Alfredo Carponi /1

Comincio oggi una specie di esperimento narrativo: mi attira perché, come capirete, lo trovo molto impegnativo. Ho un inizio e una vaga idea di dove andare a parare, alla fine. Mi piacerebbe che commentaste, mi deste idee, mi criticaste. Quello che vi gira, insomma, se ne avete voglia. Buona lettura, e buona interazione.

 

 

Caldo e freddo dagli occhi. O meglio, da ciò che ne rimane.

Il caldo arriva da dentro. Riconosco l’acquosità del mio sangue che scende copioso dalle orbite, mentre passo sconvolto ma delicato le dita sulle palpebre semichiuse. Non c’è solo ciò che sicuramente fino a poco prima era per me rosso vivo. C’è anche una specie di cavo appiccicoso che esce da ciascuno dei luoghi ora vuoti, nel mio stesso teschio. Decido, timoroso, di saggiarne uno con il tatto, ma già so: mi ricorda uno di quei filamenti nervosi che, nelle bistecche o nel bollito, solitamente scarto con attenzione.

Bastano pochi centimetri – una decina? – seguendo quello a destra con il polpastrello dell’indice e giungo a un globo del diametro di una biglia da spiaggia, di quelle che ci giocavo da bambino e che c’avevano i corridori di bicicletta, dentro. Non serve più a niente ora questa sfera: è tutto buio. Comprendo immediatamente che la fida compare di sinistra versa nelle stesse condizioni. O forse peggio, perché non sento il peso che mi tira lievemente il cervello da dentro.

Già, ma c’è anche il freddo. Perché sono in ginocchio. Anzi, a quattro zampe. “Carponi? È così che si dice?”, mi chiedo, cercando di scherzare, impietosamente. E mi piove, addosso. Da quest’acqua gelida che si mescola al sangue proviene la parte bassa delle temperature da me percepite. “Freddo fuori, diecimila gradi all’interno”, mi dico cercando di ricordare il pomodorino in guarnizione di Fantozzi. Ma niente, non mi fa ridere.

Perché la peggiore delle domande aleggia sul fondo di queste scoperte sensoriali, ancora oltre lo sfondo nero dell’assenza della vista.

“Chi sono io?”

No, non è un ritiro Zen quello che mi vede impegnato in un macabro esercizio di autoconsapevolezza fisica. Non è il più semplice e impegnativo dei koan che mi fa arrovellare. È proprio una cosa più basica, tipo che non ho la più pallida idea di come cazzo faccio di nome e di cognome.

“Carponi”, insisto su me stesso, al di là del più becero cinismo. “Facciamo che, finché non ne saprò di più, mi chiamerò Carponi di cognome. In fondo non è male: ricorda pure quello stronzo dell’amico di Fant…”

– Alfredo! Mio dio, Alfredo! Cosa t’hanno fatto?!

“Alfredo Carponi? Non suona affatto male, devo ammettere. Sempre ammesso che questa stronza parli a me. Ma chi diavolo sarà mai?”

Mi sento sollevare da dietro, come se questa donna mi volesse sodomizzare ma fosse molto, molto inesperta. Poi, più sicura di sé, mette il mio braccio sinistro intorno alle sue scapole, e davvero comincia a tirarmi via. Decido di aiutarla, tanto, peggio di così, mi pare difficile che possa andare. E poi ha davvero un buon profumo, una specie di frutto; ma io, che i frutti mi par di ricordarli disegnati sulle confezioni dei succhi, che ne so più quale sia? Banana? Ciliegia? Entrambi? Boh? I suoi lunghi capelli lisci mi sfiorano piacevolmente gli zigomi.

– Vieni, Alfredo, andiamo da Paolo, il mio amico dottore. Lui ti aiuterà.

E andiamo da Paolo, dai.

– Paolo-Paolo-Pa’, Paolo maledetto…

Mi metto a canticchiare come un ubriaco, anche per sentire che suono ha la mia voce. Perché non l’ho ancora sentita da quando ho ripreso i sensi in quella specie di incubo.

Ho l’impressione che non sia solo io cieco, ma che sia sera, o notte. Non so in base a cosa lo penso, ma mi sa anche che, mentre ci trasciniamo sotto la pioggia scrosciante, alcuni compassionevoli lampioni ci indichino la strada.

 

(continua, credo)

EDIT1: seconda puntata by Uomo Morde Cane.

 

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Relativamente

Fuzzi Mib quella mattina si svegliò con la luna storta. “Non ne ho proprio per il cazzo di sbiancarmi l’ano”, rimuginò. Eppure doveva, era scaduto il periodo di prova, e i miglioristi gli stavano con il fiato sul collo.

“Elsa”, disse alla figlia, “io esco. Fa’ la brava, mi raccomando. Vedi di non toccarmi i contratti di apprendistato, almeno stamattina. E riguardati quel terzo occhio”. “Lo farò entro il 26 di marzo”, si bullò lei.

Il sole era scomparso quando uscì dalla porta sul retro della conchiglia a schiera, e pioveva fittissima e abbondante acqua Uliveto. “Plin plin! Plin plin!”, risuonava una voce di spesa nella sua auto. “Sta’ zitta, una volta tanto!”, urlò a Elisabetta Canalis, che aveva preso il posto della Chiabotto nel sedile posteriore. Alex, di fianco a lei, ruminava con gioia un passerotto. “Non andare via”, lo pregò Fuzzi.

L’auto era una Ford Focus C Max, Max per gli amici, un’auto che si parcheggia da sola, comincia a frenare da sola quando davanti c’è una coda, anche alla vaccinara, si dirige da sola dal benzinaio e si rifornisce da sola, approfittando dello sconto superself. S’era pure comprata da sola: Fuzzi Mib se l’era trovata una mattina sul ciglio della strada, che agitava le chiavi. Dal conto online webankshehulk erano scomparse alcune migliaia di Btp Italia, specificamente pensati per il piccolo risparmiatore, e tutti i punti fragola, ma lui non c’aveva fatto caso più di tanto. “Il caso non esiste”, gli aveva detto sua moglie Joseph, leggendo l’ultimo saggio di Fabio Volo intitolato “Tanto va la gatta al lardo”.

Squillò lo smartphone 3GS megamind android IV il terribile release benedetto XVI. Dall’altro capo del mondo lo stava chiamando Giulio Cesare Marcoré. Lo riconobbe dal logo inconfondibile, che recava la scritta “pedista”. Non rispose. Non si sentiva abbastanza Tim yang quella mattina, o forse l’altro era troppo yin. Tim Yang, il figlio di Paul, living in the love of the common people. “Le palle di Paul che rispondo”, si disse.

Fuzzi Mib attese un’ora nella saletta dello sbiancatore. Di fianco aveva alcune borse asiatiche, poco mosse. Quando fu il suo turno, aprì la porta dello studio in lieve calo.

“Come sta Elsa?”, chiese il dottore mettendosi il turbante ed i guanti di flanella. “Un po’ distratta, ultimamente. Sempre a giocare col DS, a Mario Facts.  È arrivata al livello ammortizzatori sociali e non riesce a superarlo”. “Cristo santo, è terribile quel livello. Serve la mossa milleproroghe, altrimenti non si passa”. “Eh, ma non è ancora riuscita a sbloccarla”. “Allora sono guai. Ma ora si sdrai, prono come non mai”. “Mi parla in rima?”. “Sì, oggi è la giornata mondiale della poesia”. “Che culo”.

L’intervento fu rapido e indolore. Un paio di colpi di pennello, un emendamento dell’opposizione e una nota di Donadi, e il gioco era fatto.

“Signor Mib, c’erano una decina di veti della Cgil nel suo colon, li ho rimossi”. “Uh, davvero? Grazie!”. “Il neo, invece, gliel’ho lasciato. Tanto per ora è nazista. Se comincia a parlare come Vendola, glielo asporterò”.

Fuzzi Mib, che era nudo, si rivestì velocemente di piombo pressofuso.

“Che Tonino Guerra muoia presto!”, si congedò dallo sbiancatore. “Yes, we can!”, gli rispose l’altro, che secondo Jean Paul Sartre non era altro che sofferenza. “Presto ci libereremo dall’eterna ruota del samsara”, chiosò il dottore, mentre Fuzzi Mib scampanellava festante per annunciare la chiusura di Wall Street.

Si avvicinò alla segretaria, Emma Marcegaglia. “Quant’è?”. “Sono 18 Angeletti e 4 curve a gomito”. “Minchia! Come mai stavolta è così caro?”. “Non ha fatto l’esame dello spread, come aveva chiesto anche l’igienista dentale di Berlusconi. In quel caso, avremmo applicato il tasso variabile”. “OK, la prossima volta li farò. Li prende i ticket restaurant?”. “Certo, come no?”, sorrise Emma.

Poco dopo, Fuzzi usciva dal tunnel del divertimento, saltellando. Era tutto bianco, cosa che lo rendeva raggiante come Guariniello ad un processo sull’amianto.

“E ora, che faccio?”. “Potresti andare affanculo”, gli fece eco il drive assistant di un Mercedes. “Pietà!”

Rifletté a lungo davanti a uno specchio. Poi, grazie al collocamento Enel, l’illuminazione.

“Imboccherò la A4 dalla fotocopiatrice, e andrò a farmi un bell’aperitivo al Qaeda. Oh happy hour!”, si disse con determinazione. “Un paio di bambini ebrei on the rocks andranno benissimo”.

 

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Punti di vista

Punti di vista

Giacomo si destò anche quella mattina prima della sveglia.

Erano ormai settimane che andava avanti così. Faticava ad addormentarsi, il sonno era agitato da incubi, ed il risveglio era precoce. Tutte le notti.

Non che le ore “da sveglio” fossero migliori. Perlomeno, durante quelle notturne un po’ di stordimento riusciva a trovarlo.

Pensieri. Sempre gli stessi. Poco per volta, parole articolate in frasi sempre più sconnesse, avevano lasciato posto alle immagini.

Il suo viso. I suoi seni. Le sue natiche. Il suo sesso aperto, pronto a riceverlo.

“Alice…”, sospirò mentre disattivava l’allarme impostato sul cellulare.

Ricordò per un attimo com’era la sua vita, prima che apparisse lei. Era la vita di un giovane politico che finalmente prometteva riscossa a quella sinistra che era stata bistrattata per anni. Una vita cristallina, fatta di brillanti intuizioni e di una famiglia felice – con la bella moglie Emilia e la piccola Nausicaa, un batuffolo già sorridente a soli 7 mesi-, che ritornava il riflesso di una speranza di tanti giovani come lui. Un uomo con le idee chiare, che era arrivato a perturbare l’establishment di chi governava e di chi si opponeva, fino a promettersi come prossimo leader della riscossa della degli umili, dei lavoratori, dei disoccupati, che in lui, e nel suo potenziale successo, si identificavano.

Era partito come portavoce di uno dei tanti movimenti che nascevano dal nulla. Man mano che si facevano le manifestazioni, che si occupavano le piazze, che si conquistava il consenso della “società civile”, Giacomo aveva acquisito una crescente sicurezza nei propri mezzi. Fino ad arrivare ad incarnare la possibilità concreta di cambiare davvero, finalmente, le cose.

Poi un giorno, lo tsunami. Le bastarono poche parole – “Mi scusi, ma non crede che sia venuto il momento di avvalersi di un’assistente?” – per mandare in frantumi tutte le sue certezze.

Era carina, sì, ma non era solo quello. C’era una sorta di energia, di aura, che Alice emanava. Lui ne fu immediatamente, ed irrimediabilmente, travolto. Saranno stati i suoi capelli rossi, le sue lentiggini sparpagliate in maniera solo apparentemente casuale, una specie di frattale sul viso, o il suo modo di abbigliarsi che voleva sembrare trasandato – la gonna lunga, la camicia a fiori, gli orecchini grandi e scintillanti – ma che lui sapeva essere frutto di uno studio rigoroso.

Giacomo aveva ordinato perentoriamente di assumerla, facendola stipendiare attraverso i fondi del movimento. Aveva chiesto ed ottenuto dal direttivo del movimento una procedura speciale, utilizzando fino in fondo l’autorevolezza di cui era naturalmente dotato.

Ed era bastata una sera di quelle che si fa tardi per confezionare un comunicato stampa, per ritrovarsi avvinghiati, senza bisogno di parole. Mentre sentiva di esserle dentro, mentre saggiava l’accogliente umidità che rivelava un’insperata corrispondenza di amorosi e sessuali sensi, capì di essere nei guai. E, in qualche modo, ne fu felice: sapeva, nel profondo, di non stare tradendo nessuno degli ideali che caparbiamente portava avanti.

Nei giorni seguenti, riuscì a mascherare a tutti quanto stava accadendo. E non appena ne avevano l’occasione, si lasciavano scoppiare l’uno dentro l’altra, nei luoghi e nei modi più impensati.

Tutto filava liscio. Finché non era accaduto…

Rodolfo, il suo braccio destro, aveva bussato alla porta. Mentre Giacomo prendeva Alice con amorevole ferocia, da dietro – quel “dietro” che non si dovrebbe.

Avevano avuto giusto il tempo di aggiustarsi, che Rodolfo era entrato, senza il solito “Avanti!” che pure era solito aspettare.

Tutti avevano capito tutto, guardandosi negli occhi a turno come nella scena finale de “Il buono, il brutto e il cattivo”, ma Giacomo aveva preferito far finta che tutto ciò non significasse alcunché.

Poi, però, Rodolfo aveva cominciato a lanciare frecciatine, sorrisini minacciosi, velate insinuazioni.

Giacomo aveva sempre saputo, senza volerne trarre le conseguenze, che Rodolfo lo invidiava. Che avrebbe voluto essere al suo posto. Che perlomeno avrebbe tratto volentieri qualche vantaggio supplementare dall’essergli vicino, se solo avesse potuto.

Ma aveva preferito vederlo come lui si presentava, il numero due della “rivoluzione dei giovani”, il fido compare, l’amico di sempre.

Rodolfo, nei giorni seguenti, aveva cominciato a farsi sempre più pressante ed esplicito. E a chiedere, senza chiarire cosa. Gli aveva fatto capire che, nella sua posizione, era possibile che venisse addirittura controllato, spiato, intercettato.

Giacomo, dal canto suo, si faceva prendere dall’ansia e dallo sconforto. Aveva una crescente voglia di cedere. Di tirarsi indietro. Di andarsene, addirittura.

Non sopportava l’idea di far soffrire la sua compagna di sempre. C’erano volte, durante quelle notti quasi insonni, in cui gli sembrava che ci fosse un’unica reale soluzione: scappare.

Ci credeva a quella cosa che lo intercettassero. Spesso gli capitava, mentre parlava con Alice –  si chiamavano dicendosi “porcate” al cellulare parecchie volte al giorno -, di avere la certezza che qualcuno stesse registrando tutto.

Ma come tollerare una simile sconfitta personale? Lui era la speranza. Significava forse che per il suo paese non c’era davvero niente da fare? Che tutto era veramente un tale, irrimediabile schifo?

I pensieri erano gli stessi anche quella mattina. Ma sentì di doversi alzare. Di dover andare avanti. Almeno quel giorno: era troppo importante.

Dopo essersi diligentemente vestito da “alternativa credibile a tutte le cariatidi della politica”, Giacomo si avviò verso gli studi della Rai di Saxa Rubra. Doveva partecipare ad un dibattito. Si doveva registrare la trasmissione televisiva che lo avrebbe definitivamente consacrato.

Arrivò puntuale, come sempre. Nel camerino lo attendeva Rodolfo. Sapeva che Alice non c’era: doveva stare nella sede centrale a preparare i “lanci di agenzia” con le dirompenti dichiarazioni che lui avrebbe rilasciato.

Rodolfo aveva preparato con cura la sua trappola.

Si era accordato con il regista della trasmissione, che conosceva bene. Indossava un microfono, direttamente collegato con la regia. Aveva promesso rivelazioni esclusive.

Rodolfo cominciò a punzecchiare Giacomo. Gli disse che non poteva andare avanti così, con Alice. Che avrebbe rovinato tutto.

Giacomo lì per lì non rispose. Rodolfo allora si fece sempre più insistente, pur parlando “da amico e compagno”.

Cominciò ad insinuare che il fatto che Alice fosse la sua assistente poteva essere visto come un ingiustificabile favoritismo. In fondo lei chi era? Nessuno, se non una sfrontata che si era presentata da sola all’astro nascente della politica italiana. Era stata regolare, la sua assunzione? Non era meglio sincerarsi, prima di fare annunci roboanti alla televisione, che Giacomo non stesse compiendo, per proteggere quella torbida relazione, qualche reato?

E fu così che Giacomo sbottò. Mentre tutti, in sala regia, lo ascoltavano.

…Anche di questo non me ne può importare di meno… perché io… sono così trasparente… così pulito nelle mie cose… che non c’è nulla che mi possa dare fastidio… capito?… io sono uno… che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato… quindi… io sono assolutamente tranquillo… a me possono dire che scopo… è l’unica cosa che possono dire di me… è chiaro?… quindi io… mi mettono le spie dove vogliono… mi controllano le telefonate… non me ne fotte niente… io… tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei… da un’altra parte e quindi… vado via da questo paese di merda… di cui… sono nauseato… punto e basta…

 

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Geronimo, è lei?

Dalla diretta di repubblica.it di oggi, 3 maggio 2011, ore 15:07.

I vicini di casa di Bin Laden non credono alla sua morte.

 

Casa Bin Laden

Suona il campanello: Al – Lah…

– Chi è?

– Sono il vicino, il vicino di casa.

– Chi?

– Il vicino! Il signor Bin Laden.

Sbuffa, e si allontana.

Di nuovo?

Si riavvicina alla porta.

– Ah, ancora lei?

– Sì, mi scusi, mi servirebbe un favore. È importante…

Apre la porta.

– Mi dica, Osama. Ancora bisogno del telefono?

– Sì, mi scusi tanto, signora Zarkawi, ma sa, devo telefonare alla mamma…

– Vabbè, entri… Entri pure.

La padrona fa entrare l’ospite inatteso. E imbarazzato.

– Mi scusi, signor Bin Laden, ma gliel’allacceranno mai questa benedetta linea telefonica? Ormai son cinque anni…

– Signora, cosa le devo dire? Son disperato più di lei. Io col telefono, soprattutto con internet, ci lavoro.

– Ma quale operatore ha scelto? Spero l’operatore nazionale, la Telecom Pakistan, come tutti.

– No, signora… Ho scelto la compagnia nuova. Quella privata. La Mohammedcom. Mi ha colpito tanto la loro reclame: se la fibra non va alla tua casa, la tua casa va alla fibra. Ripensandoci ora, sembra una specie di augurio malefico…

– Ma non poteva prendersi una di quelle chiavette internet che girano adesso?

– Ma signora, lei lo sa il mestiere che faccio. Io ho bisogno di banda. Devo pubblicare i video. E poi con la chiavetta non posso chiamare la mamma. Lei non usa skype.

– Ma provare in quei posti che ci si connette ad internet?

– Gli internet cafè? Secondo lei io dovrei andare fino ad Islamabad, in un internet cafè, per pubblicare i miei video? Ma lo sa che gente li frequenta? Ormai lì è pieno di immigrati. Europei. Italiani. Vanno lì a chattare, e a guardare i siti pornografici . Poi, come se niente fosse, chiamano i famigliari. Per due spicci. Pezzenti. E dicono che vengono qui a lavorare. A distribuire le linee telefoniche… Tzè.

– In effetti…

– Che poi ho un Piccì strafigo. Non so più quanti mega di memoria e di disco fisso. Ho speso un sacco di soldi, all’Uniarab. C’ho messo su tutti i dati dei miei amici, ordinatissimi. Tutti i miei video masterizzati sui divudì. Tutti i miei appuntamenti nel calendario, anche quelli vecchi: 11 settembre 2001, New York, 11 marzo 2004, Madrid… Volevo perfino iscrivermi a Facebook. Certo, avrei usato un fake, come dicono gli infedeli. Pensavo di registrarmi come Muhammar Gheddafi, quel simpaticone libico, lui mi sembra che sia ben voluto in occidente, non avrebbe dato nell’occhio, no?

– Mah, forse ultimamente ha qualche problema… E va bene, usi pure il telefono.

– Grazie.

Digita il numero.

– Ciao mamma, come stai? … Io bene, tutto bene. Un po’ di casino, come al solito. Sai com’è, due mogli e nove bambini. Il solito trambusto. … Eh, il lavoro ultimamente va un po’ così. Ci sono ‘sti giovani, in giro per il Nord Africa, che vogliono fare di testa loro. … I miei due amori stanno abbastanza bene. Certo, Sharìa sai com’è, da una parola in su comincia a dire che mi vuole cacciare di casa. A volte addirittura uccidermi. Intifada, invece, c’ha le sue cose in questi giorni. E la conosci, quando si incazza comincia a tirare le pietre, quindi ci devo stare un po’ attento… Occhèi mamma, cioè volevo dire, va bene mamma, insomma, tutto come al solito. … Sì, va bene, non me la faccio la barba, lo so che ti piace tanto. … Occ-  cioè, volevo dire, sì, mamma, un bacio, ti voglio bene.

Posa la cornetta.

– Grazie signora, le sono riconoscente. Se non ci fosse lei…

– Ma signor Bin Laden…

– Osama, mi chiami pure Osama. Anzi, dopo tutto questo tempo… Non mi dispiacerebbe che ci dessimo del tu.

– Va bene Osama… – arrossisce. – Diamoci del tu. Puoi chiamarmi pure Mariangela, se ti va.

– Mariangela Zarkawi? Vabbè, lasciamo stare.

– Mi sembri un po’ giù, Osama. Va tutto bene veramente?

– Eh, sai, Mariangela. Non è facile. Certo, qui ad Abbottabad sto bene. Non che nel paese ci sia un granché, a parte il centro commerciale. Però io c’ho le mie cose. La famiglia. Una bella villa, con tutti i comfort. C’ho perfino la Jacuzzi. La ciclette. Il minigolf. A parte il telefono e internet… Però è il lavoro che non va. Non mi caga più nessuno. C’è in giro per il mondo addirittura gente che pensa che io non sia mai esistito…

– Ma tu sei uno importante, Osama! Hai fatto delle cose incredibili, no?

– Beh, sì. Ma è passato tanto tempo ormai. Quasi 10 anni…

– Bei tempi, eh? Ma non ti è mai dispiaciuto aver fatto quello che hai fatto?

– Un po’ sì, a dire il vero. Quei due palazzoni non mi dispiacevano.

– Raccontami qualcosa, dai.

– Ma niente, Mariangela, cosa vuoi che ti dica?

– Non so. Un aneddoto. Una cosa che non sa nessuno.

– Mah, è andato un po’ tutto come si racconta… Ecco, quello che forse non si sa è quanto hanno faticato, Atta e gli altri, ad imparare a pilotare gli aerei. Cercavano sempre di mettere le marce, c’hanno messo un po’ ad abituarsi al fatto che lì in America hanno il cambio automatico dappertutto, anche sugli aerei.

– Che emozioni… Ma ora ti staranno ancora cercando, no? Non hai paura?

– No, Mariangela. Ora è tutto così piatto… E vabbè, ora ti devo ringraziare. E salutare. Devo andare a far la spesa all’Accalunga. C’ho da comprare i pannolini, il cibo per i gatti, e qualche proiettile dei bazooka per le guardie del corpo, che le sprecano cercando di ammazzare i gatti.

– Va bene, Osama. Grazie per la visita. Mi ha fatto piacere…

La signora viene richiamata da rumori e voci fuori dalla sua casa.

– Ma Osama, non senti dei rumori?

– Quali rumori?

La signora sposta la tenda e guarda dalla finestra.

– Ci sono dei signori, a casa tua. Sembra che ti aspettino…

– Non so, non aspetto nessuno. Al Zawahiri deve venire a trovarmi mercoledì prossimo. Oggi starà facendo le sue solite liposuzioni.

Si sentono voci in lontananza.

Geronimo, sei in casa? Geronimoooo!!!

– Che vestiti strani che hanno… Ma certo! Saranno i tecnici del telefono! Finalmente! Ma perché “Geronimo”? Sta a vedere che questi deficienti mi hanno di nuovo sbagliato l’anagrafica…

– E vabbè, Osama. Se hai bisogno, vieni pure da me. Non è un problema, anzi. Mi piace tanto quella tua barba…

Gli fa l’occhiolino, da sotto il burqa.

– Lo vuoi sapere un segreto, Mariangela?

– Dimmi, Osama.

– Me la tingo. Mi faccio apposta questa specie di serpentello brizzolato. Perché alle donne piace tanto.

– Che uomo, Osama… Dai, ora vai. Ché sennò i tecnici se ne vanno. Anche se un po’ mi dispiace. Vieni ancora a trovarmi, se ti va. Anche solo per prendere un caffè.

– Certo che vengo, Mariangela. E mi raccomando: non depilarti.

– Va bene, Osama. Non lo farò.

– Grazie di tutto, Mariangela. Ci vediamo. Presto. Prestissimo.

 

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Preghiera

 

Tre croci

È una giornata afosa e soffocante. Ma è il meno.

Mi costringono a portare questo pezzo di legno sulla schiena, lungo questo scosceso sentiero sabbioso. Ed è solo il prologo. Oggi morirò.

Mentre passo la gente urla, qualcuno lancia dei sassi. Come se non bastassero le frustate che mi hanno dato i soldati romani, ora nuove ferite e contusioni si fanno strada lungo il mio corpo.

Pochi pensieri nella testa, ora. E tanta, umana paura. So cosa mi attende.

I soldati mi buttano a terra. Calci. Pugni. Chissà cosa ci trovano di così divertente ad infierire su un condannato.

Mentre la paura sale, la mente tenta di scappare. Cerca di ripercorrere una vita che si sta rivelando molto intensa, ma anche troppo breve.

Pochi ma fedeli amici veri, che hanno saputo apprezzare atti non consueti, comprendendo e nutrendo la voglia di speranza che stava loro dietro. Molti nemici, presi nelle loro certezze, nelle regole da rispettare, inviolabili. Uno come me, che va contro le regole, questa maggioranza a volte urlante ma il più di frequente silenziosa non può che volerlo ammazzare.

I pensieri vengono spazzati via da un dolore immenso, lancinante. Un corpo estraneo, di un ferro arrugginito ma appuntito, mi si conficca nel polso, facendosi largo a forza tra le ossa dell’articolazione, sostituendosi alla carne e al sangue che mi abbandonano.

È la cosa più intensa che abbia mai sentito. E’ molto, molto più forte dell’urlo che lancio verso il cielo. Molto più acido del misto di lacrime e polvere che mi si riversa lungo le tempie.

Cerco di portare l’attenzione via da questo dolore, ma è impossibile. Almeno così sembra, finché lo stesso, terribile supplizio non viene inflitto all’altro polso.

Pensieri confusi, il pianto a dirotto, inizialmente puro e sincero come quello di un bambino che cade correndo e si sbuccia il ginocchio. Poi ascolto la mia voce diventare inumana e dar forma a latrati che non credevo possibili.

Provo a pensare ai miei cari. A chi mi ha seguito, anche quando sembravo essere odiato da tutti. Penso a quella donna. A quella cosiddetta “disgraziata”, che quel giorno mi ha guardato in quel modo ricolmo d’amore.

Cerco lo sguardo di mia madre, che assiste a questa vergogna dell’umanità. Mi ricambia piangente, disperata ed impotente.

Non è ancora finita. Ecco, ora tocca ai piedi.

È incredibile come il corpo umano possa adeguarsi alla sofferenza. Il chiodo che da solo mi trapassa i piedi quasi non lo sento. O forse è solo che si è guastato qualcosa nel modo in cui circolano le sensazioni dentro di me.

Mi tirano su.

Ora il dolore riprende il suo posto da protagonista. E comincia un gioco perverso. Due forze lottano dentro di me, come belve inferocite.

Da una parte un’energia incredibile cerca la sopravvivenza. Parte dal diaframma, subito compresso ed affaticato, e mi spinge verso l’alto. Mi sembra quasi di avere la forza di un uccello che sta per spiccare il volo.

Dall’altra una stanchezza immensa, ragionevole e sacrosanta. Una voglia incredibile di lasciarsi andare, di aprire quella porta che – ogni momento che passa cresce la certezza – mi condurrà in uno spazio colmo di pace e di serenità.

Passa il tempo. Sono ore, ma sembrano anni. La seconda forza, piano piano, con la pazienza di un antico maestro, prende il sopravvento. La vista si appanna. L’udito si affievolisce. Il dolore si allontana, o meglio, sono io, un nuovo “io” forte e luminoso, che mi allontano sempre più dal dolore.

Con uno sforzo tremendo, do un’ultima occhiata ai due poveracci che stanno subendo con me questa efferata e mortale tortura.

La mia attenzione viene catturata da uno di loro. Una domanda finale, che so precedere la morte, mi sale dentro. È una specie di insana curiosità che, mentre viene a galla, si trasforma in una sorta di preghiera.

Lo vedo che non smette di muovere la bocca e di alzare gli occhi e la testa al cielo, nonostante sia oppresso da quello strano e sanguinoso copricapo fatto di spine. Raccolgo le residue infinitesimali energie e gli pongo la mia domanda.

“Ma si può sapere con chi cazzo è che continui a parlare?”

 

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Parallele

 

Entrò nel solito locale quasi controvoglia.

Non c’era un motivo valido per entrarci. A parte lei. E la cahipirinha che lei preparava.

C’è modo e modo per preparare un cocktail come questo. Lo si può fare svogliatamente, o in maniera esibizionistica, come fanno quasi tutti.

Lei invece ci metteva una gran cura.

Il lime tagliato bene. Lo zucchero di canna, quello giusto. Il pestello.

Lui ci andava solo per questo. Per vederla preparare quel cocktail. Per vedere l’impegno che ci metteva. L’amore che ci metteva.

Sperava che ci fosse lei, al bancone. E così fu. Gliel’ordinò.

Lei era vestita in maniera alternativa e coinvolgente. Un sottile maglioncino con una “V” accentuata lasciava intravedere uno strano top trasparente, che copriva un seno piccolo ma proporzionato. Più sotto, una lunga gonna aperta lasciava intravedere le gambe affusolate. Il viso era limpido, come le altre volte; i capelli acconciati in uno strano modo, che faceva intendere che non si aveva a che fare con una donna qualunque.

Mentre preparava la cahipirinha, un tipo la distrasse, con qualche domanda sicuramente fuori luogo. Lui vide la scena, ovviamente. Mentre lei preparava il cocktail, la osservava con insistenza, ma cercando di farsi notare il meno possibile.

E così, si girò verso il gruppo sul palco, mimando goffamente il ritmo del Purple Haze che riecheggiava nell’aria.

Si sentì toccare le spalle. Era lei. Sorrideva.

“Scusa, mi hanno distratta. Tra poco arriva la tua cahipirinha.

“S-sì, sì”, balbettò lui, sorpreso dal contatto fisico e verbale.

Poco dopo, lei gli porse il bicchiere, corredandolo con un ampio sorriso.

Lui bevve. Il gruppo concluse il pezzo e, inaspettatamente, si congedò dal pubblico.

Lei prese a girare per il locale, alla ricerca di bicchieri vuoti. Lui non poteva fare a meno di osservarla. Si muoveva con insolita leggiadria, svolazzando tra i tavoli, con la sua lunga gonna aperta, e canticchiando il pezzo registrato di Bowie che aveva sostituito l’esibizione live.

Era come uno di quei video musicali con gli effetti speciali. Tutto fermo, tavoli e sedie con colori sbiaditi, e una ragazza in bianco e nero che volteggiava a scatti, sorridendo, quasi ballando.

Lui continuava ad interrogarsi: “La fermo? Le dico qualcosa? Se sì, cosa? Che è bella, anzi bellissima? Che vengo in questo locale solo per vedere lei, rischiando di fare ogni volta la figura dello sfigato che entra da solo, invece di andare a casa a dormire?”

Con un carico immane di bicchieri vuoti, lei gli volteggiò accanto.

Lui prese una boccata d’aria grande, e interrompendone la danza, azzardò: “Ma il concerto è finito? Non suona più nessuno?”

Lei, inaspettatamente, sorrise. Per la terza volta, dopo averlo ragguagliato, qualche minuto prima, sul ritardo nella preparazione del cocktail.

“No, ora c’è il deejay.”

“Ma che fa la gente? Balla?”

“A volte sì. Stasera non so, perché fa caldo. Forse molti staranno fuori, a chiacchierare. Chi lo sa?”, disse stringendosi nelle spalle, che si stagliavano armonicamente al di sopra di una schiena marmorea.

Il suo sorriso lo imbarazzò. Lei fece un cenno gentile, e riprese la tratta dei bicchieri vuoti, tra i tavoli e la lavastoviglie.

Lui era contento, ma sentì che la serata era finita. Imboccò le cannucce colorate per un’ultima volta, aspirò forte ed esaurì il liquido.

Che rimaneva a fare? Tanto lei era troppo bella, per lui. Se le avesse fatto capire quanto lei gli piaceva, poi non avrebbe più avuto la forza di tornare, in quel locale. Meglio non rischiare, tanto un rifiuto era scontato. Meglio dileguarsi nel nulla, come le altre volte.

La guardò ancora una volta, prima di uscire. Ma lei era di spalle.

Salì in macchina, la accese, e sparì verso la normalità.

 

Sono concentrata sul mio lavoro, come sempre. Chi non fa questo mestiere non capisce. Basta un attimo di disattenzione, e perdi il ritmo. E se perdi il ritmo, arriva l’ansia.

Meglio intraprendere un continuum di preparazioni, sorrisi e servizi. Meglio non fermarsi, mai. E’ il modo migliore, per non agitarsi.

Chissà perché stasera, mentre mi tengo impegnata, mi chiedo di lui. Di quello strano tipo, sempre solo, che viene praticamente tutti i sabato sera. E mi guarda. E non mi dispiace, perché mi sembra tranquillo, sincero.

Lo scorso sabato non c’era, e ho cercato di non farci caso.

Eppure ci penso, anche se devo fare attenzione, perché da brava barista quale devo essere, devo dare retta a tutti, e non devo dare retta a nessuno.

Eccolo, è entrato. Faccio finta di niente, ma cerco di essere io quella che lo servo.

Rido dentro di me, senza darlo a vedere. Mi chiede la solita cahipirnha. Dev’essere un gran abitudinario. La qual cosa mi tranquillizza. C’è qualcosa che dà una gran sicurezza, in chi è schiavo delle abitudini.

Uno stronzo mi distrae con domande stupide, mentre gli preparo il cocktail. Cazzo, mi dispiace. Lo vedo una volta alla settimana, e lo voglio trattare bene. Congedo lo stronzo, con grande eleganza. A lui chiedo scusa. Chissà perché. Nel farlo, lo tocco con la mano sulla spalla. Chissà se ci fa caso. Sembra concentrato sul gruppo che suona.

Meglio che mi metta a lavorare, va’. Meglio che raccolga i bicchieri, e che lo faccia con una bella e ritmata cadenza. Mi tiene occupata. Mi fa sembrare bello questo lavoro un po’ monotono, che devi sempre sorridere a questo e a quello, perché ti pagano le consumazioni, e con le consumazioni mi pagano quei pochi euro che prendo.

Lui è appoggiato al bancone.

Non so cosa mi piace, di lui. Sarà quell’aria sorniona.

Sarà che viene sempre, o quasi sempre, e sembra che cerchi di fare in modo che sia io, a servirlo.

Sarà che non è bello ma non è brutto, che non è cattivo ma non è buono, che non sembra superficiale ma mi dà l’impressione di non volermi penetrare con lo sguardo.

Mi carico un bel po’ di bicchieri sul vassoio e mi dirigo verso il bancone. Gli devo passare di fianco. Provo una sensazione piacevole nel pianificarlo.

Oddio, mi ferma. Mi chiede del concerto. Sparo qualcosa sul deejay che deve mettere la musica. Mentre parlo, cerco di rallentare la scena. Lo fisso negli occhi, cerco di entrarci dentro. Cerco di vedere se oltre quegli occhi c’è calore. Sì, c’è. E c’è pace.

Dentro quegli occhi, c’è un divano rosso dell’Ikea, che ci accoglie morbidamente. Ci sono abbracci teneri, e baci appassionati. C’è un letto accogliente, dove ci si può avvinghiare con passione e poi riposare con dolcezza.

Ma sono già oltre, la lavastoviglie ha fame di bicchieri, e io non posso farla aspettare.

La nutro, e poi mi giro.

Lo vedo aprire la porta, e dileguarsi.

Peccato.

Speriamo che ritorni, sabato prossimo.

 

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Non finisco mai niente

Pubblico anche qui il racconto che il signor Silas Flannery ha avuto l’ardire di utilizzare per farci su un post sul suo blog. Spero che piaccia.



Non finisco mai niente

Mi faccio largo tra i respiri estranei, nella calca di un locale scuro che mi sta soffocando. Non la voglio lasciare finire nelle mie orecchie questa terribile You oughta know di Alanis Morrisette. Devo scappare.

Oddio, terribile… Tutto sommato la cantante è decente, fighina nei suoi pantaloni di pelle da rocker dei poveri agita convinta le chiappe e spolvera l’atmosfera usando i capelli lisci corvini con partecipazione. Alcuni musicisti sono adeguati, soprattutto lo scostante batterista.

Ma il bassista no. Non lo posso reggere. Continua a tediare il suo strumento con goffe slappate, usando un pollice slabbrato più della vagina di una pornostar in pensione.

“Ricordi come la facevi bene?”, mi dice un amico immaginario dell’adolescenza, fan sfegatato delle mie performance al basso nel gruppetto emergente del paese.

E così non finisco neanche questa serata, passata in solitaria come sempre ed annegata in un paio di insipidi mojito.

Meglio che vada a casa, a non finire a letto, a cazzeggiare un altro po’ su Facebook.

Taglio con il naso il freddo della via anonima, diretto all’auto parcheggiata malamente sul marciapiede. Sento le spalle pesanti, curve nella solita postura scoliotica; mi viene da drizzarle, e fingere l’andatura di un Fonzie un po’ démodé.

Quand’ecco che la tasca del jeans vibra: “Un SMS a quest’ora?”

Lo estraggo e titillo il display dotato del più moderno touch screen.

È di Elena.

“Elena? Che cazzo vuole?”

Elena è una storia che non ho finito.

Io non finisco mai niente. A volte non comincio neanche.

Ho iniziato presto a non finire le cose.

Non finivo la poppata da mia madre, che passò subito al latte artificiale per non provare più dolore al seno non succhiato a dovere.

Alle elementari non finivo mai i temi. Non ne avevo voglia. Ma riuscivo a non farmi scoprire.

Cioè. Io avrei potuto scrivere molto di più, ma non lo facevo. Scrivevo quel che mi bastava per portare a casa un otto o un nove. Tanto cos’avrei preso se avessi scritto tutto? Venticinque? Oltre al dieci non si andava.

Più avanti ho continuato a coltivare ed affinare quest’arte. Per esempio, non ho finito l’adolescenza, passata ad essere spettatore delle avventure dei miei amichetti.

Non ho finito l’università. Mi sono messo a fare diversi lavori. Ovviamente non finendone nessuno.

E nonostante tutto, qualcuno ad un certo punto mi ha fatto dirigente. Sì, perché sono sempre stato molto bravo a far finire le cose agli altri. La chiamano leadership. Contenti loro.

Elena l’ho conosciuta lavorando. Una donna solida, non bella nel senso occidentale del termine, ma trainante, feroce e luminosa. Una donna in 3D.

Me ne sono innamorato, ma non completamente. È ovvio.

Lei aveva un debole per gli uomini di potere. Sapevo che se ne era passati un certo numero, in azienda.

Io non ero all’altezza. Ero bravo, ma la conquista del potere non era una cosa che intendevo finalizzare.

Quando ha capito che mi piaceva, ha cominciato a sventolarmela in faccia, ma non me l’ha mai mollata. Si è sempre ritirata al momento giusto. La situazione perfetta per me, che non volevo finire come tutti gli altri: a letto.

Abbiamo pericolosamente incrociato i flussi delle nostre lingue un paio di volte: questo è il massimo brivido che ci siamo concessi.

Alla fine mi sono stufato di questa non-storia. Così ho fatto in modo di lasciarla in sospeso, senza finirla del tutto. Semplicemente non l’ho più cercata.

Lei si è messa con Gianni, un uomo di potere. Presunto potere, perché in realtà questo pseud-uomo non vale una cicca. Si è illusa talmente tanto che questo raccomandato abbia un senso nel disegno divino, che ci ha pure fatto una bambina.

“Beviamo una cosa insieme?”, dice il messaggino. Sembra l’invito della scopamica che vedi una volta a settimana. Invece è quasi un anno che non ho interazioni con lei.

“Che cazzo ti ha preso? Ma vaffanculo!”, è la risposta che il mio lato istintivo vorrebbe scriverle. Ma alcune sovrastrutture psichiche hanno il sopravvento. E la risposta che invio è “Dove sei?”

“Sono al Byron. Ma forse è meglio che non ci vediamo”, risponde con un delay quasi nullo, da chat.

“Cogliona, stavolta ti frego”. Il Byron è a cento metri da dove mi trovo.

Ricordo come faceva. Poteva tenermi per ore a supplicarla di incontrarci, e alla fine bucarmi.

Entro. Scandaglio. Individuo. Mi spoglio del giubbotto démodé. Mi siedo.

Parliamo. Gianni l’ha già stufata. La bimba, Azzurra, si è già trasformata in una piacevole zavorra. Ha bisogno di un coglione con cui sfogarsi. Io le sembro perfetto per lo scopo.

Offro io. Usciamo. Passeggiamo nella foschia che sembra portarci al finale di Casablanca. Le nostre spalle si sfiorano, con i corpi che ondeggiano più del dovuto, come per avvicinarsi. C’è voglia di contatto. Di lingua. Di saliva che scende dalle labbra. Di mani che scendono sul seno. Di sangue che gonfia i genitali.

Siamo alla sua macchina. Ci guardiamo. Lei ha un fumetto esplicito e rosso negli occhi verdi che dice “baciami, lascia che ti faccia capire come faccio i pompini usando la tua lingua”.

Sembra proprio la volta buona che si fa sul serio. Che si scopa. Addirittura.

Ma qualcosa mi ferma. Un improvviso, inaspettato, moto d’orgoglio.

Questo è ciò che scorre come un lampo nelle mie sinapsi: “Fottiti. T’ho annusato il posteriore per mesi, e tu sei sempre andata a pisciare altrove. Ora sei qui per usarmi, per colmare il vuoto di una sera. Fanculo, cagna”.

“Io vado, Elena. Buonanotte”. Lei rimane di pietra. Non riesce neanche a voltarsi per aprire l’auto.

Mi giro senza neanche darle il bacino di rito e mi avvio. Non mi volterei neanche se fossi Orfeo e alle mie spalle ci fosse Euridice.

Salgo in macchina, e porto attenzione agli addominali. Sono contratti ma, mentre li ascolto, si sciolgono.

Sorrido. Poi rido. Rido forte. Sempre più forte. Finché il riso si trasforma in un urlo.

“AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHH!!!”

Piango di gioia. Accendo l’auto e vado, con Mr. Cab Driver di Lenny Kravitz a tutto volume che mi pompa ancor di più il sangue nei ventricoli.

Faccio circa duecento metri, quando mi sembra di notare che una macchina mi segue. I suoi fari rimangono fissi nello specchietto retrovisore, mentre le luci dei lampioni sfuggono come un sciame di stelle cadenti.

Arrivo a casa. L’altra macchina si accosta un po’ più in là, ma è vicina. Non è quella di Elena. Anche questo è un BMW, ma è grigio chiaro metallizzato, mentre quello di Elena è canna di fucile.

Scendo e infilo il porticato che mi conduce all’atrio del condominio. Sento una presenza dietro di me.

Mi giro. È un uomo. Mi punta con degli occhi infuocati. Alza un braccio, come se fosse un Big Jim cui un bambino ha schiacciato la schiena. Un oggetto metallico scintilla all’estremità dell’arto.

L’uomo urla: “Devi stare lontano da lei! IO TI AMMAZZO!!!”

È Gianni. La nullità con potere mi sta seguendo con una pistola.

Dovrei chiedermi come diavolo è possibile che lui sia lì. Ci siamo parlati un paio di volte. Lei gli avrà parlato del fatto che io le stavo dietro. Chissà che film si è fatto. Avranno litigato, lui avrà pensato che io e lei abbiamo una tresca. Boh?

Ma non c’è tempo per fare l’esegesi di un omicidio passionale in fieri.

Corro. Scatto come una gazzella. Ansimo e in un istante mi butto a destra dietro un angolo di muro. Proprio mentre un rumore di fuoco d’artificio esplode alle mie spalle. Sento un calore che sibila alla sinistra della testa.

Sono al riparo, per ora. Incolume. Incredibilmente calmo. Lucido.

E dire che io una pistola vera non l’ho mai vista. Uno sparo vero non l’ho mai sentito. Per me sono cose da scene di film irreali, visti al cinema o in tivù.

Sento il suo respiro rotto che si avvicina. Potrei proseguire la mia fuga, in direzione del prossimo spigolo dell’edificio, ma una forza misteriosa mi ferma. So che lui pensa che io stia scappando.

Ho le spalle al muro, la schiena è ferma e pronta all’azione. D’acciaio liquido.

Spunta l’arma e poi il braccio e poi la spalla e poi il naso. In una frazione di secondo, gli afferro il polso destro con la mano sinistra per disinnescare l’arma, contraggo la mano destra in un pugno di pietra, e glielo scaglio sul volto.

Sento le ossa sue e le mie che impattano. Ma le mie sono le nocche e il metacarpo, le sue sono quelle dello zigomo sinistro.

Cade a terra. Gli prendo l’arma. È in mio potere. Mi guarda negli occhi e capisco cos’è il panico, quello che io poco prima, miracolosamente, non ho sentito.

Ora so di poter fare l’eroe. Il buono. Posso sfoderare il cellulare dalla tasca, chiamare la polizia, ed assicurare questo guscio vuoto di essere umano alla cosiddetta giustizia.

Posso urlargli contro qualunque insulto. Nonostante il rumore dello sparo, so che non ci vede e non ci sente nessuno.

E invece di nuovo una strana forza si impossessa di me. Cristallina, autorevole, presente. Mentre non una parola fluisce tra noi due.

Appoggio la fine della canna fra le sue sopracciglia e premo il grilletto.

La testa di Gianni esplode. Mi arrivano in faccia spruzzi caldi di sangue e cervello. Un frammento d’osso mi taglia vicino all’occhio.

Respiro. Mi alzo. Mi gonfio di potere. Mi sembra che la realtà intorno si deformi, come nel finale di Matrix, quando Neo capisce di essere davvero Neo.

Sposto il piede destro lentamente. Poi l’altro, con un po’ più di velocità. Cammino. Mi infilo nell’atrio, spostando il portone quasi con la sola forza dello sguardo.

Prendo atto che ho una pistola in mano, e sono coperto di sangue come un bambino appena uscito dall’utero della madre.

Ed ecco, un pensiero che affiora. Mi rendo conto, mentre lo produco, che è il primo, da qualche minuto a questa parte, dopo un’incredibile apnea cerebrale.

“Beh, almeno per una volta una cosa l’ho finita”.


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