Le normità

 

L’Italia ha una caratteristica tutta sua: quella di pensare che i problemi si risolvano con delle norme, delle regole. È per questo motivo che abbiamo migliaia di leggi inutili, circolari, procedure, protocolli, eccetera. Senza considerare il fatto che, come ho già detto da qualche altra parte, siamo specialisti nella messa in pratica del nostro detto più tipico: “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Ne abbiamo in tale numero di queste leggine, decreti attuativi, commi, articoli, eccetera, che un tale Calderoli, almeno a suo dire, ne abolì 350.000. Calderoli, non so se avete presente. E non è cambiato un cazzo.

Non so se c’avete mai pensato, ma alla necessità di utilizzare regole per risolvere problemi causati dall’essere umano sottende una concezione pessimistica di noi stessi. L’essere umano di base è una bestia, destinata a violenza, vituperio e cattiveria. È figlio del demonio, religiosamente parlando (e chi vede le cose in questo modo è intriso fino al midollo del pensare più beceramente cattolico, qualunque sia il livello di autonomia da questi dogmi che pensa di aver raggiunto), per cui va in qualche modo circoscritto, recintato, protetto da se stesso e dal male (sì, “male”, non ho scelto questa parola per caso) che può procurare.

Una visione più matura –  a mio modesto avviso –  delle cose, vede nelle regole un aspetto ineludibile di qualunque gioco (sì, “gioco”, non ho scelto questa parola per caso). Ovunque ci sono regole, dietro c’è un gioco. Sempre. E se non vi sembra che sia così, è perché siete troppo seriosi, e non siete in grado di godervi la vita. Non che io lo sia, ma perlomeno cerco di farci attenzione.

E le regole sono uno strumento, non una soluzione.

Un gioco presuppone, di fondo, una volontà comune di un gruppo di persone di parteciparvi. Per puro sollazzo, se tutto va bene. Ma bisogna innanzitutto essere d’accordo su cosa si vuole fare, poi le regole vengono da sole. E se non succede così, qualcosa non va.

Abbiamo un pallone, e vogliamo prenderlo a calci. Disegneremo delle righe su un prato. Inquadreremo delle porte con pali e traverse. Decideremo che quando la sfera supera le righe laterali è “fallo laterale”.

Se abbiamo tutti voglia di giocare, perché abbiamo voglia di godere delle vibrazioni che il gioco ci procura, allora accetteremo le regole. Non ci metteremo a urlare: “Non è giusto che la palla sia tua perché io l’ho tirata oltre la riga!”, saremmo semplicemente pazzi.  Eppure accade. Perché al gioco subentra la competizione, e a volte la voglia di vincere è superiore al piacere di giocare. La (presunta) vittoria ci realizza, ci identifica, ci conferma di essere ciò che pensiamo di essere. Sempre se accade, ovviamente.

Se non accade allora, bambini quali in verità siamo, potremmo decidere di farci il nostro campetto, dove si gioca in cinque contro cinque, invece che in undici contro undici, dove c’è un muro che delimita il campo e posso giocare di sponda, senza l’ingiusto e scandaloso “fallo laterale”. Ma potrebbero girarci i coglioni, perché le emozioni che ci procura il giocare in cinque contro cinque non sono le stesse dell’undici contro undici. Si corre di meno, si fanno gol troppo facilmente e, soprattutto, c’è meno gente a guardare. E noi abbiamo bisogno del pubblico anonimo e numeroso, che confermi applaudendo ed esultando che siamo ciò che pensiamo di essere.

E allora magari litighiamo con quelli che giocano undici contro undici, perché a questi sta un po’ sul cazzo che quando ci gira vogliamo fare anche il loro gioco. Ma litigare non va bene, perché devi (e sottolineo “devi”) amare il prossimo tuo come te stesso.

(Anche se Gesù, probabilmente mi ripeto, non disse “ama” ma “amerai”, come se fosse una sorta di constatazione scientifica, “ciò che dai ti ritorna e viceversa”, e non un comandamento)

Recentemente, ho sentito di gente che vuole regolare il conflitto. Gente che dice di fare satira. Gente che approva e incoraggia il conflitto portato verso l’esterno, il “flame”, ma lo rifugge se riguarda l’idea che ha di sé o il gruppo cui crede di appartenere. Beh, a questa gente mi viene da dire, parafrasando il tipo di Nazareth: la tua satira avrà efficacia sul prossimo pari a quella che tu sopporti su te stesso. Nulla.

Se abbiamo bisogno di regole per gestire una situazione, è perché il conflitto ne è elemento costituente. Manca la volontà di base, non dico di giocare, ma anche quella di collaborare, o addirittura di interagire, dando a controparte dignità di essere tale. Allora non resta che rivolgersi a un terzo – un giudice, per esempio, nelle varie forme del processo civile – affinché individui quelle norme o ci costringa ad definirle.

Concludo con una mia vecchia riflessione etimologico-statistica. “Norma” significa anche “media”. Dal sostantivo “norma” ne deriva un altro: normalità. La distribuzione “normale”, quella che chi ha studiato queste cose sa avere il nome di “gaussiana”, descrive eventi senza una particolare caratterizzazione probabilistica, buttati anonimamente attorno ad un valore medio facilmente misurabile. In altre parole, ciò che è “normato” non è, in base ad un’osservazione scientifica, eccezionale. O lo è con una probabilità bassa. Bassissima.

Ecco, io credo tutto ciò non sia casuale. Voglio dire che è proprio questo il risultato che, per nostra scelta inconsapevole, siamo destinati a conseguire, normando qualunque cosa: alla mediocrità.

 

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Grazie, Roberto

 

Volevo ringraziare pubblicamente te, o Roberto Saviano, per avermi permesso di fare un passo avanti nel mio difficile percorso di auto-consapevolezza.

No, perché io sono contento quando mi scopro a provare emozioni, sensazioni e pensieri che non credevo mi appartenessero. E stasera, Roberto, mi hai consentito di vederne uno da cui ritenevo di essere immune.

L’indignazione.

Sì, perché, come ho già scritto credo più di una volta, l’indignazione mi ha sempre dato fastidio. E, nella mia illusoria percezione di “superiorità” rispetto alle “masse”, avevo l’effimera convinzione di non essere suscettibile a questo improduttivo stato d’animo.

Ma stasera, sentendo il tuo monologo a Quello che (non) ho – che poi è Che Tempo che fa solo su un’altra rete ma va bene lo stesso – me la sono vista addosso. Quella tua arringa sentita e infuocata contro i cattivi, detta da te che sei indubitabilmente il buono, mi ha colpito. Nel profondo. E sì, mi ha fatto indignare.

Solo che, ahitè, mi sono ritrovato a indignarmi non contro la Camorra, le Mafie o la Crisi, che hanno provocato la morte e la sofferenza di questo e di quello. Mi dispiace, non so che farci, ma l’oggetto della mia indignazione sei stato tu.

Tu che, forte della tua vita da paladino della lib… no scusa, volevo dire paladino della giustizia e della verità, sei sceso ex machina a spiegarmi come stanno le cose.

Non so perché, ma quando qualcuno mi detta come la devo pensare, come devo agire, con chi ce la devo avere e chi devo osannare, mi viene da reagire. Che sia Berlusconi, o che sia tu. Solo che quell’altro è così caricatura di essere umano che è, almeno per me, incredibilmente facile fargli la tara.

Con te è un po’ più difficile. Ciononostante, ci sono riuscito.

Quindi grazie, Roberto. Grazie davvero.

 

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O spesa ciao

Signor Caprotti, apprendo che i suoi negozi modenesi apriranno oggi, 25 aprile. È una scelta che le consente una pessima legge, da Lei fortemente voluta. Non importa che sia inefficace per l’occupazione, non produca nuovi consumi, danneggi milioni di lavoratori e venga pagata, come dimostrano tutti i dati sui prezzi, dai consumatori.

Così comincia la lettera di un certo Marzio Govoni, segretario modenese della Filcams-Cgil-Alpems-Herboms, al patron dell’Esselunga. Potete leggere altre informazioni in questo articolo del Fatto Quotidiano (non fate caso al video che parte in automatico preceduto da uno spot pubblicitario: loro possono).

Io il Govoni l’ho sentito ieri leggere la sua lettera alla trasmissione Caterpillar di Rai Radio 2, nell’ambito dell’iniziativa o inchiesta o non so cosa “Il 25 aprile io non compro”, con un’enfasi e un’aria scandalizzata che non vi dico. Con un crescendo di pathos che l’ha portato a leggere la lettera di un partigiano condannato a morte. Mi aspettavo che questo ragazzo, salutando i genitori prima di essere portato al patibolo, invitasse loro e tutti noi a non fare la spesa il giorno della sua morte – “fate questo in memoria di me” -, e invece niente.

Ma il trasporto del Govoni era tale, che alla fine della lettura della missiva non ho potuto che esplodere in una domanda piena di angoscia.

“Embè?”

Ho tentato invano, come mi capita a volte quando vengo travolto dall’idealismo e dalla voglia di partecipazione, di prendere la linea al numero verde comunicato dai simpatici conduttori per porre alcune domande. Niente da fare: numero occupato, chiamata non consentita, Telecom Italia.

Avrei voluto chiedere perché io, per rispettare la memoria dei partigiani morti per la libertà bella ciao bella ciao, perché io – dicevo – oggi non dovrei comprare. Forse perché nelle festività cristiane è tutto chiuso? Cos’è, invidia del Natale?

Ma lo volevo chiedere con umiltà, perché davvero non capisco. Cioè vorrei che mi spiegassero dov’è il male, il peccato di quest’atto che eventualmente potrei fare, avendo un paio di esselunghe nella città in cui vivo.

Cioè, voglio dire: il problema è il recarsi in un esercizio commerciale? Oppure è avere una transazione in cui chessò io scambio tre euro e venti con delle fette di prosciutto? Mi fate capire, per favore? Posso andare, se rimango senza, a comprarmi le sigarette? Se trovo un esercizio aperto lo boicotto e cerco un distributore automatico? Prendere un caffè al bar o un gelato in gelateria è consentito? Se vado a pranzare al ristorante poi devo andare a confessarmi al Caaf sindacale più vicino?

No, perché io ero rimasto fisso che il denaro era uno strumento. Una convenzione. Uno fornisce una cosa, tipo un prodotto o una prestazione, e l’altro in cambio gli dà una quantità equivalente di una cosa che viene comoda per non portarsi dietro le pecore.

Ma qui evidentemente il sindacalista e quelli che la pensano come lui hanno qualcos’altro da insegnarmi.

Forse che il denaro ha un valore suo, intrinseco, che va al di là di quello del metallo della moneta o della carta filigranata. Forse il sindacalista vuole farmi capire che è proprio per questo che il rapporto tra me, lavoratore, che uso un tornio o predispongo documenti Word, e il mio datore di lavoro, che in cambio mi dà denaro, non è sullo stesso livello. Perché il denaro ha qualcosa di magico che lo rende diverso dal resto delle cose fatte di materia o di trasformazione dell’energia. Chi ha denaro è più potente, per il fatto stesso di averlo e di gestirlo, e io che non ce l’ho, per potermi mettere su un piano non dico paritario ma almeno lontanamente confrontabile, ho bisogno di un sindacalista che mi protegga. È così, vero?

Mi sorgono tanti dubbi e tante incertezze, sai sindacalista? Però una cosa sta prendendo forma, nella mia debole mente che ha bisogno della tua visione morale della vita per dirmi cosa devo o non devo fare tutti i giorni, specie in quelli festivi.

Che se c’è una cosa di cui dovremmo parlare nella festa di oggi, quella che chiamano della Liberazione, è di come liberarci di gente come te.

 

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President evil

Pochi signori illuminati hanno individuato il vero problema che affligge l’Italia e, forse, l’intero globo terracqueo. Io, che ho avuto la fortuna di conoscerne alcuni, vi posso rivelare qual è: la satira di bassa qualità.

Sì, lo so, sembra strano. Forse pensavate al buco nell’ozono, o magari allo spread o ai governi tecnici. I più fini di voi avranno svolto articolate analisi sulle contraddizioni del mondo moderno, sull’ipocrisia umana, i suoi mille volti e la necessità di superarla, magari anche ridendone un po’, ciascuno in fondo lavorando da sé e per sé. E invece no, è tutto molto più semplice, e nel contempo agghiacciante.

La satira, quella fatta bene, quella di elevata qualità, sarebbe fuor d’ogni dubbio strumento supremo di pulizia del mondo e del disgustoso essere umano che ciascuno di noi è, ma viene insozzata da individui beceri, che nel migliore dei casi ne fanno mezzo di sfogo delle proprie frustrazioni – il sottoscritto, ad esempio – e nel peggiore, grazie a improvvidi calembour e banali e populistiche battute sull’abberlusconi e l’abbersani, accumulano migliaia di immeritati like e retweet.

Potreste essere fortunati come me, e incontrarli in giro pell’internet, gli illuminati. Saranno quelli che vedrete prodigarsi in generose spiegazioni de che la satira non ha limiti, tranne quelli che decidono loro. La qualità, sopra tutti.

Tale qualità, invero, ve la sapranno spiegare in negativo, tipo “questo no, questo manco”, ma non si può certo avere tutto dalla vita.

Lì per lì, potreste avere la sensazione che siano mossi da vago rosicore, ma trascenderete presto, prestissimo, quest’ingannevole parvenza. E vi succederà che ne sarete irraggiati. Sì sì vabbè, di luce riflessa, ma ciò che importa è che comprenderete: il rosicore sta in voi, è una vostra proiezione.

Cosicché imparerete a eliminare i fronzoli, i dannati tormentoni che pure i malevoli sfruttatori sanno classificare ed evitare, i riferimenti a fantozzo è lei o ad altro nemico della buona satira, tipo i “suca” cazzari che fanno decadere i blog.

Magari non vi divertirete più un granché, al massimo una risatina in inglese, ma il vantaggio che ne avrete sarà impagabile: finalmente, l’odiata merda scomparirà.

 

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Geronimo, è lei?

Dalla diretta di repubblica.it di oggi, 3 maggio 2011, ore 15:07.

I vicini di casa di Bin Laden non credono alla sua morte.

 

Casa Bin Laden

Suona il campanello: Al – Lah…

– Chi è?

– Sono il vicino, il vicino di casa.

– Chi?

– Il vicino! Il signor Bin Laden.

Sbuffa, e si allontana.

Di nuovo?

Si riavvicina alla porta.

– Ah, ancora lei?

– Sì, mi scusi, mi servirebbe un favore. È importante…

Apre la porta.

– Mi dica, Osama. Ancora bisogno del telefono?

– Sì, mi scusi tanto, signora Zarkawi, ma sa, devo telefonare alla mamma…

– Vabbè, entri… Entri pure.

La padrona fa entrare l’ospite inatteso. E imbarazzato.

– Mi scusi, signor Bin Laden, ma gliel’allacceranno mai questa benedetta linea telefonica? Ormai son cinque anni…

– Signora, cosa le devo dire? Son disperato più di lei. Io col telefono, soprattutto con internet, ci lavoro.

– Ma quale operatore ha scelto? Spero l’operatore nazionale, la Telecom Pakistan, come tutti.

– No, signora… Ho scelto la compagnia nuova. Quella privata. La Mohammedcom. Mi ha colpito tanto la loro reclame: se la fibra non va alla tua casa, la tua casa va alla fibra. Ripensandoci ora, sembra una specie di augurio malefico…

– Ma non poteva prendersi una di quelle chiavette internet che girano adesso?

– Ma signora, lei lo sa il mestiere che faccio. Io ho bisogno di banda. Devo pubblicare i video. E poi con la chiavetta non posso chiamare la mamma. Lei non usa skype.

– Ma provare in quei posti che ci si connette ad internet?

– Gli internet cafè? Secondo lei io dovrei andare fino ad Islamabad, in un internet cafè, per pubblicare i miei video? Ma lo sa che gente li frequenta? Ormai lì è pieno di immigrati. Europei. Italiani. Vanno lì a chattare, e a guardare i siti pornografici . Poi, come se niente fosse, chiamano i famigliari. Per due spicci. Pezzenti. E dicono che vengono qui a lavorare. A distribuire le linee telefoniche… Tzè.

– In effetti…

– Che poi ho un Piccì strafigo. Non so più quanti mega di memoria e di disco fisso. Ho speso un sacco di soldi, all’Uniarab. C’ho messo su tutti i dati dei miei amici, ordinatissimi. Tutti i miei video masterizzati sui divudì. Tutti i miei appuntamenti nel calendario, anche quelli vecchi: 11 settembre 2001, New York, 11 marzo 2004, Madrid… Volevo perfino iscrivermi a Facebook. Certo, avrei usato un fake, come dicono gli infedeli. Pensavo di registrarmi come Muhammar Gheddafi, quel simpaticone libico, lui mi sembra che sia ben voluto in occidente, non avrebbe dato nell’occhio, no?

– Mah, forse ultimamente ha qualche problema… E va bene, usi pure il telefono.

– Grazie.

Digita il numero.

– Ciao mamma, come stai? … Io bene, tutto bene. Un po’ di casino, come al solito. Sai com’è, due mogli e nove bambini. Il solito trambusto. … Eh, il lavoro ultimamente va un po’ così. Ci sono ‘sti giovani, in giro per il Nord Africa, che vogliono fare di testa loro. … I miei due amori stanno abbastanza bene. Certo, Sharìa sai com’è, da una parola in su comincia a dire che mi vuole cacciare di casa. A volte addirittura uccidermi. Intifada, invece, c’ha le sue cose in questi giorni. E la conosci, quando si incazza comincia a tirare le pietre, quindi ci devo stare un po’ attento… Occhèi mamma, cioè volevo dire, va bene mamma, insomma, tutto come al solito. … Sì, va bene, non me la faccio la barba, lo so che ti piace tanto. … Occ-  cioè, volevo dire, sì, mamma, un bacio, ti voglio bene.

Posa la cornetta.

– Grazie signora, le sono riconoscente. Se non ci fosse lei…

– Ma signor Bin Laden…

– Osama, mi chiami pure Osama. Anzi, dopo tutto questo tempo… Non mi dispiacerebbe che ci dessimo del tu.

– Va bene Osama… – arrossisce. – Diamoci del tu. Puoi chiamarmi pure Mariangela, se ti va.

– Mariangela Zarkawi? Vabbè, lasciamo stare.

– Mi sembri un po’ giù, Osama. Va tutto bene veramente?

– Eh, sai, Mariangela. Non è facile. Certo, qui ad Abbottabad sto bene. Non che nel paese ci sia un granché, a parte il centro commerciale. Però io c’ho le mie cose. La famiglia. Una bella villa, con tutti i comfort. C’ho perfino la Jacuzzi. La ciclette. Il minigolf. A parte il telefono e internet… Però è il lavoro che non va. Non mi caga più nessuno. C’è in giro per il mondo addirittura gente che pensa che io non sia mai esistito…

– Ma tu sei uno importante, Osama! Hai fatto delle cose incredibili, no?

– Beh, sì. Ma è passato tanto tempo ormai. Quasi 10 anni…

– Bei tempi, eh? Ma non ti è mai dispiaciuto aver fatto quello che hai fatto?

– Un po’ sì, a dire il vero. Quei due palazzoni non mi dispiacevano.

– Raccontami qualcosa, dai.

– Ma niente, Mariangela, cosa vuoi che ti dica?

– Non so. Un aneddoto. Una cosa che non sa nessuno.

– Mah, è andato un po’ tutto come si racconta… Ecco, quello che forse non si sa è quanto hanno faticato, Atta e gli altri, ad imparare a pilotare gli aerei. Cercavano sempre di mettere le marce, c’hanno messo un po’ ad abituarsi al fatto che lì in America hanno il cambio automatico dappertutto, anche sugli aerei.

– Che emozioni… Ma ora ti staranno ancora cercando, no? Non hai paura?

– No, Mariangela. Ora è tutto così piatto… E vabbè, ora ti devo ringraziare. E salutare. Devo andare a far la spesa all’Accalunga. C’ho da comprare i pannolini, il cibo per i gatti, e qualche proiettile dei bazooka per le guardie del corpo, che le sprecano cercando di ammazzare i gatti.

– Va bene, Osama. Grazie per la visita. Mi ha fatto piacere…

La signora viene richiamata da rumori e voci fuori dalla sua casa.

– Ma Osama, non senti dei rumori?

– Quali rumori?

La signora sposta la tenda e guarda dalla finestra.

– Ci sono dei signori, a casa tua. Sembra che ti aspettino…

– Non so, non aspetto nessuno. Al Zawahiri deve venire a trovarmi mercoledì prossimo. Oggi starà facendo le sue solite liposuzioni.

Si sentono voci in lontananza.

Geronimo, sei in casa? Geronimoooo!!!

– Che vestiti strani che hanno… Ma certo! Saranno i tecnici del telefono! Finalmente! Ma perché “Geronimo”? Sta a vedere che questi deficienti mi hanno di nuovo sbagliato l’anagrafica…

– E vabbè, Osama. Se hai bisogno, vieni pure da me. Non è un problema, anzi. Mi piace tanto quella tua barba…

Gli fa l’occhiolino, da sotto il burqa.

– Lo vuoi sapere un segreto, Mariangela?

– Dimmi, Osama.

– Me la tingo. Mi faccio apposta questa specie di serpentello brizzolato. Perché alle donne piace tanto.

– Che uomo, Osama… Dai, ora vai. Ché sennò i tecnici se ne vanno. Anche se un po’ mi dispiace. Vieni ancora a trovarmi, se ti va. Anche solo per prendere un caffè.

– Certo che vengo, Mariangela. E mi raccomando: non depilarti.

– Va bene, Osama. Non lo farò.

– Grazie di tutto, Mariangela. Ci vediamo. Presto. Prestissimo.

 

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Preghiera

 

Tre croci

È una giornata afosa e soffocante. Ma è il meno.

Mi costringono a portare questo pezzo di legno sulla schiena, lungo questo scosceso sentiero sabbioso. Ed è solo il prologo. Oggi morirò.

Mentre passo la gente urla, qualcuno lancia dei sassi. Come se non bastassero le frustate che mi hanno dato i soldati romani, ora nuove ferite e contusioni si fanno strada lungo il mio corpo.

Pochi pensieri nella testa, ora. E tanta, umana paura. So cosa mi attende.

I soldati mi buttano a terra. Calci. Pugni. Chissà cosa ci trovano di così divertente ad infierire su un condannato.

Mentre la paura sale, la mente tenta di scappare. Cerca di ripercorrere una vita che si sta rivelando molto intensa, ma anche troppo breve.

Pochi ma fedeli amici veri, che hanno saputo apprezzare atti non consueti, comprendendo e nutrendo la voglia di speranza che stava loro dietro. Molti nemici, presi nelle loro certezze, nelle regole da rispettare, inviolabili. Uno come me, che va contro le regole, questa maggioranza a volte urlante ma il più di frequente silenziosa non può che volerlo ammazzare.

I pensieri vengono spazzati via da un dolore immenso, lancinante. Un corpo estraneo, di un ferro arrugginito ma appuntito, mi si conficca nel polso, facendosi largo a forza tra le ossa dell’articolazione, sostituendosi alla carne e al sangue che mi abbandonano.

È la cosa più intensa che abbia mai sentito. E’ molto, molto più forte dell’urlo che lancio verso il cielo. Molto più acido del misto di lacrime e polvere che mi si riversa lungo le tempie.

Cerco di portare l’attenzione via da questo dolore, ma è impossibile. Almeno così sembra, finché lo stesso, terribile supplizio non viene inflitto all’altro polso.

Pensieri confusi, il pianto a dirotto, inizialmente puro e sincero come quello di un bambino che cade correndo e si sbuccia il ginocchio. Poi ascolto la mia voce diventare inumana e dar forma a latrati che non credevo possibili.

Provo a pensare ai miei cari. A chi mi ha seguito, anche quando sembravo essere odiato da tutti. Penso a quella donna. A quella cosiddetta “disgraziata”, che quel giorno mi ha guardato in quel modo ricolmo d’amore.

Cerco lo sguardo di mia madre, che assiste a questa vergogna dell’umanità. Mi ricambia piangente, disperata ed impotente.

Non è ancora finita. Ecco, ora tocca ai piedi.

È incredibile come il corpo umano possa adeguarsi alla sofferenza. Il chiodo che da solo mi trapassa i piedi quasi non lo sento. O forse è solo che si è guastato qualcosa nel modo in cui circolano le sensazioni dentro di me.

Mi tirano su.

Ora il dolore riprende il suo posto da protagonista. E comincia un gioco perverso. Due forze lottano dentro di me, come belve inferocite.

Da una parte un’energia incredibile cerca la sopravvivenza. Parte dal diaframma, subito compresso ed affaticato, e mi spinge verso l’alto. Mi sembra quasi di avere la forza di un uccello che sta per spiccare il volo.

Dall’altra una stanchezza immensa, ragionevole e sacrosanta. Una voglia incredibile di lasciarsi andare, di aprire quella porta che – ogni momento che passa cresce la certezza – mi condurrà in uno spazio colmo di pace e di serenità.

Passa il tempo. Sono ore, ma sembrano anni. La seconda forza, piano piano, con la pazienza di un antico maestro, prende il sopravvento. La vista si appanna. L’udito si affievolisce. Il dolore si allontana, o meglio, sono io, un nuovo “io” forte e luminoso, che mi allontano sempre più dal dolore.

Con uno sforzo tremendo, do un’ultima occhiata ai due poveracci che stanno subendo con me questa efferata e mortale tortura.

La mia attenzione viene catturata da uno di loro. Una domanda finale, che so precedere la morte, mi sale dentro. È una specie di insana curiosità che, mentre viene a galla, si trasforma in una sorta di preghiera.

Lo vedo che non smette di muovere la bocca e di alzare gli occhi e la testa al cielo, nonostante sia oppresso da quello strano e sanguinoso copricapo fatto di spine. Raccolgo le residue infinitesimali energie e gli pongo la mia domanda.

“Ma si può sapere con chi cazzo è che continui a parlare?”

 

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