Imagine

 

Ho passato buona parte della mia vita a credere in cose tipo progressismo, uguaglianza, giustizia, parità dei diritti, eccetera. Tutto si basava su alcune idee di fondo. Mie idee e come tali, “mie” e “idee”, doppiamente limitate.

Che il genere umano fosse qualcosa dotato di una sua chiara identificabilità. Che non ci sono razze, caste, generi, eccetera. O meglio ci sono, ma sono sottoinsiemi poco rilevanti di un insieme complessivo che è quello che davvero conta, non solo dal punto di vista zoologico – non siamo bonobo o megattere o falene, ma esseri umani con 46 cromosomi – ma anche morale – abbiamo tutti lo stesso valore e gli stessi diritti -.

E che ciascun essere umano avesse un suo senso di esistere, una propria potenzialità, o più di una, creativa, artistica, produttiva nel senso non di sfruttamento. Che ciascuno potesse fare quella tal cosa per la quale, per quanto effimera, si fosse potuto esclamare “Oh, meno male che Tizio è apparso su questo pianeta, altrimenti questa robetta ce la saremmo persa!”.

Ma ultimamente mi sono reso conto che non è così. O meglio è solo una potenzialità, ma può essere difficile, forse impossibile che essa divenga realtà attuale.

Le razze ci sono. O meglio, ci sono varie gradazioni di una razza, quella umana, che non sono legate al colore della pelle, alla forma degli occhi, alle preferenze sessuali, o altro del genere, ma al livello di idiozia. E, paradossalmente, il grado di idiozia di un essere umano è direttamente proporzionale a quanto sono importanti, per lui/lei, gli altri fattori precedentemente esposti di presunta differenziazione (colore, genere, religione, eccetera).

E c’è di più.

Molti, anzi probabilmente la stragrande maggioranza, si assestano a un livello di idiozia non recuperabile. Per cui è frustrante e soprattutto inutile mettersi a convincere queste persone che stanno dicendo stronzate o sostenendo bufale o propagandando teorie strampalate o dando voce alle corde vocali solo per sentirsi parte di un belato più assordante che le rassicuri e le faccia sentire meno sole.

Non c’è che lasciarle andare, anzi lasciarle stare dove sono. Non si combatte per i diritti di chi non li vuole. Quando ne sentiranno il bisogno, quando non confonderanno più i propri bisogni con il desiderio di impedire agli altri di vivere come par loro, allora quei diritti se li guadagneranno. Nel frattempo, io combatto per i miei. E credo che chi è al di sopra della soglia dell’idiozia dilagante dovrebbe fare la medesima cosa: combattere per i propri. E basta. Egoisti? Forse. Ma in maniera sana e costruttiva. Un miliardo di volte preferibile all’altruismo ipocrita che fa da cemento all’idiozia.

“L’uomo è il ponte tra l’animale e Dio” diceva, mi pare, Osho. Ebbene, molti esseri umani sono animali, si vedono animali, e animali rimarranno per tutta la loro vita. È triste ma, ahimè, vero. E io preferisco avviarmi verso Dio, qualunque cosa sia e qualunque cosa significhi questa frase. Se ciò comporta lasciarmi molti alle spalle, non so che farci. Tuttavia ho la sensazione che, in questo viaggio, non si sia soli, anche se una parte di me avrebbe voluto che fossimo molti di più.

Caro John, mi è sempre piaciuta tanto la tua canzone. E ho sempre pensato che, per quanto idealista, tu avessi ragione. Ma ora credo di essere giunto a una conclusione diversa. Più elitaria, forse, ma anche più realistica.

You may say I’m an egoist, but I’m not the only one.

 

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La sindrome di Roma

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Avevo in mente di scrivere un post ben documentato, per esprimere concetti originali e convincenti e magari anche qualche arguta battuta sulla vicenda del rapimento, della liberazione e del presunto riscatto del caso di Greta e Vanessa, poiché il caso in questi ultimi giorni mi aveva molto appassionato.

Poi, dopo aver a lungo ragionato, letto moltissimi articoli anche di quotidiani che generalmente fatico a prendere in considerazione, cercando di adoperare il mio cervello senza preconcetti e di essere aperto a tutte le possibilità, incluse quelle più lontane dal mio sentito, essermi confrontato con varie persone anche sconosciute in giro su Facebook mantenendo il medesimo approccio, essermi imbattuto in decine e decine di prese di posizione agghiaccianti da un lato o sterilmente moraliste dall’altro, e aver infine casualmente letto questo post, ho realizzato di essere io a essere stato rapito, non so da quanti anni e in compagnia di quanti (ma sicuramente pochi) altri, da un’organizzazione di folli denominata “Italia”.

E non credo ci sia nessuno disposto a pagare un riscatto per la mia liberazione.

 

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A.O.U.A.B.

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Ieri c’è stata questa cosa della sentenza d’appello per la vicenda Cucchi. Ho cominciato a leggere e vedere in giro varie cose: il dolore della famiglia, l’arroganza del sindacato dei poliziotti, lo Stato che non c’è (seconda stella a destra, questo è il cammino…), ACAB, l’hanno ucciso due o tre volte, le immagini di quando era vivo e dopo morto tutto tumefatto, quelli che alzano il dito medio, quelli che si vergognino quelli che alzano il dito medio, eccetera, eccetera, eccetera.

E io me ne stavo lì a osservare, un po’ in bambola, lo confesso, cercando di capire se si trattasse di quel sano distacco che paradossalmente permette di avvicinarsi alla verità della vita e degli eventi, o se fosse la solita anestesia che mi porto dietro da tempo come difesa al sentire il dolore mio e altrui.

M’è tornato alla memoria quel film agghiacciante sulla scuola Diaz al G8 di Genova, quell’interminabile pugno nello stomaco che avevo faticato a vedere, e la sensazione strisciante, difficile da accettare e ancor più da dichiarare pubblicamente, che mi facevano più pena quelli che menavano di quelli che venivano menati. Perché i secondi appartenevano al genere umano, quello in grado di provare sentimenti e raziocinare, i primi a queste cose c’avevano chissà quando rinunciato. Perché di base anche loro sono, o forse ormai tocca dire erano, esseri umani. Nessuno mi può convincere del fatto che fossero segnati geneticamente o karmicamente o nonsocosamente a fare quelle robe. Io me li immagino bambini appena nati, quegli uomini diventati bestie, e so che i bambini appena nati sono tutti innocenti, nel senso letterale: non possono nuocere. Non è buonismo, è un dato di fatto.

Poi sono incappato in uno status su Facebook in cui c’era un “siamo stati NOI…” o qualcosa del genere, e m’è girato di piazzargli un “mi piace”, così, senza aver letto bene. E infatti, proseguendo… non mi piaceva. Ma mi ha aiutato ad arrivare alla mia strada, che sono qui a condividere con coloro a cui interessasse.

Diceva tipo “siamo stati NOI a mettere lo Stato nelle mani di…”, e lì m’è partito una specie d’embolo.

Ma quale Stato? Cos’è ‘sto Stato? Com’è che ora tutti a prendersela con ‘sto cazzo di Stato?

Lo Stato è un bell’alibi, sapete? Tanto non esiste. È una bella entità astratta cui buttare la colpa – la fottutissima colpa di stracattoliche origini – quando le cose non sono belle come vorremmo apparissero.

Esistono solo individui. Esistiamo solo noi.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è molto scomoda e dolorosa. E non parlo di come siano andate le cose. Chi c’era lo sa benissimo. E sta già scontando la pena, anche se si trincera dietro un dito medio o un comunicato idiota del capo del suo sindacato. La pena lo insegue ovunque vada, foss’anche solo nei suoi incubi peggiori, o negli eventi che l’hanno portato o portata a essere una persona capace di ammazzare di botte il prossimo senza farsi alcuno scrupolo, o a lasciarlo morire perché tanto chissenefrega, è solo un tossico di merda.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è che l’abbiamo ammazzato noi. Con la nostra solita dannata ipocrisia. Con la solita arrogante pretesa di dirigere il mondo fissando cose che al mondo non appartengono, come lo Stato o le Istituzioni o le Regole. Le Regole, sì, quelle che non valgono se non ci sono eccezioni. Quelle che infatti se non ci fossero i poliziotti a farle rispettare ci cagheremmo tutti addosso. Quei poliziotti che diventano tali perché sì, almeno lì se ti girano i maroni e hai bisogno di sfogare la tua violenza repressa, occasioni se ne trovano, eccome, e ci si diverte tutti insieme, camerati, fascisti, ché qui ci si può dichiarare tranquillamente così, nessuno ti dice niente, e se a qualcuno non sta bene, lo meniamo. Quei poliziotti che noi tutti, fra un Cucchi e l’altro, ci dimentichiamo come sono, come per forza devono essere, perché ci servono, nel senso che li usiamo, sono i servi nostri, “i servitori dello Stato”. E ogni tanto un Cucchi deve pur scappare, perché è fisiologico che la mano possa scendere giù un po’ troppo troppo pesante, che le vertebre si spezzino, che gli zigomi si pieghino, che le vesciche scoppino. Non si può essere mica sempre perfetti. E quando un Cucchi scappa, non si può mettere tutto a repentaglio. Se questi finiscono in galera, poi rischiamo che quando c’è da menare i cattivi veri (e chi lo decide chi sono i cattivi veri? Vabbè, dai, non pensiamoci ora) chi lo fa? E se i cattivi veri poi muoiono, cosa succede? I servitori dello Stato, un po’ maneschi ma si sa può capitare, vanno in galera?

No, meglio una sentenza così. Noi poi ci sfoghiamo un po’ su Facebook, ci facciamo su qualche battuta arrabbiata e un po’ macabra, condividiamo la foto del cadavere, disegniamo con il Photoshop un bel manifesto funebre con le parole di De André, o leggiamo compiaciuti Gramellini che dice al capo del Sap di vergognarsi, ché basterebbe facesse quello, o magari dimettersi lasciando il posto a un altro un più scaltro, e tutto andrebbe a posto, almeno per un po’. Loro si vergognano e noi continuiamo ad avere la coscienza a posto.

Così, perlomeno, riusciamo meglio a nasconderci la verità.

Che le due guardie bigotte lavorano per noi.

Che siamo tutti bastardi.

All Of Us Are Bastards.

 

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Ti dimetto da falso poeta

“Cosa vede qui?”
“È l’ultimo bellissimo logo di Umore Maligno, no?”

 

È l’inizio del nuovo anno, e all’inizio del nuovo anno usa fare i cosiddetti “buoni propositi”. Uno dei miei buoni propositi di questo nuovo anno è: lasciar andare un po’  di persone, con cui ho condiviso un pezzo importante della mia vita.

Lasciarvi andare dalla mia testa e da me stesso in generale, intendo, in un modo che non so è vi dato capire, cari “amici”. Lo farò nel modo che mi è più congeniale, come facemmo insieme nei confronti del fu Spinoza, e cioè con un post catartico, pieno di rancore, astio e acredine. In quel caso a me servì moltissimo, mentre a molti di voi no, ma questo è un problema vostro.

Vi ho osservati, durante quest’anno e passa, in silenzio. Tutti quanti. Dopo aver tentato, a mio modo, di rientrare dalla finestra, ed essere stato trattato nuovamente a pesci in faccia, ho deciso di sedermi lungo la riva del fiume. Lì, non è proprio che abbia visto passare qualche cadavere, ma ho compreso un po’ di cose.

Innanzitutto, ho capito che eravate già morti, quando vi frequentavo, pertanto era inutile aspettarsi cadaveri. Mi è bastato attraversare l’amarezza che avevo provato anche prima della “fine”, nel constatare che, di fatto, seppur “presidente”, non ero parte del gruppo. Magari lo ero dal punto di vista personale, ma non da quello “artistico”. Semplicemente perché nulla di quello che scrivevo per mio conto veniva mai condiviso, rebloggato, ritwittato. Alla meglio, il “tweet” della battuta sciolta, proprio come avveniva su Spinoza. Ma non ricordo neanche una volta in cui un singolo di codesto presunto gruppo abbia preso un mio post o un mio status e l’abbia sbandierato come qualcosa che valeva la pena di leggere. Per non parlare di quando mi sono permesso di scrivere un libro. Anzi, in quel caso c’era solo da prendermi per il culo. I libri, i post, le battute, vanno condivisi solo se prodotti da quelli “bravi”, vero? Già da questa sola cosa, dall’impossibilità di discernere lo scritto dallo scrivente, il prodotto dal produttore, si evince tutta la vostra incapacità critica.

Commettendo la medesima cazzata compiuta altre volte nella mia vita, ho inizialmente imputato tali fenomeni a me stesso e alle mie capacità. “Evidentemente non sono bravo come loro o come quelli che portano sul palmo della mano”, mi sono detto. Coglione.

Poi, grazie all’osservazione silenziosa, ho realizzato come stavano veramente le cose. E ho notato alcune differenze insostenibili (non per me, per voi) tra me e voi.

Tu, satiro di Umore Maligno, vecchio e nuovo, addentro o satellitare, uomo o donna, con pochi o tanti “fan”, o anche solo sostenitore informato dei fatti, sei molto diverso da me. Tu, nella vita reale, sei uno sfigato pazzesco. Soprattutto dal punto di vista professionale, spesso anche da quello sentimentale. Per questo, tra l’altro, mi faceva troppo ridere quando a fronte dei tuoi post satirici ti veniva augurato ogni male: perché non c’era alcun bisogno di questi auguri.

Fai lavori beceri e inconcludenti, tipo fare patetici corsi sull’internet a vecchiette sdentate, o il lavapiatti, o il negro vero e proprio,  seppur poi ti spacci per “caporale”, o quando va decisamente bene sbarchi il lunario come avvocatucolo di provincia. Covi da anni un enorme desiderio di rivalsa, che affidi a un “bagaglio culturale” invero decisamente povero, fatto di poche cognizioni tecniche attinte da chissà quale Bignami, o da video visti su youtube di nomi di cui ti riempi vanamente la bocca, tipo Hicks, Carlin, Stanhope, D’Angelo, salvo poi andare in crisi quando il primo stronzo che passa ti dice che la tua satira non corrisponde ai sacri canoni di Karl Kraus, costringendoti ad affannose ricerche su wikipedia: “Chi cazzo è Karl Kraus?!”.

Ti batti contro i Fabio Volo e le Flavia Vento, e non ti passa neanche per l’anticamera del cervelletto che questi figuri non sono altro, per te, che le proiezioni (queste sì!) di ciò che vorresti essere: un idiota blaterante circondato da seguaci decerebrati che ti adorano e ti riconoscono, restituendoti ciò che non ti hanno dato mammà e papà. Certo, tu i seguaci li vuoi un po’ più forbiti nell’espressione, ché tutti quegli “!!!11!1” danno un po’ nell’occhio per un presunto figo come te, ma la sostanza in realtà non cambia: vuoi automi, e automi avrai.

Ti batti contro i limiti della satira, senza accorgerti che sei tu per primo pieno di limiti. Che la battuta su Berlusconi e Brunetta basso non si fa, che il gioco di parole è da bambini delle medie, che la citazione di Fantozzi è roba che brrr che schifo!, che bisogna scrivere le cose lunghe, anzi no brevi, anzi no con un preciso senso, anzi no senza alcun senso. E tante altre stupidaggini di cui ti riempi da solo il cranio. Ti vedo arrovellarti, nel tuo antro sciatto, perso nel limare la virgola e il punto, l’accento e il contraccento. Diocristo che pena che fai!

Ebbene, io da ora ti dispenso dal volermi inseguire, dal voler condividere o piacciare qualunque cosa io scriva, viva o pensi. Anzi,  condividi ciò che vuoi e scherzaci pure su goduto, magari delegando il dileggio anche anche ai tuoi parenti acquisiti.

Condividi pure, condividi stocazzo.

Anche perché, per quanto tu ti sforzi, non mi prenderai. Non puoi farlo, perché cerchi il confronto dal punto di vista sbagliato. Io non sono più bravo di te, non ho più nozioni, non ho più cultura, non sono più intelligente, non sono più ricco, non sono più bello, non sono più alto, non ho il cazzo più lungo, e tante altre cose che potrebbero anche, in un certo senso, essere vere.

Semplicemente, io sono un miliardo di volte più libero di te: è questo che a te sta sul cazzo, che mi invidi dal profondo. Perché tu, questa libertà, non hai la più pallida idea di come conquistarla. Ti ostini a credere che si tratta di poter dire cacca, merda, porcodio, dioporco, diocane, piscia, frocio, negro, checca e cose del genere, questo sì come un bambino delle medie, ma sei davvero fuori strada.

Per cui ora, come ho detto all’inizio, ti dico addio, per sempre. Un addio che non sarà fatto di giochini stupidi nei quali sono cascato anch’io, a volte addirittura “cominciando”, di togli l’amicizia e richiedila e blocca e controblocca.

Ti saluto e ti lascio andare per la tua strada, dedicandoti questa canzone che ho ascoltato il primo dell’anno, e che mi ha fatto piangere. Te la dedico, davvero, con tutto il <3

Infine, mi dispiace anche un po’ rivelartelo, ma devo dirti che non sarai mai uno scrittore: avrai anche la scrittura, ma manca totalmente lo scrivente.

 

 

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L’approccio

L'approccio a freccioni

Chi mi conosce nella cosiddetta vita reale sa che di mestiere faccio il consulente. Questo mestiere, pur avendo la pecca che quando ti chiedono “ma tu che mestiere fai?” non sai da che parte cominciare a spiegare, è invero un mestiere bellissimo e degnissimo.

Ti chiama un Cliente (che si scrive sempre con la “C” maiuscola, perdio!), o sei tu che te lo vai a cercare e convincere, ti fa presente un problema o una serie di problemi che c’ha da risolvere o degli obiettivi di riduzione costi e/o (“e/o” è fondamentale, e l’abbiamo inventato noi consulenti) di incremento ricavi che c’ha da raggiungere, tu magari ti accrediti come quello che già sa, tipo “Oh, Cliente mio, non hai idea di quante volte ho già visto queste robe e le ho risolte, potrei scriverci un post su un blog!” e infine, se tutto va bene, vinci “il progetto” o “la commessa” e ti metti a lavorare duro. Ma lavorare duro davvero, ché ormai c’è la crisi e si spende sempre meno in consulenza, per cui è bene che i deliverable siano ben fatti, e che i risultati poi si vedano, altrimenti, cari consulenti, siete i primi che se ne vanno fuori dalle balle e/o dai coglioni.

Prerequisito fondamentale per convincere il Cliente è il cosiddetto “approccio”. Esso si spiega sempre con quella che, nel gergo consulenziale, si chiama “slide freccioni”, della quale vedete riportato sopra un modesto e parziale esempio. La “slide freccioni” è sempre un po’ una palla da preparare, perché non si può liberare troppo la fantasia nel powerpoint.

Ah, ecco. Non vi ho detto che i deliverable (o, più autarchicamente, i prodotti finiti) spesso sono presentazioni powerpoint (in realtà non è così, perché ciò che dai al Cliente è molto di più, ma direi per ora di semplificare), strumento software nel quale i consulenti sono generalmente maestri. E quando vai da quelli che io sul powerpoint gli ho visto fare delle cose che neanche Rutger Hauer può immaginare e gli dici che devono fare la “slide freccioni”, un  po’ li vedi soffrire, ma con grande dignità.

La “slide freccioni” è per forza semplice e asciutta, e deve spiegare chiaramente cosa farai per il Cliente, come, con quale successione logica, cosa ti serve da lui, in quali tempi, e altre cose che vedi e non vedi, come della bella lingerie essenziale, senza pizzi e fronzoli.

E quello che sta scritto nella “slide freccioni” poi va fatto, o se cammin facendo trovi ostacoli imprevisti la devi rifare, perché, come ho già detto, altrimenti e/o.

Si tratta essenzialmente di struttura. Avete presente il programma di addestramento fuori da Matrix? Ecco, non è quello. O forse sì. Ciò che il Cliente magari potrebbe anche fare da solo, perché nessuno meglio di lui e/o lei conosce il mestiere che fa, ma che non ha tempo e/o energia per fare, perché è incasinato da mille problemini, urgenze, emergenze, capi che vogliono i report, report che non sanno da quali capi andare, eccetera, eccetera, lo fai tu consulente per loro mettendoci un punto di vista diverso, dato che magari davvero hai già visto cose simili o che da passate esperienze sai trarre ciò che serve a questo Cliente, e appunto lo fai in modo strutturato, logicamente, dato A consegue B, quasi lapalissiano.

Ma anche aperto: è fondamentale, questo aspetto. Tu parti con delle cose, dei problemi, degli obiettivi, come ho detto, ma non sai dove arrivi, se quei problemi li risolverai, se quegli obiettivi li raggiungerai. Il deliverable lo costruisci, se fai bene il tuo mestiere, vivendo.

E i risultati, alla fine, vengono fuori, davvero. Perché è a questo che servono la nostra parte logica, il nostro emisfero cerebrale sinistro: a rendere realizzabile ciò che la nostra fantasia, il nostro estro, la nostra intuizione, il nostro emisfero cerebrale destro magicamente creano.

Dunque, quando sento parlare, in politica, degli “scandali delle consulenze”, mi incazzo davvero tanto. Non ho alcun dubbio che moltissime delle cosiddette consulenze per le quali vengono spesi soldi pubblici siano in realtà marchette, favori e controfavori. Insomma, non è che difendo consulenti che non sono degni di questo nome. Mi girano i coglioni perché dico: magari quei soldi venissero spesi per consulenze come si deve! La “spending review”, per dire, quella sì che varrebbe una consulenza coi fiocchi!

E, in generale, ritengo che la politica di oggi non dovrebbe distinguersi più per le idee, o i cosiddetti contenuti. E neanche per la forma, il linguaggio, le parole d’ordine o gli slogan: ormai abbiamo imparato che sono solo aria fritta con la quale nascondere il vuoto pneumatico.

Per rimettere in carreggiata quest’Italia, a mio parere, ci vorrebbe un “approccio”, da cui magari uscirebbero, inaspettati, idee, contenuti e forme nuovi.

Insomma, se ci fosse un politico, uno solo, che mi mostrasse una “slide freccioni” ben strutturata e convincente, chissà, magari sarei pure disposto a votarlo.

 

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Paradossalmente

Paradossalmente, io credo che per far uscire i cosiddetti italiani dallo stallo culturale in cui ora sono immersi, che li vede abbandonare – per fortuna! – stantii e limitanti dualismi quali destra vs sinistra, comunisti vs fascisti, progressisti vs liberali, per ricadere tuttavia in uno nuovo, scadente e assolutorio per chi il sistema l’ha sempre sostenuto (gli italiani stessi), quale quello di ggente (volutamente con due “g”) vs kasta (volutamente con la “k”); per emanciparsi, finalmente, da quell’insostenibile e ipocrita moralismo cattolico, che pervade fino al midollo perfino chi si proclama gay e progressista (e lo senti dalla retorica spessa, che si taglia con il coltello come la nebbia in un mattino padano di novembre); per scalzare quel ridicolo scimmiottare i presidenti d’oltreoceano di cui si imbevono gli aspiranti leader del centrosinistra, vuoti come giare di terracotta, o i precari presidenti del consiglio, che quando dicono che sono ottimisti, ai giornalisti russi gli viene da ridere ancora prima che traducano la dichiarazione; per ripulire il territorio dall’arrogante infantilismo di bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni che hanno imparato a dare fiato alle corde vocali perché, per il loro padrone che deve poter fare il cazzo che gli pare, anche loro si devono poter permettere di dire e fare il cazzo che gli pare, e che sono così insopportabilmente servi da poterli scherzare solo in quanto bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni; per riprendere in mano le potenzialità che a ognuno di noi offre un meccanismo chiamato democrazia, senza perdersi in un’aprioristica difesa di una costituzione che manco si è mai letta, e comprendere che essa non è un valore astratto o il fatto di eleggere un monarca votandolo invece che ritrovarselo nominato per discendenza, ma la possibilità di essere non uno, non due, non tre, non venti, ma cinquanta milioni di partiti, individui autonomamente pensanti, rappresentanti di bisogni autentici (perché propri!) e non di interessi miopi di sfruttamento (d’altri), pronti a mettere in discussione le proprie convinzioni e ad ammettere i propri errori, a misurare i fenomeni non in modo oggettivo – non si può – ma convenendo sulle loro metriche – si può -, ad attenersi ai fatti secondo i quali, ad esempio, chi commette un reato non è un delinquente ma una persona che ha commesso un reato che comporta una pena e altre conseguenze, ed è su queste basi, fatti e regole, e non sulle persone cui si applicano, che si prendono decisioni in un senso o in un altro; per evitare di regredire tutti a organismi monocellulari idioti che usano i loro residui neuroni avvizziti per inveire come automi con lettere maiuscole, punti esclamativi e numeri frammisti, vomitando inconsapevolmente tutte le tossine e le porcherie che sembrerebbero voler denunciare…

Ecco, dicevo e mi sono perso, paradossalmente, in virtù di un masochistico condizionamento psicologico che ci vede apprezzare le cose solo quando ne veniamo privati, e dobbiamo lottare per riconquistarle, servirebbe una bella, potente, violenta, schiacciante, insopportabilmente duratura  svolta autoritaria.

Non ce l’ha fatta in vent’anni Berlusconi. Speriamo che ora ci riesca Grillo.

 

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No, we can’t

No, noi italiani non possiamo. Abbiamo una tale completa mancanza di fiducia in noi stessi e nel prossimo, che è davvero troppo chiederci di essere minimamente intellettualmente onesti.

Noi dobbiamo regolare qualunque cosa per legge, perfino gli orari in cui pisciamo, il cerimoniale del matrimonio civile tra i bonobo, le tonalità e i tempi sincopati dei castrati che cantano a X-Factor.

Non c’è bisogno di avere la laurea in psicologia dinamica del testicolo sinistro del vostro portinaio per capire che ciò significa che ci reputiamo l’un l’altro esseri infimi, intimamente portati al fottimento generalizzato del prossimo appena inarca in avanti di qualche grado il proprio bacino. “Ama il prossimo tuo” noi lo intendiamo in senso fisico, siamo fatti così.

Gli arbitri proliferano nei campi di calcio, perché è impensabile che i giocatori ammettano per conto proprio cose tipo “ehi raga, la palla l’ho buttata in porta col pisello, non ricordo più le regole: si può, vero?”. Tra non molto ce ne saranno ventidue di arbitri, uno per calciatore, ciascuno con due ali nere come gli angeli della morte e una telecamera per la moviola in campo infilata nel culo che si biforca a livello delle narici ed esce dalle orbite al posto dei bulbi oculari. E, cazzo, ogni domenica diremo che non se ne può più di questi arbitri che influenzano il campionato.

Tutti a fare i complimenti a Obama che vince: tanto se vinceva Romney era lo stesso, che cazzo ce ne frega a noi furbacchioni? Nessuno che rifletta sul fatto che negli Usa se la disoccupazione arriva all’8% è una roba che si inculano anche George Washington. Mentre da noi è quasi al 12%. Nessuno che sappia che il rapporto deficit / PIL negli Usa, che qualche tempo fa, proprio per bocca del negro che piace a tutti, stavano per dichiarare il default, è intorno al 70%. Mentre noi siamo oltre il 120%.

E non basta, ché non sarebbe neanche un problema quello, avercelo al 120%. Il Giappone ce l’ha a più del 200% (e poi dicono che gli orientali ce l’hanno piccolo). La questione è che lo sanno in tutto il mondo che i giapponesi saranno anche messi male, ma quelli se contraggono un debito in un modo o nell’altro lo pagano, cazzo. Altrimenti fanno harakiri, quelli: si ammazzano da soli per il disonore, se non ci pensa un maremoto, che tra l’altro sembra pure un cognome giapponese.

Noi invece stiamo qui a perdere tempo in idiozie come il premio al quarantadue-virgola-pigreco-percento alla coalizione, il premio del 10% al primo partito, il premio del 2,5% al candidato che twitta la cazzata più grossa. Noi, mentre la casa va a fuoco, stiamo lì a discutere se è stato Tizio o Caio a buttare la sigaretta accesa sul tappeto. E, se ci salviamo, facciamo una legge in cui si vieta di buttare le sigarette accese sul tappeto. “Altrimenti le case prendono fuoco, cazzo!”.

No, noi non possiamo. Neanche se rinascesse e si candidasse alle primarie Leonardo da Vinci, per il centrocentro, il centrodestra, il centrosinistra, il centronord, il centrogrillo o il centrotavola che gli paresse, cambierebbe alcunché.

Non ce l’avremo mai un Obama, e neanche un Romney, chiunque sia questo Romney. Non c’avremo neanche una Merkel, e neppure un Cameron.

Guardateli in faccia quelli che si contendono la vittoria delle tanto vituperate e temute elezioni politiche di quando diavolo si faranno. Sentiteli parlare con il massimo distacco possibile, come se ascoltaste il vicino del bancone del bar che commenta l’ultimo posticipo del campionato. E se per una volta, nonostante siate italiani, vi concederete un minimo di onestà intellettuale, non vi resterà che ammetterlo: Mario Monti, sebbene sia Mario Monti, è il miglior premier che ci potesse capitare, oggi come ieri come domani.

E sapete perché? Oh, mica perché è un tecnico, mica perché è bocconiano, mica perché è stato Commissario alla Dolcificazione della Nutella nell’Unione Europea o perché è l’emissario delle banche che voi stessi foraggiate con i vostri lungimiranti – per loro – mutui.

No, è solo per un unico, preciso motivo: perché non lo abbiamo votato noi.

 

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Attendo il giorno


 
Attendo il giorno in cui finiranno le tue paure, quelle che io so – te l’ho sentito proclamare con grande emozione – tu vuoi superare. Quel giorno tu saprai che le tue paure ci sono, sono lì, fanno parte di te, e la cosa più insensata è proprio averne paura.

Attendo il giorno in cui ti renderai conto che ti basta decidere che vuoi essere libero, forte, coraggioso, per esserlo. Quel giorno le voci che hai in testa, quelle che ti bloccano convincendoti del contrario, diventeranno un rumore di fondo, sempre meno intenso e fastidioso.

Attendo il giorno in cui vedrai, come io vedo chiaramente, quanto sei potente, e quanto tu stesso trattieni questa tua potenza non si sa neanche perché. Quel giorno distenderai le tue gambe in una falcata maestosa, che le tue braccia accompagneranno sciolte ed energiche, e sferrerai un calcio così micidiale che – altro che Inazuma Eleven! – la rete rischierà di spezzarsi all’impatto con il pallone.

Attendo il giorno in cui cristallizzerai la tua volontà di essere felice. Tu innanzitutto, e gli altri di conseguenza. Non viceversa. Quel giorno comprenderai la differenza tra vivere e sopravvivere, tra amare e possedere, tra essere amico e strumentalizzare. Quel giorno potrai ringraziare per l’attenzione chi proietta su di te aspettative solo sue, e chiedere gentilmente che si faccia da parte, quando è in ballo la tua serenità, continuando a condividere le tue emozioni se e quando se lo meritano.

Attendo il giorno in cui vedrai che non c’è conflitto tra te e gli altri, che la contraddizione è solo apparente, e che quando accetti integralmente te stesso allora accetti integralmente anche gli altri, anche se li inviti più o meno gentilmente a farsi da parte. Ché la vita e tua e hai pieno diritto di goderla in ogni singolo attimo in cui si dipana, di ridere di ciò che ti fa ridere anche se il bacchettone di turno dice che non si può, di arrabbiarti, di piangere, e di stare da solo con te stesso tutto il tempo di cui hai bisogno.

Quel giorno io ci sarò, e ti vedrò trionfare. Applaudirò, da fuori ma insieme, distinti ma uniti, e mi commuoverò.

Ma poi, perché diavolo parlo al futuro? Quel giorno è già arrivato, forse era ieri, forse sarà un domani qualunque.

Anzi, lo so, è oggi.

Ci vediamo tra poco. Buon compleanno.

 

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Jamme! Anduma!

“Vediamo se risponde”, ho scritto su Facebook.

 

Dalla mia pagina Facebook.

 

Massimo Siano Ti ha cancellato il commento?

GpGiampi GiampaoloCoriani ma che cazzata, saviano.

Domenico Sisinni Semplicemente all’epoca, prima che i piemontesi invadessero il Regno senza nemmeno una dichiarazione di guerra, le Due Sicilie erano molto più evolute del regno di Sardegna.

Luisa Vardiero eccerto, al giorno d’oggi son problemi…

Alexfor Massimo, spero di no!

Marco Barbierato Quindi a un’idiozia odiosa replichiamo con un’idiozia odiosa. Wow…

Massimo Siano Io non lo vedo.

Mario Pusceddu razzismo demenziale

Domenico Sisinni Credo che con questo commento abbia cercato di spiegare che non è carino invadere una nazione, trucidarne gli abitanti a centinaia di migliaia, razziare, stuprare e dopo prendersi il lusso di dire ai discendenti che puzzano. Non ha scritto che i campani sono superiori, sarebbe un’idiozia. Fossi stato in lui non mi sarei nemmeno preso il disturbo di commentare, visto che parliamo di tifosi, ergo parameci.

GpGiampi GiampaoloCoriani allora si è spiegato molto male, perchè io capisco tutt’altro.

GpGiampi GiampaoloCoriani anche perchè paradossalmente molti discendenti degli stuprati e razziati abitano a torino e tengono per la juve.

Domenico Sisinni Bisognerebbe chiedersi come mai abitano a torino..ma capisco che ciò richiederebbe tempo e sforzo. Si dovrebbe studiare la storia, quella vera, raccogliere dati, informarsi. Suppongo sia più comodo continuare a ragionare con approssimazione e un po’ di sano razzismo, vero?

Alexfor Massimo, boh? Tra i miei tweet e tra le risposte al suo lo vedo, ma effettivamente nella mia pipeline (di dice così, no?) non lo vedo.

Ma restiamo pure a discutere di interessanti concetti come la nazione campana e la piemontese, ché magari tra un po’ spunta pure la padania.

GpGiampi GiampaoloCoriani vabbè.

Domenico Sisinni Con l’unica differenza che la padania non è mai esistita 😉
Bene, se il MinCulPop ha stabilito che l’argomento non è interessante si taglia subito, non c’è problema.

GpGiampi GiampaoloCoriani è vero, la padania non esiste, come la mafia (et similia) 😉

Giovanni Giò Giò Giordano alexfor, dai, cazzo… è una battuta innocua… non cerchiamo tutte le volte di contare i peli del culo di saviano… 🙂

Alexfor Ricordo il Regno delle due Sicilie, o mi sbaglio? Continua pure, invece di invocare censure inesistenti. È interessante, davvero. O forse ti sei accorto di aver lanciato un boomerang?

Alexfor Le battute le faccio io, lui fa il moralizzatore. Dimmi quanti degli innumerevoli retwettatori l’hanno intesa come battuta.

Giovanni Giò Giò Giordano hahahahahaha alexfor, vaffanculo 😀

Domenico Sisinni Niente boomerang, non mi piace parlare a vanvera; da quello che leggo tutti i giorni pensavo di essermi iscritto a una pagina dove si capisce l’ironia, per questo ho citato vecchi ministeri….mi fa piacere che trovi la cosa interessante, davvero.

@Giampaolo Ti rassicuro, la mafia esiste..gentile lascito dei savoia anche quella.

Giovanni Giò Giò Giordano hahahaha tu fai le battute e lui il moralizzatore… ma ti rendi conto della cazzata immane che hai scritto ? io l’ho letta sulla pagina di facebook di saviano… e l’ho capita per ciò che è una semplice battuta… magari non brillantissima come le tue , ma una battuta… poi voi duri e puri siete sempre a contare i peli del culo di saviano… quanti di voi sono andati dai casalesi a dire loro in faccia che sono delle merde ? hahaha lì, vi trema il dito 😀

Alexfor Potrei rispondere un sacco di cose.

Potrei rispondere che “ahahah! era una solo una battuta” dov’è già che l’ho sentita? Ah sì, le barzellette del Berlusca. E lì tutti i moralizzatori a dargli addosso (che poi a me quella di “orchidea-orcodio” fece pure ridere, anche se, tecnicamente, era un’idiozia).

Potrei rispondere che a Saviano, che ha 250mila follower su twitter, non so quanti fan su Facebook e non so quanti milioni di spettatori ogni volta che appare in TV per spiegarci cos’è giusto e cos’è sbagliato, non gli conto i peli del culo, gli conto le singole cellule di cheratina di ogni pelo del culo. “Le parole sono importanti”, chi è già che l’ha detto? Che poi magari facesse un po’ di battute, ogni tanto: è di una noia mortale. Lui come gli altri moralizzatori di stocazzo, di sinistra, di destra, di centro, di sopra e di sotto che siano. Ma le battute bisogna saperle fare, bisogna che sia chiaro che lo sono, specie se possono essere scambiate per razzismo al contrario. Piuttosto lo scriva a lato: “Oh, raga, è una battuta eh”. Credo ci stesse nei 160 caratteri.

Potrei rispondere che sono piemontese, e quindi mi sta sul cazzo che si additi la terra in cui sono nato di questo e quell’altro crimine (la mafia pure, questa mi mancava). Conoscete questa emozione? Magari, se volete, vi rispondo così: “ma andate affanculo voi, terroni di merda”, e poi di fianco ci metto “è solo una battuta, neh” (quel bel “neh” piemontese che ancora oggi che vivo lontano dal piemonte, che sono emigrato, mi fa tanto ridere). Sì, mi dà fastidio, ma molto meno di quanto pensiate.

Perché la verità è un’altra. La verità è che io ce l’ho con voi, pecore belanti. Non me ne frega un cazzo di Saviano, tanto so che non mi risponderà. A meno che questa foto venga piacciata e condivisa da un certo numero di pecore (o, magari, di individui). Mi state sul cazzo voi, a prescindere dal vostro pastore, che sia Berlusconi, Fini, Grillo, Renzi, Saviano o chiunque altro. Voi che siete risposti a ridere di qualunque cosa, voi che apprezzate l’ironia (documentati su cos’è, tecnicamente, l’ironia, invece di rompere il cazzo con regni scomparsi oltre 150 anni fa, borbonico o savoiardo che fosse: io l’ho usata, e bene, fino a prima di questo post, a cominciare dalla risposta a Saviano), finché non tocca il pastore su cui proiettate le vostre aspettative di giustizia in terra o in cielo. Pastore che osannate finché non vi stufa o finché non venite delusi da come si comporta quando ha ottenuto il potere che voi stessi gli avete concesso, così da potervi scandalizzare e rivolgervi a un nuovo pastore.

Ah, cazzo. Dimenticavo. L’accusa che io non ho le palle e quindi non ho il coraggio di puntare il dito ai casalesi. Vaffanculo tu, chiunque tu sia. Io nella mia vita il coraggio lo dimostro ogni momento, anche quando mi tengo a distanza dalle pistole per non lasciare un figlio senza padre. Chiedi a Saviano, vista la vita che fa, se farebbe un figlio. Ti ricordo, che Saviano ne paga i costi del suo puntare il dito, ma ne ha anche i vantaggi in termini di notorietà: tu ci vai in TV o su Repubblica tutte le volte che devi scoreggiare qualcosa? Io no. E tralascio i soldi. Mi dispiace per lui: non è nelle condizioni, o forse non è capace, di goderseli.

Insomma, sapete che c’è? Andatevene affanculo voi. In napoletano o in piemontese, come preferite.

Giovanni Giò Giò Giordano no problem… con la differenza che io ho spalato merda su papi sin da quando faceva il “re del mattone” … 😀

Domenico Sisinni 1. A me Saviano non piace, parla troppo; io ho commentato il “i campani sono superiori ai piemontesi”, stronzata che hai detto tu, di lui me ne frego.
2. Qui non si incolpano i piemontesi, casomai si parla degli ex regnanti. In ogni caso sono fatti storici documentati e anche se sono passati 150 anni i risultati si vedono ancora adesso. Ti piaccia o no.
3. Piantala di fare l’esaltato tipo mi state sul cazzo tutti, pecore a destra e a sinistra, i pastori, vaffanculo voi, topo gigio e gli aristogatti. Sembri un liceale in assemblea di istituto.

Riassumendo: rilassati, si sta solo discutendo; è anche vero che per farlo ci vorrebbero delle basi. Buona serata.

Alexfor La stronzata l’ha detta lui, la mia è una stronzata che segue logicamente, e ironicamente, alla sua.

Ah, di questi commenti, se interessa, ne ho fatto un post.

Domenico Sisinni Mai messo in dubbio il fatto che Saviano avrebbe potuto evitarsela.
Ho visto che hai fatto un post, non capisco il perché ma ho visto.

Alexfor Tu che hai parlato di MinCulPop ora parli di buone basi per la discussione? Ma ri-vaffanculo!

Domenico Sisinni In pratica qui funziona che l’ironia la fai tu e basta, gli altri ridono e se osano ironizzare partono i vaffanculo..democratica come cosa.

Alexfor Sì, infatti. Da MinCulPop.

Ripeto, l’ironia impara a farla, ché ti viene piuttosto male.

Domenico Sisinni E tu impara a capirla, visto che la sai solo fare (o almeno credi). E per concludere hai fatto un post con il contenuto della conversazione (concludendolo ovviamente con la tua risposta). Per farci bella figura immagino. Dio, dove sono capitato.

 
To be continued?

 

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Piccola precisazione sul “cazzetto”

Ho letto un po’ di cose in giro a proposito del tormentone che, come vi sarete sicuramente accorti (eh?), il sottoscritto ha lanciato nella blogosfera tutta, grazie al post precedentemente pubblicato: il tormentone del cazzetto.

E mi è sorto un dubbio: ma ci sarà davvero gente che ha pensato, leggendo il post (ribadisco: quel post), che quel riferimento fosse reale?

Dato che sono paranoico ed egocentrico, ma soprattutto poiché io alla privacy – mia e altrui – ci tengo infinitamente, preferisco fare questa piccola precisazione.

Io il membro del signor UMC non l’ho mai visto. Per cui non ne conosco le dimensioni né, soprattutto, mi interessa conoscerle.

Era solo una metafora.

 

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