Ti dimetto da falso poeta

“Cosa vede qui?”
“È l’ultimo bellissimo logo di Umore Maligno, no?”

 

È l’inizio del nuovo anno, e all’inizio del nuovo anno usa fare i cosiddetti “buoni propositi”. Uno dei miei buoni propositi di questo nuovo anno è: lasciar andare un po’  di persone, con cui ho condiviso un pezzo importante della mia vita.

Lasciarvi andare dalla mia testa e da me stesso in generale, intendo, in un modo che non so è vi dato capire, cari “amici”. Lo farò nel modo che mi è più congeniale, come facemmo insieme nei confronti del fu Spinoza, e cioè con un post catartico, pieno di rancore, astio e acredine. In quel caso a me servì moltissimo, mentre a molti di voi no, ma questo è un problema vostro.

Vi ho osservati, durante quest’anno e passa, in silenzio. Tutti quanti. Dopo aver tentato, a mio modo, di rientrare dalla finestra, ed essere stato trattato nuovamente a pesci in faccia, ho deciso di sedermi lungo la riva del fiume. Lì, non è proprio che abbia visto passare qualche cadavere, ma ho compreso un po’ di cose.

Innanzitutto, ho capito che eravate già morti, quando vi frequentavo, pertanto era inutile aspettarsi cadaveri. Mi è bastato attraversare l’amarezza che avevo provato anche prima della “fine”, nel constatare che, di fatto, seppur “presidente”, non ero parte del gruppo. Magari lo ero dal punto di vista personale, ma non da quello “artistico”. Semplicemente perché nulla di quello che scrivevo per mio conto veniva mai condiviso, rebloggato, ritwittato. Alla meglio, il “tweet” della battuta sciolta, proprio come avveniva su Spinoza. Ma non ricordo neanche una volta in cui un singolo di codesto presunto gruppo abbia preso un mio post o un mio status e l’abbia sbandierato come qualcosa che valeva la pena di leggere. Per non parlare di quando mi sono permesso di scrivere un libro. Anzi, in quel caso c’era solo da prendermi per il culo. I libri, i post, le battute, vanno condivisi solo se prodotti da quelli “bravi”, vero? Già da questa sola cosa, dall’impossibilità di discernere lo scritto dallo scrivente, il prodotto dal produttore, si evince tutta la vostra incapacità critica.

Commettendo la medesima cazzata compiuta altre volte nella mia vita, ho inizialmente imputato tali fenomeni a me stesso e alle mie capacità. “Evidentemente non sono bravo come loro o come quelli che portano sul palmo della mano”, mi sono detto. Coglione.

Poi, grazie all’osservazione silenziosa, ho realizzato come stavano veramente le cose. E ho notato alcune differenze insostenibili (non per me, per voi) tra me e voi.

Tu, satiro di Umore Maligno, vecchio e nuovo, addentro o satellitare, uomo o donna, con pochi o tanti “fan”, o anche solo sostenitore informato dei fatti, sei molto diverso da me. Tu, nella vita reale, sei uno sfigato pazzesco. Soprattutto dal punto di vista professionale, spesso anche da quello sentimentale. Per questo, tra l’altro, mi faceva troppo ridere quando a fronte dei tuoi post satirici ti veniva augurato ogni male: perché non c’era alcun bisogno di questi auguri.

Fai lavori beceri e inconcludenti, tipo fare patetici corsi sull’internet a vecchiette sdentate, o il lavapiatti, o il negro vero e proprio,  seppur poi ti spacci per “caporale”, o quando va decisamente bene sbarchi il lunario come avvocatucolo di provincia. Covi da anni un enorme desiderio di rivalsa, che affidi a un “bagaglio culturale” invero decisamente povero, fatto di poche cognizioni tecniche attinte da chissà quale Bignami, o da video visti su youtube di nomi di cui ti riempi vanamente la bocca, tipo Hicks, Carlin, Stanhope, D’Angelo, salvo poi andare in crisi quando il primo stronzo che passa ti dice che la tua satira non corrisponde ai sacri canoni di Karl Kraus, costringendoti ad affannose ricerche su wikipedia: “Chi cazzo è Karl Kraus?!”.

Ti batti contro i Fabio Volo e le Flavia Vento, e non ti passa neanche per l’anticamera del cervelletto che questi figuri non sono altro, per te, che le proiezioni (queste sì!) di ciò che vorresti essere: un idiota blaterante circondato da seguaci decerebrati che ti adorano e ti riconoscono, restituendoti ciò che non ti hanno dato mammà e papà. Certo, tu i seguaci li vuoi un po’ più forbiti nell’espressione, ché tutti quegli “!!!11!1” danno un po’ nell’occhio per un presunto figo come te, ma la sostanza in realtà non cambia: vuoi automi, e automi avrai.

Ti batti contro i limiti della satira, senza accorgerti che sei tu per primo pieno di limiti. Che la battuta su Berlusconi e Brunetta basso non si fa, che il gioco di parole è da bambini delle medie, che la citazione di Fantozzi è roba che brrr che schifo!, che bisogna scrivere le cose lunghe, anzi no brevi, anzi no con un preciso senso, anzi no senza alcun senso. E tante altre stupidaggini di cui ti riempi da solo il cranio. Ti vedo arrovellarti, nel tuo antro sciatto, perso nel limare la virgola e il punto, l’accento e il contraccento. Diocristo che pena che fai!

Ebbene, io da ora ti dispenso dal volermi inseguire, dal voler condividere o piacciare qualunque cosa io scriva, viva o pensi. Anzi,  condividi ciò che vuoi e scherzaci pure su goduto, magari delegando il dileggio anche anche ai tuoi parenti acquisiti.

Condividi pure, condividi stocazzo.

Anche perché, per quanto tu ti sforzi, non mi prenderai. Non puoi farlo, perché cerchi il confronto dal punto di vista sbagliato. Io non sono più bravo di te, non ho più nozioni, non ho più cultura, non sono più intelligente, non sono più ricco, non sono più bello, non sono più alto, non ho il cazzo più lungo, e tante altre cose che potrebbero anche, in un certo senso, essere vere.

Semplicemente, io sono un miliardo di volte più libero di te: è questo che a te sta sul cazzo, che mi invidi dal profondo. Perché tu, questa libertà, non hai la più pallida idea di come conquistarla. Ti ostini a credere che si tratta di poter dire cacca, merda, porcodio, dioporco, diocane, piscia, frocio, negro, checca e cose del genere, questo sì come un bambino delle medie, ma sei davvero fuori strada.

Per cui ora, come ho detto all’inizio, ti dico addio, per sempre. Un addio che non sarà fatto di giochini stupidi nei quali sono cascato anch’io, a volte addirittura “cominciando”, di togli l’amicizia e richiedila e blocca e controblocca.

Ti saluto e ti lascio andare per la tua strada, dedicandoti questa canzone che ho ascoltato il primo dell’anno, e che mi ha fatto piangere. Te la dedico, davvero, con tutto il <3

Infine, mi dispiace anche un po’ rivelartelo, ma devo dirti che non sarai mai uno scrittore: avrai anche la scrittura, ma manca totalmente lo scrivente.

 

 

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Piccola precisazione sul “cazzetto”

Ho letto un po’ di cose in giro a proposito del tormentone che, come vi sarete sicuramente accorti (eh?), il sottoscritto ha lanciato nella blogosfera tutta, grazie al post precedentemente pubblicato: il tormentone del cazzetto.

E mi è sorto un dubbio: ma ci sarà davvero gente che ha pensato, leggendo il post (ribadisco: quel post), che quel riferimento fosse reale?

Dato che sono paranoico ed egocentrico, ma soprattutto poiché io alla privacy – mia e altrui – ci tengo infinitamente, preferisco fare questa piccola precisazione.

Io il membro del signor UMC non l’ho mai visto. Per cui non ne conosco le dimensioni né, soprattutto, mi interessa conoscerle.

Era solo una metafora.

 

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