Paradossalmente

Paradossalmente, io credo che per far uscire i cosiddetti italiani dallo stallo culturale in cui ora sono immersi, che li vede abbandonare – per fortuna! – stantii e limitanti dualismi quali destra vs sinistra, comunisti vs fascisti, progressisti vs liberali, per ricadere tuttavia in uno nuovo, scadente e assolutorio per chi il sistema l’ha sempre sostenuto (gli italiani stessi), quale quello di ggente (volutamente con due “g”) vs kasta (volutamente con la “k”); per emanciparsi, finalmente, da quell’insostenibile e ipocrita moralismo cattolico, che pervade fino al midollo perfino chi si proclama gay e progressista (e lo senti dalla retorica spessa, che si taglia con il coltello come la nebbia in un mattino padano di novembre); per scalzare quel ridicolo scimmiottare i presidenti d’oltreoceano di cui si imbevono gli aspiranti leader del centrosinistra, vuoti come giare di terracotta, o i precari presidenti del consiglio, che quando dicono che sono ottimisti, ai giornalisti russi gli viene da ridere ancora prima che traducano la dichiarazione; per ripulire il territorio dall’arrogante infantilismo di bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni che hanno imparato a dare fiato alle corde vocali perché, per il loro padrone che deve poter fare il cazzo che gli pare, anche loro si devono poter permettere di dire e fare il cazzo che gli pare, e che sono così insopportabilmente servi da poterli scherzare solo in quanto bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni; per riprendere in mano le potenzialità che a ognuno di noi offre un meccanismo chiamato democrazia, senza perdersi in un’aprioristica difesa di una costituzione che manco si è mai letta, e comprendere che essa non è un valore astratto o il fatto di eleggere un monarca votandolo invece che ritrovarselo nominato per discendenza, ma la possibilità di essere non uno, non due, non tre, non venti, ma cinquanta milioni di partiti, individui autonomamente pensanti, rappresentanti di bisogni autentici (perché propri!) e non di interessi miopi di sfruttamento (d’altri), pronti a mettere in discussione le proprie convinzioni e ad ammettere i propri errori, a misurare i fenomeni non in modo oggettivo – non si può – ma convenendo sulle loro metriche – si può -, ad attenersi ai fatti secondo i quali, ad esempio, chi commette un reato non è un delinquente ma una persona che ha commesso un reato che comporta una pena e altre conseguenze, ed è su queste basi, fatti e regole, e non sulle persone cui si applicano, che si prendono decisioni in un senso o in un altro; per evitare di regredire tutti a organismi monocellulari idioti che usano i loro residui neuroni avvizziti per inveire come automi con lettere maiuscole, punti esclamativi e numeri frammisti, vomitando inconsapevolmente tutte le tossine e le porcherie che sembrerebbero voler denunciare…

Ecco, dicevo e mi sono perso, paradossalmente, in virtù di un masochistico condizionamento psicologico che ci vede apprezzare le cose solo quando ne veniamo privati, e dobbiamo lottare per riconquistarle, servirebbe una bella, potente, violenta, schiacciante, insopportabilmente duratura  svolta autoritaria.

Non ce l’ha fatta in vent’anni Berlusconi. Speriamo che ora ci riesca Grillo.

 

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No, we can’t

No, noi italiani non possiamo. Abbiamo una tale completa mancanza di fiducia in noi stessi e nel prossimo, che è davvero troppo chiederci di essere minimamente intellettualmente onesti.

Noi dobbiamo regolare qualunque cosa per legge, perfino gli orari in cui pisciamo, il cerimoniale del matrimonio civile tra i bonobo, le tonalità e i tempi sincopati dei castrati che cantano a X-Factor.

Non c’è bisogno di avere la laurea in psicologia dinamica del testicolo sinistro del vostro portinaio per capire che ciò significa che ci reputiamo l’un l’altro esseri infimi, intimamente portati al fottimento generalizzato del prossimo appena inarca in avanti di qualche grado il proprio bacino. “Ama il prossimo tuo” noi lo intendiamo in senso fisico, siamo fatti così.

Gli arbitri proliferano nei campi di calcio, perché è impensabile che i giocatori ammettano per conto proprio cose tipo “ehi raga, la palla l’ho buttata in porta col pisello, non ricordo più le regole: si può, vero?”. Tra non molto ce ne saranno ventidue di arbitri, uno per calciatore, ciascuno con due ali nere come gli angeli della morte e una telecamera per la moviola in campo infilata nel culo che si biforca a livello delle narici ed esce dalle orbite al posto dei bulbi oculari. E, cazzo, ogni domenica diremo che non se ne può più di questi arbitri che influenzano il campionato.

Tutti a fare i complimenti a Obama che vince: tanto se vinceva Romney era lo stesso, che cazzo ce ne frega a noi furbacchioni? Nessuno che rifletta sul fatto che negli Usa se la disoccupazione arriva all’8% è una roba che si inculano anche George Washington. Mentre da noi è quasi al 12%. Nessuno che sappia che il rapporto deficit / PIL negli Usa, che qualche tempo fa, proprio per bocca del negro che piace a tutti, stavano per dichiarare il default, è intorno al 70%. Mentre noi siamo oltre il 120%.

E non basta, ché non sarebbe neanche un problema quello, avercelo al 120%. Il Giappone ce l’ha a più del 200% (e poi dicono che gli orientali ce l’hanno piccolo). La questione è che lo sanno in tutto il mondo che i giapponesi saranno anche messi male, ma quelli se contraggono un debito in un modo o nell’altro lo pagano, cazzo. Altrimenti fanno harakiri, quelli: si ammazzano da soli per il disonore, se non ci pensa un maremoto, che tra l’altro sembra pure un cognome giapponese.

Noi invece stiamo qui a perdere tempo in idiozie come il premio al quarantadue-virgola-pigreco-percento alla coalizione, il premio del 10% al primo partito, il premio del 2,5% al candidato che twitta la cazzata più grossa. Noi, mentre la casa va a fuoco, stiamo lì a discutere se è stato Tizio o Caio a buttare la sigaretta accesa sul tappeto. E, se ci salviamo, facciamo una legge in cui si vieta di buttare le sigarette accese sul tappeto. “Altrimenti le case prendono fuoco, cazzo!”.

No, noi non possiamo. Neanche se rinascesse e si candidasse alle primarie Leonardo da Vinci, per il centrocentro, il centrodestra, il centrosinistra, il centronord, il centrogrillo o il centrotavola che gli paresse, cambierebbe alcunché.

Non ce l’avremo mai un Obama, e neanche un Romney, chiunque sia questo Romney. Non c’avremo neanche una Merkel, e neppure un Cameron.

Guardateli in faccia quelli che si contendono la vittoria delle tanto vituperate e temute elezioni politiche di quando diavolo si faranno. Sentiteli parlare con il massimo distacco possibile, come se ascoltaste il vicino del bancone del bar che commenta l’ultimo posticipo del campionato. E se per una volta, nonostante siate italiani, vi concederete un minimo di onestà intellettuale, non vi resterà che ammetterlo: Mario Monti, sebbene sia Mario Monti, è il miglior premier che ci potesse capitare, oggi come ieri come domani.

E sapete perché? Oh, mica perché è un tecnico, mica perché è bocconiano, mica perché è stato Commissario alla Dolcificazione della Nutella nell’Unione Europea o perché è l’emissario delle banche che voi stessi foraggiate con i vostri lungimiranti – per loro – mutui.

No, è solo per un unico, preciso motivo: perché non lo abbiamo votato noi.

 

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È proprio un bel Cardinale

– Uè, cara, che si fa oggi pomeriggio?

– Ma non ci sono le partite?

– No, sono stasera, e il Gran Premio lo sai che mi annoia. Andiamo al centro commerciale di Bonola?

– Ma no! Si va in Piazza del Duomo.

– Ti sei rincitrullita? Lo sai che è pieno di extracomunitari: marocchini, albanesi, giapponesi, bergamaschi… Sarà dal ’90 che non ci andiamo la domenica.

– Ma c’è il Martini, il Cardinale! È pieno di bella gente, vedrai. Trentamila, dicono.

– Ah. Ok, andiamo a sentire ‘sto Cardinale.

– Ma che dici, ciccio? È morto!

– Oh, santo cielo! E che facciamo, andiamo a vedere un cadavere?

– Massì! Ci vanno tutti, e andiamo anche noi. Altro che centro commerciale.

– Va bene… Però prendiamo la metro, eh, ché lì il parcheggio è solo a pagamento.

– Ok, lascia pure le chiavi della Punto a casa.

– Però, ciccia, che coda. Ma non avremo fatto una cazzata?

– Zitto, dai. Guarda c’è anche la tivù.

– Oh Madonna, non mi sono neanche pettinato.

– Ma stiamo entrando in Duomo! Non bestemmiare, Cristo!

– Va’ che bello, sembra un faraone d’Egitto.

– Oh, ciccia, ma ‘sto Martini… Cos’è che ha fatto?

– E io che ne so? Ho letto sul Corriere che dialogava.

– E con chi?

– Con le altre religioni. Tipo il paganesimo, il budesimo, queste robe qui.

– Oh, ma non sarà mica uno di quelli che c’hanno fatto arrivare tutta ‘sta marmaglia di saraceni che stan qui fuori?

– Può darsi, però ora stai calmo. Intanto è morto: uno a zero per noi. E poi guarda lì, c’è pure un arabo. Un imàn, inàm, come diavolo è che si chiama. L’ha costretto a venire pure a lui, a quell’olivastro del viale Jenner, dove c’è la zanzariera.

– Eh?

– La moschea, lì, dai! Non stare sempre a farmi le pulci.

– Ma perché il Clooney ce l’aveva tanto su con lui?

– Cosa?

– Dai, non ti ricordi? No Martini…

– E smettila di fare le tue solite battute idiote! Abbi rispetto almeno per i morti, soprattutto quando sono gente importante.

– Va bene… Comunque, se ci pensi, m’ha fatto venire pure a me, che ho sempre votato comunista. Porco di un…

– Zitto, siamo in chiesa! Dio bono!

– Uff, che palle. Meno male che stiamo uscendo.

– Ehi, guarda lì. C’è una che la intervistano. Sembra la madre Maria Goretti.

– Chi?

– Zitto, fammi sentire.

– Il Cardinal Martini ha incarnato il verbo di Dio, la lectio divina che fa di ciascun cristiano un Cristo.

– Sì, un povero Cristo, di questi tempi.

– Basta! Fa’ silenzio! Avviciniamoci, ché magari ci riprendono.

– Ma lei cosa ne pensa delle polemiche che ci sono state riguardo la scelta del Cardinale di rifiutare l’accanimento terapeutico? Non pensa che, in questo modo, sia stata una sorta di eutanasia?

– Sarebbe? Ha rifiutato le cure?

– Eh sì. Un po’ come la Englaro e il Uèlbi, solo che quelli non volevano che schiattassero, questi qui della Chiesa. Invece a lui che era Cardinale gliel’han lasciato fare.

– Ma cosa c’aveva? Il cancher?

– Il Parkinson.

– Come il polacco?

– Sì, è un po’ che non lo si vedeva in giro, ma probabilmente tremolava tutto anche lui.

– Oh, ma come mai ‘sti preti o son pedofili o gli viene il terremoto?

– Boh? Sarà perché non ciulano abbastanza.

– Eh, ma allora verrà anche a me una delle due malattie.

– Ma piantala, pirla!

– Comunque secondo me se uno vuol morire deve poter morire. Come i culi, il Vendola per esempio: è giusto che si possano volere bene tra di loro e che c’abbiano le coppie dei fatti. Basta che mi stiano lontani, checche e moribondi.

– Tranquillo, non c’è pericolo. Brutto come sei…

– Uè, ciccia, guarda che a me mi guardano ancora con libidine e fini di lucro, molte donne e anche degli uomini, le volte.

– Sì, certo. L’importante è che non ti debba guardare io.

– Scherza pure. Comunque, tornando a bomba: ma l’era proprio un progressista questo Cardinale, eh?

– Eh sì, forse addirittura un po’ comunista come te. Secondo me il Ratzi lo odiava.

– Sì sì, vabbè. Però adesso andiamo, ché mi fanno male i piedi, a forza stare in coda.

– Va bene. Però hai visto che bello? Non t’è piaciuto?

– Certo, m’è piaciuto. E poi c’era proprio tante personcine a modo, come noi. Però speriamo che non muoia un altro Cardinale, ché domenica prossima preferisco andare a far la spesa.

 

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The Cart of the Intents of P.D.

Nella foto, il segretario del PD Bersani tiene in mano il voluminoso documento sugli intenti del PD


 

Ieri il segretario del PD ha presentato la Carta degli Intenti del PD, un documento in cui il principale partito italiano – almeno stando ai sondaggi del PD – afferma solennemente l’intento di dotarsi, prima o poi, di una serie di intenti.

È stato dunque un momento fondamentale nella storia della Sinistra italiana, paragonabile solo a pochi altri che nel seguito andiamo a ricordare.

  • La fondazione del Partito Comunista Italiano, avvenuta nel 1921 a opera di Antonio Gramsci, al grido di “questi pezzenti di operai hanno bisogno di qualche intellettuale che li guidi”.
  • La prima volta in cui Nilde Jotti, a Odessa in Ucraina, riuscì ad infilarsi nel letto di Palmiro Togliatti travestendosi da Iosif Vissarionovi? Džugašvili, detto Stalin.
  • La storica scelta del Compromesso Storico dello storico segretario compagno Enrico Berlinguer, che poi coerentemente indicò la linea dura contro le Br quando rapirono Aldo Moro: “Se lo liberano, questo qui ci costringerà a governare”.
  • La presa di coscienza della base di aver avuto come segretario Alessandro Natta, il giorno in cui questi si dimise.
  • Il famoso discorsuccio di Occhetto al congressello della Bolognina.
  • Quell’aprile in cui l’ex Partito Comunista, dopo anni di lotta senza quartiere all’acerrimo nemico DC, riuscì finalmente a far eleggere capo del governo Romani Prodi, democristiano.
  • La fondazione del primo movimento girotondino, per merito di Nanni Moretti e del supercomputer HAL 9000.
  • Il momento in cui Walter Veltroni decise di correre da solo la mattina quando fa footing e lanciò il suo slogan “Sì, noi possiamo tradurre dall’inglese ‘Yes, we can'”.

Ieri Bersani, sventolando la Carta, è partito a spron battuto affrontando uno temi più scottanti del contesto economico europeo e mondiale: le coppie gay.

Bersani ha spiegato: “‘Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte Costituzionale per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico”. Ecco, manco ‘sta roba dunque è farina del suo sacco.

“Riconosceremo le coppie omosessuali”, ha detto Bersani facendo l’occhiolino alla Finocchiaro. Che l’ha subito cazziato, facendo evidenti segni verso Paola Concia: “È lei la lesbica che ci rompe i coglioni per evitare che sia Vendola l’unico a cavalcare il tema dei diritti dei froci!”, gli ha bisbigliato con la sua voce da Amanda Lear.

Bersani ha dunque ripreso: “La nostra idea è chiara. Metteremo nero su bianco che le coppie omosessuali sono quelle composte da due persone dello stesso sesso. Vale a dire due uomini che stanno insieme, oppure due donne. Dobbiamo solo capire come regolamentare le coppie formate da una donna e un uomo che prima era una donna e poi s’è fatta impiantare il cazzo, oppure da due uomini nel caso in cui uno sia Marrazzo. Azzo. Ma i nostri esperti giuridici stanno lavorando alacremente a specificare vari commi, che conterranno le misure e le fattezze previste per gli organi sessuali, in modo che il riconoscimento si possa fare senz’ombra di dubbio. Il nostro disegno di legge sarà pronto presto, prestissimo. Più precisamente entro febbraio del 2014, momento nel quale sarà sottoposto alla ratificazione della base attraverso apposite Primarie”.

Bersani ha poi spiegato il ruolo del PD nell’attuale scenario politico italiano: “Vogliamo avviare un percorso di alternativa non a Monti, ma alle destre e alle loro politiche sbagliate. Quelle politiche che oggi Mario Monti sta mettendo in pratica, anche con il nostro sostegno”.

“Eh?”, gli hanno fatto eco in coro i giornalisti.

“Scusate, volevo dire che noi costruiremo un’alternativa a queste forze che oggi governano così malamente. Questo PD, che sostiene con colpevole ignavia una serie di atti che non fanno che distruggere quel poco che rimane della classe operaia…”

“Pier Luigi, che cazzo stai dicendo?”, l’ha interrotto Fassina.

“E tu chi sei? Come ti chiami? Piera?”, l’ha apostrofato argutamente il segretario. Poi ha ripreso: “Noi stiamo facendo una cosa estremamente difficile, che ci porta ad assumerci anche responsabilità non nostre. Stiamo indossando i panni del cattivo, delle destre, per far emergere le loro contraddizioni. Io per esempio sono pelato come Berlusconi, compio gli anni il suo stesso giorno e non so fare un cazzo come lui. Solo non scopo. Mai. Neanche mia moglie. Ma il gioco sta funzionando. Altri, meglio di noi, hanno definito questo esercizio pericoloso ma irrinunciabile ‘rovesciamento logico‘”.

L’incomprensibile vociare dell’Onorevole Argentin, sobbalzante sulla sua carrozzella, non ha potuto interrompere lo sproloquio di Bersani, che ha proseguito come se niente fosse. “Sosteniamo questa fase di transizione in quel che ci piace e in quel che non ci piace, a cominciare dalla vicenda esodati su cui va trovata una soluzione. Per noi è chiaro che essi vanno contati uno a uno e poi condotti sulle spiagge del Mar Rosso; a quel punto interverrà Mosè che…”.

Ed è stato in quel frangente che il povero segretario ha perso i sensi. È rinvenuto poco dopo, farfugliando strane frasi quali “Massimo, ti prego, dimmi qualcosa che posso dire. Qualcosa di sinistra. Anche qualcosa non di sinistra, ma dimmi qualcosa che posso dire!”, e poi “Anna Finocchiaro succhia i cazzi! Per quello c’ha ‘sta voce, non perché fuma venticinque cubani al giorno!”.

Sostenuto da Enrico Letta, ha ripreso con fatica il suo posto, facendo un ultimo sforzo per concludere la conferenza stampa.

“Domani avrò un incontro con Vendola, giovedì con i rappresentanti del Terzo settore e così di giorno in giorno”. Ancora Vendola, e poi il terzo settore. Per sempre. Finché morte non li separi.

 

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Comprami, io sono in vendita

Immagina rubata a non so chi, io l'ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l'ho presa

Immagina rubata a non so chi, io l’ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l’ho presa


 

Continuano a dirci che siamo sull’orlo del default – che, in italiano, si dice fallimento. C’è ‘sto spread che ci fa impazzire, e non abbiamo neanche capito ancora bene cosa sia. Pare sia qualcosa legato al rendimento dei Buoni del Tesoro, ma a me mica è chiaro perché cazzo lo quotino tutti i santi giorni, e non quando ‘sti Buoni per modo dire vengono collocati.

Il Monti ci dice che ‘sto spread non è ragionevole, che bisognerebbe tornare all’economia reale. Non capisco se si riferisca ai Savoia, boh?

Ma proviamo a prendere ‘ste cazzate per buone. Dai, tentiamo.

Questi signori ci stanno dicendo che l’Italia (fermiamoci qui, ché se andiamo oltre, che ne so a Grecia e Spagna, è un casino, e poi probabilmente valgono gli stessi ragionamenti) è come un’azienda. Questa azienda va bene, dicono. C’ha i conti in linea. Da un punto di vista economico le cose girano, tutto sommato, anche se potrebbero andare decisamente meglio.

Non so chi di voi capisce di queste menate – sappiate che io sono, anche in questo caso, autodidatta -, ma il punto è che gli affari, visti in un tempo attuale e limitato, vanno discretamente bene: si fanno ricavi (entrate tributarie), si fattura (i 730, per dire), si riducono i costi (tagli ovunque e spending review), quindi si fa margine o profitto, come preferite, e il cosiddetto “avanzo primario” (differenza fra ricavi e costi sull’anno) scende.

Il problema che abbiamo è di carattere finanziario. Vale a dire che riguarda la cassa. L’economia complessiva gira nel verso giusto, ma non ci sono i soldi per pagare dipendenti e fornitori (si veda il caso dei comuni che, pare, non sanno se bonificheranno gli stipendi di agosto).

Ciò vale, effettivamente, per l’Italia come per qualunque azienda, grande o piccola che sia. Tu lavori, vendi e produci, ma i soldi che ricavi dai prodotti che realizzi o dai servizi che fornisci li vedi dopo parecchio tempo. In Italia, poi, la cosa è parossistica: il pagamento tipicamente avviene a 120 giorni – Centoventi! Sono quattro mesi! E dopo che hai fatturato, eh, cosa che può avere luogo parecchio tempo dopo che hai consegnato l’oggetto della transazione – è così, è prassi abituale. La pubblica amministrazione, poi, paga anche con termini decisamente più lunghi. Quando paga.

Ma gli stipendi, quelli vanno pagati ogni mese. Non c’è santo, se così non succede l’azienda per cui lavorate non gode proprio di ottima salute.

Le aziende, per la cassa, ricorrono spesso alle banche, che prestano denaro liquido (anzi ormai gassoso, visto che gira solo nei computer), facendo debiti e rimettendoci in interessi. Ma questo genera un circolo vizioso che, se il business non va bene, provoca la morte, il fallimento dell’azienda. Le banche, se non prendono indietro capitali prestati e interessi, le aziende se le mangiano.

Occhio che dire che “il business va bene” significa fare ottimi volumi in termini sia di ricavi che, soprattutto, di margini (ricavi meno costi). I margini, nel caso di un’azienda in difficoltà finanziaria, servono all’imprenditore non per fare utili, ma per pagare gli interessi alle banche . Margini che così se ne vanno, diventando i profitti delle banche. Che non è che sono “cattive”: fanno quello di mestiere.

Prima di fallire, un’azienda che non sia proprio piccolina può decidere di attuare delle cosiddette misure strutturali. Che cazzo sono? Quando si parla dell’Italia come fosse un’azienda, non ce lo spiegano. Non ci spiegano, per esempio, chi siano i proprietari di quest’azienda.

Eh? Come? Dite che siamo noi? Figa, non me n’ero accorto che le tasse che pago fossero un continuo aumento di capitale che l’azienda di cui sono azionista mi richiede.

Già, ma l’impresa Italia che forma societaria ha? Quant’è il capitale sociale? Dov’è versato, alla Banca d’Italia? Gli enti locali cosa sono, delle controllate? Qual è la catena di controllo? I comuni sono delle province che sono delle regioni che sono dello Stato, oppure tutti gli enti locali sono posseduti direttamente dallo Stato? I cosiddetti trasferimenti, quelli che oggi sono troppo pochi, sono a tutti gli effetti delle transazioni intercompany come avviene tra una holding e le sue controllate? C’è del valore aggiunto in queste transazioni? Viene pagata l’IVA su questa plusvalenza?!

Ma torniamo a noi, azionisti dello Stato. Il nostro Amministratore Delegato ci dice che ha fatto tutto il possibile, ma in realtà non è vero. Ha solo mascherato con nomi molto fashion, tipo spending review, ciò che il precedente Chief Financial Officer, quello col cognome suo ma triplo, chiamava più onestamente tagli. Ha aumentato un pochino i ricavi, spremendo ulteriormente gli azionisti. Ma nulla di davvero coraggioso è stato fatto.

Potevano essere fatte cose un pelino più ardite. Tipo una riforma fiscale che incentivasse il pulito, il non-nero. Per esempio permettendo a chi compra una cosa fatturata regolarmente di detrarre parte dell’IVA dall’imponibile IRPEF, per dire. Sì che lo si prenderebbe a calci in culo, se così si facesse, l’imbianchino o il mobiliere che ti dice “Dotto’, sono 1.000 con la fattura, 700 senza”. Persino Bersani – Bersani! – ha fatto cose decenti in questo senso, ma davvero troppo piccole.

Si poteva pensare – la sparo grossa – di legalizzare la mafia. Già, perché il fastidio che dà la mafia, dai punti di vista meramente economico e finanziario, è che essendo fuori dallo Stato lavora in nero, non paga le tasse. E questo danno è molto maggiore, sempre guardando solo il vil denaro, rispetto a quello che produce obbligandoci ad assoldare fior fiore di magistrati, carabinieri, finanzieri e poliziotti, a predisporre processoni e carceri duri, a far lavorare i netturbini che puliscono le strade quando vengono sporcate di sangue.

Ma ormai credo sia tardi per iniziative di questo genere.

Non possiamo più neanche trasformare l’Italia in una Società per Azioni e quotarci in borsa. Di fatto lo siamo già, emettendo ‘sti cazzo di Buoni. E gli investitori non si fidano. Le agenzie di rating fanno anch’esse solo il loro mestiere. Qualcuno chiede loro: “Tu le compreresti le azioni o le obbligazioni di questi qui?”. “Ma sei scemo?!”, rispondono.

L’ultima risorsa che un’azienda ha per evitare il fallimento – e badate che il fallimento è una situazione estrema, che non conviene a nessuno, tantomeno a creditori e finanziatori – è quella di dismettere gli asset.

Un’azienda non dispone solo di una cassa, magari vuota. In genere ha anche un patrimonio, fatto di cose che ha comprato o realizzato investendo. Questi asset possono essere anche pezzi – o rami – dell’azienda stessa. Possono essere anche, come ultima ratio, l’azienda nel suo complesso.

Vendiamo, porca di quella troia. E non le aziende statali, ché tanto non ci sono neanche più. Vendiamo pezzi dell’Italia, ché quelli valgono, e tanto.

Vendiamo le spiagge ai francesi, loro sapranno come valorizzarle. Vi basta confrontare la Liguria con la Costa Azzurra: il mare è lo stesso.

Vendiamo il Colosseo ai Giapponesi, il Duomo di Milano agli Svizzeri, Venezia e Firenze agli Americani.

Vendiamo gli ospedali pubblici a una multinazionale specializzata, invece di regalarli a Comunione e Liberazione. Vendiamo l’Inps alla GeniaLloyd o alla Quixa: loro faranno tutto tramite call center, ci faranno gli auguri se li chiamiamo il giorno del nostro compleanno e saremo tutti più felici.

Oppure potremmo pensare a un bel break up, volgarmente – cioè in italiano – detto spezzatino. Sì, Cristiddio, la Padania! Ecco a cosa serve! Facciamo la bad company (la Terronia) e lasciamo ‘sti meridionali fannulloni a cuocere nel loro brodo. Ma ricordiamoci, o valorosi Padani, che se non sono completamente rincitrulliti ci chiederanno di accollarci una parte del debito, quello accumulato negli anni e che si misura in fantastiliardi di euro. Se vogliamo essere realistici, questa quota dovrà essere proporzionale al PIL prodotto dai due pezzi divisi. E in questo caso saranno cazzi.

Anzi no, sapete che c’è, azionisti italiani tutti? Vendiamo l’intero ambaradan. Vendiamo l’Italia. Vendiamola ai cinesi, che tanto c’hanno già una buona fetta del nostro debito, e se falliamo saranno loro i primi a bussarci alle case per pignorarci i beni.

Sanciremo nell’accordo di vendita che ci lascino le cose che davvero ci interessano: la nostra amata e sacra Costituzione, le centinaia di migliaia di leggine e regolamenti, il doppio turno uninominale proporzionale rovesciato con avvitamento, Striscia la Notizia e quattro squadre in Champions’ League.

C’avremo anche la nostra bella indipendenza. Eleggeremo direttamente il Capo del Governo, il Presidente della Repubblica, il Papa e Miss Italia. Anche quella “nel mondo”, dai.

E la nostra classe dirigente sarà ancora quella di sempre, quella che tanto, in fondo, amiamo, che sia politica oppure tecnica. Ci guiderà e ci difenderà dal nuovo e tutto sommato assai benevolo padrone.

E non ci faremo caso più di tanto quando ci accorgeremo, passato qualche anno, di avere tutti gli occhi un po’ a mandorla.

 

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Gianna e Pinotta

Mi è capitato di parlare con una persona che ne sa parecchio di call center, mi ha raccontato delle cose davvero interessanti.

Come forse saprete, oggi entra in vigore la famigerata riforma del lavoro, fortemente voluta dal ministro Fornero, criticata da molti, osteggiata ferocemente da alcuni quali il segretario della Cgil Camusso. Che poi ministro, segretario, che sono donne. Chissà perché. Forse in certi ambienti anche alle donne piace giocare a fare gli uomini.

Tornando a bomba, pare molto probabile che succeda una roba come quella che ora provo a spiegarvi.

In Italia esistono diverse realtà imprenditoriali che forniscono servizi di call center (o centre, se siete puristi dell’inglese inglese) nella forma del cosiddetto “outsourcing”. Vale a dire che se un’azienda ha un servizio clienti e per ragioni di business non vuole assumere, in tutto o in parte, le risorse umane (che sarebbero le persone, per chi non sa) che rispondono al telefono, compra questo servizio da chi ne ha fatto il proprio “core” (è inglese anche questo, non napoletano).

Le società che vendono servizi in outsourcing dunque assumono quelli che, non nascondiamocelo, sono la versione moderna degli schiavi negri nei campi di cotone, e redige contratti anche pluriennali con i propri clienti con tariffe a chiamata, a minuti o a “pezzo” venduto sulle quali, fidatevi, fanno un margine che non è quel granché.

Questi servizi essenzialmente sono di due categorie. Ci sono quelli inbound, che si riferiscono al caso in cui siete voi a rompere i coglioni al servizio clienti, e quelli outbound, quando invece i coglioni frantumati sono i vostri. In Italia, i costi –  per l’outsourcer, eh, non per l’azienda con cui pensate di avere a che fare – stanno indicativamente intorno ai 20 € all’ora per i servizi inbound, mentre per quelli outbound si aggirano intorno ai 13.

(Non ho una fonte da esporre per questi numeri. Fidatevi, oppure fate le vostre verifiche. Ovviamente, non parlo solo dello stipendio, ma anche dei contributi previdenziali e di altri costi che l’imprenditore dell’outsourcing deve tenere in conto)

“Perché l’outbound costa di meno?”, chiederete forse voi. Perché grazie all’intervento del prode Cesare Damiano, ultimo dei comuhani e paladino dei diritti di stocazzo, in un periodo che va dal 2006 al 2008 è stato impedito a questi pessimi imprenditori, a questi sfruttatori della negritudine nostrana, di utilizzare i contratti a progetto per l’inbound. Questa attività, infatti, è continuativa, non ha un inizio e una fine predeterminata, non sai mai quando un cliente decida di romperti i coglioni. Se invece i coglioni a romperli è il servizio clienti, allora si può, anzi conviene, pianificare bene le attività tramite cose che, se vi interessa, si chiamano “campagne”. Quindi il contratto a progetto, più conveniente anche per il negriero, è utilizzabile.

Questa salvifica azione di Damiano ha già causato, negli anni scorsi, la perdita di alcune migliaia di posti di lavoro in Italia. Scusate, ho detto una cazzata: è colpa del vile sfruttatore che, per continuare a fare i suoi sporchi guadagni di capitalista senza scrupoli, ha portato (se non le ha perse) le attività all’estero, in posti come Romania, Albania, Argentina e Padania – no, mi sono sbagliato: la Padania non c’entra – dove l’italiano si parlicchia e il lavoro costa circa 10 € l’ora. Inbound e outbound, eh, ché lì non vanno troppo per il sottile, assumono e licenziano un po’ come gli pare, senza tempo indeterminato con articolo 18, co.co.pro., co.co.co. e co.co.dé come c’abbiamo qui in Italia.

E veniamo al punto. Poche righe sopra, è possibile che io abbia scritto una palese inesattezza – chissà se siete stati attenti – affermando che il contratto a progetto per l’outbound è utilizzabile. Da oggi forse bisogna scrivere era. Sì, perché la riforma Fornero introduce nuovi ferrei paletti sull’utilizzo del contratto a progetto (non si può utilizzare se il lavoro è uguale a quello che fanno altri assunti con altro contratto, tipo se tutti fanno delle telefonate), e ne aumenta i contributi previdenziali. Risultato: il costo dell’outbound per il bastardo si avvicinerà, se non addirittura raggiungerà, quello dell’inbound.

Dunque da oggi, l’outsourcer, o se preferite il pezzo di merda, si troverà di fronte a tre possibili opzioni:

1) continuare come se niente fosse, accettando di svolgere un business che, non potendo ricontrattare le tariffe con i propri clienti (le aziende con il servizio clienti), sarà forse addirittura in perdita, cioè con costi superiori ai ricavi;

2) rescindere tali contratti o addirittura chiudere, prima che siano le banche a farli fallire (“Muoia Sansone con tutti i filistei!”);

3) spostare le attività che andrebbero in perdita o con margini insufficienti all’estero, passando così dall’outsourcing all’abroadsourcing (questa parola non esiste, l’ho inventata io, in realtà si dice offshoring ma non volevo dire così perché altrimenti molti di voi avrebbero pensato che dietro c’era Berlusconi e suoi conti alle isole Cayman).

Ah, dimenticavo l’opzione 4), quella che alcuni imprenditori (non solo dei call center, neh) hanno recentemente adottato: suicidarsi.

Ma la cosa che a me fa più incazzare (perché a questo punto non riesco più a essere sarcastico) è la seguente.

Camusso, colei che tanto si è battuta contro questa riforma del lavoro, da donna rappresentante delle donne indifese e con problemi soprattutto nel trovare una parrucchiera minimamente capace di fare il suo mestiere, su una cosa sola non ha spaccato il cazzo e pontificato su tutti i tiggì, su tutte le repubbliche, su tutti i santori di questo nostro bel paese galbani: la nuova regolamentazione dei contratti a progetto.

Anzi, questa è stata la sua grande vittoria, l’unico punto su cui le nemiche-amiche simbolo di questi tempi, la nostra Gianna e la nostra Pinotta, si sono sempre trovate assolutamente d’accordo, fin dall’inizio di quell’estenuante trattativa sull’ormai per me odioso articolo 18.

Bene, vedremo quante persone nei prossimi mesi non dovranno più sottostare all’orrenda pratica del lavoro precario, perché un qualsivoglia lavoro non l’avranno più.

Brave, complimenti, non c’è che dire.

 

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Il peggiore

Mi stanno sui coglioni sostanzialmente tutti i politici, compresi quelli “nuovi”, tipo Grillo per capirci (è un politico anche lui, casomai qualcuno ancora si illudesse del contrario). Eppure ce n’è uno che, nella mia classifica personale, ha di gran lunga il primo posto. Parlo ovviamente di questo qui nella foto.

Vince il mio primo personalissimo premio in virtù di due aspetti:

  • la totale inconsistenza decisionale e politica
  • l’inossidabile capacità di comunicare il punto precedente

I nostri politici e presunti tali, tutti, tutti quanti, hanno in comune la mancanza di visione politica (“voglio arrivare là”) e di conseguenti proposte concrete (“per arrivare là devo fare questo e quello”). Ma tutti, chi più chi meno, sono in grado di illudere l’elettore idiota di essere in possesso di entrambe le caratteristiche.

Berlusconi, per esempio, spacciava una visione liberista e lanciava obiettivi allettanti (il milione di posti di lavoro, tanto per fare un esempio celeberrimo).

Oggi gente come Vendola e Grillo delega a poveri sfigati la missione di identificare idee e proposte, mentre loro pontificano pomposamente del bene e del male.

Il Bossi c’ha dato la Padania, Fini e Casini la DC.

Lui, Pierluigi, niente. Peggio pure di Veltroni, che qualcosa (“Alle elezioni corriamo da soli!”) almeno l’aveva decisa. Vi rendete conto?

Non so se c’avete fatto caso, ma Pierluigi non si sogna nemmeno di buttarsi oggi come oggi in un’avventura elettorale. Nonostante i sondaggi diano il partito di cui è segretario in testa alle preferenze delle pedine che noi siamo. Spaccia ciò per senso di responsabilità. Ma la verità è che la situazione attuale è la migliore che gli potesse capitare. Monti fa, lui sostiene. Ha l’alibi per non sapere un cazzo, per non decidere un cazzo.

Bisogna trovare una soluzione per gli esodati.

tuona, per fare un esempio a caso. Quale? Sono cazzi di Monti e Fornero. A lui, a Pierluigi, che gli frega? Lui la voterà, per senso di responsabilità. Ma sarà stato costretto. Cos’altro poteva fare?

Se si dovesse andare a votare domani, Pierluigi andrebbe nel panico. Che cazzo proporre?

Lui oggi si può permettere di dire le solite cose che dice – fateci caso.

Sono state presentate delle proposte che avevamo avanzato noi.

Quali proposte? Mistero.

Guardatelo se capita in una qualunque trasmissione. Fa tutto e niente. Dice che bisogna dire una cosa chiara e poi non dice un cazzo. Dice che ci sono le proposte del Pd e non dice una parola su cosa contengono.

Ora, Bersani lancia la propria candidatura a presidente del consiglio.

Un centrosinistra di governo aperto ad un patto di legislatura con forze democratiche e civiche moderate. Un patto tra progressisti e moderati per ricostruire il Paese che non equivale certo a una ‘ammucchiata’.

No, non equivale a un’ammucchiata. È un’ammucchiata.

Io ho deciso che, se si presenta davvero, lo voto. E spero che vinca. E poi voglio vederlo in faccia. Quando dovrà prendere una qualunque decisione. Quando dovrà dire una cosa chiara. Quando dovrà smettere di parlare e fare davvero qualcosa.

Oddio, e adesso che cazzo faccio?

 

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O spesa ciao

Signor Caprotti, apprendo che i suoi negozi modenesi apriranno oggi, 25 aprile. È una scelta che le consente una pessima legge, da Lei fortemente voluta. Non importa che sia inefficace per l’occupazione, non produca nuovi consumi, danneggi milioni di lavoratori e venga pagata, come dimostrano tutti i dati sui prezzi, dai consumatori.

Così comincia la lettera di un certo Marzio Govoni, segretario modenese della Filcams-Cgil-Alpems-Herboms, al patron dell’Esselunga. Potete leggere altre informazioni in questo articolo del Fatto Quotidiano (non fate caso al video che parte in automatico preceduto da uno spot pubblicitario: loro possono).

Io il Govoni l’ho sentito ieri leggere la sua lettera alla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, nell’ambito dell’iniziativa o inchiesta o non so cosa “Il 25 aprile io non compro”, con un’enfasi e un’aria scandalizzata che non vi dico. Con un crescendo di pathos che l’ha portato a leggere la lettera di un partigiano condannato a morte. Mi aspettavo che questo ragazzo, salutando i genitori prima di essere portato al patibolo, invitasse loro e tutti noi a non fare la spesa il giorno della sua morte – “fate questo in memoria di me” -, e invece niente.

Ma il trasporto del Govoni era tale, che alla fine della lettura della missiva non ho potuto che esplodere in una domanda piena di angoscia.

“Embè?”

Ho tentato invano, come mi capita a volte quando vengo travolto dall’idealismo e dalla voglia di partecipazione, di prendere la linea al numero verde comunicato dai simpatici conduttori per porre alcune domande. Niente da fare: numero occupato, chiamata non consentita, Telecom Italia.

Avrei voluto chiedere perché io, per rispettare la memoria dei partigiani morti per la libertà bella ciao bella ciao, perché io – dicevo – oggi non dovrei comprare. Forse perché nelle festività cristiane è tutto chiuso? Cos’è, invidia del Natale?

Ma lo volevo chiedere con umiltà, perché davvero non capisco. Cioè vorrei che mi spiegassero dov’è il male, il peccato di quest’atto che eventualmente potrei fare, avendo un paio di esselunghe nella città in cui vivo.

Cioè, voglio dire: il problema è il recarsi in un esercizio commerciale? Oppure è avere una transazione in cui chessò io scambio tre euro e venti con delle fette di prosciutto? Mi fate capire, per favore? Posso andare, se rimango senza, a comprarmi le sigarette? Se trovo un esercizio aperto lo boicotto e cerco un distributore automatico? Prendere un caffè al bar o un gelato in gelateria è consentito? Se vado a pranzare al ristorante poi devo andare a confessarmi al Caaf sindacale più vicino?

No, perché io ero rimasto fisso che il denaro era uno strumento. Una convenzione. Uno fornisce una cosa, tipo un prodotto o una prestazione, e l’altro in cambio gli dà una quantità equivalente di una cosa che viene comoda per non portarsi dietro le pecore.

Ma qui evidentemente il sindacalista e quelli che la pensano come lui hanno qualcos’altro da insegnarmi.

Forse che il denaro ha un valore suo, intrinseco, che va al di là di quello del metallo della moneta o della carta filigranata. Forse il sindacalista vuole farmi capire che è proprio per questo che il rapporto tra me, lavoratore, che uso un tornio o predispongo documenti Word, e il mio datore di lavoro, che in cambio mi dà denaro, non è sullo stesso livello. Perché il denaro ha qualcosa di magico che lo rende diverso dal resto delle cose fatte di materia o di trasformazione dell’energia. Chi ha denaro è più potente, per il fatto stesso di averlo e di gestirlo, e io che non ce l’ho, per potermi mettere su un piano non dico paritario ma almeno lontanamente confrontabile, ho bisogno di un sindacalista che mi protegga. È così, vero?

Mi sorgono tanti dubbi e tante incertezze, sai sindacalista? Però una cosa sta prendendo forma, nella mia debole mente che ha bisogno della tua visione morale della vita per dirmi cosa devo o non devo fare tutti i giorni, specie in quelli festivi.

Che se c’è una cosa di cui dovremmo parlare nella festa di oggi, quella che chiamano della Liberazione, è di come liberarci di gente come te.

 

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Troppo facile

Sarebbe troppo facile perdersi oggi in facili considerazioni su ciò che sta travolgendo la Lega e la famiglia del suo leader storico.

Troppo facile, per esempio, infierire con sterili battute basate su meccanismi oliati e populisti, quali Umberto – handicappato, Renzo – idiota, base leghista – massa di ignoranti.

Troppo facile cadere in banali qualunquismi, tipo notare che una volta entrato in politica chiunque diventa marcio, come tutti gli altri. Anzi peggio, per la grossolaneria dei comportamenti che emergono impietosamente. Troppo facile osservare o prevedere che certa antipolitica (oggi leghista, e domani chissà, magari dipietrista o grillina) deve il suo successo alla politica contro cui fintamente si scaglia, e finisce inesorabilmente per rivelare la propria vera ambizione: la conquista di potere, fama e denaro. Perdendo però in eleganza.

Sarebbe troppo facile, anche se forse un po’ meno, cogliere come il sempliciottismo manicheo del Bossi, dei compari e dei famigli, quello che ha permesso loro di cavalcare l’onda del consenso di menti volutamente ridotte nella capacità elaborativa e nella visione dei fenomeni – se non capite di cosa parlo, vi basterà sintonizzarvi per un’oretta su Radio Padania in uno degli spazi in cui si aprono i microfoni alla cosiddetta base – sarà quello che ora si ritorcerà loro contro. La stessa ascia che migliaia di beoti – parlo di quelli che si imbevono di rituali celtici e di sagre della cassoeula, non certo degli elettori occasionali che magari votavano questi perché li facevano un po’ ridere – avevano dato loro in mano, fatta di bianchi e neri, padani e terroni, nord che lavora e roma ladrona, diventerà presto base umiliata e dirigenti ladri, o altro del genere, facendoli a pezzi.

Sarebbe troppo facile, anche se più impervio, inerpicarsi in un’analisi socio-psicologico-famigliare a proposito del rapporto tra il Senatur e la prole, per cercare di capire se sia stato davvero un coglione, avendone peraltro da qualche anno il phisique du role e la parlata, o se invece, come pare più verosimile, da quel marpione che è avesse capito tutto ma preferisse far finta di niente, sentendo se stesso e quegli altri di già intoccabili.

Sarebbe troppo facile considerare che sì i centralisti e le banche e la giustizia a orologeria, ma cazzo farsi beccare con le mani nel sacco così neanche i bei socialisti di un tempo.

Sì, sarebbe troppo facile e improduttivo. Sarebbe un po’ come riascoltare ogni anno a Sanremo lo stesso stucchevole vibrato di Francesco Renga, in una canzone mielosa che ti scivola addosso come una pioggerellina primaverile sullo spolverino.

Ma non mi viene in mente nient’altro.

 

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Euro dio

Venerdì scorso, sull’aereo, mi hanno dato un foglio ripiegato a metà, con scritto sopra “Milano Finanza”. Sulla spalla sinistra, non ho potuto fare a meno di notare questo articolo.

Ve lo riporto qui paro paro, vi invito a leggerlo con attenzione.

 

Unicredit, Nomura più cauta su ricavi e qualità del credito

Come le altre banche in scia alle tensioni sullo spread Btp/Bund (ora a 504 punti base)Unicredit si è arresa alle vendite (-1,51% a 0,684 euro) ma anche a Barclays che ha tagliato il rating da overweight a equalweight e fissato un target price a 0,70 euro da 1,40 euro e a Nomura che ha abbassato il rating da buy a neutral con un target price rivisto da 1 a0,90 euro.

“L’Italia rappresenta un peso in termini di ritorno sull’equity tangibile a causa di un’attività a leva che richiede una raccolta costosa”, dice Barclays segnalando anche un livello di costi peggiore rispetto ai concorrenti e la scarsa qualità di alcuni asset.

Sulla base di un’analisi dettagliata del piano industriale di Unicredit Nomura ha tagliato le stime di Eps del 9% per il 2012 da 0,15 a 0,13 euro per azione e del 2% per il 2013 a 0,19 euro per azione per tener conto dell’impatto del deleveraging sulla top line della banca. Nomura è invece più positiva sui costi (2% sotto i target 2013 della società).

Certo, Unicredit sarà meglio capitalizzata grazie all’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro (Core Tier 1 2012 Basilea 3 stimato al 9,2%), più liquida (L/D atteso pari a 0,9 volte nel 2015) e più focalizzata sulla redditività. Tuttavia, secondo Nomura, il ROTE (return on tangible equity, un indicatore che misura la redditività operativa di una banca) resterà sotto pressione nei prossimi anni a causa dei LLP (loan loss provisions, accantonamenti per perdite su crediti).

Gli esperti in passato avevano anche segnalato che il piano non era riuscito a risolvere il problema della qualità del credito, “su cui avevamo sollecitato qualche azione per ridurre l’elevato numero di sofferenze accumulate finora”, aggiunge Nomura che, infine, vede venti contrari nel breve periodo derivanti dai fattori tecnici legati all’aumento di capitale di Unicredit.

“Ci aspettiamo infatti che l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro pesi sulle azioni”. La prestazione di un titolo durante una ricapitalizzazione dipende dalle condizioni di mercato e dall’impegno degli azionisti. Nel caso di Unicredit c’è visibilità sul fatto che il nucleo degli azionisti stabili sottoscriverà l’aumento, con l’unica variabile della partecipazione dei libici (7,2% del capitale). 

Tuttavia, osserva Nomura, ci sono prove che le azioni  coinvolte in un “reverse split” sottoperformano il mercato nel breve termine. “Vorremmo evitare le società di grandi dimensioni durante gli aumenti di capitale. Unicredit ha sottoperformato durante l’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo” (azione coperta con un rating neutral e un target price a 1,4 euro). A questo punto “la valutazione di Mediobanca (buy e target a 6,6 euro, ndr) sta diventando sempre più interessante”, conclude Nomura. Come le altre banche in scia alle tensioni sullo spread Btp/Bund (ora a 504 punti base) Unicredit si è arresa alle vendite (-1,51% a 0,684 euro) ma anche a Barclays che ha tagliato il rating da overweight a equalweight e fissato un target price a 0,70 euro da 1,40 euro e a Nomura che ha abbassato il rating da buy a neutral con un target price rivisto da1 a 0,90 euro.

“L’Italia rappresenta un peso in termini di ritorno sull’equity tangibile a causa di un’attività a leva che richiede una raccolta costosa”, dice Barclays segnalando anche un livello di costi peggiore rispetto ai concorrenti e la scarsa qualità di alcuni asset.

Sulla base di un’analisi dettagliata del piano industriale di Unicredit Nomura ha tagliato le stime di Eps del 9% per il 2012 da0,15 a0,13 euro per azione e del 2% per il2013 a0,19 euro per azione per tener conto dell’impatto del deleveraging sulla top line della banca. Nomura è invece più positiva sui costi (2% sotto i target 2013 della società).

Certo, Unicredit sarà meglio capitalizzata grazie all’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro (Core Tier 1 2012 Basilea 3 stimato al 9,2%), più liquida (L/D atteso pari a 0,9 volte nel 2015) e più focalizzata sulla redditività. Tuttavia, secondo Nomura, il ROTE (return on tangible equity, un indicatore che misura la redditività operativa di una banca) resterà sotto pressione nei prossimi anni a causa dei LLP (loan loss provisions, accantonamenti per perdite su crediti).

Gli esperti in passato avevano anche segnalato che il piano non era riuscito a risolvere il problema della qualità del credito, “su cui avevamo sollecitato qualche azione per ridurre l’elevato numero di sofferenze accumulate finora”, aggiunge Nomura che, infine, vede venti contrari nel breve periodo derivanti dai fattori tecnici legati all’aumento di capitale di Unicredit.

“Ci aspettiamo infatti che l’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro pesi sulle azioni”. La prestazione di un titolo durante una ricapitalizzazione dipende dalle condizioni di mercato e dall’impegno degli azionisti. Nel caso di Unicredit c’è visibilità sul fatto che il nucleo degli azionisti stabili sottoscriverà l’aumento, con l’unica variabile della partecipazione dei libici (7,2% del capitale).

Tuttavia, osserva Nomura, ci sono prove che le azioni  coinvolte in un “reverse split” sottoperformano il mercato nel breve termine. “Vorremmo evitare le società di grandi dimensioni durante gli aumenti di capitale. Unicredit ha sottoperformato durante l’aumento di capitale di Intesa Sanpaolo” (azione coperta con un rating neutral e un target price a 1,4 euro). A questo punto “la valutazione di Mediobanca (buy e target a 6,6 euro, ndr) sta diventando sempre più interessante”, conclude Nomura.

 
Ecco, non so se vi rendete conto: siamo nelle mani di questi signori. No, non parlo di Unicredit. Parlo di quelli che scrivono siffatti articoli.

Si tratta dei teologi di oggigiorno. Anche questi signori hanno costruito enormi castelli di carta su cose cui non si applica la categoria dell’esistenza. Dove una volta c’era un’entità astratta chiamata “Dio”, oggi c’è il denaro.

Anche questi signori, come i preti e i santoni di ogni tempo, cercano di controllarci e manipolarci per mezzo di supercazzole chilometriche come queste, che noi, poveri semplici umani “normali”, non saremmo in grado di capire.

Ed è sacrosanto che non capiamo. Perché non c’è nulla da capire. Proprio niente di niente.

 

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