Corollario di Alexfor

Dunque Alexfor, come mai mi hai convocato?

– Eh, niente, volevo parlare dell’ultimo splendido post uscito ieri sul noto blog di Uomo Morde Cane, il cattivo più cattivo del Web. Diocane (cit), tra l’altro, com’è scritto bene, quel post.

E perché mai ne vuoi parlare?

– Perché questo post (urca che bello, ogni volta che ci penso mi bagno tutto) è una metafora, cioè si riferisce ad altro e non ai Beatles, e non capisco come mai UMC non l’abbia scritto esplicitamente. Cioè, un po’ di cosette le ha fatte per darlo a intendere, se guardi bene la successione dei post sulla sua pagina Facebook, ma secondo me tanti mica l’hanno capito.

Ok, ok. Ma dimmi, Alex, allora di cosa parla in realtà?

– Di Umore Maligno.

– Urca! Ma questa è una notiziona che farà infiammare la blogosfera tutta!

– È quello che mi aspetto.

Dunque, fammi capire… Lui sarebbe Paul?

– Sì.

E John, invece, chi è?

– Io.

Ma dai!

– Sì sì. Yoko, invece, è la mia compagna, Clara.

Porca troia! Ma allora ho capito, mi hai chiamato per rilasciarmi una smentita!

– No no, anzi, il contrario. Per confermare. Tutto. Tutto quanto.

Cioè? Praticamente tu e la tua compagna sareste gli artefici dell’uscita di UMC da UM (Cristo, qualcosa che ha a che fare con l’insiemistica non mi torna) e del suo prossimo, immagino, scioglimento?

– Non proprio. In realtà il piano è mio. Di lei, è vera la cosa dell’antropofagia.

Dai, Alex, smettila di scherzare.

– No no, è vero. Lei si nutre di carne umana. Non sai che fatica per tenerla buona, soprattutto agli inizi. Però se sai come procurargliela, diventa facile da gestire. Basta un cadavere fresco preso dagli obitori ogni 24 massimo 48 ore, quando ci prendi la mano ti ci diverti pure. Perché vedi, lei non è cattiva. O meglio, tu definiresti cattivo un leone perché uccide una gazzella? O un vampiro perché succhia il sangue? È una cosa compulsiva, la sua natura, non può farne a meno. Per me è estremamente utile, perché mi fa il lavoro sporco. Effettivamente lei ora ha in pugno tutti i membri residui di UM, li manipola facilmente, in base ai miei ordini, muovendo il clitoride (cit sua). E poi non sai, ma quando l’hai appena saziata, fa certi pomp…

Beh, dai, lasciamo stare questi dettagli intimi. Ma piuttosto dimmi… cazzo, questa incredibile rivelazione fa emergere un sacco di domande e ho paura di dimenticarne qualcuna. Ok, rispondi a questa: come mai ha scelto i Beatles? Loro erano quattro, voi non siete o eravate più di venti?

– Ah, questo non lo so, dovresti chiederlo a lui. Volendo entrargli nella testa come effettivamente amo fare, direi che per lui nel gruppo ci sono poche persone di riferimento, gli altri invece non contano un cazzo. Ma in realtà ciò che ho appena detto è una mia proiezione.

E Ringo, invece? Chi è?

– Ringo? Cristo, mi cogli in fallo. Parla anche di Ringo?

Sì, a metà post.

– Merda. Non lo so. Il problema, te lo confesso, è che ho problemi nella lettura dei post. Anche dei suoi, che però sono sempre bellissimi, almeno i pezzi che riesco a leggere. Diocristo quanto scrive bene quel blogger. In questo, purtroppo, a un certo punto sono saltato alla fine, a quando parla di Chapman. Ma almeno me l’ha messo il fauvismo?

No, mi dispiace. Ma cos’è ‘sta storia che non leggi i post? Neanche quelli di UM? O di Clara?

– No. È un problema terribile, che non riesco a risolvere. Tipicamente non riesco ad andare oltre al titolo. Metto “mi piace” così, per avere la gente dalla mia. Magari riesco a leggere dei pezzi di quelli di Fed-Ex o di Essere Disgustoso* (ommadonna quanto scrivono bene anche quei due, ma mai come UMC, cazzarola). C’è solo un autore i cui pezzi riesco a leggere completamente.

Chi?

– Alexfor. In verità sono costretto a leggerli, mentre li scrivo. E poi li rileggo centinaia di volte. Perché soppeso ogni parola, in modo da manipolare il lettore verso le mie posizioni.

E quali sono queste posizioni?

– Non lo so, devo ancora capirlo. Ma comunque il giochino mi riesce molto bene.

Ma dimmi la risposta alla domanda più importante: perché? Perché far uscire UMC da UM? Perché manipolare il resto dei componenti? Qual è il tuo obiettivo?

– Ovviamente, la conquista del mondo. Quello della satira italiana on line, per ora. Ma è chiaro che ci devo arrivare per gradi. Parto da una base di 400 fan, peraltro molto sfigati, per cui devo procedere come le aziende: per acquisizioni successive. Il mio piano prevede che ora io succhi a UMC i suoi 5.000 fan; poi, quando avrò convinto tutti i coglioni che ancora sono restii alla sottomissione ad andarsene, avrò anche i 15.000 di UM. Dopodiché, riallaccerò i rapporti con Stark e quell’altro, e mi impadronirò di Spinoza. E allora, il gioco sarà fatto.

Geniale! Ma come pensi di impadronirti dei 5.000 fan di UMC?

– Semplice: ora che ho dimostrato che sono più cattivo di lui, verranno tutti da me. DEVONO VENIRE DA ME, CAZZO! Ehm, scusa. E voglio quel premio, quello dei Macchianera, voglio essere io il cattivo più cattivo del Web.

Ma guarda che il premio di quest’anno è quasi assegnato, le nomination sono già state fatte…

– Ah sì? Vabbè, sarà per l’anno prossimo. Anzi,  l’anno prossimo il piano sarà compiuto, e saranno miei tutti i premi. TUTTI! AH AH AH…

Dai, Alex, devi calmarti.

– NON DIRMI MAI “DEVI”, È CHIARO? IO ODIO IL VERBO DOVERE, SPECIE SE USATO ALL’IMPERATIVO!

Ok, ok, scusa… Però ti prego, dimmi ancora di UMC. Com’è andata veramente con lui?

– Ehm, un attimo che mi calmo… Sì, ora va bene. Ok, senti. In realtà, quando l’ho conosciuto, il piano era diverso. Volevo che lui fosse mio alleato.

Ah sì?

– Certo. Voglio dire: conosco il cattivo più cattivo del Web e non lo sfrutto per soddisfare la mia brama di potere? Infatti l’ho portato dalla mia parte, e per un po’ di tempo, anzi parecchio, l’ho abilmente manovrato. Lui, come tutti sanno, è un tipo nervosetto. Basta saperlo innescare nel momento giusto e contro il bersaglio desiderato, ed è fatta. Un po’ come Clara, a parte la fatica nel nutrirla e i pompini.

E poi? Perché non l’hai tenuto dalla tua parte?

– Vuoi la verità?

Sì, certo. La blogosfera tutta non vede l’ora di saperla.

– Mi ha deluso.

Cioè?

– Sì, profondamente. Come uomo, e come cattivo. Cioè, i segnali per capire tutto furono chiari fin da quando lo conobbi un po’ meglio. Quelle poesie frocissime che scrive, i suoi modi un po’ effemminati, come si inalbera per ciò che ritiene “giusto” o “bello” o “vero”, tutte cose che lo rivelavano come un pacioccone dotato di una ferrea moralità. Per non parlare del fatto che avesse un blog sull’Unità. Ma non li ho voluti vedere. Li ho ignorati, cazzo. È il mio lato sentimentale, non ci posso fare niente. Fino a quel giorno…

Cosa? Quale giorno? Non farci stare così in ansia! Dicci!

– Era proprio l’anno scorso, di questi tempi. Lui era a casa mia, era venuto per la premiazione dei Macchianera. Andammo insieme, io, lui e Clara, a Riva del Garda. Una serata tremenda, per tutti. Io speravo che lui rivincesse il cattivo più cattivo, e UM la satira. Se così fosse successo, il mio piano si sarebbe rivelato in fase avanzata. Ma fu una disfatta. Ricordo ancora i suoi occhi lucidi quando vide quell’Anonymous… E il nome del suo omologo orsetto, il Professor Morte, sullo schermo…

Fu quello?

– No, fu dopo. Quando rientrammo e andammo a letto. Per caso, lo vidi nudo. Dio, non riesco a torgliermelo dalla memoria, quel cazzetto. Ché lui continuava a dire a tutti di avercelo enorme. E invece… Non riuscii neanche a farmelo succhiare da Clara, quella notte. La passai a capire come modificare il mio piano. Se ero arrivato lì, a un pelo dai Macchianera – seppure con un gruppo di sciamannati – un senso doveva pur esserci. E così pensai, studiai, orchestrai… Ed ecco il risultato. Lui stesso mi ha portato dove sono ora: i suoi fan, il suo titolo, i suoi amici, tutto quanto lui considera “suo” mi spetta di diritto.

Quindi non ricucirete?

– No, ci mancherebbe altro. Cioè, per me si potrebbero anche intrattenere delle relazioni pacifiche, ma mi rendo conto di averlo ferito in modo irreparabile. Ovviamente, l’avevo messo in conto.

Ora UM chiuderà?

– È esattamente quello che mi aspetto. O meglio: che chiuda l’associazione, quella di cui sono stato presidente – AH AH AH… – Così me lo lasceranno, e sarà mio, tutto mio. E di Clara, certo. Un re e una regina, un imperatore e la sua imperatrice.

Cosa farai quando sarà tuo? Un blog va tenuto in piedi. E, diciamoci la verità, tu e Clara non è che scriviate poi ‘ste gran cose.

– Beh, vedi, ho avviato da qualche tempo una cosiddetta “campagna acquisti”. Mi circonderò di persone fidate, delle specie di ghostwriter, dei bravi ma sottomessi autori che sosterranno l’ambaradan. Qualcuno sarà tra quelli che sono già in UM, altri saranno presi da fuori. Non è difficile, sai? Basta saper dare i giusti contentini. Qualche post firmato, il nickname in evidenza negli status, queste robe qui che una volta per sfottere Spinoza – loro sono i maestri – chiamavamo “Cencelli”.

Quindi traghetterai UM verso il crowdsourcing?

– Non da subito. Lo farò quando attaccherò Spinoza. Sto pensando di far credere loro che in qualche modo si “mangeranno” UM, rendendolo uno spin-off, come li chiamavano un tempo. Quando si accorgeranno che in realtà sta accadendo il contrario, per loro sarà troppo tardi.

Ripensando a tutto quello che hai detto, mi sto rendendo conto che non mi hai ancora risposto: perché? Perché fai tutto questo? Qual è il vero motivo? Perché sei così cattivo?

– Ma è ovvio! Perché mi diverte! C’hai presente il Joker di Nolan? Quello sì che è un vero cattivo, mica questi bamboccioni alla UMC.

Eddai, non essere così duro con lui. Che t’ha fatto?

– Te l’ho detto. Nulla, a parte deludermi.

Così tanto?

– Sì. Sai, nell’ultimo periodo di UM, ci siamo fronteggiati in maniera molto forte, molto veemente. L’ultima parte dell’attuale fase del piano era già in corso, ma ho comunque avuto una rivelazione, una folgorazione, che mi ha ulteriormente colpito.

Cioè?

– Ecco… Mentre eravamo lì che ci sfidavamo, a suon di quote, risposte argute da parte sua, provocazioni e manipolazioni da parte mia… È successo che ho compreso il vero significato del suo pseudonimo.

Non capisco.

– Non è facile da spiegare… Mi è apparso il senso di “Uomo Morde Cane”, come dal nulla. Peccato che non era come forse, in fondo in fondo, ancora speravo. Perché una parte di me ancora gli vuole bene. Però è andata così, e oggi è inequivocabile.

Cosa?

– Io sono l’uomo, e lui il cane.

 

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Il cosa e il come

Vi capita mai che pezzi della vostra vita di cui non capivate il senso improvvisamente si colleghino da soli, assumendo una conformazione inaspettata che rivela come un disegno, un puzzle, un qualcosa che si compone in una figura interpretabile? A me ultimamente sì, tra l’altro sempre più spesso.

Ripensavo qualche tempo fa alle lezioni di greco e latino assorbite e un po’ subite in gioventù, da parte del famigerato professor Vassallo, quello che diobono dovevi stargli dietro sempre perché non te ne perdonava una. Ricordo anche, purtroppo con una nebbia mnemonica che s’infittisce vieppiù, interessanti discussioni – si fa per dire, perché per quanto mi ricordi alla fine discuteva solo lui – su quale fosse il fine non solo della scrittura, ma dell’arte in sé. Un dibattito millenario iniziato da quei primi uomini che a un certo punto si erano ritrovati con del tempo da spendere in qualche modo, avendo identificato modalità più efficaci di procacciarsi il cibo, che sostanzialmente oscillava tra due poli: da un lato, gli assertori della ricerca del “bello” fine a se stesso (Frassica, per esempio), dall’altro coloro che erano convinti, e cercavano di convincere gli altri, che ci dovesse per forza un messaggio da veicolare, un insegnamento da trasmettere (l’esempio che mi viene sempre in mente pensando a questa sponda è l’intellettuale gramsciano, quello che educa e guida benignamente il povero proletario ignorante, tanto per capirci).

Mi intrigò da subito questo dibattito, soprattutto per la sua indeterminazione che mi ricorda – ecco un altro tassello che si collega proprio mentre scrivo – il bellissimo principio di Heisemberg. Troppe variabili non erano definibili, troppe domande senza risposta oggettiva o scientifica. Cos’è il bello? Come si misura la bellezza? E se invece è la sostanza che è importante, qual è il giusto “cosa” da promuovere? Perché una roba sì e un’altra no?

Mi sono ritrovato a proiettare questo dibattito su cose che mi capita di leggere oggi, sull’internet, nonché a dibattere io stesso con altre persone, inizialmente senza rendermene conto, su questo tema.

Ecco, nella cosiddetta blogosfera, leggo spesso cose improntate alla ricerca del bello, dello stile, del come. Sono quei post che mentre li leggi –  se sono scritti bene, eh – ti capita di ridere o di commuoverti o di incazzarti con la cosa con cui ce l’ha l’autore, ma poi finisci e ti ritrovi a dire a te stesso: “Embè? E quindi? So what?”. Se ti va bene, perché il più delle volte, semplicemente, fai un bell’ALT + F4 e dopo pochi minuti il post non ti ricordi neanche di averlo letto.

Altri post, quelli del cosa, li riconosci perché sono pomposi. C’è uno lì su una cattedra che ti spiega il perché e il percome, cosa devi fare e cosa no, cosa si dovrebbe cambiare perché il mondo diventi il paradiso. Se dice cose in cui ti riconosci, magari condividi o metti il tuo “mi piace”, altrimenti dici fra te un bel “ma vaffanculo”, indirizzato all’autore. E di nuovo tutto finisce con il solito ALT + F4.

Ho collegato questo dibattito con altre cose che mi intrigano. Come la convinzione di alcune filosofie / religioni orientali secondo la quale una delle peggiori trappole della mente umana è il cosiddetto “dualismo”. Quello schema di cui non ci rendiamo neanche conto, che ci porta a dividere la realtà – o meglio l’interpretazione viscerale, emotiva e razionale che ne diamo – in fronti contrapposti, tipicamente due: il bene e il male, il bello e il brutto, la destra e la sinistra, Beppe Grillo e Beppe Grillo, eccetera.

E mi son detto: “Ma porca puttana, ma perché devo per forza scegliere? Non posso perseguirli entrambi, il cosa e il come? Chi cazzo l’ha detto che uno esclude l’altro?”.

Ma certo!

Mica facile, però.

Per perseguire il come, devi essere bravo. Nel caso della scrittura – sembrerà banale – devi scrivere bene. Devi conoscere qualche tecnica e saperla mettere in pratica. O magari ti devono venire fuori, le tecniche, che neanche te ne accorgi. Magari scrivi un’epìtope – famosissima figura retorica che tutti voi sicuramente conoscete – ma neanche lo sai che t’è venuta fuori un’epìtope. Eppure è lì, scintillante e inebriante. Quanto mi piace, l’epìtope.

D’altra parte, per far risaltare un cosa – sembrerà banale anche questo – devi avere qualcosa da dire. Ma se leggi in giro ti renderai conto che c’è un sacco di gente che non ha un cazzo da dire. Sono quelli che fanno robe tipo oggettivizzare la realtà, utilizzando artifici facilmente riconoscibili e smontabili: per esempio banali induzioni aristoteliche uno-due-infinito che lasciano l’amaro in bocca, perché l’uno è un’immane stronzata, un assioma travestito da fatto. Sono quelli che scrivono sempre lo stesso post, perché una volta gli è venuto bene, quella volta che avevano qualcosa da dire. Quelli che inveiscono contro qualcuno per un certo motivo e poi ti accorgi –  ci vuole solo un poco d’attenzione – che quel motivo è proprio ciò che li porta a inveire. Sono quelli che non dicono la verità. Già, ma cos’è la verità? Chi la mette giù in assoluto, che sia il papa o l’ultimo dei blogger anonimi, sicuramente non te la sta dicendo. Perché l’unica verità possibile è quella individuale – che poi magari, scava scava, è uguale per tutti, ma questa è un’altra storia -. Se vuoi dire la verità, devi metterti in gioco, devi smontare tutto il pattume che hai nel cervello e negli altri organi interni, e vedere, piano piano, se riesci a tirare fuori qualcosa di tuo. Anche parlando degli altri, anche raccontando storie di personaggi inesistenti, grazie a tecniche che gli scrittori bravi conoscono bene e che consistono nel tirare fuori la verità di questi tizi, stando ben nascosti come un osservatore imparziale.

E niente, quello che vi volevo dire è che mi sono reso conto che io ci provo, a fare entrambe le cose. Non so quanto bene ci riesco, questo lo lascio valutare a voi.

Quindi, ora potete finire come preferite: con un bell’ “embè?” o un sonoro “ma vaffanculo”. L’importante è che ne segua il solito ALT + F4.

 

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Per non dimenticare che ricordare non è un dovere morale

 

Mi dispiace, ma odio i vostri status, le vostre foto dell’orologio fermo alle 10:25, i vostri link alle canzoni di Guccini, che postate su ogni social network ogni 2 agosto di ogni stramaledetto anno. “Per non dimenticare”.

Non odio voi, eh, sia chiaro.

Odio ciò che scrivete. Odio il fatto che, una volta che avete scritto quelle belle cose, vi sentite il cuore in pace, senza neanche aspettare che arrivi il 3 di agosto. Dalla parte dei giusti, dei buoni, dei migliori.

Odio il fatto che non siete diversi dal ghostwriter di Napolitano, che affida la sua vuota solidarietà a un messaggio scritto con la solita retorica menenioagrippica, mentre guarda l’andamento dello spread e controlla se per caso ha da telefonare a qualche ignoto vincitore di medaglia d’oro.

Odio il fatto che nessuno, almeno così pare, si accorga che la categoria mentale dei buoni e dei cattivi, dei giusti e degli ingiusti, del bene e del male, quella è la vera assassina di sempre, a Bologna come altrove, per mano di un Fioravanti o di qualunque altro uccisore. Perché lui e chi altri c’era e chi altri è stato (Stato?) mandante – e non fate finta di non saperlo benissimo -, quando ha piazzato quella bomba era assolutamente convinto di essere nel giusto, di fare un male necessario, di perseguire un bene superiore.

Odio il fatto che mi facciate rivalutare quel coglione di Baglioni, ché la vita è adesso, non 32 anni fa.

E, se proprio voglio ricordare, pretendo di non farlo perché lo si deve fare. Pretendo di non vergognarmi se la stazione di Bologna preferisco vederla com’è ora.

E preferisco ricordare sentendo i brividi nella schiena che mi vengono leggendo un pezzo vero come questo.

Brividi che, appunto, sento adesso. Non 32 stramaledetti anni fa.

 

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Della funzione spirituale dell’umorismo nero

Oggi parlo di un tema difficile, almeno per me. Com’è ovvio, trae spunto dalla vicenda che forse conoscerete a proposito di Umore Maligno, ma voglio chiarire che il punto di vista che ora proverò a sviluppare appartiene solo al sottoscritto, per quanto ne so.

Partirò con una premessa, che è frutto di una mia elaborazione di cose che mi sono state raccontate, che ho letto e vissuto. Tutto però è stato in qualche maniera interiorizzato e compreso, non fideisticamente ma intuitivamente. Non so se avete presente quella sensazione che ogni tanto ci coglie, quando appare un pensiero dal nulla e qualcosa dentro ti dice “sì, è proprio così”, anche se non sai spiegarlo. Ecco, è proprio così.

La mente umana – quella degli individui anagraficamente adulti – è fondamentalmente composta da due parti. Sì, lo so, Freud dice tre, Jung ci mette l’inconscio collettivo, Calderoli sostiene che la mente non esiste proprio. Ma non me ne frega un cazzo.

La prima parte è quella in cui più ci identifichiamo. Diciamo che è l’io, o ego se preferite latinizzare o vederlo negativamente. Questa parte di noi è sostanzialmente un bambino, la nostra parte infantile, cui alcuni associano l’aggettivo ferito. È la nostra parte più energetica, vitale e pura. Anzi no. Perché c’è stato un momento, nell’infanzia di tutti quanti – un momento che ho sentito definire il grande tradimento – in cui questo bambino ha abdicato a se stesso.

Il bambino nasce sostanzialmente felice. Non che lo sia nel modo in cui lo intende l’adulto “ah, la felicità è un attimo”. Il bambino è felice perché non sa cos’è la felicità. Non ne ha un’idea da perseguire. Non nutre aspettative. Vive e basta. Addirittura, nei primi mesi di vita, non riesce neanche a distinguere fra sé e l’ambiente circostante, in particolare fra sé e la madre.

Ma è un mondo difficile. Felicità a momenti… Scusate. È difficile nel senso che questo bambino va protetto e nutrito. Non è in grado di procacciarsi il cibo da solo, come peraltro i piccoli di altri animali sanno fare anche pochi istanti dopo la nascita. E quando bisogna proteggerlo, i genitori spesso sono costretti a usare metodi coercitivi. A volte fisici (che non significa solo il ceffone ma anche il box-prigione). Molto spesso verbali ed emotivi.

“Non fare questo! E neanche quello! Ma se stupido? Forza!”. Eccetera.

Nonostante questa protezione, che a volte c’è in forme a dir poco anomale, o anche in ragione di questa – saprete anche voi che le violenze in famiglia sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere – subentrano traumi, paure e complessi.

E così succede, inevitabilmente, che il bambino – qualunque bambino – sviluppi una convinzione ineluttabile  che così com’è non va bene, che finisce per travolgerlo.

Nel migliore dei casi, a un certo punto il bambino si rassegna e si dice: “OK mamma, OK papà” – oggi dice “OK” perché guarda tanti cartoni animati americani – “d’ora in poi sarò come volete voi”.

Prende così forma l’altro pezzo della sua psiche, quello che Freud chiama super-io o super-ego, altri coscienza (il fottuto grillo parlante). Mi piace un termine poco usato che ho sentito: il giudice interiore. Io, comunque, ho coniato il mio: la vocina.

Questa parte di mente non è nostra. Ci è stata inculcata dall’esterno. Essa, più che una funzione di pensiero cosciente o razionale, è un meccanismo. Non è per niente facile riconoscerla. Per farlo, occorre un’auto-attenzione intensa e costante.

La vocina non la riconosci per cosa dice ma per come lo dice. Come ho detto, non è intelligente, diciamo così, per cui può accadere che in un momento dica una cosa, e poco dopo il contrario.

Il come è essenzialmente fatto di cose sgradevoli. La vocina giudica, se stessi e gli altri. La vocina manipola. Consiglia. Sprona. Reprime. Fa paragoni. Spaventa. Colpevolizza.

“Sei un coglione!”

“Inadeguato”

“Non ce la farai mai…”

“Lui è migliore di te”

“Eccoti, sempre alle solite…”

“Sei in ritardo!”

“Non farlo!”

“Fallo! Altrimenti sei un debole / un codardo / non sei un buon amico! Eccetera!”

“Hai il cazzo piccolo!”. No, almeno questa cosa a me non la dice.

È un continuo, è perennemente attiva. Quei rompicoglioni dei nostri genitori non la smettono mai di dirci cosa dobbiamo fare e cosa no. Un conflitto incessante tra un bambino che scalcia, che vorrebbe giocare, correre e divertirsi, e qualcuno che da dentro non gli dà tregua.

Occhio, però! In verità non faccio una valutazione morale dell’operato dei genitori. Anch’io sono padre e sono figlio. E soprattutto, se la facessi sarebbe frutto di una minchiata che mi dice la vocina.

Il guaio è che anche i genitori sono dominati da questo conflitto. Non possono fare altrimenti.

Dunque l’essere umano risulta, nella migliore delle ipotesi, uno schizofrenico nascosto. La schizofrenia è a un livello tale che si disperde limitatamente nell’ambiente, dando luogo al mondo di merda in cui viviamo. Ma c’è. Sempre. In chiunque. Sì, è triste dirlo, ma siamo tutti pazzi.

I pazzi riconosciuti come tali o quelli chiamati psicotici o altro del genere sono semplicemente coloro in cui il meccanismo di controllo s’è rotto. Così sono diventati pericolosi, o anche solo non produttivi. Allora abbiamo per esempio chi è bambino (ferito, si badi bene) sempre, e quindi sbrocca in varie forme. O la vocina è andata fuori giri e ordina cose insensate. O ti schiaccia, deprimendoti, fino a farti credere di non poterti alzare dal letto e che è meglio che tu la faccia finita appena puoi.

Gli altri pazzi che fanno? Sopravvivono.  Sopravviviamo. Tutti. Alla bell’e meglio. Vittime di credenze non verificabili o che avevano un senso quando si avevano quattro o cinque anni.

“Cazzo, ma se è così, allora non c’è alcuna speranza…”

Eccola, è la vocina!

Non è vero, la speranza c’è. Ma non è facile metterla in atto.

(Se invece avete pensato “Che cazzo sta dicendo questo?”, interrompete ora la lettura. Questo post non fa per voi)

Intanto, è opportuno riflettere sul fatto che uno dei fondamenti su cui si basa questo sistema (sì, è un sistema, e va avanti da millenni) è la concezione secondo la quale la natura dell’essere umano è maligna, o quantomeno pericolosa. “L’uomo è una bestia!”, per dirla con le parole di Giorgio Bracardi (chissà se qualcuno se lo ricorda). Questo è uno dei capisaldi della vocina, uno dei suoi evergreen.

In effetti, un bambino sa essere anche molto cattivo. Pensateci. Osservateli. O ricordatevi delle elementari. Di com’eravate voi, o il vostro compagno o compagna di banco. E sa mettersi e mettere il prossimo in situazioni di gravissimo pericolo.

Ma siamo bambini, oggi? Fisicamente, non si direbbe.

Già, il fisico. Ho parlato tanto di mente. Ma il corpo è fondamentale. Quando siamo (ci identifichiamo con) il bambino, per esempio nel momento il cui la vocina ci cazzia, perdiamo contatto con il corpo. Siamo piccoli. O non ci sentiamo affatto. Quando stiamo bene, il corpo è quello di un adulto, lo sappiamo, ne siamo consapevoli.

Per esempio, il sesso…

“Ehi, stronzo! C’hai scritto nel titolo che parlavi di umorismo nero! Quando cazzo cominci? Che ci frega di come scopi?”

OK, OK! Merda, me n’ero dimenticato. E comunque cerca di parlare bene in italiano, “avresti parlato”…

“Ho capito! Adesso non rompere i coglioni con l’italiano! Quanto stai scrivendo? Tu un post così lungo non lo leggeresti mai! Pigro!”

Vaffanculo. Parlo di cosa voglio e quanto mi pare, chiaro?

(C’era un po’ di bambino e un po’ di vocina in questo dialogo immaginario con te, caro lettore o cara lettrice. Cerca di vedere tu dov’era l’uno e dove l’altra. E magari dove c’era anche qualcos’altro)

Vabbe’, l’umorismo nero. O la satira vera, secondo me. Ho già detto cosa penso della satira compiacente. Ora posso rivelarvi che non mi piace perché non lavora sul sistema che ho descritto. C’è un’altra satira che, almeno nella mia esperienza, aiuta. Aiuta me, eh, tengo a chiarirlo. Ma non essendo diverso da voi, né migliore né peggiore, penso, spero, che magari serva anche ad altri.

Come?

La satira cattiva scatena una contraddizione istantanea tra il bambino e la vocina. È chiaro: dev’essere di qualità, ben scritta, costruita tecnicamente bene. Io queste tecniche non le ho studiate, sono un autodidatta e vado a istinto, per cui scordatevi che vi porti degli esempi. Sì, sono un gran pigro, e allora?

Succede quanto segue: ciò che si legge o si ascolta è scritto o detto in un modo che fa scattare qualcosa nel nostro cervello, un collegamento sinaptico che risveglia intensamente il bambino. In linea di massima, lo risveglia positivamente, nel senso che il bambino è portato a ridere, ma non solo. Può anche solo sentirsi emotivamente coinvolto (“sì, cazzo, è proprio così!”). Può avere uno di quei moti potenti pure un po’ cattivelli.

Perché come dicevo prima il bambino è anche cattivo. Ma non lo è nel senso moralista. Il bambino è libero e se una cosa non gli piace, non gli piace. Se un bambino si incazza, porca troia come si incazza! Se un bambino ride, lo fa di gusto, come poche volte a un adulto capita.

Il bambino è puro, è innocente anche quando ha queste manifestazioni.

Per arrivare al tanto vituperato post di Umore Maligno, chi legge sa benissimo come un bambino vede un handicappato.

Le sensazioni sono varie e spesso contrastanti. Dalla paura alla repulsione. Ma anche un’attrazione irresistibile per ciò che è diverso. Una difficoltà insormontabile a comprendere e valutare qualcuno che è come te e, contemporaneamente, non lo è affatto. E infine, la voglia irrefrenabile, dovuta a un meccanismo ancestralmente darwiniano, di prendere per il culo per far parte del gruppo dei “normali” il “mongoloide”.

Contemporaneamente, e in ragione dell’argomento, si scatena fortissima la vocina. “Cosa fai? Non si ride di certe cose! Non si fanno certi pensieri! Smettila immediatamente!”.

(“O ti faccio oscurare il sito!”)

In ragione dell’argomento. Ecco perché, per esempio, la satira su Berlusconi per uno di sinistra è fondamentalmente inutile, dal punto di vista di scoperta e riconoscimento del sistema. Non aggiunge e non toglie nulla. Bambino e vocina, in quel caso, sono perfettamente d’accordo.

Ed ecco perché, casomai fosse il caso di ripeterlo, il bersaglio di questa satira non è l’handicappato o chi subisce violenza o muore o viene discriminato per motivi razziali, ma è chi leggeIl “normale” (che in realtà è lo schizofrenico di cui sopra) che dice gay e pensa frocio, che dice meridionale e pensa terrone, che dice disabile e pensa storpio o mongoloide.

E non solo.

Chi legge può essere anche la parte in causa. Anche il meridionale che si sente inferiore perché terrone, il gay che si sente frocio e quindi emarginato, il disabile che investe tutta la sua vita per rivalersi dei torti subiti. Anche questa persona vivrà per una frazione di secondo le emozioni infantili di chi l’ha trattato male e potrà identificarsi con esse. E contemporaneamente inizierà a giudicarle, e a giudicarsi per averle provate.

Questo scontro istantaneo può essere molto duro. E spesso è la vocina a prendere il sopravvento.

Il momento decisivo, l’occasione da cogliere, è quello della lettura o dell’ascolto. L’esplodere del conflitto interiore.

Perché se in quel momento qualcos’altro in voi permette al bambino di ridere o di vivere le altre emozioni, accettandole con amore (ecco, ho usato questa parola, la mia carriera di satiro finisce qui), perché non sta facendo nulla di male, sta solo ridendo o giocando a fare il cattivo, ma nessuno realmente sta morendo o subendo violenza o altro…

… E se contemporamente questo qualcos’altro manda affanculo la maledetta vocina che ha nella testa “mamma, papà, vi voglio tanto bene ma avete rotto i coglioni, ché ho 44 anni e sono grande, grosso e forte”…

Be’, se ciò vi accadrà, avrete goduto di un momento intenso di consapevolezza di voi stessi. Avrete allentato un filino le vostre catene, quelle vere, quelle su cui si basa qualunque ingiustizia, qualunque sopruso, qualunque autoritarismo. Avrete fatto un passo avanti nel cammino socratico del “conosci te stesso”. Forse vi sarete avvicinati un pochettino – dai, la sparo, tanto ormai mi sono sputtanato completamente – alla buddhità.

E se non accadrà… Be’, basta leggere i commenti al post e le intrinseche contraddizioni dovute al fatto di essere vittime di un meccanismo automatico: “Siete handicappati perché parlate male degli handicappati!”. “Spero che abbiate un incidente o che incontriate un handicappato che vi spezzi la spina dorsale, così che diventiate handicappati pure voi!”. “Siete solo anonimi che cercano visibilità!”… Eh?

Non condanno queste persone, mi dispiace per loro. Per l’occasione che hanno perso.

Sì, perché per me questa satira è una specie di meditazione, porca di quella troia. Mi fa star bene. Mi fa sentire libero e vivo. Libero e vivo come nessuno degli automobilisti incolonnati di fianco a me per ore si potrà mai sentire, mentre io ascolto la radio e cerco notizie del cazzo su cui fare battute.

Quel qualcos’altro è ciò che abbiamo l’occasione di scoprire e di mettere al posto della vocina (siamo grandicelli ora), così che prenda il bambino per mano e lo accompagni nel mondo con l’amore che merita. Quel qualcos’altro è lo “spazio” in cui il conflitto è ambientato, e di cui non ci rendiamo quasi mai conto, il nostro vero essere adulti, presenti qui e ora, nel corpo e nella mente. Sì, può emergere anche leggendo questi pezzi. Sempre, come ho già detto, che siano scritti bene. Ma occhio che se qualcosa nella testa vi dice “questo pezzo fa cagare”, potrebbe di nuovo essere la vocina!

Sta a voi scoprirlo. Sta a voi valutarlo.

E ora, alla fine di questo sproloquio, vi va di andare a giocare un po’?

 

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Le normità

 

L’Italia ha una caratteristica tutta sua: quella di pensare che i problemi si risolvano con delle norme, delle regole. È per questo motivo che abbiamo migliaia di leggi inutili, circolari, procedure, protocolli, eccetera. Senza considerare il fatto che, come ho già detto da qualche altra parte, siamo specialisti nella messa in pratica del nostro detto più tipico: “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Ne abbiamo in tale numero di queste leggine, decreti attuativi, commi, articoli, eccetera, che un tale Calderoli, almeno a suo dire, ne abolì 350.000. Calderoli, non so se avete presente. E non è cambiato un cazzo.

Non so se c’avete mai pensato, ma alla necessità di utilizzare regole per risolvere problemi causati dall’essere umano sottende una concezione pessimistica di noi stessi. L’essere umano di base è una bestia, destinata a violenza, vituperio e cattiveria. È figlio del demonio, religiosamente parlando (e chi vede le cose in questo modo è intriso fino al midollo del pensare più beceramente cattolico, qualunque sia il livello di autonomia da questi dogmi che pensa di aver raggiunto), per cui va in qualche modo circoscritto, recintato, protetto da se stesso e dal male (sì, “male”, non ho scelto questa parola per caso) che può procurare.

Una visione più matura –  a mio modesto avviso –  delle cose, vede nelle regole un aspetto ineludibile di qualunque gioco (sì, “gioco”, non ho scelto questa parola per caso). Ovunque ci sono regole, dietro c’è un gioco. Sempre. E se non vi sembra che sia così, è perché siete troppo seriosi, e non siete in grado di godervi la vita. Non che io lo sia, ma perlomeno cerco di farci attenzione.

E le regole sono uno strumento, non una soluzione.

Un gioco presuppone, di fondo, una volontà comune di un gruppo di persone di parteciparvi. Per puro sollazzo, se tutto va bene. Ma bisogna innanzitutto essere d’accordo su cosa si vuole fare, poi le regole vengono da sole. E se non succede così, qualcosa non va.

Abbiamo un pallone, e vogliamo prenderlo a calci. Disegneremo delle righe su un prato. Inquadreremo delle porte con pali e traverse. Decideremo che quando la sfera supera le righe laterali è “fallo laterale”.

Se abbiamo tutti voglia di giocare, perché abbiamo voglia di godere delle vibrazioni che il gioco ci procura, allora accetteremo le regole. Non ci metteremo a urlare: “Non è giusto che la palla sia tua perché io l’ho tirata oltre la riga!”, saremmo semplicemente pazzi.  Eppure accade. Perché al gioco subentra la competizione, e a volte la voglia di vincere è superiore al piacere di giocare. La (presunta) vittoria ci realizza, ci identifica, ci conferma di essere ciò che pensiamo di essere. Sempre se accade, ovviamente.

Se non accade allora, bambini quali in verità siamo, potremmo decidere di farci il nostro campetto, dove si gioca in cinque contro cinque, invece che in undici contro undici, dove c’è un muro che delimita il campo e posso giocare di sponda, senza l’ingiusto e scandaloso “fallo laterale”. Ma potrebbero girarci i coglioni, perché le emozioni che ci procura il giocare in cinque contro cinque non sono le stesse dell’undici contro undici. Si corre di meno, si fanno gol troppo facilmente e, soprattutto, c’è meno gente a guardare. E noi abbiamo bisogno del pubblico anonimo e numeroso, che confermi applaudendo ed esultando che siamo ciò che pensiamo di essere.

E allora magari litighiamo con quelli che giocano undici contro undici, perché a questi sta un po’ sul cazzo che quando ci gira vogliamo fare anche il loro gioco. Ma litigare non va bene, perché devi (e sottolineo “devi”) amare il prossimo tuo come te stesso.

(Anche se Gesù, probabilmente mi ripeto, non disse “ama” ma “amerai”, come se fosse una sorta di constatazione scientifica, “ciò che dai ti ritorna e viceversa”, e non un comandamento)

Recentemente, ho sentito di gente che vuole regolare il conflitto. Gente che dice di fare satira. Gente che approva e incoraggia il conflitto portato verso l’esterno, il “flame”, ma lo rifugge se riguarda l’idea che ha di sé o il gruppo cui crede di appartenere. Beh, a questa gente mi viene da dire, parafrasando il tipo di Nazareth: la tua satira avrà efficacia sul prossimo pari a quella che tu sopporti su te stesso. Nulla.

Se abbiamo bisogno di regole per gestire una situazione, è perché il conflitto ne è elemento costituente. Manca la volontà di base, non dico di giocare, ma anche quella di collaborare, o addirittura di interagire, dando a controparte dignità di essere tale. Allora non resta che rivolgersi a un terzo – un giudice, per esempio, nelle varie forme del processo civile – affinché individui quelle norme o ci costringa ad definirle.

Concludo con una mia vecchia riflessione etimologico-statistica. “Norma” significa anche “media”. Dal sostantivo “norma” ne deriva un altro: normalità. La distribuzione “normale”, quella che chi ha studiato queste cose sa avere il nome di “gaussiana”, descrive eventi senza una particolare caratterizzazione probabilistica, buttati anonimamente attorno ad un valore medio facilmente misurabile. In altre parole, ciò che è “normato” non è, in base ad un’osservazione scientifica, eccezionale. O lo è con una probabilità bassa. Bassissima.

Ecco, io credo tutto ciò non sia casuale. Voglio dire che è proprio questo il risultato che, per nostra scelta inconsapevole, siamo destinati a conseguire, normando qualunque cosa: alla mediocrità.

 

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Grazie, Roberto

 

Volevo ringraziare pubblicamente te, o Roberto Saviano, per avermi permesso di fare un passo avanti nel mio difficile percorso di auto-consapevolezza.

No, perché io sono contento quando mi scopro a provare emozioni, sensazioni e pensieri che non credevo mi appartenessero. E stasera, Roberto, mi hai consentito di vederne uno da cui ritenevo di essere immune.

L’indignazione.

Sì, perché, come ho già scritto credo più di una volta, l’indignazione mi ha sempre dato fastidio. E, nella mia illusoria percezione di “superiorità” rispetto alle “masse”, avevo l’effimera convinzione di non essere suscettibile a questo improduttivo stato d’animo.

Ma stasera, sentendo il tuo monologo a Quello che (non) ho – che poi è Che Tempo che fa solo su un’altra rete ma va bene lo stesso – me la sono vista addosso. Quella tua arringa sentita e infuocata contro i cattivi, detta da te che sei indubitabilmente il buono, mi ha colpito. Nel profondo. E sì, mi ha fatto indignare.

Solo che, ahitè, mi sono ritrovato a indignarmi non contro la Camorra, le Mafie o la Crisi, che hanno provocato la morte e la sofferenza di questo e di quello. Mi dispiace, non so che farci, ma l’oggetto della mia indignazione sei stato tu.

Tu che, forte della tua vita da paladino della lib… no scusa, volevo dire paladino della giustizia e della verità, sei sceso ex machina a spiegarmi come stanno le cose.

Non so perché, ma quando qualcuno mi detta come la devo pensare, come devo agire, con chi ce la devo avere e chi devo osannare, mi viene da reagire. Che sia Berlusconi, o che sia tu. Solo che quell’altro è così caricatura di essere umano che è, almeno per me, incredibilmente facile fargli la tara.

Con te è un po’ più difficile. Ciononostante, ci sono riuscito.

Quindi grazie, Roberto. Grazie davvero.

 

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Della satira compiacente

 

Mi sono scagliato a volte da questi lidi contro persone che conosco e frequento internettianamente, cercando di spronarli a mettere in discussione le loro certezze sulla necessità della qualità della satira, rivendicando il diritto alla cazzata (tanto per citare un caro amico) anche lavitoliana, cercando di dare un punto di vista ancora più nuovo rispetto agli esperimenti arditi e pericolosi che si stanno tentando insieme.

Ma mi è sorto il dubbio di aver saltato un pezzo. Un pezzo in cui ogni tanto ricasco anch’io, perché è il pezzo “facile”.

Dunque, voglio chiarirlo una volta per tutte, così che mi sia concesso, poscia, di esprimermi in maniera pugnace sui concetti succitati.

Io odio la satira compiacente.

Quando parlo di satira compiacente, mi riferisco a quella popolare, che fa “like”, audience e boati nelle piazze dei concertoni. Parlo dei Crozzi, delle Sabine Guzzanti, dei Vauri, e anche – ahimè – degli Spinozi, cui un tempo ho contribuito.

Li odio per l’incoerenza di fondo. Per quella contraddizione che li porta a volere sia il consenso del pubblico – di un certo pubblico – sia l’aspirazione etica, ma forse è meglio dire moralista, di cambiare lo stato delle cose, supportando la vittoria del “bene” contro le forze del “male”.

Ho sempre notato, anche quando ero meno consapevole di certe cose, il diverso trattamento che la satira di sinistra evidenziava quando aveva come bersaglio la destra oppure la sinistra stessa. Ma non ne ho mai voluto fare un vero acknowledgement, perché mi veniva comodo così. La satira contro la destra è cattiva e spesso formalmente efficace, quella contro la sinistra è bonaria, come la battuta che fai ad un amico per poi dirgli “su, dai, scherzavo, non te la prenderai mica?”.

E così ci si ritrova nelle piazze a gongolare dello sberleffo al nemico. E non ci si rende conto che in quel modo al presunto nemico si dà forza. Perché quel nemico è parte di noi.

Il nemico è la certezza. La satira deve distruggere la certezza. Qualunque certezza.

E se le certezze invece le corrobora, allora non è satira. È qualcos’altro. È compiacimento, indolenza, apatia.

È business. Non c’è nulla di male, basta saperlo e dirlo apertamente. E spogliarsi della pretesa di star facendo qualcosa per cambiare lo status quo.

Perché se vogliamo cambiare qualcosa, occorre che ciascuno parta da se stesso. Sia chi scrive, sia chi legge. Occorre darsi fastidio. Se la satira ti fa ridere comodamente, come una battuta su Alfano che ho appena scritto e che sta ricevendo molti “like”, allora vuol dire che non stai leggendo satira, ma intrattenimento.

Ti interessa davvero cambiare qualcosa, magari anche grazie alla satira? Allora comincia a guardarti allo specchio, e a ridere di te stesso.

 

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Maria Teresa

Oggi è morta Maria Teresa

“Maria Teresa chi?”, chiederete voi.

Maria Teresa è, anzi era, mia zia, la sorella di mio padre.

Maria Teresa era una donna come ce ne sono a miliardi, assolutamente normale. Così normale che RTL 102.5 sicuramente l’avrebbe snobbata, perché non era neanche “very normal”. Era solo normale, come di persone ce n’è a bizzeffe.

Maria Teresa non è morta né giovane né vecchia, a 67 anni. Non è morta di chissà quale malore in mezzo a un campo di calcio. Non è morta uccisa da un serial killer. Non era una bambina che sfugge di mano al nonno, com’è successo qualche giorno fa. Non era famosa, non aveva vinto nessun Nobel, non aveva scritto nessun articolo per Repubblica. Non aveva fatto niente che le permettesse di assurgere ad una cronaca di qualche giornale o rivista, se non il ricordino sul settimanale locale o il manifesto come si usa dalle mie parti che la gente si ferma, guarda e dice: “Oh, io la conoscevo, questa Maria Teresa”.

Maria Teresa è morta come muoiono un sacco di persone ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Con una morte che non si sa neanche bene cosa sia, se sia stato il cancro che l’aveva presa dentro o le cure che cercavano di allontanare la morte.

“E perché ce ne parli, proprio tu che spesso fai le battute sulla morte e sui morti?”, chiederete ora.

Beh, forse proprio per dire che non vedo alcuna contraddizione tra il fare le battute sulla morte e sui morti e il parlare della propria zia appena morta.

Perché questo tema della morte mi affascina da sempre. Siamo venuti qui a fare non sappiamo nemmeno noi cosa, con la certezza che prima o poi spariamo e chissà dove finiamo. Che senso ha?

Io non lo so. Ma so che se vivessimo ricordandoci ogni momento che questa cazzo di morte prima o poi arriverà, questa vita ce la godremmo molto di più. Non faremmo – o faremmo con altro sapore e altra lievità – le mille stronzate che facciamo ogni giorno. No?

E poi non posso fare a meno di pensare a come starò quando a me succederà quella roba lì. Quando quel momento si avvicinerà e io capirò che sto per attraversarlo e quando l’avrò attraversato non sarò più lì a dire che l’ho attraversato.

E il dolore di chi resta. Perché non basta quel che hai patito, ma devi anche sorbirti quelli che arrivano e non sai neanche chi sono e devi dire qualche boiata in risposta alle merdose “condoglianze”, quasi come se fossi tu che devi far loro un favore. Che poi dolore fino ad un certo punto, perché magari hai passato dei mesi di merda e ora ti senti perfino un po’ sollevato ma non devi farlo vedere, perché non devi mancare di rispetto a qualcuno che se gli manchi di rispetto tanto non se ne accorge più.

Insomma, il paradosso è che tante cose bisogna prenderle per il culo perché altrimenti non ti puoi nemmeno permettere di soffrire veramente.

Senza arrivare però al cinismo dell’anestesia, quella che “tanto a me, in fondo, non me ne frega un cazzo, faccio le battute su chi mi pare, anche su quelli che conoscevo di persona o a cui volevo bene”. Non che sia un male in sé, ma è solo che è l’altra faccia dell’ipocrisia, quella che la giustifica.

No, non è vero che non te ne frega un cazzo, o anche solo che te ne frega poco. Perché poi vai a fare gasolio al self service e lasci la carta di credito nell’affare del benzinaro.

Come ho fatto io, stasera.

Ciao, Maria Teresa.

 

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Namastè

 

 

alexfor: max

Uomo Morde Cane: eh

alexfor: andiamo a torino insieme?

alexfor: quando arriva bosusco

Uomo Morde Cane: che c’è a Torino?

alexfor: ci spacciamo per i suoi fratelli

Uomo Morde Cane: ah

Uomo Morde Cane: 😀

Uomo Morde Cane: 😀

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor: e lo rapiamo di nuovo

Uomo Morde Cane: 😀

Uomo Morde Cane: gli chiediamo se ci organizza un viaggio costosissimo

Uomo Morde Cane: in corea del nord

Uomo Morde Cane: gli diciamo di aspettarci là

alexfor: io so solo una cosa

alexfor: lo voglio

Uomo Morde Cane: vestito da coreano del sud

alexfor: voglio bosusco

alexfor: tutto per me

alexfor: lo voglio in casa

alexfor: come un oggetto di arredamento

Uomo Morde Cane: un immane arbre magique al contrario

alexfor: voglio appendere l’impermeabile al suo naso la sera quando torno a casa

Uomo Morde Cane: quando ci passi davanti diffonde fragranze

alexfor: asciugarmi il cazzo nei suoi capelli dopo aver pisciato

Uomo Morde Cane: così è pronto e oleato

alexfor: “vieni paolo, accompagnami in bagno”

alexfor: e deve cantare quando glielo chiedo

Uomo Morde Cane: stiamo cazzeggiando, alex

alexfor: gli lascio decidere cosa

Uomo Morde Cane: io devo litigare

alexfor: no max

alexfor: sono serissimo

Uomo Morde Cane: (rofl)

alexfor: voglio bosusco

alexfor: poi se vuoi te lo presto quando hai bisogno di litigare

alexfor: gli urli un po’ contro

Uomo Morde Cane: 😀

Uomo Morde Cane: si spezza

alexfor: no, si piega

alexfor: me lo vedo tu che urli e lui con i capelli che svolazzano all’indietro e la faccia tirata

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor: ma sorride

Uomo Morde Cane: (rofl)

alexfor: lui sorride sempre

Uomo Morde Cane:

Uomo Morde Cane: è sereno

Uomo Morde Cane: con tutto quello che guadagna

alexfor: poi ti fa il segno del namastè con le mani

alexfor: “grazie”

Uomo Morde Cane: è vero

alexfor: come nelle foto

Uomo Morde Cane: si nutre di bacche

Uomo Morde Cane: radici

alexfor: poi quando mi gira il cazzo lo metto in lavatrice

alexfor: tutto quanto

Uomo Morde Cane: beve solo acqua di fonte

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor: e non si cambia mai

Uomo Morde Cane: mai

Uomo Morde Cane: è inutile

alexfor: 😀

alexfor: ci scriverò un post

Uomo Morde Cane: crede nei valori veri

alexfor: su bosusco

Uomo Morde Cane: 😀

Uomo Morde Cane:

Uomo Morde Cane: lo facciamo insieme?

alexfor: tra un anno, credo

Uomo Morde Cane: non so come

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor: le cose che sono scritte qui

Uomo Morde Cane: copia incolla

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor:

Uomo Morde Cane: ed è fatto

alexfor: esatto

Uomo Morde Cane: bene

alexfor: un dlq a due

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor: anzi a tre

Uomo Morde Cane: lo mettiamo sul blog

alexfor: io te e bosusco

alexfor: (y)

Uomo Morde Cane: lo ripuliamo dalle cose inutili

Uomo Morde Cane: tipo le tue.

Uomo Morde Cane: e pubblichiamo

Uomo Morde Cane: dai

Uomo Morde Cane: ora

alexfor: suca

alexfor: 😀

Uomo Morde Cane: 😀

alexfor: in contemporanea?

Uomo Morde Cane: sisi

Uomo Morde Cane: è una ficata

alexfor: foto con camicia bianca

Uomo Morde Cane: sperimentazione

alexfor: (y)

Uomo Morde Cane: (rofl)

alexfor: vai

Uomo Morde Cane: dove chiudiamo?

alexfor: fino a dove?

alexfor: ecco

Uomo Morde Cane: (rofl)

alexfor: qui

Duralex: chi?

alexfor: chiudiamo qui

Uomo Morde Cane: ok

 
Ringrazio l’amico Uomo Morde Cane per l’esperimento, e mi scuso per l’eccessivo numero di accessi provenienti da questo blog che sicuramente faranno crollare il suo.

 

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T.V.U.M.D.B., T.D.C.

L’Onorevole Guido Crosetto, sottosegretario a non so cosa nell’attuale (ammesso che nel momento in cui questo post venga pubblicato ci sia ancora) governo Berlusconi, io lo conosco personalmente.

Crosetto è di Marene, un paesino di pochi abitanti a 5 chilometri dal mio, in quel ramo della provincia di Cuneo che sta fra il capoluogo e l’ex capitale sabauda.

Crosetto faceva il liceo che frequentai anch’io, a Savigliano. Ricordo il mio primo giorno di IV Ginnasio. Mi affacciavo alla “scuola superiore” dopo tre anni di medie, e lui, che era all’ultimo anno, mi accolse, insieme ad altri suoi compagni della III Liceo.

Fisicamente, era più o meno come ora, a parte i capelli. Mi apparve come un gigante di oltre due metri, largo uno e mezzo dalle spalle in giù, pesante sicuramente oltre il quintale. Una promessa del basket locale, quale effettivamente era. Come poi sia diventato una realtà (si fa per dire) della politica nazionale, francamente lo ignoro.

Avevamo un po’ paura, noi “primini”. Si parlava degli scherzi ti facevano i “vecchi”, tipo “il saltino”: la mano posizionata qualche centimetro sopra la testa del novellino, che doveva toccare saltando verticalmente il palmo girato verso il basso. Erano i prodromi di un “nonnismo” in realtà tenero ed innocuo, che però riusciva ad incutere qualche timore in chi ci si avvicinava senza conoscerlo.

Ma Crosetto e gli altri ci accolsero con affetto. Del resto, era il liceino di un paesino di ventimila abitanti, che raccoglieva pochi secchioni sfigati nel raggio di qualche chilometro. Le classi erano composte da poco più di dieci alunni, mediamente. Un ambiente familiare.

Tuttavia, Crosetto e gli altri ci convinsero bonariamente che “qualcosa con i primini andava pur fatto”. Era “la tradizione”. Così, col sorriso sulle labbra, scelsero uno a caso tra i neofiti. Il sottoscritto. Mi condussero nel cesso e, con amore, mi spinsero la testa sotto il rubinetto. Mi pare che fu proprio il Crosetto a farlo. Ma son passati tanti anni, non ne sono sicuro al cento per cento.

Aprirono l’acqua per pochi secondi e mi fecero “lo shampoo”. Uno scherzo amichevole. Una specie di battesimo. Ringraziai Crosetto e i suoi compari per avermi iniziato alla goliardia di cui si erano fatti portabandiera.

Ieri Crosetto è finito sui giornali per aver definito il capo supremo “testa di cazzo”, al telefono, ignaro di essere registrato mentre conversava con un “amico” “giornalista” (le virgolette qui si sprecano).

Lì per lì, Crosetto ha negato di essere Crosetto. O meglio, ha detto che non era sua la voce che compiva il vile atto di lesa maestà.

Poi, c’ha ripensato. Ed ha rilasciato questa toccante dichiarazione:

L’epiteto iniziale è semplicemente un modo magari colorito di parlare tra persone in confidenza da anni, di un terzo amico di cui non condividi in quel momento una decisione e cioè quella di andarsene da Roma. A caldo pensavo fosse più semplice liquidare tutto negando, esclusivamente per non ferire una persona alla quale sono affezionato ed a cui voglio bene, con un termine che mi capita di usare con molti amici, non contestualizzando in un dialogo in libertà. Riflettendo con calma preferisco la verità. Non è mia abitudine mentire e, non voglio iniziare a farlo.

Ebbene, ho rivisto in questa amorevole confessione lo stesso buon cuore che mi aveva introdotto, ormai oltre 25 anni fa, alla mia esperienza scolastica adolescenziale. La stessa poderosa miscela di paterna decisione e materna affettuosità. La stessa passione amicale, che si fonde dialetticamente con la dura realtà del volto da mostrare in pubblico e delle regole da rispettare.

Ed è per questo che sono qui a rinnovargli il mio messaggio di riconoscenza, che lascio a lui contestualizzare come meglio crede.

Caro Guido Crosetto, per me eri, e rimani, una testa di cazzo.

 

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