a farmi le prediche. Voi, che fate del compromesso, della ragione superiore, del “vorrei ma non posso” il vostro pane quotidiano.

Tipo quel Pippo Civati tanto carino, che rinuncia alle sue convinzioni perché qualcuno lo ricatta: ma chi te lo fa fare, di cedere ai ricatti di quell’altro? Cosa temi di perdere? La tua rendita di posizione di quattro sfigati nei circoli deserti del PD? Credi di essere tanto diverso da me, che potrei invocare la stabilità del governo per restare attaccata alla mia sedia?

O tipo questi cinquestellini tanto veementi: ma cosa vi credete, anche voi, che siete qui solo perché vi nascondete dietro un simbolo e un nome che sono di proprietà – ripeto, di proprietà – di un pazzo con la barba bianca e di capellone spietato che sta sempre zitto, che se mai decideste che non vi va più di averli col loro fiato sul collo dovreste ripartire da zero, come pensate che arrivereste a prendere il 25 percento dei voti? Vi rendete conto o no che vi tengono per le palle, a voi duri e puri di  questa minchia?

Sì, mi dimetto. E vorrei tanto dare il buon esempio. Vorrei che tutti gli italiani, che io rappresento fedelmente, dal primo all’ultimo, si dimettessero. Ciascuno dal proprio ruolo. Di lavoratore, di elettore, di cittadino, di quello che vi pare.

Temo sia l’unico modo per ripartire un minimo e sperare di riuscire a tirarci su le braghe.

Grazie per l’attenzione, e arrivederci.”

 
(*) Umilmente emulando Fed, missing in action.

 

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È colpa sua

Da quando è successa la tragedia di Lampedusa, “vergogna” secondo Francesco, “vergogna più orrore” secondo Giorgio, e valutate voi cos’altro aggiungere, non vedo che gente che gioca a dire di chi è la colpa.

La Bossi-Fini. Colpa loro che non sono mai andati d’accordo, figurarsi fare una legge insieme. La Kyenge e la Boldrini. Colpa loro, che portano cordoglio laddove del cordoglio non se ne fanno niente. Il reato di immigrazione clandestina. La Guardia Costiera. Il Frontex. L’Europa. Barroso. La Merkel. Schettino. L’indifferenza. Gheddafi, Assad e pure Obama. Sallusti e Cicchitto. Berlusconi e Berlusconi. La Somalia e l’Eritrea, che da vent’anni sono un inferno, come sicuramente tutti ricordate. Vendola che porta Boldrini in parlamento. Letta che fa ministro Kyenge. “Venga a contare i morti con noi”. “Morto 1, morto 2, morto 3…”.

Ma secondo voi, di sapere di chi è la colpa, a quelli che sono morti gliene frega qualcosa?

Quando succedono queste disgrazie, si vede lontano un miglio che tutti ragionano, ancor prima che per strumentalizzare l’evento in ottica di maggiore consenso (“Se è colpa di quegli altri, allora voterete noi”), per disfarsi al più presto di un’eventuale responsabilità. Perché in Italia pensiamo, pianifichiamo e agiamo così: non per raggiungere un obiettivo, ma per scansare una colpa.

Per questo finiamo col dimenticare: le colpe continuano ad accumularsi, solo l’oblio allevia il loro peso. Per questo i nostri politici concludono poco o nulla (e cazzo, quanto ci somigliano). Per questo siamo dove siamo, tipo che il famoso 3% continua a farci una pernacchia. E sempre per questo coloro che oggi si oppongono all’“inciucio”, che si dichiarano orgogliosamente “moralisti del cazzo”, non sono diversi dai loro nemici che vorrebbero mandare tutti a casa.

(“Devono andare tutti a casa!”, “Aiutiamoli a casa loro!”: notate come l’approccio mentale, oltre che verbale, sia del tutto simile)

Qualcuno ha mai pensato di provare ad osservare un fenomeno, e ad analizzarlo e gestirlo come farebbe uno scienziato, senza cominciare a marchiare questo come buono e quell’altro come cattivo?

No, voi volete a tutti i costi un colpevole. Ma allora, provate almeno a usare un po’ di fantasia, invece di rimbalzarvi il cerino in maniera così odiosa.

Provate per esempio a dire che è colpa loro, di quelli che sono morti: hanno dato fuoco a una coperta o a chissà cosa su un barcone con qualche centinaio di persone a bordo. Un tantino imprudenti, non vi pare?

Oppure date la colpa al mare. Quest’assurda enorme massa d’acqua fredda e agitata che inghiotte i corpi che non galleggiano, quando ci decidiamo a incriminarla? O almeno a regolamentarne il movimento con una bella legge?

O facciamo un’indagine approfondita, perché se risaliamo all’origine, è colpa di quei due buffoni che si poteva stare tanto bene in quel giardino con ogni ben di dio (letteralmente, tra l’altro) e invece loro no, a dar retta a quel cazzo di serpente, e noi ancora qui a pagarne le conseguenze. Perché – non so se ve ne rendete conto – è con le categorie di queste storielle da bambini dell’asilo che continuate a far muovere i vostri neuroni, voi statisti, voi progressisti, voi libertari, voi liberisti, voi nuovo che avanza, voi federalisti, voi democratici, voi qualunque etichetta vogliate affibbiarvi.

E, se ne avete il coraggio, arrivate all’ultima, ma unica, estrema conclusione: è colpa di quel tizio con la barba, che da quando si parla di lui si nasconde chissà dove.

 

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Paradossalmente

Paradossalmente, io credo che per far uscire i cosiddetti italiani dallo stallo culturale in cui ora sono immersi, che li vede abbandonare – per fortuna! – stantii e limitanti dualismi quali destra vs sinistra, comunisti vs fascisti, progressisti vs liberali, per ricadere tuttavia in uno nuovo, scadente e assolutorio per chi il sistema l’ha sempre sostenuto (gli italiani stessi), quale quello di ggente (volutamente con due “g”) vs kasta (volutamente con la “k”); per emanciparsi, finalmente, da quell’insostenibile e ipocrita moralismo cattolico, che pervade fino al midollo perfino chi si proclama gay e progressista (e lo senti dalla retorica spessa, che si taglia con il coltello come la nebbia in un mattino padano di novembre); per scalzare quel ridicolo scimmiottare i presidenti d’oltreoceano di cui si imbevono gli aspiranti leader del centrosinistra, vuoti come giare di terracotta, o i precari presidenti del consiglio, che quando dicono che sono ottimisti, ai giornalisti russi gli viene da ridere ancora prima che traducano la dichiarazione; per ripulire il territorio dall’arrogante infantilismo di bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni che hanno imparato a dare fiato alle corde vocali perché, per il loro padrone che deve poter fare il cazzo che gli pare, anche loro si devono poter permettere di dire e fare il cazzo che gli pare, e che sono così insopportabilmente servi da poterli scherzare solo in quanto bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni; per riprendere in mano le potenzialità che a ognuno di noi offre un meccanismo chiamato democrazia, senza perdersi in un’aprioristica difesa di una costituzione che manco si è mai letta, e comprendere che essa non è un valore astratto o il fatto di eleggere un monarca votandolo invece che ritrovarselo nominato per discendenza, ma la possibilità di essere non uno, non due, non tre, non venti, ma cinquanta milioni di partiti, individui autonomamente pensanti, rappresentanti di bisogni autentici (perché propri!) e non di interessi miopi di sfruttamento (d’altri), pronti a mettere in discussione le proprie convinzioni e ad ammettere i propri errori, a misurare i fenomeni non in modo oggettivo – non si può – ma convenendo sulle loro metriche – si può -, ad attenersi ai fatti secondo i quali, ad esempio, chi commette un reato non è un delinquente ma una persona che ha commesso un reato che comporta una pena e altre conseguenze, ed è su queste basi, fatti e regole, e non sulle persone cui si applicano, che si prendono decisioni in un senso o in un altro; per evitare di regredire tutti a organismi monocellulari idioti che usano i loro residui neuroni avvizziti per inveire come automi con lettere maiuscole, punti esclamativi e numeri frammisti, vomitando inconsapevolmente tutte le tossine e le porcherie che sembrerebbero voler denunciare…

Ecco, dicevo e mi sono perso, paradossalmente, in virtù di un masochistico condizionamento psicologico che ci vede apprezzare le cose solo quando ne veniamo privati, e dobbiamo lottare per riconquistarle, servirebbe una bella, potente, violenta, schiacciante, insopportabilmente duratura  svolta autoritaria.

Non ce l’ha fatta in vent’anni Berlusconi. Speriamo che ora ci riesca Grillo.

 

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No, we can’t

No, noi italiani non possiamo. Abbiamo una tale completa mancanza di fiducia in noi stessi e nel prossimo, che è davvero troppo chiederci di essere minimamente intellettualmente onesti.

Noi dobbiamo regolare qualunque cosa per legge, perfino gli orari in cui pisciamo, il cerimoniale del matrimonio civile tra i bonobo, le tonalità e i tempi sincopati dei castrati che cantano a X-Factor.

Non c’è bisogno di avere la laurea in psicologia dinamica del testicolo sinistro del vostro portinaio per capire che ciò significa che ci reputiamo l’un l’altro esseri infimi, intimamente portati al fottimento generalizzato del prossimo appena inarca in avanti di qualche grado il proprio bacino. “Ama il prossimo tuo” noi lo intendiamo in senso fisico, siamo fatti così.

Gli arbitri proliferano nei campi di calcio, perché è impensabile che i giocatori ammettano per conto proprio cose tipo “ehi raga, la palla l’ho buttata in porta col pisello, non ricordo più le regole: si può, vero?”. Tra non molto ce ne saranno ventidue di arbitri, uno per calciatore, ciascuno con due ali nere come gli angeli della morte e una telecamera per la moviola in campo infilata nel culo che si biforca a livello delle narici ed esce dalle orbite al posto dei bulbi oculari. E, cazzo, ogni domenica diremo che non se ne può più di questi arbitri che influenzano il campionato.

Tutti a fare i complimenti a Obama che vince: tanto se vinceva Romney era lo stesso, che cazzo ce ne frega a noi furbacchioni? Nessuno che rifletta sul fatto che negli Usa se la disoccupazione arriva all’8% è una roba che si inculano anche George Washington. Mentre da noi è quasi al 12%. Nessuno che sappia che il rapporto deficit / PIL negli Usa, che qualche tempo fa, proprio per bocca del negro che piace a tutti, stavano per dichiarare il default, è intorno al 70%. Mentre noi siamo oltre il 120%.

E non basta, ché non sarebbe neanche un problema quello, avercelo al 120%. Il Giappone ce l’ha a più del 200% (e poi dicono che gli orientali ce l’hanno piccolo). La questione è che lo sanno in tutto il mondo che i giapponesi saranno anche messi male, ma quelli se contraggono un debito in un modo o nell’altro lo pagano, cazzo. Altrimenti fanno harakiri, quelli: si ammazzano da soli per il disonore, se non ci pensa un maremoto, che tra l’altro sembra pure un cognome giapponese.

Noi invece stiamo qui a perdere tempo in idiozie come il premio al quarantadue-virgola-pigreco-percento alla coalizione, il premio del 10% al primo partito, il premio del 2,5% al candidato che twitta la cazzata più grossa. Noi, mentre la casa va a fuoco, stiamo lì a discutere se è stato Tizio o Caio a buttare la sigaretta accesa sul tappeto. E, se ci salviamo, facciamo una legge in cui si vieta di buttare le sigarette accese sul tappeto. “Altrimenti le case prendono fuoco, cazzo!”.

No, noi non possiamo. Neanche se rinascesse e si candidasse alle primarie Leonardo da Vinci, per il centrocentro, il centrodestra, il centrosinistra, il centronord, il centrogrillo o il centrotavola che gli paresse, cambierebbe alcunché.

Non ce l’avremo mai un Obama, e neanche un Romney, chiunque sia questo Romney. Non c’avremo neanche una Merkel, e neppure un Cameron.

Guardateli in faccia quelli che si contendono la vittoria delle tanto vituperate e temute elezioni politiche di quando diavolo si faranno. Sentiteli parlare con il massimo distacco possibile, come se ascoltaste il vicino del bancone del bar che commenta l’ultimo posticipo del campionato. E se per una volta, nonostante siate italiani, vi concederete un minimo di onestà intellettuale, non vi resterà che ammetterlo: Mario Monti, sebbene sia Mario Monti, è il miglior premier che ci potesse capitare, oggi come ieri come domani.

E sapete perché? Oh, mica perché è un tecnico, mica perché è bocconiano, mica perché è stato Commissario alla Dolcificazione della Nutella nell’Unione Europea o perché è l’emissario delle banche che voi stessi foraggiate con i vostri lungimiranti – per loro – mutui.

No, è solo per un unico, preciso motivo: perché non lo abbiamo votato noi.

 

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E tu, witter?

 

Finalmente, dopo anni passati a chiedermi “ma a che cazzo serve Twitter?”, ora il misterioso social network sta assumendo un nuovo ed entusiasmante significato. Almeno per me.

Questo significato, peraltro, è tutto italiano. Ho capito che i nostri Vips vanno lì sopra perché lo fanno le star ammerigane, quindi non puoi non stare anche tu su Twitter, tu che in Italia pensi di contare qualcosa.

Peccato però che i nostri ci vanno con lo stesso atteggiamento broadcast, di benedizione urbi et orbi, con cui appaiono a fare le loro pisciate in un qualunque programma Tv più o meno compiacente, oppure discutendo – si fa per dire – anche animatamente con loro pari (si vedano i Ballarì o analoghi, per esempio). E la gente a casa a mandarli chi più chi meno affanculo, tanto loro mica sentono.

Ma qui su Twitter la cosa è un po’ più pericolosa, perché quelli verso i quali pontificano gli si possono ritorcere contro. E non è ancora come su Facebook, dove qualunque perla di saggezza ottiene centinaia o migliaia di likes, shares comments, e non si capisce più nothings. Lì, spesso, se scrivi qualcosa di intelligente e/o spiritoso, si perde nel coro delle pecore belanti (pro o contro che siano).

Per cui il mio invito è il seguente. Fate come me: rispondete loro su Twitter. C’è l’apposito tastino: Rispondi. Non è difficile.

Ma non incazzandovi, ché non ne vale la pena. Trattateli alla pari, soprattutto quando vengono a insegnarci cos’è giusto e cos’è sbagliato, cosa bisogna fare e cosa no, eccetera eccetera.

Il mio personalissimo consiglio è: prendeteli per il culo. È semplicissimo. Sparano tali cazzate che un destro, a qualunque persona minimamente dotata di senso dell’umorismo, lo offrono sempre.

Certo, inizialmente non risponderanno, non cadranno nelle provocazioni, vi tratteranno come troll. Ma se comincia a farlo un po’ di gente, beh, voglio un po’ vedere…

Diamogli addosso, dai. A mio parere, al giorno d’oggi, le rivoluzioni si fanno così.

 

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Jamme! Anduma!

“Vediamo se risponde”, ho scritto su Facebook.

 

Dalla mia pagina Facebook.

 

Massimo Siano Ti ha cancellato il commento?

GpGiampi GiampaoloCoriani ma che cazzata, saviano.

Domenico Sisinni Semplicemente all’epoca, prima che i piemontesi invadessero il Regno senza nemmeno una dichiarazione di guerra, le Due Sicilie erano molto più evolute del regno di Sardegna.

Luisa Vardiero eccerto, al giorno d’oggi son problemi…

Alexfor Massimo, spero di no!

Marco Barbierato Quindi a un’idiozia odiosa replichiamo con un’idiozia odiosa. Wow…

Massimo Siano Io non lo vedo.

Mario Pusceddu razzismo demenziale

Domenico Sisinni Credo che con questo commento abbia cercato di spiegare che non è carino invadere una nazione, trucidarne gli abitanti a centinaia di migliaia, razziare, stuprare e dopo prendersi il lusso di dire ai discendenti che puzzano. Non ha scritto che i campani sono superiori, sarebbe un’idiozia. Fossi stato in lui non mi sarei nemmeno preso il disturbo di commentare, visto che parliamo di tifosi, ergo parameci.

GpGiampi GiampaoloCoriani allora si è spiegato molto male, perchè io capisco tutt’altro.

GpGiampi GiampaoloCoriani anche perchè paradossalmente molti discendenti degli stuprati e razziati abitano a torino e tengono per la juve.

Domenico Sisinni Bisognerebbe chiedersi come mai abitano a torino..ma capisco che ciò richiederebbe tempo e sforzo. Si dovrebbe studiare la storia, quella vera, raccogliere dati, informarsi. Suppongo sia più comodo continuare a ragionare con approssimazione e un po’ di sano razzismo, vero?

Alexfor Massimo, boh? Tra i miei tweet e tra le risposte al suo lo vedo, ma effettivamente nella mia pipeline (di dice così, no?) non lo vedo.

Ma restiamo pure a discutere di interessanti concetti come la nazione campana e la piemontese, ché magari tra un po’ spunta pure la padania.

GpGiampi GiampaoloCoriani vabbè.

Domenico Sisinni Con l’unica differenza che la padania non è mai esistita 😉
Bene, se il MinCulPop ha stabilito che l’argomento non è interessante si taglia subito, non c’è problema.

GpGiampi GiampaoloCoriani è vero, la padania non esiste, come la mafia (et similia) 😉

Giovanni Giò Giò Giordano alexfor, dai, cazzo… è una battuta innocua… non cerchiamo tutte le volte di contare i peli del culo di saviano… 🙂

Alexfor Ricordo il Regno delle due Sicilie, o mi sbaglio? Continua pure, invece di invocare censure inesistenti. È interessante, davvero. O forse ti sei accorto di aver lanciato un boomerang?

Alexfor Le battute le faccio io, lui fa il moralizzatore. Dimmi quanti degli innumerevoli retwettatori l’hanno intesa come battuta.

Giovanni Giò Giò Giordano hahahahahaha alexfor, vaffanculo 😀

Domenico Sisinni Niente boomerang, non mi piace parlare a vanvera; da quello che leggo tutti i giorni pensavo di essermi iscritto a una pagina dove si capisce l’ironia, per questo ho citato vecchi ministeri….mi fa piacere che trovi la cosa interessante, davvero.

@Giampaolo Ti rassicuro, la mafia esiste..gentile lascito dei savoia anche quella.

Giovanni Giò Giò Giordano hahahaha tu fai le battute e lui il moralizzatore… ma ti rendi conto della cazzata immane che hai scritto ? io l’ho letta sulla pagina di facebook di saviano… e l’ho capita per ciò che è una semplice battuta… magari non brillantissima come le tue , ma una battuta… poi voi duri e puri siete sempre a contare i peli del culo di saviano… quanti di voi sono andati dai casalesi a dire loro in faccia che sono delle merde ? hahaha lì, vi trema il dito 😀

Alexfor Potrei rispondere un sacco di cose.

Potrei rispondere che “ahahah! era una solo una battuta” dov’è già che l’ho sentita? Ah sì, le barzellette del Berlusca. E lì tutti i moralizzatori a dargli addosso (che poi a me quella di “orchidea-orcodio” fece pure ridere, anche se, tecnicamente, era un’idiozia).

Potrei rispondere che a Saviano, che ha 250mila follower su twitter, non so quanti fan su Facebook e non so quanti milioni di spettatori ogni volta che appare in TV per spiegarci cos’è giusto e cos’è sbagliato, non gli conto i peli del culo, gli conto le singole cellule di cheratina di ogni pelo del culo. “Le parole sono importanti”, chi è già che l’ha detto? Che poi magari facesse un po’ di battute, ogni tanto: è di una noia mortale. Lui come gli altri moralizzatori di stocazzo, di sinistra, di destra, di centro, di sopra e di sotto che siano. Ma le battute bisogna saperle fare, bisogna che sia chiaro che lo sono, specie se possono essere scambiate per razzismo al contrario. Piuttosto lo scriva a lato: “Oh, raga, è una battuta eh”. Credo ci stesse nei 160 caratteri.

Potrei rispondere che sono piemontese, e quindi mi sta sul cazzo che si additi la terra in cui sono nato di questo e quell’altro crimine (la mafia pure, questa mi mancava). Conoscete questa emozione? Magari, se volete, vi rispondo così: “ma andate affanculo voi, terroni di merda”, e poi di fianco ci metto “è solo una battuta, neh” (quel bel “neh” piemontese che ancora oggi che vivo lontano dal piemonte, che sono emigrato, mi fa tanto ridere). Sì, mi dà fastidio, ma molto meno di quanto pensiate.

Perché la verità è un’altra. La verità è che io ce l’ho con voi, pecore belanti. Non me ne frega un cazzo di Saviano, tanto so che non mi risponderà. A meno che questa foto venga piacciata e condivisa da un certo numero di pecore (o, magari, di individui). Mi state sul cazzo voi, a prescindere dal vostro pastore, che sia Berlusconi, Fini, Grillo, Renzi, Saviano o chiunque altro. Voi che siete risposti a ridere di qualunque cosa, voi che apprezzate l’ironia (documentati su cos’è, tecnicamente, l’ironia, invece di rompere il cazzo con regni scomparsi oltre 150 anni fa, borbonico o savoiardo che fosse: io l’ho usata, e bene, fino a prima di questo post, a cominciare dalla risposta a Saviano), finché non tocca il pastore su cui proiettate le vostre aspettative di giustizia in terra o in cielo. Pastore che osannate finché non vi stufa o finché non venite delusi da come si comporta quando ha ottenuto il potere che voi stessi gli avete concesso, così da potervi scandalizzare e rivolgervi a un nuovo pastore.

Ah, cazzo. Dimenticavo. L’accusa che io non ho le palle e quindi non ho il coraggio di puntare il dito ai casalesi. Vaffanculo tu, chiunque tu sia. Io nella mia vita il coraggio lo dimostro ogni momento, anche quando mi tengo a distanza dalle pistole per non lasciare un figlio senza padre. Chiedi a Saviano, vista la vita che fa, se farebbe un figlio. Ti ricordo, che Saviano ne paga i costi del suo puntare il dito, ma ne ha anche i vantaggi in termini di notorietà: tu ci vai in TV o su Repubblica tutte le volte che devi scoreggiare qualcosa? Io no. E tralascio i soldi. Mi dispiace per lui: non è nelle condizioni, o forse non è capace, di goderseli.

Insomma, sapete che c’è? Andatevene affanculo voi. In napoletano o in piemontese, come preferite.

Giovanni Giò Giò Giordano no problem… con la differenza che io ho spalato merda su papi sin da quando faceva il “re del mattone” … 😀

Domenico Sisinni 1. A me Saviano non piace, parla troppo; io ho commentato il “i campani sono superiori ai piemontesi”, stronzata che hai detto tu, di lui me ne frego.
2. Qui non si incolpano i piemontesi, casomai si parla degli ex regnanti. In ogni caso sono fatti storici documentati e anche se sono passati 150 anni i risultati si vedono ancora adesso. Ti piaccia o no.
3. Piantala di fare l’esaltato tipo mi state sul cazzo tutti, pecore a destra e a sinistra, i pastori, vaffanculo voi, topo gigio e gli aristogatti. Sembri un liceale in assemblea di istituto.

Riassumendo: rilassati, si sta solo discutendo; è anche vero che per farlo ci vorrebbero delle basi. Buona serata.

Alexfor La stronzata l’ha detta lui, la mia è una stronzata che segue logicamente, e ironicamente, alla sua.

Ah, di questi commenti, se interessa, ne ho fatto un post.

Domenico Sisinni Mai messo in dubbio il fatto che Saviano avrebbe potuto evitarsela.
Ho visto che hai fatto un post, non capisco il perché ma ho visto.

Alexfor Tu che hai parlato di MinCulPop ora parli di buone basi per la discussione? Ma ri-vaffanculo!

Domenico Sisinni In pratica qui funziona che l’ironia la fai tu e basta, gli altri ridono e se osano ironizzare partono i vaffanculo..democratica come cosa.

Alexfor Sì, infatti. Da MinCulPop.

Ripeto, l’ironia impara a farla, ché ti viene piuttosto male.

Domenico Sisinni E tu impara a capirla, visto che la sai solo fare (o almeno credi). E per concludere hai fatto un post con il contenuto della conversazione (concludendolo ovviamente con la tua risposta). Per farci bella figura immagino. Dio, dove sono capitato.

 
To be continued?

 

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Il cosa e il come

Vi capita mai che pezzi della vostra vita di cui non capivate il senso improvvisamente si colleghino da soli, assumendo una conformazione inaspettata che rivela come un disegno, un puzzle, un qualcosa che si compone in una figura interpretabile? A me ultimamente sì, tra l’altro sempre più spesso.

Ripensavo qualche tempo fa alle lezioni di greco e latino assorbite e un po’ subite in gioventù, da parte del famigerato professor Vassallo, quello che diobono dovevi stargli dietro sempre perché non te ne perdonava una. Ricordo anche, purtroppo con una nebbia mnemonica che s’infittisce vieppiù, interessanti discussioni – si fa per dire, perché per quanto mi ricordi alla fine discuteva solo lui – su quale fosse il fine non solo della scrittura, ma dell’arte in sé. Un dibattito millenario iniziato da quei primi uomini che a un certo punto si erano ritrovati con del tempo da spendere in qualche modo, avendo identificato modalità più efficaci di procacciarsi il cibo, che sostanzialmente oscillava tra due poli: da un lato, gli assertori della ricerca del “bello” fine a se stesso (Frassica, per esempio), dall’altro coloro che erano convinti, e cercavano di convincere gli altri, che ci dovesse per forza un messaggio da veicolare, un insegnamento da trasmettere (l’esempio che mi viene sempre in mente pensando a questa sponda è l’intellettuale gramsciano, quello che educa e guida benignamente il povero proletario ignorante, tanto per capirci).

Mi intrigò da subito questo dibattito, soprattutto per la sua indeterminazione che mi ricorda – ecco un altro tassello che si collega proprio mentre scrivo – il bellissimo principio di Heisemberg. Troppe variabili non erano definibili, troppe domande senza risposta oggettiva o scientifica. Cos’è il bello? Come si misura la bellezza? E se invece è la sostanza che è importante, qual è il giusto “cosa” da promuovere? Perché una roba sì e un’altra no?

Mi sono ritrovato a proiettare questo dibattito su cose che mi capita di leggere oggi, sull’internet, nonché a dibattere io stesso con altre persone, inizialmente senza rendermene conto, su questo tema.

Ecco, nella cosiddetta blogosfera, leggo spesso cose improntate alla ricerca del bello, dello stile, del come. Sono quei post che mentre li leggi –  se sono scritti bene, eh – ti capita di ridere o di commuoverti o di incazzarti con la cosa con cui ce l’ha l’autore, ma poi finisci e ti ritrovi a dire a te stesso: “Embè? E quindi? So what?”. Se ti va bene, perché il più delle volte, semplicemente, fai un bell’ALT + F4 e dopo pochi minuti il post non ti ricordi neanche di averlo letto.

Altri post, quelli del cosa, li riconosci perché sono pomposi. C’è uno lì su una cattedra che ti spiega il perché e il percome, cosa devi fare e cosa no, cosa si dovrebbe cambiare perché il mondo diventi il paradiso. Se dice cose in cui ti riconosci, magari condividi o metti il tuo “mi piace”, altrimenti dici fra te un bel “ma vaffanculo”, indirizzato all’autore. E di nuovo tutto finisce con il solito ALT + F4.

Ho collegato questo dibattito con altre cose che mi intrigano. Come la convinzione di alcune filosofie / religioni orientali secondo la quale una delle peggiori trappole della mente umana è il cosiddetto “dualismo”. Quello schema di cui non ci rendiamo neanche conto, che ci porta a dividere la realtà – o meglio l’interpretazione viscerale, emotiva e razionale che ne diamo – in fronti contrapposti, tipicamente due: il bene e il male, il bello e il brutto, la destra e la sinistra, Beppe Grillo e Beppe Grillo, eccetera.

E mi son detto: “Ma porca puttana, ma perché devo per forza scegliere? Non posso perseguirli entrambi, il cosa e il come? Chi cazzo l’ha detto che uno esclude l’altro?”.

Ma certo!

Mica facile, però.

Per perseguire il come, devi essere bravo. Nel caso della scrittura – sembrerà banale – devi scrivere bene. Devi conoscere qualche tecnica e saperla mettere in pratica. O magari ti devono venire fuori, le tecniche, che neanche te ne accorgi. Magari scrivi un’epìtope – famosissima figura retorica che tutti voi sicuramente conoscete – ma neanche lo sai che t’è venuta fuori un’epìtope. Eppure è lì, scintillante e inebriante. Quanto mi piace, l’epìtope.

D’altra parte, per far risaltare un cosa – sembrerà banale anche questo – devi avere qualcosa da dire. Ma se leggi in giro ti renderai conto che c’è un sacco di gente che non ha un cazzo da dire. Sono quelli che fanno robe tipo oggettivizzare la realtà, utilizzando artifici facilmente riconoscibili e smontabili: per esempio banali induzioni aristoteliche uno-due-infinito che lasciano l’amaro in bocca, perché l’uno è un’immane stronzata, un assioma travestito da fatto. Sono quelli che scrivono sempre lo stesso post, perché una volta gli è venuto bene, quella volta che avevano qualcosa da dire. Quelli che inveiscono contro qualcuno per un certo motivo e poi ti accorgi –  ci vuole solo un poco d’attenzione – che quel motivo è proprio ciò che li porta a inveire. Sono quelli che non dicono la verità. Già, ma cos’è la verità? Chi la mette giù in assoluto, che sia il papa o l’ultimo dei blogger anonimi, sicuramente non te la sta dicendo. Perché l’unica verità possibile è quella individuale – che poi magari, scava scava, è uguale per tutti, ma questa è un’altra storia -. Se vuoi dire la verità, devi metterti in gioco, devi smontare tutto il pattume che hai nel cervello e negli altri organi interni, e vedere, piano piano, se riesci a tirare fuori qualcosa di tuo. Anche parlando degli altri, anche raccontando storie di personaggi inesistenti, grazie a tecniche che gli scrittori bravi conoscono bene e che consistono nel tirare fuori la verità di questi tizi, stando ben nascosti come un osservatore imparziale.

E niente, quello che vi volevo dire è che mi sono reso conto che io ci provo, a fare entrambe le cose. Non so quanto bene ci riesco, questo lo lascio valutare a voi.

Quindi, ora potete finire come preferite: con un bell’ “embè?” o un sonoro “ma vaffanculo”. L’importante è che ne segua il solito ALT + F4.

 

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È proprio un bel Cardinale

– Uè, cara, che si fa oggi pomeriggio?

– Ma non ci sono le partite?

– No, sono stasera, e il Gran Premio lo sai che mi annoia. Andiamo al centro commerciale di Bonola?

– Ma no! Si va in Piazza del Duomo.

– Ti sei rincitrullita? Lo sai che è pieno di extracomunitari: marocchini, albanesi, giapponesi, bergamaschi… Sarà dal ’90 che non ci andiamo la domenica.

– Ma c’è il Martini, il Cardinale! È pieno di bella gente, vedrai. Trentamila, dicono.

– Ah. Ok, andiamo a sentire ‘sto Cardinale.

– Ma che dici, ciccio? È morto!

– Oh, santo cielo! E che facciamo, andiamo a vedere un cadavere?

– Massì! Ci vanno tutti, e andiamo anche noi. Altro che centro commerciale.

– Va bene… Però prendiamo la metro, eh, ché lì il parcheggio è solo a pagamento.

– Ok, lascia pure le chiavi della Punto a casa.

– Però, ciccia, che coda. Ma non avremo fatto una cazzata?

– Zitto, dai. Guarda c’è anche la tivù.

– Oh Madonna, non mi sono neanche pettinato.

– Ma stiamo entrando in Duomo! Non bestemmiare, Cristo!

– Va’ che bello, sembra un faraone d’Egitto.

– Oh, ciccia, ma ‘sto Martini… Cos’è che ha fatto?

– E io che ne so? Ho letto sul Corriere che dialogava.

– E con chi?

– Con le altre religioni. Tipo il paganesimo, il budesimo, queste robe qui.

– Oh, ma non sarà mica uno di quelli che c’hanno fatto arrivare tutta ‘sta marmaglia di saraceni che stan qui fuori?

– Può darsi, però ora stai calmo. Intanto è morto: uno a zero per noi. E poi guarda lì, c’è pure un arabo. Un imàn, inàm, come diavolo è che si chiama. L’ha costretto a venire pure a lui, a quell’olivastro del viale Jenner, dove c’è la zanzariera.

– Eh?

– La moschea, lì, dai! Non stare sempre a farmi le pulci.

– Ma perché il Clooney ce l’aveva tanto su con lui?

– Cosa?

– Dai, non ti ricordi? No Martini…

– E smettila di fare le tue solite battute idiote! Abbi rispetto almeno per i morti, soprattutto quando sono gente importante.

– Va bene… Comunque, se ci pensi, m’ha fatto venire pure a me, che ho sempre votato comunista. Porco di un…

– Zitto, siamo in chiesa! Dio bono!

– Uff, che palle. Meno male che stiamo uscendo.

– Ehi, guarda lì. C’è una che la intervistano. Sembra la madre Maria Goretti.

– Chi?

– Zitto, fammi sentire.

– Il Cardinal Martini ha incarnato il verbo di Dio, la lectio divina che fa di ciascun cristiano un Cristo.

– Sì, un povero Cristo, di questi tempi.

– Basta! Fa’ silenzio! Avviciniamoci, ché magari ci riprendono.

– Ma lei cosa ne pensa delle polemiche che ci sono state riguardo la scelta del Cardinale di rifiutare l’accanimento terapeutico? Non pensa che, in questo modo, sia stata una sorta di eutanasia?

– Sarebbe? Ha rifiutato le cure?

– Eh sì. Un po’ come la Englaro e il Uèlbi, solo che quelli non volevano che schiattassero, questi qui della Chiesa. Invece a lui che era Cardinale gliel’han lasciato fare.

– Ma cosa c’aveva? Il cancher?

– Il Parkinson.

– Come il polacco?

– Sì, è un po’ che non lo si vedeva in giro, ma probabilmente tremolava tutto anche lui.

– Oh, ma come mai ‘sti preti o son pedofili o gli viene il terremoto?

– Boh? Sarà perché non ciulano abbastanza.

– Eh, ma allora verrà anche a me una delle due malattie.

– Ma piantala, pirla!

– Comunque secondo me se uno vuol morire deve poter morire. Come i culi, il Vendola per esempio: è giusto che si possano volere bene tra di loro e che c’abbiano le coppie dei fatti. Basta che mi stiano lontani, checche e moribondi.

– Tranquillo, non c’è pericolo. Brutto come sei…

– Uè, ciccia, guarda che a me mi guardano ancora con libidine e fini di lucro, molte donne e anche degli uomini, le volte.

– Sì, certo. L’importante è che non ti debba guardare io.

– Scherza pure. Comunque, tornando a bomba: ma l’era proprio un progressista questo Cardinale, eh?

– Eh sì, forse addirittura un po’ comunista come te. Secondo me il Ratzi lo odiava.

– Sì sì, vabbè. Però adesso andiamo, ché mi fanno male i piedi, a forza stare in coda.

– Va bene. Però hai visto che bello? Non t’è piaciuto?

– Certo, m’è piaciuto. E poi c’era proprio tante personcine a modo, come noi. Però speriamo che non muoia un altro Cardinale, ché domenica prossima preferisco andare a far la spesa.

 

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Per non dimenticare che ricordare non è un dovere morale

 

Mi dispiace, ma odio i vostri status, le vostre foto dell’orologio fermo alle 10:25, i vostri link alle canzoni di Guccini, che postate su ogni social network ogni 2 agosto di ogni stramaledetto anno. “Per non dimenticare”.

Non odio voi, eh, sia chiaro.

Odio ciò che scrivete. Odio il fatto che, una volta che avete scritto quelle belle cose, vi sentite il cuore in pace, senza neanche aspettare che arrivi il 3 di agosto. Dalla parte dei giusti, dei buoni, dei migliori.

Odio il fatto che non siete diversi dal ghostwriter di Napolitano, che affida la sua vuota solidarietà a un messaggio scritto con la solita retorica menenioagrippica, mentre guarda l’andamento dello spread e controlla se per caso ha da telefonare a qualche ignoto vincitore di medaglia d’oro.

Odio il fatto che nessuno, almeno così pare, si accorga che la categoria mentale dei buoni e dei cattivi, dei giusti e degli ingiusti, del bene e del male, quella è la vera assassina di sempre, a Bologna come altrove, per mano di un Fioravanti o di qualunque altro uccisore. Perché lui e chi altri c’era e chi altri è stato (Stato?) mandante – e non fate finta di non saperlo benissimo -, quando ha piazzato quella bomba era assolutamente convinto di essere nel giusto, di fare un male necessario, di perseguire un bene superiore.

Odio il fatto che mi facciate rivalutare quel coglione di Baglioni, ché la vita è adesso, non 32 anni fa.

E, se proprio voglio ricordare, pretendo di non farlo perché lo si deve fare. Pretendo di non vergognarmi se la stazione di Bologna preferisco vederla com’è ora.

E preferisco ricordare sentendo i brividi nella schiena che mi vengono leggendo un pezzo vero come questo.

Brividi che, appunto, sento adesso. Non 32 stramaledetti anni fa.

 

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Comprami, io sono in vendita

Immagina rubata a non so chi, io l'ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l'ho presa

Immagina rubata a non so chi, io l’ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l’ho presa


 

Continuano a dirci che siamo sull’orlo del default – che, in italiano, si dice fallimento. C’è ‘sto spread che ci fa impazzire, e non abbiamo neanche capito ancora bene cosa sia. Pare sia qualcosa legato al rendimento dei Buoni del Tesoro, ma a me mica è chiaro perché cazzo lo quotino tutti i santi giorni, e non quando ‘sti Buoni per modo dire vengono collocati.

Il Monti ci dice che ‘sto spread non è ragionevole, che bisognerebbe tornare all’economia reale. Non capisco se si riferisca ai Savoia, boh?

Ma proviamo a prendere ‘ste cazzate per buone. Dai, tentiamo.

Questi signori ci stanno dicendo che l’Italia (fermiamoci qui, ché se andiamo oltre, che ne so a Grecia e Spagna, è un casino, e poi probabilmente valgono gli stessi ragionamenti) è come un’azienda. Questa azienda va bene, dicono. C’ha i conti in linea. Da un punto di vista economico le cose girano, tutto sommato, anche se potrebbero andare decisamente meglio.

Non so chi di voi capisce di queste menate – sappiate che io sono, anche in questo caso, autodidatta -, ma il punto è che gli affari, visti in un tempo attuale e limitato, vanno discretamente bene: si fanno ricavi (entrate tributarie), si fattura (i 730, per dire), si riducono i costi (tagli ovunque e spending review), quindi si fa margine o profitto, come preferite, e il cosiddetto “avanzo primario” (differenza fra ricavi e costi sull’anno) scende.

Il problema che abbiamo è di carattere finanziario. Vale a dire che riguarda la cassa. L’economia complessiva gira nel verso giusto, ma non ci sono i soldi per pagare dipendenti e fornitori (si veda il caso dei comuni che, pare, non sanno se bonificheranno gli stipendi di agosto).

Ciò vale, effettivamente, per l’Italia come per qualunque azienda, grande o piccola che sia. Tu lavori, vendi e produci, ma i soldi che ricavi dai prodotti che realizzi o dai servizi che fornisci li vedi dopo parecchio tempo. In Italia, poi, la cosa è parossistica: il pagamento tipicamente avviene a 120 giorni – Centoventi! Sono quattro mesi! E dopo che hai fatturato, eh, cosa che può avere luogo parecchio tempo dopo che hai consegnato l’oggetto della transazione – è così, è prassi abituale. La pubblica amministrazione, poi, paga anche con termini decisamente più lunghi. Quando paga.

Ma gli stipendi, quelli vanno pagati ogni mese. Non c’è santo, se così non succede l’azienda per cui lavorate non gode proprio di ottima salute.

Le aziende, per la cassa, ricorrono spesso alle banche, che prestano denaro liquido (anzi ormai gassoso, visto che gira solo nei computer), facendo debiti e rimettendoci in interessi. Ma questo genera un circolo vizioso che, se il business non va bene, provoca la morte, il fallimento dell’azienda. Le banche, se non prendono indietro capitali prestati e interessi, le aziende se le mangiano.

Occhio che dire che “il business va bene” significa fare ottimi volumi in termini sia di ricavi che, soprattutto, di margini (ricavi meno costi). I margini, nel caso di un’azienda in difficoltà finanziaria, servono all’imprenditore non per fare utili, ma per pagare gli interessi alle banche . Margini che così se ne vanno, diventando i profitti delle banche. Che non è che sono “cattive”: fanno quello di mestiere.

Prima di fallire, un’azienda che non sia proprio piccolina può decidere di attuare delle cosiddette misure strutturali. Che cazzo sono? Quando si parla dell’Italia come fosse un’azienda, non ce lo spiegano. Non ci spiegano, per esempio, chi siano i proprietari di quest’azienda.

Eh? Come? Dite che siamo noi? Figa, non me n’ero accorto che le tasse che pago fossero un continuo aumento di capitale che l’azienda di cui sono azionista mi richiede.

Già, ma l’impresa Italia che forma societaria ha? Quant’è il capitale sociale? Dov’è versato, alla Banca d’Italia? Gli enti locali cosa sono, delle controllate? Qual è la catena di controllo? I comuni sono delle province che sono delle regioni che sono dello Stato, oppure tutti gli enti locali sono posseduti direttamente dallo Stato? I cosiddetti trasferimenti, quelli che oggi sono troppo pochi, sono a tutti gli effetti delle transazioni intercompany come avviene tra una holding e le sue controllate? C’è del valore aggiunto in queste transazioni? Viene pagata l’IVA su questa plusvalenza?!

Ma torniamo a noi, azionisti dello Stato. Il nostro Amministratore Delegato ci dice che ha fatto tutto il possibile, ma in realtà non è vero. Ha solo mascherato con nomi molto fashion, tipo spending review, ciò che il precedente Chief Financial Officer, quello col cognome suo ma triplo, chiamava più onestamente tagli. Ha aumentato un pochino i ricavi, spremendo ulteriormente gli azionisti. Ma nulla di davvero coraggioso è stato fatto.

Potevano essere fatte cose un pelino più ardite. Tipo una riforma fiscale che incentivasse il pulito, il non-nero. Per esempio permettendo a chi compra una cosa fatturata regolarmente di detrarre parte dell’IVA dall’imponibile IRPEF, per dire. Sì che lo si prenderebbe a calci in culo, se così si facesse, l’imbianchino o il mobiliere che ti dice “Dotto’, sono 1.000 con la fattura, 700 senza”. Persino Bersani – Bersani! – ha fatto cose decenti in questo senso, ma davvero troppo piccole.

Si poteva pensare – la sparo grossa – di legalizzare la mafia. Già, perché il fastidio che dà la mafia, dai punti di vista meramente economico e finanziario, è che essendo fuori dallo Stato lavora in nero, non paga le tasse. E questo danno è molto maggiore, sempre guardando solo il vil denaro, rispetto a quello che produce obbligandoci ad assoldare fior fiore di magistrati, carabinieri, finanzieri e poliziotti, a predisporre processoni e carceri duri, a far lavorare i netturbini che puliscono le strade quando vengono sporcate di sangue.

Ma ormai credo sia tardi per iniziative di questo genere.

Non possiamo più neanche trasformare l’Italia in una Società per Azioni e quotarci in borsa. Di fatto lo siamo già, emettendo ‘sti cazzo di Buoni. E gli investitori non si fidano. Le agenzie di rating fanno anch’esse solo il loro mestiere. Qualcuno chiede loro: “Tu le compreresti le azioni o le obbligazioni di questi qui?”. “Ma sei scemo?!”, rispondono.

L’ultima risorsa che un’azienda ha per evitare il fallimento – e badate che il fallimento è una situazione estrema, che non conviene a nessuno, tantomeno a creditori e finanziatori – è quella di dismettere gli asset.

Un’azienda non dispone solo di una cassa, magari vuota. In genere ha anche un patrimonio, fatto di cose che ha comprato o realizzato investendo. Questi asset possono essere anche pezzi – o rami – dell’azienda stessa. Possono essere anche, come ultima ratio, l’azienda nel suo complesso.

Vendiamo, porca di quella troia. E non le aziende statali, ché tanto non ci sono neanche più. Vendiamo pezzi dell’Italia, ché quelli valgono, e tanto.

Vendiamo le spiagge ai francesi, loro sapranno come valorizzarle. Vi basta confrontare la Liguria con la Costa Azzurra: il mare è lo stesso.

Vendiamo il Colosseo ai Giapponesi, il Duomo di Milano agli Svizzeri, Venezia e Firenze agli Americani.

Vendiamo gli ospedali pubblici a una multinazionale specializzata, invece di regalarli a Comunione e Liberazione. Vendiamo l’Inps alla GeniaLloyd o alla Quixa: loro faranno tutto tramite call center, ci faranno gli auguri se li chiamiamo il giorno del nostro compleanno e saremo tutti più felici.

Oppure potremmo pensare a un bel break up, volgarmente – cioè in italiano – detto spezzatino. Sì, Cristiddio, la Padania! Ecco a cosa serve! Facciamo la bad company (la Terronia) e lasciamo ‘sti meridionali fannulloni a cuocere nel loro brodo. Ma ricordiamoci, o valorosi Padani, che se non sono completamente rincitrulliti ci chiederanno di accollarci una parte del debito, quello accumulato negli anni e che si misura in fantastiliardi di euro. Se vogliamo essere realistici, questa quota dovrà essere proporzionale al PIL prodotto dai due pezzi divisi. E in questo caso saranno cazzi.

Anzi no, sapete che c’è, azionisti italiani tutti? Vendiamo l’intero ambaradan. Vendiamo l’Italia. Vendiamola ai cinesi, che tanto c’hanno già una buona fetta del nostro debito, e se falliamo saranno loro i primi a bussarci alle case per pignorarci i beni.

Sanciremo nell’accordo di vendita che ci lascino le cose che davvero ci interessano: la nostra amata e sacra Costituzione, le centinaia di migliaia di leggine e regolamenti, il doppio turno uninominale proporzionale rovesciato con avvitamento, Striscia la Notizia e quattro squadre in Champions’ League.

C’avremo anche la nostra bella indipendenza. Eleggeremo direttamente il Capo del Governo, il Presidente della Repubblica, il Papa e Miss Italia. Anche quella “nel mondo”, dai.

E la nostra classe dirigente sarà ancora quella di sempre, quella che tanto, in fondo, amiamo, che sia politica oppure tecnica. Ci guiderà e ci difenderà dal nuovo e tutto sommato assai benevolo padrone.

E non ci faremo caso più di tanto quando ci accorgeremo, passato qualche anno, di avere tutti gli occhi un po’ a mandorla.

 

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