De Imbecillis

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Eco ha ragione. E ha pure torto.

I Social hanno dato voce agli imbecilli. Ma gli imbecilli c’erano già, ci sono sempre stati.

Certo, faceva più comodo all’élite, ai politici e anche ai cosiddetti intellettuali come Eco, quando questi dicevano le loro cazzate al bar. Erano più manipolabili, attraverso i media “broadcast”, che li gestivano come bersagli passivi. E soprattutto non erano essi stessi possibile strumento di manipolazione di altri imbecilli (che è la cosa che in fondo preoccupa di più i detentori della verità come Eco).

Ora invece parlano. Le cazzate le scrivono. Condividono bufale, senza la minima preoccupazione di verificare ciò che pubblicano sui loro profili.

E questo ci porta a essere consapevoli della tremenda verità, il vero abominio che abbiamo fatto finta di non vedere, per decenni.

Questi imbecilli votano.

E sono tanti, probabilmente sono la maggioranza assoluta degli aventi diritto.

Da qui, l’evidenza cogente dell’unica riforma istituzionale veramente necessaria.

Non importa che ci sia il Porcellum, l’Italicum o il Mattarellum. Sono tutte versioni minori di una stessa legge capostipite: l’Imbecillum.

Ci avete mai pensato? Per guidare ci vuole una patente. Per possedere un’arma ci vuole una licenza. Per esercitare una professione bisogna studiare, e ottenere un’abilitazione. Perché con un’auto, un fucile o un bisturi si possono fare gravi danni.

Ebbene, la stessa cosa vale per altri delicatissimi strumenti: la matita copiativa e la scheda elettorale.

Non dico tanto, ma un esamino, compiuti i diciott’anni. Un po’ di cultura generale, magari le basi della lingua italiana (anche per gli stranieri, l’importante è che vivano in Italia: non mi pare sia razzismo, anzi), ma soprattutto la cara, vecchia educazione civica.

“Per cosa diavolo stai votando? Lo sai chi è attualmente il Presidente della Repubblica? Quanti gradi di giudizio sono previsti prima di considerare qualcuno colpevole? Hai un’idea di cos’è quella roba chiamata “Costituzione”? Mi sai dire la differenza tra “federalismo” e “centralismo”? Il punto esclamativo e l'”1″ per te sono la stessa cosa?”

Una specie di “prova Invalsi”, insomma.

E poi qualche richiamino ogni tanto, chessò, ogni cinque anni come per la patente di guida.

Ecco: i Social, magari, li usiamo per realizzare un sistema a punti. Chi pubblica una notizia che è palesemente una bufala, ne perde 2. Quando li esaurisci, devi rifare l’esame. Magari stai fermo un turno, no?

Chi non è in regola – come diceva Dalla – quella domenica se ne va al mare.

I partiti e i movimenti vari? Beh, quelli dovranno imparare ad avere a che fare con un elettorato un po’ meno imbecille e manipolabile: non credete che non potranno che migliorare?

Dai, facciamo una modifichina alla Costituzione, tanto va di moda. Scriviamoci che il voto non è né un diritto né un dovere.

È un onore.

 

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La sindrome di Roma

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Avevo in mente di scrivere un post ben documentato, per esprimere concetti originali e convincenti e magari anche qualche arguta battuta sulla vicenda del rapimento, della liberazione e del presunto riscatto del caso di Greta e Vanessa, poiché il caso in questi ultimi giorni mi aveva molto appassionato.

Poi, dopo aver a lungo ragionato, letto moltissimi articoli anche di quotidiani che generalmente fatico a prendere in considerazione, cercando di adoperare il mio cervello senza preconcetti e di essere aperto a tutte le possibilità, incluse quelle più lontane dal mio sentito, essermi confrontato con varie persone anche sconosciute in giro su Facebook mantenendo il medesimo approccio, essermi imbattuto in decine e decine di prese di posizione agghiaccianti da un lato o sterilmente moraliste dall’altro, e aver infine casualmente letto questo post, ho realizzato di essere io a essere stato rapito, non so da quanti anni e in compagnia di quanti (ma sicuramente pochi) altri, da un’organizzazione di folli denominata “Italia”.

E non credo ci sia nessuno disposto a pagare un riscatto per la mia liberazione.

 

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A.O.U.A.B.

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Ieri c’è stata questa cosa della sentenza d’appello per la vicenda Cucchi. Ho cominciato a leggere e vedere in giro varie cose: il dolore della famiglia, l’arroganza del sindacato dei poliziotti, lo Stato che non c’è (seconda stella a destra, questo è il cammino…), ACAB, l’hanno ucciso due o tre volte, le immagini di quando era vivo e dopo morto tutto tumefatto, quelli che alzano il dito medio, quelli che si vergognino quelli che alzano il dito medio, eccetera, eccetera, eccetera.

E io me ne stavo lì a osservare, un po’ in bambola, lo confesso, cercando di capire se si trattasse di quel sano distacco che paradossalmente permette di avvicinarsi alla verità della vita e degli eventi, o se fosse la solita anestesia che mi porto dietro da tempo come difesa al sentire il dolore mio e altrui.

M’è tornato alla memoria quel film agghiacciante sulla scuola Diaz al G8 di Genova, quell’interminabile pugno nello stomaco che avevo faticato a vedere, e la sensazione strisciante, difficile da accettare e ancor più da dichiarare pubblicamente, che mi facevano più pena quelli che menavano di quelli che venivano menati. Perché i secondi appartenevano al genere umano, quello in grado di provare sentimenti e raziocinare, i primi a queste cose c’avevano chissà quando rinunciato. Perché di base anche loro sono, o forse ormai tocca dire erano, esseri umani. Nessuno mi può convincere del fatto che fossero segnati geneticamente o karmicamente o nonsocosamente a fare quelle robe. Io me li immagino bambini appena nati, quegli uomini diventati bestie, e so che i bambini appena nati sono tutti innocenti, nel senso letterale: non possono nuocere. Non è buonismo, è un dato di fatto.

Poi sono incappato in uno status su Facebook in cui c’era un “siamo stati NOI…” o qualcosa del genere, e m’è girato di piazzargli un “mi piace”, così, senza aver letto bene. E infatti, proseguendo… non mi piaceva. Ma mi ha aiutato ad arrivare alla mia strada, che sono qui a condividere con coloro a cui interessasse.

Diceva tipo “siamo stati NOI a mettere lo Stato nelle mani di…”, e lì m’è partito una specie d’embolo.

Ma quale Stato? Cos’è ‘sto Stato? Com’è che ora tutti a prendersela con ‘sto cazzo di Stato?

Lo Stato è un bell’alibi, sapete? Tanto non esiste. È una bella entità astratta cui buttare la colpa – la fottutissima colpa di stracattoliche origini – quando le cose non sono belle come vorremmo apparissero.

Esistono solo individui. Esistiamo solo noi.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è molto scomoda e dolorosa. E non parlo di come siano andate le cose. Chi c’era lo sa benissimo. E sta già scontando la pena, anche se si trincera dietro un dito medio o un comunicato idiota del capo del suo sindacato. La pena lo insegue ovunque vada, foss’anche solo nei suoi incubi peggiori, o negli eventi che l’hanno portato o portata a essere una persona capace di ammazzare di botte il prossimo senza farsi alcuno scrupolo, o a lasciarlo morire perché tanto chissenefrega, è solo un tossico di merda.

La verità sulla morte di Stefano Cucchi è che l’abbiamo ammazzato noi. Con la nostra solita dannata ipocrisia. Con la solita arrogante pretesa di dirigere il mondo fissando cose che al mondo non appartengono, come lo Stato o le Istituzioni o le Regole. Le Regole, sì, quelle che non valgono se non ci sono eccezioni. Quelle che infatti se non ci fossero i poliziotti a farle rispettare ci cagheremmo tutti addosso. Quei poliziotti che diventano tali perché sì, almeno lì se ti girano i maroni e hai bisogno di sfogare la tua violenza repressa, occasioni se ne trovano, eccome, e ci si diverte tutti insieme, camerati, fascisti, ché qui ci si può dichiarare tranquillamente così, nessuno ti dice niente, e se a qualcuno non sta bene, lo meniamo. Quei poliziotti che noi tutti, fra un Cucchi e l’altro, ci dimentichiamo come sono, come per forza devono essere, perché ci servono, nel senso che li usiamo, sono i servi nostri, “i servitori dello Stato”. E ogni tanto un Cucchi deve pur scappare, perché è fisiologico che la mano possa scendere giù un po’ troppo troppo pesante, che le vertebre si spezzino, che gli zigomi si pieghino, che le vesciche scoppino. Non si può essere mica sempre perfetti. E quando un Cucchi scappa, non si può mettere tutto a repentaglio. Se questi finiscono in galera, poi rischiamo che quando c’è da menare i cattivi veri (e chi lo decide chi sono i cattivi veri? Vabbè, dai, non pensiamoci ora) chi lo fa? E se i cattivi veri poi muoiono, cosa succede? I servitori dello Stato, un po’ maneschi ma si sa può capitare, vanno in galera?

No, meglio una sentenza così. Noi poi ci sfoghiamo un po’ su Facebook, ci facciamo su qualche battuta arrabbiata e un po’ macabra, condividiamo la foto del cadavere, disegniamo con il Photoshop un bel manifesto funebre con le parole di De André, o leggiamo compiaciuti Gramellini che dice al capo del Sap di vergognarsi, ché basterebbe facesse quello, o magari dimettersi lasciando il posto a un altro un più scaltro, e tutto andrebbe a posto, almeno per un po’. Loro si vergognano e noi continuiamo ad avere la coscienza a posto.

Così, perlomeno, riusciamo meglio a nasconderci la verità.

Che le due guardie bigotte lavorano per noi.

Che siamo tutti bastardi.

All Of Us Are Bastards.

 

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Italiani piccoli piccoli

Loghi tratti da Wikipedia

 

Ciò che non capisco della retorica anti-Renzi e anti-Letta che si sta scatenando, in questa fase convulsa (e quando non lo è stata?) della politica nostrana, è il fatto di additarli come massoni e democristiani.

Per me dire italiano equivale a dire massone e democristiano.

Vorrei trovarne uno solo, di cittadino di questa nazione, che non abbia aderito a un’associazione para-segreta, magari fondata da egli stesso o ella stessa. Foss’anche solo un ritrovo carbonaro alla macchinetta del caffè, un tennis club di giocatori di scopa di contrabbando, un gruppo di qualche migliaia di proseliti che avessero giurato eterna e cieca obbedienza al Grande Blog e alle Nobili Cinque Stelle. Magari adesione effettuata tramite un rituale d’ampolle fluviali, o di sottoscrizione di tessere rosse per un Club “Antonio Gramsci” o azzurre per “Forza Ciccio” o incolori per “Rotary & Lions”. Sempre intimamente convinto, questo cittadino, di far parte d’una élite, d’una cricca, destinata a raddrizzare i destini di questo paese di mentecatti. E magari, già che ci si era, scambiandosi anche qualche favorino.

E vorrei riscontrare che il medesimo cittadino non si sia a sua volta nascosto dentro a un demos, alla massa, al popolo, alla gente, al pus giallastro della moltitudine, in attesa che un qualche Krystos – Berlusconi, Bersani, Grillo, Bossi, e chi più ne ha, più ne metta – tirasse fuori dalla melma lui o lei e i suoi compari, la sua famiglia, i suoi amici, anche a costo di qualche storico e denigrante compromesso, e sempre nella totale devozione, anche se non osservanti, anche se agnostici o aderenti ad altra religione, anche se addirittura atei, ai più maleodoranti e vetusti valori cattolici.

Dai, suvvia, presentàteme uno. Me ne basta uno solo.

 

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L’approccio

L'approccio a freccioni

Chi mi conosce nella cosiddetta vita reale sa che di mestiere faccio il consulente. Questo mestiere, pur avendo la pecca che quando ti chiedono “ma tu che mestiere fai?” non sai da che parte cominciare a spiegare, è invero un mestiere bellissimo e degnissimo.

Ti chiama un Cliente (che si scrive sempre con la “C” maiuscola, perdio!), o sei tu che te lo vai a cercare e convincere, ti fa presente un problema o una serie di problemi che c’ha da risolvere o degli obiettivi di riduzione costi e/o (“e/o” è fondamentale, e l’abbiamo inventato noi consulenti) di incremento ricavi che c’ha da raggiungere, tu magari ti accrediti come quello che già sa, tipo “Oh, Cliente mio, non hai idea di quante volte ho già visto queste robe e le ho risolte, potrei scriverci un post su un blog!” e infine, se tutto va bene, vinci “il progetto” o “la commessa” e ti metti a lavorare duro. Ma lavorare duro davvero, ché ormai c’è la crisi e si spende sempre meno in consulenza, per cui è bene che i deliverable siano ben fatti, e che i risultati poi si vedano, altrimenti, cari consulenti, siete i primi che se ne vanno fuori dalle balle e/o dai coglioni.

Prerequisito fondamentale per convincere il Cliente è il cosiddetto “approccio”. Esso si spiega sempre con quella che, nel gergo consulenziale, si chiama “slide freccioni”, della quale vedete riportato sopra un modesto e parziale esempio. La “slide freccioni” è sempre un po’ una palla da preparare, perché non si può liberare troppo la fantasia nel powerpoint.

Ah, ecco. Non vi ho detto che i deliverable (o, più autarchicamente, i prodotti finiti) spesso sono presentazioni powerpoint (in realtà non è così, perché ciò che dai al Cliente è molto di più, ma direi per ora di semplificare), strumento software nel quale i consulenti sono generalmente maestri. E quando vai da quelli che io sul powerpoint gli ho visto fare delle cose che neanche Rutger Hauer può immaginare e gli dici che devono fare la “slide freccioni”, un  po’ li vedi soffrire, ma con grande dignità.

La “slide freccioni” è per forza semplice e asciutta, e deve spiegare chiaramente cosa farai per il Cliente, come, con quale successione logica, cosa ti serve da lui, in quali tempi, e altre cose che vedi e non vedi, come della bella lingerie essenziale, senza pizzi e fronzoli.

E quello che sta scritto nella “slide freccioni” poi va fatto, o se cammin facendo trovi ostacoli imprevisti la devi rifare, perché, come ho già detto, altrimenti e/o.

Si tratta essenzialmente di struttura. Avete presente il programma di addestramento fuori da Matrix? Ecco, non è quello. O forse sì. Ciò che il Cliente magari potrebbe anche fare da solo, perché nessuno meglio di lui e/o lei conosce il mestiere che fa, ma che non ha tempo e/o energia per fare, perché è incasinato da mille problemini, urgenze, emergenze, capi che vogliono i report, report che non sanno da quali capi andare, eccetera, eccetera, lo fai tu consulente per loro mettendoci un punto di vista diverso, dato che magari davvero hai già visto cose simili o che da passate esperienze sai trarre ciò che serve a questo Cliente, e appunto lo fai in modo strutturato, logicamente, dato A consegue B, quasi lapalissiano.

Ma anche aperto: è fondamentale, questo aspetto. Tu parti con delle cose, dei problemi, degli obiettivi, come ho detto, ma non sai dove arrivi, se quei problemi li risolverai, se quegli obiettivi li raggiungerai. Il deliverable lo costruisci, se fai bene il tuo mestiere, vivendo.

E i risultati, alla fine, vengono fuori, davvero. Perché è a questo che servono la nostra parte logica, il nostro emisfero cerebrale sinistro: a rendere realizzabile ciò che la nostra fantasia, il nostro estro, la nostra intuizione, il nostro emisfero cerebrale destro magicamente creano.

Dunque, quando sento parlare, in politica, degli “scandali delle consulenze”, mi incazzo davvero tanto. Non ho alcun dubbio che moltissime delle cosiddette consulenze per le quali vengono spesi soldi pubblici siano in realtà marchette, favori e controfavori. Insomma, non è che difendo consulenti che non sono degni di questo nome. Mi girano i coglioni perché dico: magari quei soldi venissero spesi per consulenze come si deve! La “spending review”, per dire, quella sì che varrebbe una consulenza coi fiocchi!

E, in generale, ritengo che la politica di oggi non dovrebbe distinguersi più per le idee, o i cosiddetti contenuti. E neanche per la forma, il linguaggio, le parole d’ordine o gli slogan: ormai abbiamo imparato che sono solo aria fritta con la quale nascondere il vuoto pneumatico.

Per rimettere in carreggiata quest’Italia, a mio parere, ci vorrebbe un “approccio”, da cui magari uscirebbero, inaspettati, idee, contenuti e forme nuovi.

Insomma, se ci fosse un politico, uno solo, che mi mostrasse una “slide freccioni” ben strutturata e convincente, chissà, magari sarei pure disposto a votarlo.

 

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Insegna agli angeli a…

Trovata tramite google

Un grande cancello dorato gli si staglia davanti, rompendo armonicamente uno sfondo di un azzurro quasi irreale, costellato di formazioni di vapore acqueo perfette come in un quadro di Michelangelo. Meglio della migliore iconografia hollywoodiana. Non ha tempo di stupirsi, perché le porte si aprono con un sottofondo d’arpa. “Dio mio, chissà che olio usano per lubrificare questi cardini…”, pensa fra sé il nuovo arrivato.

– Usiamo  il crisma, ovviamente…

lo interrompe una voce profonda e confortevole.

– … e per favore, non pensare “Dio mio”, potrebbe anche prendersela.

– Oh, sì, scusa sai, sono appena arrivato e… Ma tu sei…

– Il mio nome è Peter, Saint Peter. Ben arrivato, Nelson.  Finalmente. Non ci contavamo quasi più. C’hai fatto preparare la stanza quattro volte, quest’anno…

Sorride, che bello, è pure spiritoso! Quando si è presentato ha fatto perfino il gesto della spia più famosa del mondo, puntandogli l’indice come fosse una pistola!

– Vieni, entra. Ti mostro il Paradiso.

Nelson viene abbagliato da una sorta di Eldorado mitologico, un arruffarsi di costruzioni auree che si compongono una sull’altra, fino a sembrare un’enorme chiesa gotica e contemporaneamente fantascientifica, in cui mancano solo le astronavine che volano qui e là. Aguzzando la vista, però, nota puntini bianchi che si volteggiano e… sì! Sono anime umane!

– È fantastico! Altro che Johannesburg! Voglio andarci subi…

La mano compassionevolmente solida del Santo lo trattiene per il braccio sinistro.

– Aspetta, Nelson, non correre… Ci potrai andar dopo, a Paradise City. Ora ti mostro dove starai tu.

– Cioè? Io non starò là?

– Ehm, no. Nelson. Il tuo posto è quello.

Il dito enorme del Sacro Custode distrae la mira di Nelson dalla splendente Città e lentamente si sposta a sinistra, fino a mostrare un rialzarsi di formazioni più tendenti al marrone sullo sfondo verde scintillante. Non che faccia una brutta impressione, osservandolo più attentamente, ma in confronto a ciò che ha di fianco…

– Ma Peter, cosa vuoi dire? È là che si abita? A cosa serve la City? Tipo agli affari? Oppure forse… Scusa, ho capito. Immagino sia tutta per Lui, per i Santi e per gli Angeli. Vero?

– No, Nelson, non è proprio così. Vedi, anche a Paradise City si abita. E ci sono anche altre città. È che lui sa che ogni tipo di uomo ha bisogno del luogo più adatto in cui vivere, ed ecco… quello è il luogo per quelli come te.

– Cioè?

– Dai, hai capito. Quelli colorati, con la pelle scura. Sai bene cosa intendo.

– Ma… sono basito.

– Tranquillo, Nelson: succede a tutti, appena arrivati. Ma ti renderai presto conto che è meglio così. Vedrai, ti troverai bene, ci sono tutti: Martin Luther King, Michael Jackson ritornato nero…

– Ma che Paradiso è questo, scusa? Uno si batte tutta la vita per la libertà, passa gli anni in galera, subisce umiliazioni di ogni genere, e quando muore arriva qui, a subire la stessa solfa? Ma stiamo scherzando?

– Ehi, Nelson! Calmino, dai!

– Spiegami, allora. Sono tutt’orecchi.

Il Santo sorride benevolmente, stridendo col crescente nervosismo del nuovo ospite.

– Nelson, questo è il Paradiso così come sostanzialmente lo descrive, o lo lascia intendere, il Cattolicesimo sulla Terra. Lui ci ha lasciato il libero arbitrio – anche se fino a un certo punto, eh, ché di noi uomini birbantelli mica ci si può fidare! -, ma vi ha sempre dato dei chiari segnali per portarvi sulla Retta Via. Non è un caso che il Cattolicesimo sia la religione più importante, nonostante ce ne siano a centinaia. Lo abbiamo impiantato stabilmente da millenni, e sai come ci si è messo direttamente il Figlio del Principale, altro che ventisette anni di carcere! E Lui, seppur con il bene che vuole a tutti, ha sempre prediletto quelli più palliducci, che infatti ha lasciato prosperare e dominare tutte le terre, avanzare nella civiltà, nella cultura e nella tecnologia. È esattamente come un padre che ha tanti figli: l’amore è per tutti, ma c’è pur sempre un prediletto. Certo, siamo tutti belli e tutti uguali, ma qualcuno più bello e più uguale degli altri ci vuole sempre. That’s evolution, baby. Del resto, voi siete stati i primi arrivati. Voi siete l’anello di congiunzione.

– Ma cosa dici?! Gesù mica era bianco! È nato in Palestina! Ce l’hai presente Arafat? Ti pare ariano?

– No no, Gesù era bianchissimo. Per quello i Romani si sono spaventati davvero, quando andava a dire che era il Re dei Re. E poi doveva per forza farlo nascere lì, era l’unico posto dove c’era gente che credeva in un solo Dio, mica poteva nascere a Roma o ad Atene dove ancora idolatravano dei buffoni con le corone d’alloro. A Roma ci si è arrivati per gradi, e poi ci si è stabiliti con forza. Dopo un po’ abbiamo dovuto mollare un po’ la corda, ma il nostro Agente è sempre là, saldo, in contatto diretto col Capo. Certo, non è facile. Siete davvero ingestibili. Abbiamo provato a indicarvi la strada col sommo teologo, quello che vi spiegava la verità assoluta. Vi bastava dargli retta, ma voi niente. E così s’è stufato e ha mandato una raccomandata. Ora stiamo provando col bonaccione,  il buono, il sorprendente: se non funziona neanche questo, mi sa che stavolta Lui si incazzerà di brutto…

– Oddio…

-Dai, ti prego. Non abusare della sua pazienza. Ricordati che Lui è estremamente benevolo, ma non è uno sprovveduto. E quando perde la pazienza… Dai, l’hai visto anche tu, sulla Terra, come si sfoga.

– Okay, scusa. Però tu hai usato il verbo incazzarsi…

– Io posso. Cioè, Lui me lo concede. Mi sono fatto  crocifiggere a testa in giù, io, ricordi? Comunque, sta’ tranquillo. Non è apartheid, ci tengo a chiarirlo. Lui non è razzista, però…

– … questa frase l’ho già sentita da qualche parte.

– Non interrompermi. Dicevo: Lui non è razzista, però è meglio che ognuno stia al posto suo. Fìdati, vedrai che non te ne pentirai.

– Vabbè…

– Peter! Peter!

Si sente una terza voce giungere dalla Città dorata. È un buffo paggetto, biondino con alucce candide dietro la schiena, tutto nudo col pistolino piccolo, che corre agitando una roba che sembra un iPad. Ha la voce stridula e un po’ antipatica, e una pronunciata erre moscia. Insomma, ricorda parecchio Gianni Cuperlo.

– Dimmi, Hahaiah, che succede?

– Hahaiah? Che caz… cioè volevo dire che raz… no, che diav… oh santo cielo! Che nome è?!

– Peter, abbiamo scoperto una cosa. C’è stato un problema nell’archivio centrale e c’eravamo persi un po’ di dati. Ma poco fa hanno ripristinato il backup. Si tratta di una faccenda un po’ imbarazzante. Sul tizio lì, che ti sta di fianco.

– Cioè?

– Beh, sai che è stato in galera, vero?

– Sì, ma ingiustamente. Gli amici sudafricani stavano un po’ esagerando con il trattare i colorati e…

– Eh, però lui incitava alla lotta armata. Ha ammesso la propria colpevolezza per dei reati gravi. Pensa che dal carcere diceva: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”. E una notte ha pure sognato di fare sesso con Barbra Streisand.

– Nuoooo!

Nelson abbassa lo sguardo, imbarazzato.

– Nelson, se è così, però, non va affatto bene.

– Eh? Cosa intendi?

– Vedi, hai commesso dei reati gravissimi, e li hai pure ammessi. Non è così che si fa. Ahi ahi ahi…

– Ma io mi sono pentito! Ho passato ventisette anni in carcere! Ho scontato la mia pena, e anche di più! E poi ho scritto poesie, libri, ho aiutato il prossimo… Sono stato pure un gran Presidente! Hanno fatto delle bellissime canzoni su di me… Gli U2! I Simple Minds! Quello lì che si chiama pure come te e di cui ora mi sfugge il cognome! Elio, anche Elio mi ha citato! Hanno fatto un film su di me che poi l’attore ha impersonato pure Dio!

– Che schifo, quel film, brividi… Comunque non basta, mi dispiace.

– Ma come?!

– Beh, il Boss è uno che le cose se le attacca all’orecchio. E poi qui manteniamo delle regole ferree. A noi non interessa la responsabilità, quello che conta è la colpa. Sai che differenza c’è? La responsabilità, per quanto riguarda le azioni negative compiute nel passato, ha un termine nel tempo. Nella sua forma più dura, è una pena, ma in genere finisce, magari con la morte. La colpa, invece, è eterna. Ed è uno strumento formidabile, per tenervi soggiogati. Se non ci fosse la colpa, fareste di testa vostra, e chissà che casini combinereste… Forse no, chi lo sa, ma Egli non vuole rischiare. Del resto, Dio non gioca a dadi, perché con voi si diverte già un sacco.

– Oh cazzo…

– Okay, puoi dire quel che vuoi. Anche bestemmiare. Tanto, ormai… Lucy! LUUUUUCYYYYYY!!!

– No, ti prego. Fatemi ritornare indietro. Rimettetemi sulla poltrona, con il cannetto nel naso. Con il Giornale in mano e Paris Hilton di fianco che spara cazzate. Anche con quel toscanaccio di merda che mi tiene la mano, se volete. Ma santa gazzella, free un corno…

Poveretto

 

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Un appello serio

Caro Parlamentare,

(per comodità mi rivolgerò a te al maschile; non avertene se sei donna, ma un appello pieno di “o/a” proprio non si può leggere)

mi rivolgo a te per quello che una volta qualcuno chiamava “un accorato appello”. Lo faccio a prescindere da chi tu sia, dalla tua storia, dal tuo sesso, dalle tue idee, e soprattutto dall’entità politica alla quale tu pensi di appartenere.

Hanno appena silurato la legge con la quale tu sei stato eletto. Puoi vedere questa cosa al solito modo, come la dimostrazione che tu e i tuoi avevate ragione e quegli altri torto, che la colpa è loro e non tua, insomma puoi applicare i soliti metodi ideologici e parzializzanti per spiegare le cose e decidere cosa (non?) fare. In poche parole, puoi reagire a questo avvenimento come hai sempre fatto.

Oppure, Vendola.

(scusami, non ho resistito)

(se sei Vendola, puoi permetterti di ridere di gusto, anche in pubblico)

Oppure, dicevo… puoi fare qualcosa di nuovo. Puoi provare a vedere le cose come stanno. Puoi notare che non c’è alcuna sconfitta o vittoria in quello che la Corte Costituzionale ha sancito. In fondo, questa Corte si occupa di regole, e ha semplicemente osservato che una legge (piuttosto importante, eh, non lo nego) non rispetta le “macro-regole” sulle quali è stata basata questa nazione, questo stato, questo raggruppamento geografico di esseri umani. In fondo, ha detto una cosa del tutto banale. Usando una metafora calcistica come in questo paese piace tanto fare: qualcuno – sì, è stato un po’ furbetto, in Italia siamo tutti specialisti nell’essere furbi e non nell’essere intelligenti – ha cambiato le regole del gioco e, visto che c’aveva gambe spesse e scarpe robuste, ha stabilito che si giocava con un pallone di acciaio pressofuso. Questa Corte, che secondo me non è composta né da semidei né da cialtroni ma da tizi che hanno studiato ciò di cui si occupano, ha fatto semplicemente notare che giocare con una sfera siffatta è un po’ da coglioni, perché ci si fa male ai piedi. Tutti quanti.

Io ti chiedo cortesemente di interrogarti se questa occasione non sia tale da provare, una volta tanto, a ricordarti che sei dotato di un cervello potenzialmente autonomo, che sei un essere umano, un individuo pensante, e non importa in questo momento se ciò dipenda da uno sviluppo casuale di atomi nel corso di miliardi di anni o da qualcuno / qualcosa chiamato Dio. Ora è così, tant’è: vedi se riesci a trarne un vantaggio.

Assumiti le tue responsabilità. Ricordati che, nel tuo caso, potrebbe non essere che uno vale uno. Quell’uno potrebbe valere molti milioni, e non mi riferisco solo a quelli che hanno votato il tuo partito, ma a tutti gli elettori, anzi a tutti i cittadini italiani, anzi a tutti gli esseri umani cui capita di vivere entro i nostri cosiddetti confini o anche solo di passarci. Forse anche di più, considerando l’import/export o che quando una farfalla sbatte le ali a Pizzo Calabro a Pechino un cinese si caga addosso, ma per ora lasciamo stare.

Non che tu ti debba addossare “colpe” o che le debba scaricare su altri. Prova a renderti conto del potere che hai, non nel senso becero, ma nel senso letterale del termine. “Tu puoi”, direbbe forse il signore d’oltreoceano, anch’egli un po’ in crisi perché  non più consapevole del messaggio che dava innanzitutto alla propria persona.

Puoi provare, per esempio, prima di buttarti sul Mattarellum, a chiederti perché mai, da un punto di vista tecnico, i “Signori della Corte” (che fa un po’ Law & Order e un po’ Frodo & the Company of the Ring) hanno bocciato il Porcellum, o magari aspetti che lo spieghino. Tipo, hanno detto che le liste bloccate non vanno bene. Magari l’uninominale, che in fondo è un listino piccino picciò composto da una personcina sola, potrebbe essere pure lui incostituzionale? Provare almeno a chiedertelo, con interesse e curiosità, senza partire in quarta con quello che dice il capo o chissà chi?

Era solo un esempio, eh. Tu, che hai l’onore e il privilegio di sedere in quegli scranni, credo avrai più nozioni di me per farti venire altre brillanti idee, riflettere, analizzare, sentire la pancia e andar in bagno e poi rimetterti a pensare, e magari sederti a un tavolo per discuterne con gli altri (sì, anche quelli che ti stanno un po’ sul cazzo), prendere in considerazione i loro dubbi, se fondati su pensiero autonomo come il tuo, senza aspettare commissioni bicamerali o moniti di questo o veti di quell’altro o di capire cosa devi fare pro tuoi o contro altri in base all’ultimo sondaggio o il vaffanculo di non so chi a chi. Poi magari vengono fuori due o tre proposte, le votate (siete lì per quello, anche se eletti sulla base di una legge porcellina birichina) e quella che prende più voti passa. Che ne dici? Ti sembra una cosa così impossibile? Ti viene in mente qualcos’altro?

Su, dai, provaci. Anche tu che leggi – se mai leggerai -, da solo. Anche uno può fare la differenza. Uno su 60 milioni, uno per 60 milioni. Come quello lì di cui nessuno parla e che io non so neanche come si chiami, che ha posto il tema ai Signori della Corte, portandoti dove sei ora.

È un’occasione unica, forse irripetibile. Io – non ci crederai – ho ancora fiducia in te. Penso ancora che tu possa farcela, a prescindere da chi tu sia, dalla tua storia, dal tuo sesso, dalle tue idee, e soprattutto dall’entità politica alla quale tu pensi di appartenere.

In bocca al lupo.

Con affetto.

Alex.

 

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I have a dream (*)

“Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi.

(“onorevoli” si fa per dire)

Sono qui per rispondere alla mozione di sfiducia presentata dal Movimento Cinque Stelle, o come diavolo si chiama. Ma, contrariamente a quanto probabilmente vi aspettereste, vi eviterò di perdere tempo nell’ennesima inutile discussione, giustificandomi con la mia buffa voce da Tina Pica, che chi ha presentato la mozione sicuramente manco si ricorda chi è, ricordandovi che ho sempre servito lo Stato con il massimo impegno, che tutto ciò che è stato scritto sulle mie telefonate ai Ligresti non l’ho mai smentito, che mi dispiace di essermi lasciata coinvolgere personalmente da una vicenda che vedeva coinvolte persone che, purtroppo, proprio personalmente conosco, tipo una poveraccia che se il sabato non può fare il suo shopping in Via Montenapoleone muore, davvero, non è che dico così per dire, ne è davvero capace di lasciarsi morire, che ho fatto cose simili per questo e quello, eccetera, eccetera.

Vi risparmio tutto questo perché sono io che mi dimetto.

Ma non mi dimetto perché ritengo fondate le motivazioni di chi ha presentato la mozione. Mi dimetto perché mi sono rotta i coglioni. Anzi, mi avete rotto i coglioni.

Voi, che fate tanto i superiori, che invitate alla moralità, che vi scagliate contro  di me, voi non siete migliori di me. E lo sapete benissimo. Sapete benissimo che, in ogni aspetto, la vita di questo presunto Paese si fonda da sempre sul compromesso, sulla raccomandazione, sulla ragione  personale. E poi è inutile che vi scherniate dietro a una moralità da quattro soldi, come ci ha insegnato l’ipocrita religione della confessione.

Lo sapete voi che ogni volta che potete bypassate le regole il cui rispetto voi stessi auspicate, dalla visita dal dottore alla coda alle poste al posto di lavoro ottenuto mandando il curriculum  a qualcuno che conoscevate (che male c’è?) o che avete convinto ad assumervi quando avete potuto interagirci personalmente. Voi, che sbandierate che per un amico che ha bisogno andreste in capo al mondo, e ora venite qui a farmi le prediche. Voi, che fate del compromesso, della ragione superiore, del “vorrei ma non posso” il vostro pane quotidiano.

Tipo quel Pippo Civati tanto carino, che rinuncia alle sue convinzioni perché qualcuno lo ricatta: ma chi te lo fa fare, di cedere ai ricatti di quell’altro? Cosa temi di perdere? La tua rendita di posizione di quattro sfigati nei circoli deserti del PD? Credi di essere tanto diverso da me, che potrei invocare la stabilità del governo per restare attaccata alla mia sedia?

O tipo questi cinquestellini tanto veementi: ma cosa vi credete, anche voi, che siete qui solo perché vi nascondete dietro un simbolo e un nome che sono di proprietà – ripeto, di proprietà – di un pazzo con la barba bianca e di capellone spietato che sta sempre zitto, che se mai decideste che non vi va più di averli col loro fiato sul collo dovreste ripartire da zero, come pensate che arrivereste a prendere il 25 percento dei voti? Vi rendete conto o no che vi tengono per le palle, a voi duri e puri di  questa minchia?

Sì, mi dimetto. E vorrei tanto dare il buon esempio. Vorrei che tutti gli italiani, che io rappresento fedelmente, dal primo all’ultimo, si dimettessero. Ciascuno dal proprio ruolo. Di lavoratore, di elettore, di cittadino, di quello che vi pare.

Temo sia l’unico modo per ripartire un minimo e sperare di riuscire a tirarci su le braghe.

Grazie per l’attenzione, e arrivederci.”

 
(*) Umilmente emulando Fed, missing in action.

 

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È colpa sua

Da quando è successa la tragedia di Lampedusa, “vergogna” secondo Francesco, “vergogna più orrore” secondo Giorgio, e valutate voi cos’altro aggiungere, non vedo che gente che gioca a dire di chi è la colpa.

La Bossi-Fini. Colpa loro che non sono mai andati d’accordo, figurarsi fare una legge insieme. La Kyenge e la Boldrini. Colpa loro, che portano cordoglio laddove del cordoglio non se ne fanno niente. Il reato di immigrazione clandestina. La Guardia Costiera. Il Frontex. L’Europa. Barroso. La Merkel. Schettino. L’indifferenza. Gheddafi, Assad e pure Obama. Sallusti e Cicchitto. Berlusconi e Berlusconi. La Somalia e l’Eritrea, che da vent’anni sono un inferno, come sicuramente tutti ricordate. Vendola che porta Boldrini in parlamento. Letta che fa ministro Kyenge. “Venga a contare i morti con noi”. “Morto 1, morto 2, morto 3…”.

Ma secondo voi, di sapere di chi è la colpa, a quelli che sono morti gliene frega qualcosa?

Quando succedono queste disgrazie, si vede lontano un miglio che tutti ragionano, ancor prima che per strumentalizzare l’evento in ottica di maggiore consenso (“Se è colpa di quegli altri, allora voterete noi”), per disfarsi al più presto di un’eventuale responsabilità. Perché in Italia pensiamo, pianifichiamo e agiamo così: non per raggiungere un obiettivo, ma per scansare una colpa.

Per questo finiamo col dimenticare: le colpe continuano ad accumularsi, solo l’oblio allevia il loro peso. Per questo i nostri politici concludono poco o nulla (e cazzo, quanto ci somigliano). Per questo siamo dove siamo, tipo che il famoso 3% continua a farci una pernacchia. E sempre per questo coloro che oggi si oppongono all’“inciucio”, che si dichiarano orgogliosamente “moralisti del cazzo”, non sono diversi dai loro nemici che vorrebbero mandare tutti a casa.

(“Devono andare tutti a casa!”, “Aiutiamoli a casa loro!”: notate come l’approccio mentale, oltre che verbale, sia del tutto simile)

Qualcuno ha mai pensato di provare ad osservare un fenomeno, e ad analizzarlo e gestirlo come farebbe uno scienziato, senza cominciare a marchiare questo come buono e quell’altro come cattivo?

No, voi volete a tutti i costi un colpevole. Ma allora, provate almeno a usare un po’ di fantasia, invece di rimbalzarvi il cerino in maniera così odiosa.

Provate per esempio a dire che è colpa loro, di quelli che sono morti: hanno dato fuoco a una coperta o a chissà cosa su un barcone con qualche centinaio di persone a bordo. Un tantino imprudenti, non vi pare?

Oppure date la colpa al mare. Quest’assurda enorme massa d’acqua fredda e agitata che inghiotte i corpi che non galleggiano, quando ci decidiamo a incriminarla? O almeno a regolamentarne il movimento con una bella legge?

O facciamo un’indagine approfondita, perché se risaliamo all’origine, è colpa di quei due buffoni che si poteva stare tanto bene in quel giardino con ogni ben di dio (letteralmente, tra l’altro) e invece loro no, a dar retta a quel cazzo di serpente, e noi ancora qui a pagarne le conseguenze. Perché – non so se ve ne rendete conto – è con le categorie di queste storielle da bambini dell’asilo che continuate a far muovere i vostri neuroni, voi statisti, voi progressisti, voi libertari, voi liberisti, voi nuovo che avanza, voi federalisti, voi democratici, voi qualunque etichetta vogliate affibbiarvi.

E, se ne avete il coraggio, arrivate all’ultima, ma unica, estrema conclusione: è colpa di quel tizio con la barba, che da quando si parla di lui si nasconde chissà dove.

 

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A ‘sto punto

Illustrazione di Pietro Borrelli

Illustrazione di Pietro Borrelli


 

Durante questi lunghissimi ultimi vent’anni, mi sono sempre guardato bene dalla tentazione di bollare la melmosa realtà della politica del “belpaese” con semplicistiche etichette che colpevolizzavano un solo uomo, che molti non esitavano a indicare come il male assoluto, la causa di tutti i problemi, la ragione di un rassegnato “si stava meglio quando si stava peggio” riferito a vicende raccapriccianti come i pentapartiti, i compromessi consociativisti, gli anni di piombo, l’emersione del segreto di Pulcinella della diffusa corruzione.

Ho sempre cercato di sospendere i giudizi, o perlomeno di temperarli alla luce di analisi il più possibile distaccate e non personalistiche, ben cosciente che a dargli forza fossero proprio l’attenzione smisurata alla sua persona che, anche se animata da odio e negazione, espandeva il suo ego, oppure le battute ripetute, oltre i limiti del palese insulto, con il massimo grado di cattiveria possibile (“nano”, “puttaniere”, “ladro”, eccetera), che in realtà, a mio avviso, lo caricavano ben più del coro ovino dei suoi sostenitori.

Ho sempre creduto che fossero proprio questi atteggiamenti di aperto scontro, che lui affrontava sempre facendo “vieni avanti” con la mano come un mitico Bruce Lee de’ noantri, a generare nel suo potenziale elettorato quelle emozioni di rivalsa, di affidamento a quello che ci sa fare “perché s’è fatto da solo” (non sarà stato proprio così, ma in fondo chi se ne frega?),  proiezione dei sogni dell’impiegato che legge di nascosto nel cesso la Novella 2000 della moglie, fino a renderlo capace di riportare in vita vetusti archibugi quali “il Comunismo”, “Dio”, “il Popolo”, fino ad arrivare, addirittura, a invenzioni come “l’Italia” o “gli Italiani”.

Ho sempre ascoltato, con interesse quasi sociologico e – non lo nascondo – con una certa ammirazione, i suoi sproloqui, la sua incredibile capacità di ribaltare frittate già bell’e impiattate, di additare gli accusatori come colpevoli, di insinuare dubbi perfino in chi non poteva neanche lontanamente tollerarlo. Fino all’apice insuperato per chissà quanto tempo, toccato nell’arena di Santoro e Travaglio.

E anch’io, lo confesso, ho cominciato a sospettare che quell’accanimento giudiziario da lui sbandierato per anni come un mantra fosse verosimile, anche se non sono mai cascato nella trappola logica che subdolamente utilizzava, e cioè nel valutarlo in contraddizione con il fatto che i procedimenti contro di lui e altri istruiti avessero ben solide fondamenta. È sempre stata palese, infatti, l’ingombranza del personaggio che, se inizialmente era sicuramente stato visto come puntello del sistema, che rischiava un pericoloso squilibrio a causa del buco repentinamente lasciato dall’establishment socialista e democristiano (e le parti non si reggono mai in piedi senza i loro opposti), era divenuto presto incontrollabile come il virus di un vaccino non coltivato appropriatamente. E non era sicuramente difficile agire, per la magistratura, visti gli armadi debordanti di scheletri e la compulsione a ripagarsi “l’impegno profuso per tutti gli italiani” per mezzo di una squallida corte di sanguisughe, veline e cavalli zoppi, fino a ricordare, più che un Re Sole, un seminfermo Caligola qualunque. Sì, infine sono giunto alla convinzione che l’accanimento giudiziario ci sia stato, e che abbia compensato la viscosità di una sinistra apparato di se stessa, incapace di generare una visione, e addirittura tale da risultare conservatrice e permettere al suo peggior nemico di apparire come il leader del “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (cit. K. Marx e F. Engels), giungendo a costringersi, pur di salvare lo status quo, a governare proprio insieme a lui.

Sono sempre stato consapevole che, ahinoi, questo signore era uno specchio di noi cittadini e quindi totalmente funzionale al sistema, così come già lo sono Grillo e le sue torme di seguaci, grazie alla pochezza propositiva, all’insostenibilità dei programmi e, soprattutto, in ragione delle modalità di creazione del consenso che, seppur tramite canali innovativi e dinamiche rivoluzionarie, sono basate su generalizzazioni di un livello disarmante e quindi sempre legate all’italico becero motto “il fine giustifica i mezzi” (chissà da chi hanno imparato).

Ho osservato con pazienza l’uomo e il politico, la cui più profonda responsabilità (non mi piace parlare di “colpa”, odio certi moralismi, ma osservare le cause, le azioni e gli effetti credo sia inevitabile) è stata quella di farci governare per anni da presunti economisti come Tremonti, che non sanno fare altro che inutili tagli indifferenziati, e di rendere personaggi di spicco del panorama nostrano “yes men” e “yes women” che qualunque altro leader avrebbe reputato imbarazzanti, capaci solo di ripetere a memoria le istruzioni da lui impartite, di battibeccare e starnazzare come animali da cortile, di aggrapparsi ai pantaloni di paparino come pargoli frignanti.

Ho sempre saputo, provando un velo di sorprendente compassione, ciò che lui forse non vuole ancora vedere, vale a dire che tutti questi proci saranno i primi a rinnegarlo, molto prima che il gallo canti anche una volta sola.  E che lo hanno costretto, nuovamente, a metterci la faccia, a sottoporsi all’ennesimo esercizio di ribaltamento, alle luci del set, allo stress delle riprese, alla fatica della recita.

Fino a portarci tutti di fronte all’ultimo, evidente, incontrovertibile dato di fatto: Berlusconi, a ‘sto punto, ha davvero rotto il cazzo.

 

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