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bambola

 

“Allah è grande, uccidiamo tutti gli infedeli”

“Musulmani bastardi, terroristi islamici, dovete morire”

“l’Islam moderato condanna il terrorismo”

“Sono diversi da noi, sono arretrati, non possiamo convivere”

“Era un musulmano ma era un francese”

“Non possiamo cadere nel tranello della paura, dobbiamo mantenere i nostri valori di civiltà, democrazia e libertà”

“L’ultrà fascista ha ucciso l’uomo di colore, scappato dai terroristi di Boko Haram, massacrandolo di botte”

“L’italiano ha sbagliato a dare della scimmia africana alla donna, ma alla fin fine si è solo difeso dal negro”

“L’ennesimo femminicidio compiuto dal maschio sessista che vede la donna come un oggetto”

“L’uomo è stato preso da un raptus di follia perché è stato lasciato dalla sua donna”

Mi immagino aquila che vola a media quota su questo pianeta. Molli vacche pascolano, operose api sciamano, affamati predatori si nascondono tendendo agguati al loro possibile pasto. La residua vegetazione spontanea fluttua nello spazio che le rimane, mentre quella curata dagli umani cresce con pulsare geometrico. Una fresca brezza spazza un bosco, la pioggia battente sciacqua una montagna, il sole impietoso riscalda un deserto. L’oceano sciaborda incessante, agitato da un satellite argenteo, dal vento e da se stesso.

Quand’è già notte, mi affaccio su quella gli umani chiamano città. Un agglomerato di costruzioni pietrose regolari, nastri asciutti su cui scorrono i loro mai domi mezzi di trasporto metallici, sospinti da liquidi minerali ricavati dal terreno. Le “case”, come le chiamano loro, occupano lo spazio finché il mare lo consente. Sul nastro grande, parallelo al limitare dell’acqua, molti primati vestiti si agitano festosi, dopo aver ammirato le loro emulazioni dei fulmini.

Una delle loro scatole ferrose, più grande delle altre, si fa largo tra gli umani. Li falcia come fanno altre grandi macchine con le messi di grano da loro coltivate. Esplosioni simili a piccoli tuoni si moltiplicano. I loro versi, che solitamente sembrano avere costrutto, senso, schema, diventano ululati lancinanti, simili a quelli della preda abbandonata al branco di leonesse. Suoni assordanti e luci blu cercano di far largo ad altri mezzi, tra gli umani feriti. La scatola grande si ferma. Dentro un solo primate, quasi privo di peli come i suoi simili, e totalmente privo di vita, come tanti altri su quella striscia grigia d’asfalto e rossa di sangue.

Mi allontano, facendomi scorrere forte l’aria addosso.

Ritorno in me, essere umano. Mi chiedo il senso. Mi guardo dentro. Ascolto e leggo fuori. Parole. Etichette.

Di circostanza, di rabbia, di paura, di vendetta. Ma, in fondo, tutte con la medesima struttura.

“Tizio, che è così e cosà, ha ucciso Caio, che è questo e quell’altro”

Vedo i germi, sempre più espliciti, dei pensieri che portano a compiere certi atti, nelle frasi di chi li vorrebbe evitare.

“Ne uccide più la parola che la spada”, mi viene in mente. Già, perché la spada, di per sé, è solo un pezzo di metallo affilato. Per renderla arma ci vuole il braccio che la brandisce, e per guidare il braccio ci vuole il pensiero, la parola, l’etichetta.

Così e cosà, questo e quello. Nero e bianco. Cristiano, musulmano, buddista, ateo. Russo e americano. Uomo e donna. Mio, mia. Io. Dio”

La parola rende la spada arma. Non è la spada che uccide, è la parola, il sostantivo, l’aggettivo, l’etichetta. La parola vince la naturale difficoltà che avremmo a compiere certe azioni. Essa prevarica la dolorosa empatia che in chiunque avviene nel vedere un suo simile soffrire e perdere la vita.

“Perché se tizio è così, allora può morire. Perché se caio è cosà, allora lo posso ammazzare”

Non ho soluzioni. Ho solo una sensazione: che l’unica possibilità che abbiamo per fermare tutto questo è recuperare la nostra capacità di provare il dolore, di tornare a vivere fino in fondo il basico e silenzioso orrore generato dal vedere esseri umani morti per mano di altri esseri umani.

 

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La Normale Famiglia

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Quella di Nazareth non era una famiglia finta, irreale. Maria, la mamma cucinava, faceva tutte le cose della casa, stirava le camicie, Giuseppe, il papà faceva il falegname, insegnava al figlio a lavorare. Gesù viene come un figlio di famiglia. Non nasce in una grande città come Roma, ma in una periferia piuttosto malfamata, Nazareth. È un Dio sottomesso. Ha perso 30 anni lì, in quella periferia malfamata. Non ha fatto guarigioni o altri prodigi in quegli anni. Quello che era importante lì era la famiglia, ma non è stato tempo sprecato: erano grandi santi, Maria Immacolata e Giuseppe. E Gesù mai in quel tempo si è scoraggiato.

In molti si sono scagliati contro questo bellissimo discorso del nostro amato Papa innovatore, Francesco, accusandolo di significati sessisti e retrogradi. In particolare sulla Madonna, che sarebbe stata da lui stereotipata come una mera casalinga, nazarena anziché vogherese, ma pur sempre dedita a servire marito e figlio e alle cosiddette faccende. E il bello è che queste critiche, anche feroci, arrivano da persone che si definiscono moderne e progressiste. Davvero intristisce che proprio costoro non colgano la portata rivoluzionaria del nostro Pontefice: ancora una volta non è affatto difficile riscontrarla.

Chiariamoci: forse per qualcuno è necessario andare oltre all’apparenza, alla superficie, arricchire il narrato. Ci vorrebbero un paio di serate con l’eccelso divulgatore, il maestro Benigni, ma certi budget non si trovano tutti i giorni. Dunque, mi permetto di aggiungere io qualche elemento, gratuitamente: chissà che non riesca a dare il mio umile – ma mai quanto quello del Papa: lui è il più umile di tutti – contributo.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che stiamo parlando di una famiglia di oltre duemila anni fa. Una famiglia normale e nel contempo fuori dal comune, visti i componenti. Non usiamo i paraocchi, allora: è del tutto ragionevole pensare che dei due genitori l’uomo si dedicasse a guadagnare il pane, cibo di cui peraltro il figlio andava matto. Lo offriva spesso anche ai vicini, accompagnando il gesto con frasi che allora parevano leggermente sconclusionate, facendoli addirittura sentire cannibali: solo più tardi ne avremmo tutti compreso il profondo significato. Perché l’abbiamo compreso, vero?

Questo padre (‘padre’ in effetti è una parola grossa), Giuseppe, era davvero uno che definirlo “santo” come fa Francesco è poco, mi si consenta. Fu il primo uomo della storia ad avere a che fare con l’eterologa, senza peraltro averla richiesta; caso che fu anche l’unico a essere autorizzato da quell’altro Padre, quello con la maiuscola, anche perché fu Egli a metterla in pratica. Fu anche la prima volta in cui una fecondazione non convenzionale veniva documentata con una certa affidabilità. Certo è che scegliere come tramite un piccione bianco superava l’immaginazione avuta dal collega Zeus con la sua pioggia d’oro, o quando fece nascere la figlia Atena da un’apertura del proprio cranio. Che poi non mi sono mai spiegato dove abbia preso Gesù l’altra metà dei cromosomi, quelli non forniti dall’ovulo di Maria… ma non divaghiamo.

Il fatto che Giuseppe e Maria non ebbero mai figli tutti loro ci fa forse ipotizzare che il primo fosse sterile. O impotente. O entrambe le cose. Sicuramente era molto più vecchio della moglie. Forse lei non volle mai dargliela, volle rimanere fedele al Padre naturale (‘naturale’ in effetti è una parola grossa) di suo figlio; forse volle restare per sempre ‘Immacolata’, come dice Francesco, per quanto risulti ostica tale definizione in seguito a un parto. Nonostante tutto, comunque, Giuseppe si faceva un culo così dalla mattina alla sera, non v’è dubbio. Perché la periferia chiamata Nazareth non era affatto un posto facile, altro che Tor Sapienza o Quarto Oggiaro.

Come se non bastasse la durezza del suo lavoro, doveva sopportare quel figlio non suo, che – come ci ricorda il Papa – non era ancora dedito a prodigi e miracoli, ma imparava piano piano a gestire e controllare i suoi poteri: camminava sulle pozzanghere senza bagnarsi i piedi, trasformava l’acqua in Coca Cola, faceva risorgere le lucertole, strabiliando gli amichetti che fino ad allora si erano limitati a strappar loro le code e vederle ricrescere, e alle volte di notte diventava fosforescente, specie poco prima che il gallo cantasse tre volte, chissà perché.

Dunque, è del tutto legittimo affermare che Maria badasse alle cose di casa, senza tirare in ballo alcun maschilismo di sorta. Io me la vedo, giovane e un po’ inesperta, stirare le camicie come dice gioiosamente Francesco: nella nostra ricostruzione, lei usa un asse da stiro speciale, predisposto dal marito sulla base di un insolito progetto del figlio (“Vedrete, un giorno questo aggeggio sarà in tutte le case, in tutte le scuole, in tutti i templi, in ogni luogo pubblico”), costituito da un ceppo di legno lungo e un altro di dimensioni minori ad esso fissato ortogonalmente. Maria, come le aveva amorevolmente consigliato il figlio, stendeva sui ‘bracci’ più corti le maniche delle camicie, fermandole con dei chiodi per evitare che si spostassero; lo stesso faceva con i jeans di Gesù, incrociando e puntandone le estremità al fondo del legno maggiore. Solo, Maria era un po’ imprecisa, come abbiamo già detto. Avete presente quel lenzuolo nel quale un giorno Gesù si sarebbe fatto il primo selfie della storia? Beh, tutte quelle toppe che si vedono aveva dovuto metterle lei. Fateci caso: sembrano i postumi di bruciature tipiche della casalinga sbadata che si ferma qualche minuto a fumare una sigaretta, hanno la forma di un ferro da stiro.

SINDONE

E Gesù, che dire di lui? Non avete idea di cosa non gli facessero i bulletti di quel postaccio che era Nazareth, a scuola! Oltre ad avere quel volto angelico e quel po’ di barbetta bionda già dalle elementari, era considerato un secchione: sapeva tutta la Bibbia a memoria ed era arrivato addirittura a discuterne con i vecchi babbioni del tempio, definendola oltraggiosamente ‘Antico Testamento’ (“E il nuovo dov’è, eh?”) e mettendoli in crisi. Solo in matematica non andava benissimo: finché si trattava di aggiungere o moltiplicare, nessun problema, ma sottrazioni e divisioni proprio non gli andavano giù.

La sua salvezza con i compagni bricconi era quella curiosa caratteristica della pelle, che pareva come cosparsa d’olio o di una qualche sostanza grassa: i suoi aguzzini non riuscivano ad abbrancarlo, lui riusciva sempre a sgusciare via. “Ringrazia il Signore che ti ha fatto così, Unto!”, gli urlavano mentre scappava verso casa. Già, che nomignolo gli avevano dato. Anche se a lui, che sapeva di greco, tradotto in quella lingua non dispiaceva affatto. Ai suoi, così preoccupati per le angherie che subiva di continuo e per l’estrema solitudine che ne derivava, ripeteva di stare tranquilli, di perdonare quei ragazzini perché non sapevano quello che facevano, e che un giorno di amici ne avrebbe tanti, tantissimi: addirittura dodici.

Ora, avendo tutti questi particolari aggiuntivi, sono certo che darete ragione a Francesco, se mai aveste avuto dubbi. Sicuramente riuscite a immaginarveli tutti insieme, per esempio la sera, in salotto: Giuseppe a dare le ultime piallate, Maria a rammendare le camicie del figlioletto, sempre bizzarramente lacerate a livello del costato, Gesù a giocare alla battaglia dei soldatini romani istigati dagli ebrei cattivi; oppure con quello che allora i genitori credevano fosse il suo amico immaginario, Giuda, a quell’altro gioco che a quest’ultimo sembrava non piacere un granché: l’impiccato. Una famiglia felice, completa. Una famiglia straordinariamente ordinaria.

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Io me li figuro in particolare la sera del compleanno di Gesù. Ci si scambiava sempre dei bellissimi doni, poveri ma fatti con il cuore. Anzi, fatti da Giuseppe, ché se ci si fosse messa Maria avrebbe combinato solo casino. Ed era proprio Giuseppe a portarli; conciandosi, su richiesta del figlio (‘figlio’ in effetti è una parola grossa), in quel modo inconsueto: con una finta barba bianca, in ricordo del vero Padre, nascosto chissà dove.

Giuseppe faceva tutto ciò con grande affetto. Solo una volta in cui Gesù, per farsi qualche amico, aveva provato a invitare tutta la scolaresca per una festicciola (“Dai mamma, dai pa… Giuseppe, lasciate che i pargoli vengano a me!”) e lui aveva dovuto costruire giocattoli per tutti e perfino imbacuccarsi tutto di rosso, aveva sbottato con una frase che non viene riportata in nessun testo sacro, eppure s’è tramandata fino ai giorni nostri.

“E chi sono io, Babbo Natale?”

 

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Prugna non deve morire (o forse sì)

Prugna Dark

Post scritto da me medesimo all’interno di una discussione a proposito della chiusura della pagina “Prugna Dark”, effettuata da Facebook, su Facebook e in Facebook (sempre sia lodata). Per comprendere il contesto e conoscere i dettagli, vi invito a cliccare qui (vale a dire dove c’è scritto “qui”)(il primo “qui”, eh, non il secondo né il terzo).

 

Hell,

permettimi di darti un consiglio, dall’alto della mia pluriennale esperienza (c’è contemporaneamente autoironia e verità, in questa cosa), se hai intenti bellicosi a proposito di questa vicenda della Prugna Dark.

Lascia perdere.

Te lo dice uno che ha al suo attivo decine e decine di storiche (eh?) guerre e battaglie, contando solo quelle in questa vita, e fra queste solo quelle nella “satira”, e non ha ancora finito di combattere. Ripeto: lascia stare, soprattutto se è la prima che ti capita nel campo della “satira”.

È inutile, non serve a un cazzo. Ed è logorante. Ché poi magari ti ritrovi, come me, a quarantacinque anni suonati, quando cominci a sentire che i neuroni perdono qualche colpo, a non riuscire a dormire per scrivere presumibilmente inutili post su Facebook alle 5 e mezza del mattino, a litigare con i tuoi amici, a farti il sangue cattivo e roderti il fegato, a fumare troppe sigarette, e altre cose estremamente dannose per la salute.

Questa satira (tolgo le virgolette, d’ora in poi, perché è faticoso metterle ogni volta, ma fa’ come se ci fossero) non merita guerre e battaglie, semplicemente perché non esiste. Ed è una fortuna enorme, che non esista. Perché è l’unico modo possibile per ottenere il risultato che non abbia limiti, come tutti noi cosiddetti autori vorremmo.

– Caro autore, cos’è per lei la satira?
– Boh?

Ecco, questa è l’unica definizione sensata della satira. Perché tutti i problemi sorgono da quando tenti di darne una definizione.

Osserva il significato profondo della parola “definizione”: implica, di per sé, limitare. È normale: è la mente umana che funziona così. Quando cerca di comprendere un fenomeno, un qualsiasi fenomeno, come prima cosa DEVE definire un perimetro. E va benissimo! Perché senza questo portentoso meccanismo non saremmo qui, ora, a discutere su quest’aggeggio chiamato internet.

È il suo modo, suo della mente, di interpretare la realtà, che però è destinata, sempre, a sfuggirle. Perché la realtà, come la satira, è illimitata. C’è e non c’è. È intrinsecamente paradossale. E dietro la mente – hanno ragione autori satirici ben più famosi di noi, che si sono dati nickname fantasiosi quali Buddha, Cristo, Osho, e tanti altri – c’è qualcos’altro. Anzi, questo qualcos’altro la include, e include tutto quanto.

Prugna Dark non merita le tue battaglie, semplicemente perché non esiste neanche lei. Non esisteva già prima, quando secondo te, secondo me, secondo tutti quelli che c’hanno avuto a che fare, c’era. L’unica cosa che esiste sei tu. Tu, qualunque cosa sia questo “Tu”, sei l’unica cosa da proteggere.

E la cosa migliore che puoi fare per proteggerti, ancora paradossalmente, è arrenderti. Che non significa lasciarti soggiogare, tutt’altro. Significa accettare di essere bannato, incarcerato, avvelenato, crocifisso, ma mantenendo sempre la tua integrità. Sei fuori da Facebook, Da Spinoza, da Umore Maligno, da Lercio, o quel che vuoi, sei in carcere, ti stai ammalando, stai morendo, ma sei sempre tu, lo stesso che scriveva minchiate su Prugna Dark.

Solo così, arrendendoti totalmente, ineluttabilmente, ti apparirà l’evidenza, ciò che tu stesso ti nascondevi con imbarazzanti fette di prosciutto su qualunque organo sensoriale. E questa evidenza, questa verità, è che non c’è assolutamente nulla da cambiare, che va tutto benissimo così com’è, che questa realtà, sia nei suoi dettagli, nei suoi processi, momento per momento, sia nella sua inafferrabile e universale interezza, è perfetta.

Sarà solo in quel momento, quando ti sarai interamente rilassato in questa bellezza, che le cose che non ti piacevano (e che non ti piaceranno ancora, eh, perché tu sarai rimasto te stesso, nel frattempo) cominceranno a cambiare, a mettersi a posto, da sole, a volte esattamente come le volevi, altre volte diversamente e ancora meglio di come te le saresti mai immaginate.

Dunque prova, se ti va, a recitare questo mantra, e vedi cosa succede:

Ciao Prugna Dark <3

Un abbraccio.

Alex.

 

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Insegna agli angeli a…

Trovata tramite google

Un grande cancello dorato gli si staglia davanti, rompendo armonicamente uno sfondo di un azzurro quasi irreale, costellato di formazioni di vapore acqueo perfette come in un quadro di Michelangelo. Meglio della migliore iconografia hollywoodiana. Non ha tempo di stupirsi, perché le porte si aprono con un sottofondo d’arpa. “Dio mio, chissà che olio usano per lubrificare questi cardini…”, pensa fra sé il nuovo arrivato.

– Usiamo  il crisma, ovviamente…

lo interrompe una voce profonda e confortevole.

– … e per favore, non pensare “Dio mio”, potrebbe anche prendersela.

– Oh, sì, scusa sai, sono appena arrivato e… Ma tu sei…

– Il mio nome è Peter, Saint Peter. Ben arrivato, Nelson.  Finalmente. Non ci contavamo quasi più. C’hai fatto preparare la stanza quattro volte, quest’anno…

Sorride, che bello, è pure spiritoso! Quando si è presentato ha fatto perfino il gesto della spia più famosa del mondo, puntandogli l’indice come fosse una pistola!

– Vieni, entra. Ti mostro il Paradiso.

Nelson viene abbagliato da una sorta di Eldorado mitologico, un arruffarsi di costruzioni auree che si compongono una sull’altra, fino a sembrare un’enorme chiesa gotica e contemporaneamente fantascientifica, in cui mancano solo le astronavine che volano qui e là. Aguzzando la vista, però, nota puntini bianchi che si volteggiano e… sì! Sono anime umane!

– È fantastico! Altro che Johannesburg! Voglio andarci subi…

La mano compassionevolmente solida del Santo lo trattiene per il braccio sinistro.

– Aspetta, Nelson, non correre… Ci potrai andar dopo, a Paradise City. Ora ti mostro dove starai tu.

– Cioè? Io non starò là?

– Ehm, no. Nelson. Il tuo posto è quello.

Il dito enorme del Sacro Custode distrae la mira di Nelson dalla splendente Città e lentamente si sposta a sinistra, fino a mostrare un rialzarsi di formazioni più tendenti al marrone sullo sfondo verde scintillante. Non che faccia una brutta impressione, osservandolo più attentamente, ma in confronto a ciò che ha di fianco…

– Ma Peter, cosa vuoi dire? È là che si abita? A cosa serve la City? Tipo agli affari? Oppure forse… Scusa, ho capito. Immagino sia tutta per Lui, per i Santi e per gli Angeli. Vero?

– No, Nelson, non è proprio così. Vedi, anche a Paradise City si abita. E ci sono anche altre città. È che lui sa che ogni tipo di uomo ha bisogno del luogo più adatto in cui vivere, ed ecco… quello è il luogo per quelli come te.

– Cioè?

– Dai, hai capito. Quelli colorati, con la pelle scura. Sai bene cosa intendo.

– Ma… sono basito.

– Tranquillo, Nelson: succede a tutti, appena arrivati. Ma ti renderai presto conto che è meglio così. Vedrai, ti troverai bene, ci sono tutti: Martin Luther King, Michael Jackson ritornato nero…

– Ma che Paradiso è questo, scusa? Uno si batte tutta la vita per la libertà, passa gli anni in galera, subisce umiliazioni di ogni genere, e quando muore arriva qui, a subire la stessa solfa? Ma stiamo scherzando?

– Ehi, Nelson! Calmino, dai!

– Spiegami, allora. Sono tutt’orecchi.

Il Santo sorride benevolmente, stridendo col crescente nervosismo del nuovo ospite.

– Nelson, questo è il Paradiso così come sostanzialmente lo descrive, o lo lascia intendere, il Cattolicesimo sulla Terra. Lui ci ha lasciato il libero arbitrio – anche se fino a un certo punto, eh, ché di noi uomini birbantelli mica ci si può fidare! -, ma vi ha sempre dato dei chiari segnali per portarvi sulla Retta Via. Non è un caso che il Cattolicesimo sia la religione più importante, nonostante ce ne siano a centinaia. Lo abbiamo impiantato stabilmente da millenni, e sai come ci si è messo direttamente il Figlio del Principale, altro che ventisette anni di carcere! E Lui, seppur con il bene che vuole a tutti, ha sempre prediletto quelli più palliducci, che infatti ha lasciato prosperare e dominare tutte le terre, avanzare nella civiltà, nella cultura e nella tecnologia. È esattamente come un padre che ha tanti figli: l’amore è per tutti, ma c’è pur sempre un prediletto. Certo, siamo tutti belli e tutti uguali, ma qualcuno più bello e più uguale degli altri ci vuole sempre. That’s evolution, baby. Del resto, voi siete stati i primi arrivati. Voi siete l’anello di congiunzione.

– Ma cosa dici?! Gesù mica era bianco! È nato in Palestina! Ce l’hai presente Arafat? Ti pare ariano?

– No no, Gesù era bianchissimo. Per quello i Romani si sono spaventati davvero, quando andava a dire che era il Re dei Re. E poi doveva per forza farlo nascere lì, era l’unico posto dove c’era gente che credeva in un solo Dio, mica poteva nascere a Roma o ad Atene dove ancora idolatravano dei buffoni con le corone d’alloro. A Roma ci si è arrivati per gradi, e poi ci si è stabiliti con forza. Dopo un po’ abbiamo dovuto mollare un po’ la corda, ma il nostro Agente è sempre là, saldo, in contatto diretto col Capo. Certo, non è facile. Siete davvero ingestibili. Abbiamo provato a indicarvi la strada col sommo teologo, quello che vi spiegava la verità assoluta. Vi bastava dargli retta, ma voi niente. E così s’è stufato e ha mandato una raccomandata. Ora stiamo provando col bonaccione,  il buono, il sorprendente: se non funziona neanche questo, mi sa che stavolta Lui si incazzerà di brutto…

– Oddio…

-Dai, ti prego. Non abusare della sua pazienza. Ricordati che Lui è estremamente benevolo, ma non è uno sprovveduto. E quando perde la pazienza… Dai, l’hai visto anche tu, sulla Terra, come si sfoga.

– Okay, scusa. Però tu hai usato il verbo incazzarsi…

– Io posso. Cioè, Lui me lo concede. Mi sono fatto  crocifiggere a testa in giù, io, ricordi? Comunque, sta’ tranquillo. Non è apartheid, ci tengo a chiarirlo. Lui non è razzista, però…

– … questa frase l’ho già sentita da qualche parte.

– Non interrompermi. Dicevo: Lui non è razzista, però è meglio che ognuno stia al posto suo. Fìdati, vedrai che non te ne pentirai.

– Vabbè…

– Peter! Peter!

Si sente una terza voce giungere dalla Città dorata. È un buffo paggetto, biondino con alucce candide dietro la schiena, tutto nudo col pistolino piccolo, che corre agitando una roba che sembra un iPad. Ha la voce stridula e un po’ antipatica, e una pronunciata erre moscia. Insomma, ricorda parecchio Gianni Cuperlo.

– Dimmi, Hahaiah, che succede?

– Hahaiah? Che caz… cioè volevo dire che raz… no, che diav… oh santo cielo! Che nome è?!

– Peter, abbiamo scoperto una cosa. C’è stato un problema nell’archivio centrale e c’eravamo persi un po’ di dati. Ma poco fa hanno ripristinato il backup. Si tratta di una faccenda un po’ imbarazzante. Sul tizio lì, che ti sta di fianco.

– Cioè?

– Beh, sai che è stato in galera, vero?

– Sì, ma ingiustamente. Gli amici sudafricani stavano un po’ esagerando con il trattare i colorati e…

– Eh, però lui incitava alla lotta armata. Ha ammesso la propria colpevolezza per dei reati gravi. Pensa che dal carcere diceva: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”. E una notte ha pure sognato di fare sesso con Barbra Streisand.

– Nuoooo!

Nelson abbassa lo sguardo, imbarazzato.

– Nelson, se è così, però, non va affatto bene.

– Eh? Cosa intendi?

– Vedi, hai commesso dei reati gravissimi, e li hai pure ammessi. Non è così che si fa. Ahi ahi ahi…

– Ma io mi sono pentito! Ho passato ventisette anni in carcere! Ho scontato la mia pena, e anche di più! E poi ho scritto poesie, libri, ho aiutato il prossimo… Sono stato pure un gran Presidente! Hanno fatto delle bellissime canzoni su di me… Gli U2! I Simple Minds! Quello lì che si chiama pure come te e di cui ora mi sfugge il cognome! Elio, anche Elio mi ha citato! Hanno fatto un film su di me che poi l’attore ha impersonato pure Dio!

– Che schifo, quel film, brividi… Comunque non basta, mi dispiace.

– Ma come?!

– Beh, il Boss è uno che le cose se le attacca all’orecchio. E poi qui manteniamo delle regole ferree. A noi non interessa la responsabilità, quello che conta è la colpa. Sai che differenza c’è? La responsabilità, per quanto riguarda le azioni negative compiute nel passato, ha un termine nel tempo. Nella sua forma più dura, è una pena, ma in genere finisce, magari con la morte. La colpa, invece, è eterna. Ed è uno strumento formidabile, per tenervi soggiogati. Se non ci fosse la colpa, fareste di testa vostra, e chissà che casini combinereste… Forse no, chi lo sa, ma Egli non vuole rischiare. Del resto, Dio non gioca a dadi, perché con voi si diverte già un sacco.

– Oh cazzo…

– Okay, puoi dire quel che vuoi. Anche bestemmiare. Tanto, ormai… Lucy! LUUUUUCYYYYYY!!!

– No, ti prego. Fatemi ritornare indietro. Rimettetemi sulla poltrona, con il cannetto nel naso. Con il Giornale in mano e Paris Hilton di fianco che spara cazzate. Anche con quel toscanaccio di merda che mi tiene la mano, se volete. Ma santa gazzella, free un corno…

Poveretto

 

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È colpa sua

Da quando è successa la tragedia di Lampedusa, “vergogna” secondo Francesco, “vergogna più orrore” secondo Giorgio, e valutate voi cos’altro aggiungere, non vedo che gente che gioca a dire di chi è la colpa.

La Bossi-Fini. Colpa loro che non sono mai andati d’accordo, figurarsi fare una legge insieme. La Kyenge e la Boldrini. Colpa loro, che portano cordoglio laddove del cordoglio non se ne fanno niente. Il reato di immigrazione clandestina. La Guardia Costiera. Il Frontex. L’Europa. Barroso. La Merkel. Schettino. L’indifferenza. Gheddafi, Assad e pure Obama. Sallusti e Cicchitto. Berlusconi e Berlusconi. La Somalia e l’Eritrea, che da vent’anni sono un inferno, come sicuramente tutti ricordate. Vendola che porta Boldrini in parlamento. Letta che fa ministro Kyenge. “Venga a contare i morti con noi”. “Morto 1, morto 2, morto 3…”.

Ma secondo voi, di sapere di chi è la colpa, a quelli che sono morti gliene frega qualcosa?

Quando succedono queste disgrazie, si vede lontano un miglio che tutti ragionano, ancor prima che per strumentalizzare l’evento in ottica di maggiore consenso (“Se è colpa di quegli altri, allora voterete noi”), per disfarsi al più presto di un’eventuale responsabilità. Perché in Italia pensiamo, pianifichiamo e agiamo così: non per raggiungere un obiettivo, ma per scansare una colpa.

Per questo finiamo col dimenticare: le colpe continuano ad accumularsi, solo l’oblio allevia il loro peso. Per questo i nostri politici concludono poco o nulla (e cazzo, quanto ci somigliano). Per questo siamo dove siamo, tipo che il famoso 3% continua a farci una pernacchia. E sempre per questo coloro che oggi si oppongono all’“inciucio”, che si dichiarano orgogliosamente “moralisti del cazzo”, non sono diversi dai loro nemici che vorrebbero mandare tutti a casa.

(“Devono andare tutti a casa!”, “Aiutiamoli a casa loro!”: notate come l’approccio mentale, oltre che verbale, sia del tutto simile)

Qualcuno ha mai pensato di provare ad osservare un fenomeno, e ad analizzarlo e gestirlo come farebbe uno scienziato, senza cominciare a marchiare questo come buono e quell’altro come cattivo?

No, voi volete a tutti i costi un colpevole. Ma allora, provate almeno a usare un po’ di fantasia, invece di rimbalzarvi il cerino in maniera così odiosa.

Provate per esempio a dire che è colpa loro, di quelli che sono morti: hanno dato fuoco a una coperta o a chissà cosa su un barcone con qualche centinaio di persone a bordo. Un tantino imprudenti, non vi pare?

Oppure date la colpa al mare. Quest’assurda enorme massa d’acqua fredda e agitata che inghiotte i corpi che non galleggiano, quando ci decidiamo a incriminarla? O almeno a regolamentarne il movimento con una bella legge?

O facciamo un’indagine approfondita, perché se risaliamo all’origine, è colpa di quei due buffoni che si poteva stare tanto bene in quel giardino con ogni ben di dio (letteralmente, tra l’altro) e invece loro no, a dar retta a quel cazzo di serpente, e noi ancora qui a pagarne le conseguenze. Perché – non so se ve ne rendete conto – è con le categorie di queste storielle da bambini dell’asilo che continuate a far muovere i vostri neuroni, voi statisti, voi progressisti, voi libertari, voi liberisti, voi nuovo che avanza, voi federalisti, voi democratici, voi qualunque etichetta vogliate affibbiarvi.

E, se ne avete il coraggio, arrivate all’ultima, ma unica, estrema conclusione: è colpa di quel tizio con la barba, che da quando si parla di lui si nasconde chissà dove.

 

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Paradossalmente

Paradossalmente, io credo che per far uscire i cosiddetti italiani dallo stallo culturale in cui ora sono immersi, che li vede abbandonare – per fortuna! – stantii e limitanti dualismi quali destra vs sinistra, comunisti vs fascisti, progressisti vs liberali, per ricadere tuttavia in uno nuovo, scadente e assolutorio per chi il sistema l’ha sempre sostenuto (gli italiani stessi), quale quello di ggente (volutamente con due “g”) vs kasta (volutamente con la “k”); per emanciparsi, finalmente, da quell’insostenibile e ipocrita moralismo cattolico, che pervade fino al midollo perfino chi si proclama gay e progressista (e lo senti dalla retorica spessa, che si taglia con il coltello come la nebbia in un mattino padano di novembre); per scalzare quel ridicolo scimmiottare i presidenti d’oltreoceano di cui si imbevono gli aspiranti leader del centrosinistra, vuoti come giare di terracotta, o i precari presidenti del consiglio, che quando dicono che sono ottimisti, ai giornalisti russi gli viene da ridere ancora prima che traducano la dichiarazione; per ripulire il territorio dall’arrogante infantilismo di bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni che hanno imparato a dare fiato alle corde vocali perché, per il loro padrone che deve poter fare il cazzo che gli pare, anche loro si devono poter permettere di dire e fare il cazzo che gli pare, e che sono così insopportabilmente servi da poterli scherzare solo in quanto bambole gonfiabili cinquantenni o fantocci o nani o ciccioni; per riprendere in mano le potenzialità che a ognuno di noi offre un meccanismo chiamato democrazia, senza perdersi in un’aprioristica difesa di una costituzione che manco si è mai letta, e comprendere che essa non è un valore astratto o il fatto di eleggere un monarca votandolo invece che ritrovarselo nominato per discendenza, ma la possibilità di essere non uno, non due, non tre, non venti, ma cinquanta milioni di partiti, individui autonomamente pensanti, rappresentanti di bisogni autentici (perché propri!) e non di interessi miopi di sfruttamento (d’altri), pronti a mettere in discussione le proprie convinzioni e ad ammettere i propri errori, a misurare i fenomeni non in modo oggettivo – non si può – ma convenendo sulle loro metriche – si può -, ad attenersi ai fatti secondo i quali, ad esempio, chi commette un reato non è un delinquente ma una persona che ha commesso un reato che comporta una pena e altre conseguenze, ed è su queste basi, fatti e regole, e non sulle persone cui si applicano, che si prendono decisioni in un senso o in un altro; per evitare di regredire tutti a organismi monocellulari idioti che usano i loro residui neuroni avvizziti per inveire come automi con lettere maiuscole, punti esclamativi e numeri frammisti, vomitando inconsapevolmente tutte le tossine e le porcherie che sembrerebbero voler denunciare…

Ecco, dicevo e mi sono perso, paradossalmente, in virtù di un masochistico condizionamento psicologico che ci vede apprezzare le cose solo quando ne veniamo privati, e dobbiamo lottare per riconquistarle, servirebbe una bella, potente, violenta, schiacciante, insopportabilmente duratura  svolta autoritaria.

Non ce l’ha fatta in vent’anni Berlusconi. Speriamo che ora ci riesca Grillo.

 

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Jamme! Anduma!

“Vediamo se risponde”, ho scritto su Facebook.

 

Dalla mia pagina Facebook.

 

Massimo Siano Ti ha cancellato il commento?

GpGiampi GiampaoloCoriani ma che cazzata, saviano.

Domenico Sisinni Semplicemente all’epoca, prima che i piemontesi invadessero il Regno senza nemmeno una dichiarazione di guerra, le Due Sicilie erano molto più evolute del regno di Sardegna.

Luisa Vardiero eccerto, al giorno d’oggi son problemi…

Alexfor Massimo, spero di no!

Marco Barbierato Quindi a un’idiozia odiosa replichiamo con un’idiozia odiosa. Wow…

Massimo Siano Io non lo vedo.

Mario Pusceddu razzismo demenziale

Domenico Sisinni Credo che con questo commento abbia cercato di spiegare che non è carino invadere una nazione, trucidarne gli abitanti a centinaia di migliaia, razziare, stuprare e dopo prendersi il lusso di dire ai discendenti che puzzano. Non ha scritto che i campani sono superiori, sarebbe un’idiozia. Fossi stato in lui non mi sarei nemmeno preso il disturbo di commentare, visto che parliamo di tifosi, ergo parameci.

GpGiampi GiampaoloCoriani allora si è spiegato molto male, perchè io capisco tutt’altro.

GpGiampi GiampaoloCoriani anche perchè paradossalmente molti discendenti degli stuprati e razziati abitano a torino e tengono per la juve.

Domenico Sisinni Bisognerebbe chiedersi come mai abitano a torino..ma capisco che ciò richiederebbe tempo e sforzo. Si dovrebbe studiare la storia, quella vera, raccogliere dati, informarsi. Suppongo sia più comodo continuare a ragionare con approssimazione e un po’ di sano razzismo, vero?

Alexfor Massimo, boh? Tra i miei tweet e tra le risposte al suo lo vedo, ma effettivamente nella mia pipeline (di dice così, no?) non lo vedo.

Ma restiamo pure a discutere di interessanti concetti come la nazione campana e la piemontese, ché magari tra un po’ spunta pure la padania.

GpGiampi GiampaoloCoriani vabbè.

Domenico Sisinni Con l’unica differenza che la padania non è mai esistita 😉
Bene, se il MinCulPop ha stabilito che l’argomento non è interessante si taglia subito, non c’è problema.

GpGiampi GiampaoloCoriani è vero, la padania non esiste, come la mafia (et similia) 😉

Giovanni Giò Giò Giordano alexfor, dai, cazzo… è una battuta innocua… non cerchiamo tutte le volte di contare i peli del culo di saviano… 🙂

Alexfor Ricordo il Regno delle due Sicilie, o mi sbaglio? Continua pure, invece di invocare censure inesistenti. È interessante, davvero. O forse ti sei accorto di aver lanciato un boomerang?

Alexfor Le battute le faccio io, lui fa il moralizzatore. Dimmi quanti degli innumerevoli retwettatori l’hanno intesa come battuta.

Giovanni Giò Giò Giordano hahahahahaha alexfor, vaffanculo 😀

Domenico Sisinni Niente boomerang, non mi piace parlare a vanvera; da quello che leggo tutti i giorni pensavo di essermi iscritto a una pagina dove si capisce l’ironia, per questo ho citato vecchi ministeri….mi fa piacere che trovi la cosa interessante, davvero.

@Giampaolo Ti rassicuro, la mafia esiste..gentile lascito dei savoia anche quella.

Giovanni Giò Giò Giordano hahahaha tu fai le battute e lui il moralizzatore… ma ti rendi conto della cazzata immane che hai scritto ? io l’ho letta sulla pagina di facebook di saviano… e l’ho capita per ciò che è una semplice battuta… magari non brillantissima come le tue , ma una battuta… poi voi duri e puri siete sempre a contare i peli del culo di saviano… quanti di voi sono andati dai casalesi a dire loro in faccia che sono delle merde ? hahaha lì, vi trema il dito 😀

Alexfor Potrei rispondere un sacco di cose.

Potrei rispondere che “ahahah! era una solo una battuta” dov’è già che l’ho sentita? Ah sì, le barzellette del Berlusca. E lì tutti i moralizzatori a dargli addosso (che poi a me quella di “orchidea-orcodio” fece pure ridere, anche se, tecnicamente, era un’idiozia).

Potrei rispondere che a Saviano, che ha 250mila follower su twitter, non so quanti fan su Facebook e non so quanti milioni di spettatori ogni volta che appare in TV per spiegarci cos’è giusto e cos’è sbagliato, non gli conto i peli del culo, gli conto le singole cellule di cheratina di ogni pelo del culo. “Le parole sono importanti”, chi è già che l’ha detto? Che poi magari facesse un po’ di battute, ogni tanto: è di una noia mortale. Lui come gli altri moralizzatori di stocazzo, di sinistra, di destra, di centro, di sopra e di sotto che siano. Ma le battute bisogna saperle fare, bisogna che sia chiaro che lo sono, specie se possono essere scambiate per razzismo al contrario. Piuttosto lo scriva a lato: “Oh, raga, è una battuta eh”. Credo ci stesse nei 160 caratteri.

Potrei rispondere che sono piemontese, e quindi mi sta sul cazzo che si additi la terra in cui sono nato di questo e quell’altro crimine (la mafia pure, questa mi mancava). Conoscete questa emozione? Magari, se volete, vi rispondo così: “ma andate affanculo voi, terroni di merda”, e poi di fianco ci metto “è solo una battuta, neh” (quel bel “neh” piemontese che ancora oggi che vivo lontano dal piemonte, che sono emigrato, mi fa tanto ridere). Sì, mi dà fastidio, ma molto meno di quanto pensiate.

Perché la verità è un’altra. La verità è che io ce l’ho con voi, pecore belanti. Non me ne frega un cazzo di Saviano, tanto so che non mi risponderà. A meno che questa foto venga piacciata e condivisa da un certo numero di pecore (o, magari, di individui). Mi state sul cazzo voi, a prescindere dal vostro pastore, che sia Berlusconi, Fini, Grillo, Renzi, Saviano o chiunque altro. Voi che siete risposti a ridere di qualunque cosa, voi che apprezzate l’ironia (documentati su cos’è, tecnicamente, l’ironia, invece di rompere il cazzo con regni scomparsi oltre 150 anni fa, borbonico o savoiardo che fosse: io l’ho usata, e bene, fino a prima di questo post, a cominciare dalla risposta a Saviano), finché non tocca il pastore su cui proiettate le vostre aspettative di giustizia in terra o in cielo. Pastore che osannate finché non vi stufa o finché non venite delusi da come si comporta quando ha ottenuto il potere che voi stessi gli avete concesso, così da potervi scandalizzare e rivolgervi a un nuovo pastore.

Ah, cazzo. Dimenticavo. L’accusa che io non ho le palle e quindi non ho il coraggio di puntare il dito ai casalesi. Vaffanculo tu, chiunque tu sia. Io nella mia vita il coraggio lo dimostro ogni momento, anche quando mi tengo a distanza dalle pistole per non lasciare un figlio senza padre. Chiedi a Saviano, vista la vita che fa, se farebbe un figlio. Ti ricordo, che Saviano ne paga i costi del suo puntare il dito, ma ne ha anche i vantaggi in termini di notorietà: tu ci vai in TV o su Repubblica tutte le volte che devi scoreggiare qualcosa? Io no. E tralascio i soldi. Mi dispiace per lui: non è nelle condizioni, o forse non è capace, di goderseli.

Insomma, sapete che c’è? Andatevene affanculo voi. In napoletano o in piemontese, come preferite.

Giovanni Giò Giò Giordano no problem… con la differenza che io ho spalato merda su papi sin da quando faceva il “re del mattone” … 😀

Domenico Sisinni 1. A me Saviano non piace, parla troppo; io ho commentato il “i campani sono superiori ai piemontesi”, stronzata che hai detto tu, di lui me ne frego.
2. Qui non si incolpano i piemontesi, casomai si parla degli ex regnanti. In ogni caso sono fatti storici documentati e anche se sono passati 150 anni i risultati si vedono ancora adesso. Ti piaccia o no.
3. Piantala di fare l’esaltato tipo mi state sul cazzo tutti, pecore a destra e a sinistra, i pastori, vaffanculo voi, topo gigio e gli aristogatti. Sembri un liceale in assemblea di istituto.

Riassumendo: rilassati, si sta solo discutendo; è anche vero che per farlo ci vorrebbero delle basi. Buona serata.

Alexfor La stronzata l’ha detta lui, la mia è una stronzata che segue logicamente, e ironicamente, alla sua.

Ah, di questi commenti, se interessa, ne ho fatto un post.

Domenico Sisinni Mai messo in dubbio il fatto che Saviano avrebbe potuto evitarsela.
Ho visto che hai fatto un post, non capisco il perché ma ho visto.

Alexfor Tu che hai parlato di MinCulPop ora parli di buone basi per la discussione? Ma ri-vaffanculo!

Domenico Sisinni In pratica qui funziona che l’ironia la fai tu e basta, gli altri ridono e se osano ironizzare partono i vaffanculo..democratica come cosa.

Alexfor Sì, infatti. Da MinCulPop.

Ripeto, l’ironia impara a farla, ché ti viene piuttosto male.

Domenico Sisinni E tu impara a capirla, visto che la sai solo fare (o almeno credi). E per concludere hai fatto un post con il contenuto della conversazione (concludendolo ovviamente con la tua risposta). Per farci bella figura immagino. Dio, dove sono capitato.

 
To be continued?

 

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È proprio un bel Cardinale

– Uè, cara, che si fa oggi pomeriggio?

– Ma non ci sono le partite?

– No, sono stasera, e il Gran Premio lo sai che mi annoia. Andiamo al centro commerciale di Bonola?

– Ma no! Si va in Piazza del Duomo.

– Ti sei rincitrullita? Lo sai che è pieno di extracomunitari: marocchini, albanesi, giapponesi, bergamaschi… Sarà dal ’90 che non ci andiamo la domenica.

– Ma c’è il Martini, il Cardinale! È pieno di bella gente, vedrai. Trentamila, dicono.

– Ah. Ok, andiamo a sentire ‘sto Cardinale.

– Ma che dici, ciccio? È morto!

– Oh, santo cielo! E che facciamo, andiamo a vedere un cadavere?

– Massì! Ci vanno tutti, e andiamo anche noi. Altro che centro commerciale.

– Va bene… Però prendiamo la metro, eh, ché lì il parcheggio è solo a pagamento.

– Ok, lascia pure le chiavi della Punto a casa.

– Però, ciccia, che coda. Ma non avremo fatto una cazzata?

– Zitto, dai. Guarda c’è anche la tivù.

– Oh Madonna, non mi sono neanche pettinato.

– Ma stiamo entrando in Duomo! Non bestemmiare, Cristo!

– Va’ che bello, sembra un faraone d’Egitto.

– Oh, ciccia, ma ‘sto Martini… Cos’è che ha fatto?

– E io che ne so? Ho letto sul Corriere che dialogava.

– E con chi?

– Con le altre religioni. Tipo il paganesimo, il budesimo, queste robe qui.

– Oh, ma non sarà mica uno di quelli che c’hanno fatto arrivare tutta ‘sta marmaglia di saraceni che stan qui fuori?

– Può darsi, però ora stai calmo. Intanto è morto: uno a zero per noi. E poi guarda lì, c’è pure un arabo. Un imàn, inàm, come diavolo è che si chiama. L’ha costretto a venire pure a lui, a quell’olivastro del viale Jenner, dove c’è la zanzariera.

– Eh?

– La moschea, lì, dai! Non stare sempre a farmi le pulci.

– Ma perché il Clooney ce l’aveva tanto su con lui?

– Cosa?

– Dai, non ti ricordi? No Martini…

– E smettila di fare le tue solite battute idiote! Abbi rispetto almeno per i morti, soprattutto quando sono gente importante.

– Va bene… Comunque, se ci pensi, m’ha fatto venire pure a me, che ho sempre votato comunista. Porco di un…

– Zitto, siamo in chiesa! Dio bono!

– Uff, che palle. Meno male che stiamo uscendo.

– Ehi, guarda lì. C’è una che la intervistano. Sembra la madre Maria Goretti.

– Chi?

– Zitto, fammi sentire.

– Il Cardinal Martini ha incarnato il verbo di Dio, la lectio divina che fa di ciascun cristiano un Cristo.

– Sì, un povero Cristo, di questi tempi.

– Basta! Fa’ silenzio! Avviciniamoci, ché magari ci riprendono.

– Ma lei cosa ne pensa delle polemiche che ci sono state riguardo la scelta del Cardinale di rifiutare l’accanimento terapeutico? Non pensa che, in questo modo, sia stata una sorta di eutanasia?

– Sarebbe? Ha rifiutato le cure?

– Eh sì. Un po’ come la Englaro e il Uèlbi, solo che quelli non volevano che schiattassero, questi qui della Chiesa. Invece a lui che era Cardinale gliel’han lasciato fare.

– Ma cosa c’aveva? Il cancher?

– Il Parkinson.

– Come il polacco?

– Sì, è un po’ che non lo si vedeva in giro, ma probabilmente tremolava tutto anche lui.

– Oh, ma come mai ‘sti preti o son pedofili o gli viene il terremoto?

– Boh? Sarà perché non ciulano abbastanza.

– Eh, ma allora verrà anche a me una delle due malattie.

– Ma piantala, pirla!

– Comunque secondo me se uno vuol morire deve poter morire. Come i culi, il Vendola per esempio: è giusto che si possano volere bene tra di loro e che c’abbiano le coppie dei fatti. Basta che mi stiano lontani, checche e moribondi.

– Tranquillo, non c’è pericolo. Brutto come sei…

– Uè, ciccia, guarda che a me mi guardano ancora con libidine e fini di lucro, molte donne e anche degli uomini, le volte.

– Sì, certo. L’importante è che non ti debba guardare io.

– Scherza pure. Comunque, tornando a bomba: ma l’era proprio un progressista questo Cardinale, eh?

– Eh sì, forse addirittura un po’ comunista come te. Secondo me il Ratzi lo odiava.

– Sì sì, vabbè. Però adesso andiamo, ché mi fanno male i piedi, a forza stare in coda.

– Va bene. Però hai visto che bello? Non t’è piaciuto?

– Certo, m’è piaciuto. E poi c’era proprio tante personcine a modo, come noi. Però speriamo che non muoia un altro Cardinale, ché domenica prossima preferisco andare a far la spesa.

 

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Comprami, io sono in vendita

Immagina rubata a non so chi, io l'ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l'ho presa

Immagina rubata a non so chi, io l’ho trovata con google images e se ci cliccate sopra arrivate al posto in cui l’ho presa


 

Continuano a dirci che siamo sull’orlo del default – che, in italiano, si dice fallimento. C’è ‘sto spread che ci fa impazzire, e non abbiamo neanche capito ancora bene cosa sia. Pare sia qualcosa legato al rendimento dei Buoni del Tesoro, ma a me mica è chiaro perché cazzo lo quotino tutti i santi giorni, e non quando ‘sti Buoni per modo dire vengono collocati.

Il Monti ci dice che ‘sto spread non è ragionevole, che bisognerebbe tornare all’economia reale. Non capisco se si riferisca ai Savoia, boh?

Ma proviamo a prendere ‘ste cazzate per buone. Dai, tentiamo.

Questi signori ci stanno dicendo che l’Italia (fermiamoci qui, ché se andiamo oltre, che ne so a Grecia e Spagna, è un casino, e poi probabilmente valgono gli stessi ragionamenti) è come un’azienda. Questa azienda va bene, dicono. C’ha i conti in linea. Da un punto di vista economico le cose girano, tutto sommato, anche se potrebbero andare decisamente meglio.

Non so chi di voi capisce di queste menate – sappiate che io sono, anche in questo caso, autodidatta -, ma il punto è che gli affari, visti in un tempo attuale e limitato, vanno discretamente bene: si fanno ricavi (entrate tributarie), si fattura (i 730, per dire), si riducono i costi (tagli ovunque e spending review), quindi si fa margine o profitto, come preferite, e il cosiddetto “avanzo primario” (differenza fra ricavi e costi sull’anno) scende.

Il problema che abbiamo è di carattere finanziario. Vale a dire che riguarda la cassa. L’economia complessiva gira nel verso giusto, ma non ci sono i soldi per pagare dipendenti e fornitori (si veda il caso dei comuni che, pare, non sanno se bonificheranno gli stipendi di agosto).

Ciò vale, effettivamente, per l’Italia come per qualunque azienda, grande o piccola che sia. Tu lavori, vendi e produci, ma i soldi che ricavi dai prodotti che realizzi o dai servizi che fornisci li vedi dopo parecchio tempo. In Italia, poi, la cosa è parossistica: il pagamento tipicamente avviene a 120 giorni – Centoventi! Sono quattro mesi! E dopo che hai fatturato, eh, cosa che può avere luogo parecchio tempo dopo che hai consegnato l’oggetto della transazione – è così, è prassi abituale. La pubblica amministrazione, poi, paga anche con termini decisamente più lunghi. Quando paga.

Ma gli stipendi, quelli vanno pagati ogni mese. Non c’è santo, se così non succede l’azienda per cui lavorate non gode proprio di ottima salute.

Le aziende, per la cassa, ricorrono spesso alle banche, che prestano denaro liquido (anzi ormai gassoso, visto che gira solo nei computer), facendo debiti e rimettendoci in interessi. Ma questo genera un circolo vizioso che, se il business non va bene, provoca la morte, il fallimento dell’azienda. Le banche, se non prendono indietro capitali prestati e interessi, le aziende se le mangiano.

Occhio che dire che “il business va bene” significa fare ottimi volumi in termini sia di ricavi che, soprattutto, di margini (ricavi meno costi). I margini, nel caso di un’azienda in difficoltà finanziaria, servono all’imprenditore non per fare utili, ma per pagare gli interessi alle banche . Margini che così se ne vanno, diventando i profitti delle banche. Che non è che sono “cattive”: fanno quello di mestiere.

Prima di fallire, un’azienda che non sia proprio piccolina può decidere di attuare delle cosiddette misure strutturali. Che cazzo sono? Quando si parla dell’Italia come fosse un’azienda, non ce lo spiegano. Non ci spiegano, per esempio, chi siano i proprietari di quest’azienda.

Eh? Come? Dite che siamo noi? Figa, non me n’ero accorto che le tasse che pago fossero un continuo aumento di capitale che l’azienda di cui sono azionista mi richiede.

Già, ma l’impresa Italia che forma societaria ha? Quant’è il capitale sociale? Dov’è versato, alla Banca d’Italia? Gli enti locali cosa sono, delle controllate? Qual è la catena di controllo? I comuni sono delle province che sono delle regioni che sono dello Stato, oppure tutti gli enti locali sono posseduti direttamente dallo Stato? I cosiddetti trasferimenti, quelli che oggi sono troppo pochi, sono a tutti gli effetti delle transazioni intercompany come avviene tra una holding e le sue controllate? C’è del valore aggiunto in queste transazioni? Viene pagata l’IVA su questa plusvalenza?!

Ma torniamo a noi, azionisti dello Stato. Il nostro Amministratore Delegato ci dice che ha fatto tutto il possibile, ma in realtà non è vero. Ha solo mascherato con nomi molto fashion, tipo spending review, ciò che il precedente Chief Financial Officer, quello col cognome suo ma triplo, chiamava più onestamente tagli. Ha aumentato un pochino i ricavi, spremendo ulteriormente gli azionisti. Ma nulla di davvero coraggioso è stato fatto.

Potevano essere fatte cose un pelino più ardite. Tipo una riforma fiscale che incentivasse il pulito, il non-nero. Per esempio permettendo a chi compra una cosa fatturata regolarmente di detrarre parte dell’IVA dall’imponibile IRPEF, per dire. Sì che lo si prenderebbe a calci in culo, se così si facesse, l’imbianchino o il mobiliere che ti dice “Dotto’, sono 1.000 con la fattura, 700 senza”. Persino Bersani – Bersani! – ha fatto cose decenti in questo senso, ma davvero troppo piccole.

Si poteva pensare – la sparo grossa – di legalizzare la mafia. Già, perché il fastidio che dà la mafia, dai punti di vista meramente economico e finanziario, è che essendo fuori dallo Stato lavora in nero, non paga le tasse. E questo danno è molto maggiore, sempre guardando solo il vil denaro, rispetto a quello che produce obbligandoci ad assoldare fior fiore di magistrati, carabinieri, finanzieri e poliziotti, a predisporre processoni e carceri duri, a far lavorare i netturbini che puliscono le strade quando vengono sporcate di sangue.

Ma ormai credo sia tardi per iniziative di questo genere.

Non possiamo più neanche trasformare l’Italia in una Società per Azioni e quotarci in borsa. Di fatto lo siamo già, emettendo ‘sti cazzo di Buoni. E gli investitori non si fidano. Le agenzie di rating fanno anch’esse solo il loro mestiere. Qualcuno chiede loro: “Tu le compreresti le azioni o le obbligazioni di questi qui?”. “Ma sei scemo?!”, rispondono.

L’ultima risorsa che un’azienda ha per evitare il fallimento – e badate che il fallimento è una situazione estrema, che non conviene a nessuno, tantomeno a creditori e finanziatori – è quella di dismettere gli asset.

Un’azienda non dispone solo di una cassa, magari vuota. In genere ha anche un patrimonio, fatto di cose che ha comprato o realizzato investendo. Questi asset possono essere anche pezzi – o rami – dell’azienda stessa. Possono essere anche, come ultima ratio, l’azienda nel suo complesso.

Vendiamo, porca di quella troia. E non le aziende statali, ché tanto non ci sono neanche più. Vendiamo pezzi dell’Italia, ché quelli valgono, e tanto.

Vendiamo le spiagge ai francesi, loro sapranno come valorizzarle. Vi basta confrontare la Liguria con la Costa Azzurra: il mare è lo stesso.

Vendiamo il Colosseo ai Giapponesi, il Duomo di Milano agli Svizzeri, Venezia e Firenze agli Americani.

Vendiamo gli ospedali pubblici a una multinazionale specializzata, invece di regalarli a Comunione e Liberazione. Vendiamo l’Inps alla GeniaLloyd o alla Quixa: loro faranno tutto tramite call center, ci faranno gli auguri se li chiamiamo il giorno del nostro compleanno e saremo tutti più felici.

Oppure potremmo pensare a un bel break up, volgarmente – cioè in italiano – detto spezzatino. Sì, Cristiddio, la Padania! Ecco a cosa serve! Facciamo la bad company (la Terronia) e lasciamo ‘sti meridionali fannulloni a cuocere nel loro brodo. Ma ricordiamoci, o valorosi Padani, che se non sono completamente rincitrulliti ci chiederanno di accollarci una parte del debito, quello accumulato negli anni e che si misura in fantastiliardi di euro. Se vogliamo essere realistici, questa quota dovrà essere proporzionale al PIL prodotto dai due pezzi divisi. E in questo caso saranno cazzi.

Anzi no, sapete che c’è, azionisti italiani tutti? Vendiamo l’intero ambaradan. Vendiamo l’Italia. Vendiamola ai cinesi, che tanto c’hanno già una buona fetta del nostro debito, e se falliamo saranno loro i primi a bussarci alle case per pignorarci i beni.

Sanciremo nell’accordo di vendita che ci lascino le cose che davvero ci interessano: la nostra amata e sacra Costituzione, le centinaia di migliaia di leggine e regolamenti, il doppio turno uninominale proporzionale rovesciato con avvitamento, Striscia la Notizia e quattro squadre in Champions’ League.

C’avremo anche la nostra bella indipendenza. Eleggeremo direttamente il Capo del Governo, il Presidente della Repubblica, il Papa e Miss Italia. Anche quella “nel mondo”, dai.

E la nostra classe dirigente sarà ancora quella di sempre, quella che tanto, in fondo, amiamo, che sia politica oppure tecnica. Ci guiderà e ci difenderà dal nuovo e tutto sommato assai benevolo padrone.

E non ci faremo caso più di tanto quando ci accorgeremo, passato qualche anno, di avere tutti gli occhi un po’ a mandorla.

 

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Della funzione spirituale dell’umorismo nero

Oggi parlo di un tema difficile, almeno per me. Com’è ovvio, trae spunto dalla vicenda che forse conoscerete a proposito di Umore Maligno, ma voglio chiarire che il punto di vista che ora proverò a sviluppare appartiene solo al sottoscritto, per quanto ne so.

Partirò con una premessa, che è frutto di una mia elaborazione di cose che mi sono state raccontate, che ho letto e vissuto. Tutto però è stato in qualche maniera interiorizzato e compreso, non fideisticamente ma intuitivamente. Non so se avete presente quella sensazione che ogni tanto ci coglie, quando appare un pensiero dal nulla e qualcosa dentro ti dice “sì, è proprio così”, anche se non sai spiegarlo. Ecco, è proprio così.

La mente umana – quella degli individui anagraficamente adulti – è fondamentalmente composta da due parti. Sì, lo so, Freud dice tre, Jung ci mette l’inconscio collettivo, Calderoli sostiene che la mente non esiste proprio. Ma non me ne frega un cazzo.

La prima parte è quella in cui più ci identifichiamo. Diciamo che è l’io, o ego se preferite latinizzare o vederlo negativamente. Questa parte di noi è sostanzialmente un bambino, la nostra parte infantile, cui alcuni associano l’aggettivo ferito. È la nostra parte più energetica, vitale e pura. Anzi no. Perché c’è stato un momento, nell’infanzia di tutti quanti – un momento che ho sentito definire il grande tradimento – in cui questo bambino ha abdicato a se stesso.

Il bambino nasce sostanzialmente felice. Non che lo sia nel modo in cui lo intende l’adulto “ah, la felicità è un attimo”. Il bambino è felice perché non sa cos’è la felicità. Non ne ha un’idea da perseguire. Non nutre aspettative. Vive e basta. Addirittura, nei primi mesi di vita, non riesce neanche a distinguere fra sé e l’ambiente circostante, in particolare fra sé e la madre.

Ma è un mondo difficile. Felicità a momenti… Scusate. È difficile nel senso che questo bambino va protetto e nutrito. Non è in grado di procacciarsi il cibo da solo, come peraltro i piccoli di altri animali sanno fare anche pochi istanti dopo la nascita. E quando bisogna proteggerlo, i genitori spesso sono costretti a usare metodi coercitivi. A volte fisici (che non significa solo il ceffone ma anche il box-prigione). Molto spesso verbali ed emotivi.

“Non fare questo! E neanche quello! Ma se stupido? Forza!”. Eccetera.

Nonostante questa protezione, che a volte c’è in forme a dir poco anomale, o anche in ragione di questa – saprete anche voi che le violenze in famiglia sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere – subentrano traumi, paure e complessi.

E così succede, inevitabilmente, che il bambino – qualunque bambino – sviluppi una convinzione ineluttabile  che così com’è non va bene, che finisce per travolgerlo.

Nel migliore dei casi, a un certo punto il bambino si rassegna e si dice: “OK mamma, OK papà” – oggi dice “OK” perché guarda tanti cartoni animati americani – “d’ora in poi sarò come volete voi”.

Prende così forma l’altro pezzo della sua psiche, quello che Freud chiama super-io o super-ego, altri coscienza (il fottuto grillo parlante). Mi piace un termine poco usato che ho sentito: il giudice interiore. Io, comunque, ho coniato il mio: la vocina.

Questa parte di mente non è nostra. Ci è stata inculcata dall’esterno. Essa, più che una funzione di pensiero cosciente o razionale, è un meccanismo. Non è per niente facile riconoscerla. Per farlo, occorre un’auto-attenzione intensa e costante.

La vocina non la riconosci per cosa dice ma per come lo dice. Come ho detto, non è intelligente, diciamo così, per cui può accadere che in un momento dica una cosa, e poco dopo il contrario.

Il come è essenzialmente fatto di cose sgradevoli. La vocina giudica, se stessi e gli altri. La vocina manipola. Consiglia. Sprona. Reprime. Fa paragoni. Spaventa. Colpevolizza.

“Sei un coglione!”

“Inadeguato”

“Non ce la farai mai…”

“Lui è migliore di te”

“Eccoti, sempre alle solite…”

“Sei in ritardo!”

“Non farlo!”

“Fallo! Altrimenti sei un debole / un codardo / non sei un buon amico! Eccetera!”

“Hai il cazzo piccolo!”. No, almeno questa cosa a me non la dice.

È un continuo, è perennemente attiva. Quei rompicoglioni dei nostri genitori non la smettono mai di dirci cosa dobbiamo fare e cosa no. Un conflitto incessante tra un bambino che scalcia, che vorrebbe giocare, correre e divertirsi, e qualcuno che da dentro non gli dà tregua.

Occhio, però! In verità non faccio una valutazione morale dell’operato dei genitori. Anch’io sono padre e sono figlio. E soprattutto, se la facessi sarebbe frutto di una minchiata che mi dice la vocina.

Il guaio è che anche i genitori sono dominati da questo conflitto. Non possono fare altrimenti.

Dunque l’essere umano risulta, nella migliore delle ipotesi, uno schizofrenico nascosto. La schizofrenia è a un livello tale che si disperde limitatamente nell’ambiente, dando luogo al mondo di merda in cui viviamo. Ma c’è. Sempre. In chiunque. Sì, è triste dirlo, ma siamo tutti pazzi.

I pazzi riconosciuti come tali o quelli chiamati psicotici o altro del genere sono semplicemente coloro in cui il meccanismo di controllo s’è rotto. Così sono diventati pericolosi, o anche solo non produttivi. Allora abbiamo per esempio chi è bambino (ferito, si badi bene) sempre, e quindi sbrocca in varie forme. O la vocina è andata fuori giri e ordina cose insensate. O ti schiaccia, deprimendoti, fino a farti credere di non poterti alzare dal letto e che è meglio che tu la faccia finita appena puoi.

Gli altri pazzi che fanno? Sopravvivono.  Sopravviviamo. Tutti. Alla bell’e meglio. Vittime di credenze non verificabili o che avevano un senso quando si avevano quattro o cinque anni.

“Cazzo, ma se è così, allora non c’è alcuna speranza…”

Eccola, è la vocina!

Non è vero, la speranza c’è. Ma non è facile metterla in atto.

(Se invece avete pensato “Che cazzo sta dicendo questo?”, interrompete ora la lettura. Questo post non fa per voi)

Intanto, è opportuno riflettere sul fatto che uno dei fondamenti su cui si basa questo sistema (sì, è un sistema, e va avanti da millenni) è la concezione secondo la quale la natura dell’essere umano è maligna, o quantomeno pericolosa. “L’uomo è una bestia!”, per dirla con le parole di Giorgio Bracardi (chissà se qualcuno se lo ricorda). Questo è uno dei capisaldi della vocina, uno dei suoi evergreen.

In effetti, un bambino sa essere anche molto cattivo. Pensateci. Osservateli. O ricordatevi delle elementari. Di com’eravate voi, o il vostro compagno o compagna di banco. E sa mettersi e mettere il prossimo in situazioni di gravissimo pericolo.

Ma siamo bambini, oggi? Fisicamente, non si direbbe.

Già, il fisico. Ho parlato tanto di mente. Ma il corpo è fondamentale. Quando siamo (ci identifichiamo con) il bambino, per esempio nel momento il cui la vocina ci cazzia, perdiamo contatto con il corpo. Siamo piccoli. O non ci sentiamo affatto. Quando stiamo bene, il corpo è quello di un adulto, lo sappiamo, ne siamo consapevoli.

Per esempio, il sesso…

“Ehi, stronzo! C’hai scritto nel titolo che parlavi di umorismo nero! Quando cazzo cominci? Che ci frega di come scopi?”

OK, OK! Merda, me n’ero dimenticato. E comunque cerca di parlare bene in italiano, “avresti parlato”…

“Ho capito! Adesso non rompere i coglioni con l’italiano! Quanto stai scrivendo? Tu un post così lungo non lo leggeresti mai! Pigro!”

Vaffanculo. Parlo di cosa voglio e quanto mi pare, chiaro?

(C’era un po’ di bambino e un po’ di vocina in questo dialogo immaginario con te, caro lettore o cara lettrice. Cerca di vedere tu dov’era l’uno e dove l’altra. E magari dove c’era anche qualcos’altro)

Vabbe’, l’umorismo nero. O la satira vera, secondo me. Ho già detto cosa penso della satira compiacente. Ora posso rivelarvi che non mi piace perché non lavora sul sistema che ho descritto. C’è un’altra satira che, almeno nella mia esperienza, aiuta. Aiuta me, eh, tengo a chiarirlo. Ma non essendo diverso da voi, né migliore né peggiore, penso, spero, che magari serva anche ad altri.

Come?

La satira cattiva scatena una contraddizione istantanea tra il bambino e la vocina. È chiaro: dev’essere di qualità, ben scritta, costruita tecnicamente bene. Io queste tecniche non le ho studiate, sono un autodidatta e vado a istinto, per cui scordatevi che vi porti degli esempi. Sì, sono un gran pigro, e allora?

Succede quanto segue: ciò che si legge o si ascolta è scritto o detto in un modo che fa scattare qualcosa nel nostro cervello, un collegamento sinaptico che risveglia intensamente il bambino. In linea di massima, lo risveglia positivamente, nel senso che il bambino è portato a ridere, ma non solo. Può anche solo sentirsi emotivamente coinvolto (“sì, cazzo, è proprio così!”). Può avere uno di quei moti potenti pure un po’ cattivelli.

Perché come dicevo prima il bambino è anche cattivo. Ma non lo è nel senso moralista. Il bambino è libero e se una cosa non gli piace, non gli piace. Se un bambino si incazza, porca troia come si incazza! Se un bambino ride, lo fa di gusto, come poche volte a un adulto capita.

Il bambino è puro, è innocente anche quando ha queste manifestazioni.

Per arrivare al tanto vituperato post di Umore Maligno, chi legge sa benissimo come un bambino vede un handicappato.

Le sensazioni sono varie e spesso contrastanti. Dalla paura alla repulsione. Ma anche un’attrazione irresistibile per ciò che è diverso. Una difficoltà insormontabile a comprendere e valutare qualcuno che è come te e, contemporaneamente, non lo è affatto. E infine, la voglia irrefrenabile, dovuta a un meccanismo ancestralmente darwiniano, di prendere per il culo per far parte del gruppo dei “normali” il “mongoloide”.

Contemporaneamente, e in ragione dell’argomento, si scatena fortissima la vocina. “Cosa fai? Non si ride di certe cose! Non si fanno certi pensieri! Smettila immediatamente!”.

(“O ti faccio oscurare il sito!”)

In ragione dell’argomento. Ecco perché, per esempio, la satira su Berlusconi per uno di sinistra è fondamentalmente inutile, dal punto di vista di scoperta e riconoscimento del sistema. Non aggiunge e non toglie nulla. Bambino e vocina, in quel caso, sono perfettamente d’accordo.

Ed ecco perché, casomai fosse il caso di ripeterlo, il bersaglio di questa satira non è l’handicappato o chi subisce violenza o muore o viene discriminato per motivi razziali, ma è chi leggeIl “normale” (che in realtà è lo schizofrenico di cui sopra) che dice gay e pensa frocio, che dice meridionale e pensa terrone, che dice disabile e pensa storpio o mongoloide.

E non solo.

Chi legge può essere anche la parte in causa. Anche il meridionale che si sente inferiore perché terrone, il gay che si sente frocio e quindi emarginato, il disabile che investe tutta la sua vita per rivalersi dei torti subiti. Anche questa persona vivrà per una frazione di secondo le emozioni infantili di chi l’ha trattato male e potrà identificarsi con esse. E contemporaneamente inizierà a giudicarle, e a giudicarsi per averle provate.

Questo scontro istantaneo può essere molto duro. E spesso è la vocina a prendere il sopravvento.

Il momento decisivo, l’occasione da cogliere, è quello della lettura o dell’ascolto. L’esplodere del conflitto interiore.

Perché se in quel momento qualcos’altro in voi permette al bambino di ridere o di vivere le altre emozioni, accettandole con amore (ecco, ho usato questa parola, la mia carriera di satiro finisce qui), perché non sta facendo nulla di male, sta solo ridendo o giocando a fare il cattivo, ma nessuno realmente sta morendo o subendo violenza o altro…

… E se contemporamente questo qualcos’altro manda affanculo la maledetta vocina che ha nella testa “mamma, papà, vi voglio tanto bene ma avete rotto i coglioni, ché ho 44 anni e sono grande, grosso e forte”…

Be’, se ciò vi accadrà, avrete goduto di un momento intenso di consapevolezza di voi stessi. Avrete allentato un filino le vostre catene, quelle vere, quelle su cui si basa qualunque ingiustizia, qualunque sopruso, qualunque autoritarismo. Avrete fatto un passo avanti nel cammino socratico del “conosci te stesso”. Forse vi sarete avvicinati un pochettino – dai, la sparo, tanto ormai mi sono sputtanato completamente – alla buddhità.

E se non accadrà… Be’, basta leggere i commenti al post e le intrinseche contraddizioni dovute al fatto di essere vittime di un meccanismo automatico: “Siete handicappati perché parlate male degli handicappati!”. “Spero che abbiate un incidente o che incontriate un handicappato che vi spezzi la spina dorsale, così che diventiate handicappati pure voi!”. “Siete solo anonimi che cercano visibilità!”… Eh?

Non condanno queste persone, mi dispiace per loro. Per l’occasione che hanno perso.

Sì, perché per me questa satira è una specie di meditazione, porca di quella troia. Mi fa star bene. Mi fa sentire libero e vivo. Libero e vivo come nessuno degli automobilisti incolonnati di fianco a me per ore si potrà mai sentire, mentre io ascolto la radio e cerco notizie del cazzo su cui fare battute.

Quel qualcos’altro è ciò che abbiamo l’occasione di scoprire e di mettere al posto della vocina (siamo grandicelli ora), così che prenda il bambino per mano e lo accompagni nel mondo con l’amore che merita. Quel qualcos’altro è lo “spazio” in cui il conflitto è ambientato, e di cui non ci rendiamo quasi mai conto, il nostro vero essere adulti, presenti qui e ora, nel corpo e nella mente. Sì, può emergere anche leggendo questi pezzi. Sempre, come ho già detto, che siano scritti bene. Ma occhio che se qualcosa nella testa vi dice “questo pezzo fa cagare”, potrebbe di nuovo essere la vocina!

Sta a voi scoprirlo. Sta a voi valutarlo.

E ora, alla fine di questo sproloquio, vi va di andare a giocare un po’?

 

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