La Normale Famiglia

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Quella di Nazareth non era una famiglia finta, irreale. Maria, la mamma cucinava, faceva tutte le cose della casa, stirava le camicie, Giuseppe, il papà faceva il falegname, insegnava al figlio a lavorare. Gesù viene come un figlio di famiglia. Non nasce in una grande città come Roma, ma in una periferia piuttosto malfamata, Nazareth. È un Dio sottomesso. Ha perso 30 anni lì, in quella periferia malfamata. Non ha fatto guarigioni o altri prodigi in quegli anni. Quello che era importante lì era la famiglia, ma non è stato tempo sprecato: erano grandi santi, Maria Immacolata e Giuseppe. E Gesù mai in quel tempo si è scoraggiato.

In molti si sono scagliati contro questo bellissimo discorso del nostro amato Papa innovatore, Francesco, accusandolo di significati sessisti e retrogradi. In particolare sulla Madonna, che sarebbe stata da lui stereotipata come una mera casalinga, nazarena anziché vogherese, ma pur sempre dedita a servire marito e figlio e alle cosiddette faccende. E il bello è che queste critiche, anche feroci, arrivano da persone che si definiscono moderne e progressiste. Davvero intristisce che proprio costoro non colgano la portata rivoluzionaria del nostro Pontefice: ancora una volta non è affatto difficile riscontrarla.

Chiariamoci: forse per qualcuno è necessario andare oltre all’apparenza, alla superficie, arricchire il narrato. Ci vorrebbero un paio di serate con l’eccelso divulgatore, il maestro Benigni, ma certi budget non si trovano tutti i giorni. Dunque, mi permetto di aggiungere io qualche elemento, gratuitamente: chissà che non riesca a dare il mio umile – ma mai quanto quello del Papa: lui è il più umile di tutti – contributo.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che stiamo parlando di una famiglia di oltre duemila anni fa. Una famiglia normale e nel contempo fuori dal comune, visti i componenti. Non usiamo i paraocchi, allora: è del tutto ragionevole pensare che dei due genitori l’uomo si dedicasse a guadagnare il pane, cibo di cui peraltro il figlio andava matto. Lo offriva spesso anche ai vicini, accompagnando il gesto con frasi che allora parevano leggermente sconclusionate, facendoli addirittura sentire cannibali: solo più tardi ne avremmo tutti compreso il profondo significato. Perché l’abbiamo compreso, vero?

Questo padre (‘padre’ in effetti è una parola grossa), Giuseppe, era davvero uno che definirlo “santo” come fa Francesco è poco, mi si consenta. Fu il primo uomo della storia ad avere a che fare con l’eterologa, senza peraltro averla richiesta; caso che fu anche l’unico a essere autorizzato da quell’altro Padre, quello con la maiuscola, anche perché fu Egli a metterla in pratica. Fu anche la prima volta in cui una fecondazione non convenzionale veniva documentata con una certa affidabilità. Certo è che scegliere come tramite un piccione bianco superava l’immaginazione avuta dal collega Zeus con la sua pioggia d’oro, o quando fece nascere la figlia Atena da un’apertura del proprio cranio. Che poi non mi sono mai spiegato dove abbia preso Gesù l’altra metà dei cromosomi, quelli non forniti dall’ovulo di Maria… ma non divaghiamo.

Il fatto che Giuseppe e Maria non ebbero mai figli tutti loro ci fa forse ipotizzare che il primo fosse sterile. O impotente. O entrambe le cose. Sicuramente era molto più vecchio della moglie. Forse lei non volle mai dargliela, volle rimanere fedele al Padre naturale (‘naturale’ in effetti è una parola grossa) di suo figlio; forse volle restare per sempre ‘Immacolata’, come dice Francesco, per quanto risulti ostica tale definizione in seguito a un parto. Nonostante tutto, comunque, Giuseppe si faceva un culo così dalla mattina alla sera, non v’è dubbio. Perché la periferia chiamata Nazareth non era affatto un posto facile, altro che Tor Sapienza o Quarto Oggiaro.

Come se non bastasse la durezza del suo lavoro, doveva sopportare quel figlio non suo, che – come ci ricorda il Papa – non era ancora dedito a prodigi e miracoli, ma imparava piano piano a gestire e controllare i suoi poteri: camminava sulle pozzanghere senza bagnarsi i piedi, trasformava l’acqua in Coca Cola, faceva risorgere le lucertole, strabiliando gli amichetti che fino ad allora si erano limitati a strappar loro le code e vederle ricrescere, e alle volte di notte diventava fosforescente, specie poco prima che il gallo cantasse tre volte, chissà perché.

Dunque, è del tutto legittimo affermare che Maria badasse alle cose di casa, senza tirare in ballo alcun maschilismo di sorta. Io me la vedo, giovane e un po’ inesperta, stirare le camicie come dice gioiosamente Francesco: nella nostra ricostruzione, lei usa un asse da stiro speciale, predisposto dal marito sulla base di un insolito progetto del figlio (“Vedrete, un giorno questo aggeggio sarà in tutte le case, in tutte le scuole, in tutti i templi, in ogni luogo pubblico”), costituito da un ceppo di legno lungo e un altro di dimensioni minori ad esso fissato ortogonalmente. Maria, come le aveva amorevolmente consigliato il figlio, stendeva sui ‘bracci’ più corti le maniche delle camicie, fermandole con dei chiodi per evitare che si spostassero; lo stesso faceva con i jeans di Gesù, incrociando e puntandone le estremità al fondo del legno maggiore. Solo, Maria era un po’ imprecisa, come abbiamo già detto. Avete presente quel lenzuolo nel quale un giorno Gesù si sarebbe fatto il primo selfie della storia? Beh, tutte quelle toppe che si vedono aveva dovuto metterle lei. Fateci caso: sembrano i postumi di bruciature tipiche della casalinga sbadata che si ferma qualche minuto a fumare una sigaretta, hanno la forma di un ferro da stiro.

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E Gesù, che dire di lui? Non avete idea di cosa non gli facessero i bulletti di quel postaccio che era Nazareth, a scuola! Oltre ad avere quel volto angelico e quel po’ di barbetta bionda già dalle elementari, era considerato un secchione: sapeva tutta la Bibbia a memoria ed era arrivato addirittura a discuterne con i vecchi babbioni del tempio, definendola oltraggiosamente ‘Antico Testamento’ (“E il nuovo dov’è, eh?”) e mettendoli in crisi. Solo in matematica non andava benissimo: finché si trattava di aggiungere o moltiplicare, nessun problema, ma sottrazioni e divisioni proprio non gli andavano giù.

La sua salvezza con i compagni bricconi era quella curiosa caratteristica della pelle, che pareva come cosparsa d’olio o di una qualche sostanza grassa: i suoi aguzzini non riuscivano ad abbrancarlo, lui riusciva sempre a sgusciare via. “Ringrazia il Signore che ti ha fatto così, Unto!”, gli urlavano mentre scappava verso casa. Già, che nomignolo gli avevano dato. Anche se a lui, che sapeva di greco, tradotto in quella lingua non dispiaceva affatto. Ai suoi, così preoccupati per le angherie che subiva di continuo e per l’estrema solitudine che ne derivava, ripeteva di stare tranquilli, di perdonare quei ragazzini perché non sapevano quello che facevano, e che un giorno di amici ne avrebbe tanti, tantissimi: addirittura dodici.

Ora, avendo tutti questi particolari aggiuntivi, sono certo che darete ragione a Francesco, se mai aveste avuto dubbi. Sicuramente riuscite a immaginarveli tutti insieme, per esempio la sera, in salotto: Giuseppe a dare le ultime piallate, Maria a rammendare le camicie del figlioletto, sempre bizzarramente lacerate a livello del costato, Gesù a giocare alla battaglia dei soldatini romani istigati dagli ebrei cattivi; oppure con quello che allora i genitori credevano fosse il suo amico immaginario, Giuda, a quell’altro gioco che a quest’ultimo sembrava non piacere un granché: l’impiccato. Una famiglia felice, completa. Una famiglia straordinariamente ordinaria.

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Io me li figuro in particolare la sera del compleanno di Gesù. Ci si scambiava sempre dei bellissimi doni, poveri ma fatti con il cuore. Anzi, fatti da Giuseppe, ché se ci si fosse messa Maria avrebbe combinato solo casino. Ed era proprio Giuseppe a portarli; conciandosi, su richiesta del figlio (‘figlio’ in effetti è una parola grossa), in quel modo inconsueto: con una finta barba bianca, in ricordo del vero Padre, nascosto chissà dove.

Giuseppe faceva tutto ciò con grande affetto. Solo una volta in cui Gesù, per farsi qualche amico, aveva provato a invitare tutta la scolaresca per una festicciola (“Dai mamma, dai pa… Giuseppe, lasciate che i pargoli vengano a me!”) e lui aveva dovuto costruire giocattoli per tutti e perfino imbacuccarsi tutto di rosso, aveva sbottato con una frase che non viene riportata in nessun testo sacro, eppure s’è tramandata fino ai giorni nostri.

“E chi sono io, Babbo Natale?”

 

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Prugna non deve morire (o forse sì)

Prugna Dark

Post scritto da me medesimo all’interno di una discussione a proposito della chiusura della pagina “Prugna Dark”, effettuata da Facebook, su Facebook e in Facebook (sempre sia lodata). Per comprendere il contesto e conoscere i dettagli, vi invito a cliccare qui (vale a dire dove c’è scritto “qui”)(il primo “qui”, eh, non il secondo né il terzo).

 

Hell,

permettimi di darti un consiglio, dall’alto della mia pluriennale esperienza (c’è contemporaneamente autoironia e verità, in questa cosa), se hai intenti bellicosi a proposito di questa vicenda della Prugna Dark.

Lascia perdere.

Te lo dice uno che ha al suo attivo decine e decine di storiche (eh?) guerre e battaglie, contando solo quelle in questa vita, e fra queste solo quelle nella “satira”, e non ha ancora finito di combattere. Ripeto: lascia stare, soprattutto se è la prima che ti capita nel campo della “satira”.

È inutile, non serve a un cazzo. Ed è logorante. Ché poi magari ti ritrovi, come me, a quarantacinque anni suonati, quando cominci a sentire che i neuroni perdono qualche colpo, a non riuscire a dormire per scrivere presumibilmente inutili post su Facebook alle 5 e mezza del mattino, a litigare con i tuoi amici, a farti il sangue cattivo e roderti il fegato, a fumare troppe sigarette, e altre cose estremamente dannose per la salute.

Questa satira (tolgo le virgolette, d’ora in poi, perché è faticoso metterle ogni volta, ma fa’ come se ci fossero) non merita guerre e battaglie, semplicemente perché non esiste. Ed è una fortuna enorme, che non esista. Perché è l’unico modo possibile per ottenere il risultato che non abbia limiti, come tutti noi cosiddetti autori vorremmo.

– Caro autore, cos’è per lei la satira?
– Boh?

Ecco, questa è l’unica definizione sensata della satira. Perché tutti i problemi sorgono da quando tenti di darne una definizione.

Osserva il significato profondo della parola “definizione”: implica, di per sé, limitare. È normale: è la mente umana che funziona così. Quando cerca di comprendere un fenomeno, un qualsiasi fenomeno, come prima cosa DEVE definire un perimetro. E va benissimo! Perché senza questo portentoso meccanismo non saremmo qui, ora, a discutere su quest’aggeggio chiamato internet.

È il suo modo, suo della mente, di interpretare la realtà, che però è destinata, sempre, a sfuggirle. Perché la realtà, come la satira, è illimitata. C’è e non c’è. È intrinsecamente paradossale. E dietro la mente – hanno ragione autori satirici ben più famosi di noi, che si sono dati nickname fantasiosi quali Buddha, Cristo, Osho, e tanti altri – c’è qualcos’altro. Anzi, questo qualcos’altro la include, e include tutto quanto.

Prugna Dark non merita le tue battaglie, semplicemente perché non esiste neanche lei. Non esisteva già prima, quando secondo te, secondo me, secondo tutti quelli che c’hanno avuto a che fare, c’era. L’unica cosa che esiste sei tu. Tu, qualunque cosa sia questo “Tu”, sei l’unica cosa da proteggere.

E la cosa migliore che puoi fare per proteggerti, ancora paradossalmente, è arrenderti. Che non significa lasciarti soggiogare, tutt’altro. Significa accettare di essere bannato, incarcerato, avvelenato, crocifisso, ma mantenendo sempre la tua integrità. Sei fuori da Facebook, Da Spinoza, da Umore Maligno, da Lercio, o quel che vuoi, sei in carcere, ti stai ammalando, stai morendo, ma sei sempre tu, lo stesso che scriveva minchiate su Prugna Dark.

Solo così, arrendendoti totalmente, ineluttabilmente, ti apparirà l’evidenza, ciò che tu stesso ti nascondevi con imbarazzanti fette di prosciutto su qualunque organo sensoriale. E questa evidenza, questa verità, è che non c’è assolutamente nulla da cambiare, che va tutto benissimo così com’è, che questa realtà, sia nei suoi dettagli, nei suoi processi, momento per momento, sia nella sua inafferrabile e universale interezza, è perfetta.

Sarà solo in quel momento, quando ti sarai interamente rilassato in questa bellezza, che le cose che non ti piacevano (e che non ti piaceranno ancora, eh, perché tu sarai rimasto te stesso, nel frattempo) cominceranno a cambiare, a mettersi a posto, da sole, a volte esattamente come le volevi, altre volte diversamente e ancora meglio di come te le saresti mai immaginate.

Dunque prova, se ti va, a recitare questo mantra, e vedi cosa succede:

Ciao Prugna Dark <3

Un abbraccio.

Alex.

 

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Ti dimetto da falso poeta

“Cosa vede qui?”
“È l’ultimo bellissimo logo di Umore Maligno, no?”

 

È l’inizio del nuovo anno, e all’inizio del nuovo anno usa fare i cosiddetti “buoni propositi”. Uno dei miei buoni propositi di questo nuovo anno è: lasciar andare un po’  di persone, con cui ho condiviso un pezzo importante della mia vita.

Lasciarvi andare dalla mia testa e da me stesso in generale, intendo, in un modo che non so è vi dato capire, cari “amici”. Lo farò nel modo che mi è più congeniale, come facemmo insieme nei confronti del fu Spinoza, e cioè con un post catartico, pieno di rancore, astio e acredine. In quel caso a me servì moltissimo, mentre a molti di voi no, ma questo è un problema vostro.

Vi ho osservati, durante quest’anno e passa, in silenzio. Tutti quanti. Dopo aver tentato, a mio modo, di rientrare dalla finestra, ed essere stato trattato nuovamente a pesci in faccia, ho deciso di sedermi lungo la riva del fiume. Lì, non è proprio che abbia visto passare qualche cadavere, ma ho compreso un po’ di cose.

Innanzitutto, ho capito che eravate già morti, quando vi frequentavo, pertanto era inutile aspettarsi cadaveri. Mi è bastato attraversare l’amarezza che avevo provato anche prima della “fine”, nel constatare che, di fatto, seppur “presidente”, non ero parte del gruppo. Magari lo ero dal punto di vista personale, ma non da quello “artistico”. Semplicemente perché nulla di quello che scrivevo per mio conto veniva mai condiviso, rebloggato, ritwittato. Alla meglio, il “tweet” della battuta sciolta, proprio come avveniva su Spinoza. Ma non ricordo neanche una volta in cui un singolo di codesto presunto gruppo abbia preso un mio post o un mio status e l’abbia sbandierato come qualcosa che valeva la pena di leggere. Per non parlare di quando mi sono permesso di scrivere un libro. Anzi, in quel caso c’era solo da prendermi per il culo. I libri, i post, le battute, vanno condivisi solo se prodotti da quelli “bravi”, vero? Già da questa sola cosa, dall’impossibilità di discernere lo scritto dallo scrivente, il prodotto dal produttore, si evince tutta la vostra incapacità critica.

Commettendo la medesima cazzata compiuta altre volte nella mia vita, ho inizialmente imputato tali fenomeni a me stesso e alle mie capacità. “Evidentemente non sono bravo come loro o come quelli che portano sul palmo della mano”, mi sono detto. Coglione.

Poi, grazie all’osservazione silenziosa, ho realizzato come stavano veramente le cose. E ho notato alcune differenze insostenibili (non per me, per voi) tra me e voi.

Tu, satiro di Umore Maligno, vecchio e nuovo, addentro o satellitare, uomo o donna, con pochi o tanti “fan”, o anche solo sostenitore informato dei fatti, sei molto diverso da me. Tu, nella vita reale, sei uno sfigato pazzesco. Soprattutto dal punto di vista professionale, spesso anche da quello sentimentale. Per questo, tra l’altro, mi faceva troppo ridere quando a fronte dei tuoi post satirici ti veniva augurato ogni male: perché non c’era alcun bisogno di questi auguri.

Fai lavori beceri e inconcludenti, tipo fare patetici corsi sull’internet a vecchiette sdentate, o il lavapiatti, o il negro vero e proprio,  seppur poi ti spacci per “caporale”, o quando va decisamente bene sbarchi il lunario come avvocatucolo di provincia. Covi da anni un enorme desiderio di rivalsa, che affidi a un “bagaglio culturale” invero decisamente povero, fatto di poche cognizioni tecniche attinte da chissà quale Bignami, o da video visti su youtube di nomi di cui ti riempi vanamente la bocca, tipo Hicks, Carlin, Stanhope, D’Angelo, salvo poi andare in crisi quando il primo stronzo che passa ti dice che la tua satira non corrisponde ai sacri canoni di Karl Kraus, costringendoti ad affannose ricerche su wikipedia: “Chi cazzo è Karl Kraus?!”.

Ti batti contro i Fabio Volo e le Flavia Vento, e non ti passa neanche per l’anticamera del cervelletto che questi figuri non sono altro, per te, che le proiezioni (queste sì!) di ciò che vorresti essere: un idiota blaterante circondato da seguaci decerebrati che ti adorano e ti riconoscono, restituendoti ciò che non ti hanno dato mammà e papà. Certo, tu i seguaci li vuoi un po’ più forbiti nell’espressione, ché tutti quegli “!!!11!1” danno un po’ nell’occhio per un presunto figo come te, ma la sostanza in realtà non cambia: vuoi automi, e automi avrai.

Ti batti contro i limiti della satira, senza accorgerti che sei tu per primo pieno di limiti. Che la battuta su Berlusconi e Brunetta basso non si fa, che il gioco di parole è da bambini delle medie, che la citazione di Fantozzi è roba che brrr che schifo!, che bisogna scrivere le cose lunghe, anzi no brevi, anzi no con un preciso senso, anzi no senza alcun senso. E tante altre stupidaggini di cui ti riempi da solo il cranio. Ti vedo arrovellarti, nel tuo antro sciatto, perso nel limare la virgola e il punto, l’accento e il contraccento. Diocristo che pena che fai!

Ebbene, io da ora ti dispenso dal volermi inseguire, dal voler condividere o piacciare qualunque cosa io scriva, viva o pensi. Anzi,  condividi ciò che vuoi e scherzaci pure su goduto, magari delegando il dileggio anche anche ai tuoi parenti acquisiti.

Condividi pure, condividi stocazzo.

Anche perché, per quanto tu ti sforzi, non mi prenderai. Non puoi farlo, perché cerchi il confronto dal punto di vista sbagliato. Io non sono più bravo di te, non ho più nozioni, non ho più cultura, non sono più intelligente, non sono più ricco, non sono più bello, non sono più alto, non ho il cazzo più lungo, e tante altre cose che potrebbero anche, in un certo senso, essere vere.

Semplicemente, io sono un miliardo di volte più libero di te: è questo che a te sta sul cazzo, che mi invidi dal profondo. Perché tu, questa libertà, non hai la più pallida idea di come conquistarla. Ti ostini a credere che si tratta di poter dire cacca, merda, porcodio, dioporco, diocane, piscia, frocio, negro, checca e cose del genere, questo sì come un bambino delle medie, ma sei davvero fuori strada.

Per cui ora, come ho detto all’inizio, ti dico addio, per sempre. Un addio che non sarà fatto di giochini stupidi nei quali sono cascato anch’io, a volte addirittura “cominciando”, di togli l’amicizia e richiedila e blocca e controblocca.

Ti saluto e ti lascio andare per la tua strada, dedicandoti questa canzone che ho ascoltato il primo dell’anno, e che mi ha fatto piangere. Te la dedico, davvero, con tutto il <3

Infine, mi dispiace anche un po’ rivelartelo, ma devo dirti che non sarai mai uno scrittore: avrai anche la scrittura, ma manca totalmente lo scrivente.

 

 

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E tu, witter?

 

Finalmente, dopo anni passati a chiedermi “ma a che cazzo serve Twitter?”, ora il misterioso social network sta assumendo un nuovo ed entusiasmante significato. Almeno per me.

Questo significato, peraltro, è tutto italiano. Ho capito che i nostri Vips vanno lì sopra perché lo fanno le star ammerigane, quindi non puoi non stare anche tu su Twitter, tu che in Italia pensi di contare qualcosa.

Peccato però che i nostri ci vanno con lo stesso atteggiamento broadcast, di benedizione urbi et orbi, con cui appaiono a fare le loro pisciate in un qualunque programma Tv più o meno compiacente, oppure discutendo – si fa per dire – anche animatamente con loro pari (si vedano i Ballarì o analoghi, per esempio). E la gente a casa a mandarli chi più chi meno affanculo, tanto loro mica sentono.

Ma qui su Twitter la cosa è un po’ più pericolosa, perché quelli verso i quali pontificano gli si possono ritorcere contro. E non è ancora come su Facebook, dove qualunque perla di saggezza ottiene centinaia o migliaia di likes, shares comments, e non si capisce più nothings. Lì, spesso, se scrivi qualcosa di intelligente e/o spiritoso, si perde nel coro delle pecore belanti (pro o contro che siano).

Per cui il mio invito è il seguente. Fate come me: rispondete loro su Twitter. C’è l’apposito tastino: Rispondi. Non è difficile.

Ma non incazzandovi, ché non ne vale la pena. Trattateli alla pari, soprattutto quando vengono a insegnarci cos’è giusto e cos’è sbagliato, cosa bisogna fare e cosa no, eccetera eccetera.

Il mio personalissimo consiglio è: prendeteli per il culo. È semplicissimo. Sparano tali cazzate che un destro, a qualunque persona minimamente dotata di senso dell’umorismo, lo offrono sempre.

Certo, inizialmente non risponderanno, non cadranno nelle provocazioni, vi tratteranno come troll. Ma se comincia a farlo un po’ di gente, beh, voglio un po’ vedere…

Diamogli addosso, dai. A mio parere, al giorno d’oggi, le rivoluzioni si fanno così.

 

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Piccola precisazione sul “cazzetto”

Ho letto un po’ di cose in giro a proposito del tormentone che, come vi sarete sicuramente accorti (eh?), il sottoscritto ha lanciato nella blogosfera tutta, grazie al post precedentemente pubblicato: il tormentone del cazzetto.

E mi è sorto un dubbio: ma ci sarà davvero gente che ha pensato, leggendo il post (ribadisco: quel post), che quel riferimento fosse reale?

Dato che sono paranoico ed egocentrico, ma soprattutto poiché io alla privacy – mia e altrui – ci tengo infinitamente, preferisco fare questa piccola precisazione.

Io il membro del signor UMC non l’ho mai visto. Per cui non ne conosco le dimensioni né, soprattutto, mi interessa conoscerle.

Era solo una metafora.

 

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Corollario di Alexfor

Dunque Alexfor, come mai mi hai convocato?

– Eh, niente, volevo parlare dell’ultimo splendido post uscito ieri sul noto blog di Uomo Morde Cane, il cattivo più cattivo del Web. Diocane (cit), tra l’altro, com’è scritto bene, quel post.

E perché mai ne vuoi parlare?

– Perché questo post (urca che bello, ogni volta che ci penso mi bagno tutto) è una metafora, cioè si riferisce ad altro e non ai Beatles, e non capisco come mai UMC non l’abbia scritto esplicitamente. Cioè, un po’ di cosette le ha fatte per darlo a intendere, se guardi bene la successione dei post sulla sua pagina Facebook, ma secondo me tanti mica l’hanno capito.

Ok, ok. Ma dimmi, Alex, allora di cosa parla in realtà?

– Di Umore Maligno.

– Urca! Ma questa è una notiziona che farà infiammare la blogosfera tutta!

– È quello che mi aspetto.

Dunque, fammi capire… Lui sarebbe Paul?

– Sì.

E John, invece, chi è?

– Io.

Ma dai!

– Sì sì. Yoko, invece, è la mia compagna, Clara.

Porca troia! Ma allora ho capito, mi hai chiamato per rilasciarmi una smentita!

– No no, anzi, il contrario. Per confermare. Tutto. Tutto quanto.

Cioè? Praticamente tu e la tua compagna sareste gli artefici dell’uscita di UMC da UM (Cristo, qualcosa che ha a che fare con l’insiemistica non mi torna) e del suo prossimo, immagino, scioglimento?

– Non proprio. In realtà il piano è mio. Di lei, è vera la cosa dell’antropofagia.

Dai, Alex, smettila di scherzare.

– No no, è vero. Lei si nutre di carne umana. Non sai che fatica per tenerla buona, soprattutto agli inizi. Però se sai come procurargliela, diventa facile da gestire. Basta un cadavere fresco preso dagli obitori ogni 24 massimo 48 ore, quando ci prendi la mano ti ci diverti pure. Perché vedi, lei non è cattiva. O meglio, tu definiresti cattivo un leone perché uccide una gazzella? O un vampiro perché succhia il sangue? È una cosa compulsiva, la sua natura, non può farne a meno. Per me è estremamente utile, perché mi fa il lavoro sporco. Effettivamente lei ora ha in pugno tutti i membri residui di UM, li manipola facilmente, in base ai miei ordini, muovendo il clitoride (cit sua). E poi non sai, ma quando l’hai appena saziata, fa certi pomp…

Beh, dai, lasciamo stare questi dettagli intimi. Ma piuttosto dimmi… cazzo, questa incredibile rivelazione fa emergere un sacco di domande e ho paura di dimenticarne qualcuna. Ok, rispondi a questa: come mai ha scelto i Beatles? Loro erano quattro, voi non siete o eravate più di venti?

– Ah, questo non lo so, dovresti chiederlo a lui. Volendo entrargli nella testa come effettivamente amo fare, direi che per lui nel gruppo ci sono poche persone di riferimento, gli altri invece non contano un cazzo. Ma in realtà ciò che ho appena detto è una mia proiezione.

E Ringo, invece? Chi è?

– Ringo? Cristo, mi cogli in fallo. Parla anche di Ringo?

Sì, a metà post.

– Merda. Non lo so. Il problema, te lo confesso, è che ho problemi nella lettura dei post. Anche dei suoi, che però sono sempre bellissimi, almeno i pezzi che riesco a leggere. Diocristo quanto scrive bene quel blogger. In questo, purtroppo, a un certo punto sono saltato alla fine, a quando parla di Chapman. Ma almeno me l’ha messo il fauvismo?

No, mi dispiace. Ma cos’è ‘sta storia che non leggi i post? Neanche quelli di UM? O di Clara?

– No. È un problema terribile, che non riesco a risolvere. Tipicamente non riesco ad andare oltre al titolo. Metto “mi piace” così, per avere la gente dalla mia. Magari riesco a leggere dei pezzi di quelli di Fed-Ex o di Essere Disgustoso* (ommadonna quanto scrivono bene anche quei due, ma mai come UMC, cazzarola). C’è solo un autore i cui pezzi riesco a leggere completamente.

Chi?

– Alexfor. In verità sono costretto a leggerli, mentre li scrivo. E poi li rileggo centinaia di volte. Perché soppeso ogni parola, in modo da manipolare il lettore verso le mie posizioni.

E quali sono queste posizioni?

– Non lo so, devo ancora capirlo. Ma comunque il giochino mi riesce molto bene.

Ma dimmi la risposta alla domanda più importante: perché? Perché far uscire UMC da UM? Perché manipolare il resto dei componenti? Qual è il tuo obiettivo?

– Ovviamente, la conquista del mondo. Quello della satira italiana on line, per ora. Ma è chiaro che ci devo arrivare per gradi. Parto da una base di 400 fan, peraltro molto sfigati, per cui devo procedere come le aziende: per acquisizioni successive. Il mio piano prevede che ora io succhi a UMC i suoi 5.000 fan; poi, quando avrò convinto tutti i coglioni che ancora sono restii alla sottomissione ad andarsene, avrò anche i 15.000 di UM. Dopodiché, riallaccerò i rapporti con Stark e quell’altro, e mi impadronirò di Spinoza. E allora, il gioco sarà fatto.

Geniale! Ma come pensi di impadronirti dei 5.000 fan di UMC?

– Semplice: ora che ho dimostrato che sono più cattivo di lui, verranno tutti da me. DEVONO VENIRE DA ME, CAZZO! Ehm, scusa. E voglio quel premio, quello dei Macchianera, voglio essere io il cattivo più cattivo del Web.

Ma guarda che il premio di quest’anno è quasi assegnato, le nomination sono già state fatte…

– Ah sì? Vabbè, sarà per l’anno prossimo. Anzi,  l’anno prossimo il piano sarà compiuto, e saranno miei tutti i premi. TUTTI! AH AH AH…

Dai, Alex, devi calmarti.

– NON DIRMI MAI “DEVI”, È CHIARO? IO ODIO IL VERBO DOVERE, SPECIE SE USATO ALL’IMPERATIVO!

Ok, ok, scusa… Però ti prego, dimmi ancora di UMC. Com’è andata veramente con lui?

– Ehm, un attimo che mi calmo… Sì, ora va bene. Ok, senti. In realtà, quando l’ho conosciuto, il piano era diverso. Volevo che lui fosse mio alleato.

Ah sì?

– Certo. Voglio dire: conosco il cattivo più cattivo del Web e non lo sfrutto per soddisfare la mia brama di potere? Infatti l’ho portato dalla mia parte, e per un po’ di tempo, anzi parecchio, l’ho abilmente manovrato. Lui, come tutti sanno, è un tipo nervosetto. Basta saperlo innescare nel momento giusto e contro il bersaglio desiderato, ed è fatta. Un po’ come Clara, a parte la fatica nel nutrirla e i pompini.

E poi? Perché non l’hai tenuto dalla tua parte?

– Vuoi la verità?

Sì, certo. La blogosfera tutta non vede l’ora di saperla.

– Mi ha deluso.

Cioè?

– Sì, profondamente. Come uomo, e come cattivo. Cioè, i segnali per capire tutto furono chiari fin da quando lo conobbi un po’ meglio. Quelle poesie frocissime che scrive, i suoi modi un po’ effemminati, come si inalbera per ciò che ritiene “giusto” o “bello” o “vero”, tutte cose che lo rivelavano come un pacioccone dotato di una ferrea moralità. Per non parlare del fatto che avesse un blog sull’Unità. Ma non li ho voluti vedere. Li ho ignorati, cazzo. È il mio lato sentimentale, non ci posso fare niente. Fino a quel giorno…

Cosa? Quale giorno? Non farci stare così in ansia! Dicci!

– Era proprio l’anno scorso, di questi tempi. Lui era a casa mia, era venuto per la premiazione dei Macchianera. Andammo insieme, io, lui e Clara, a Riva del Garda. Una serata tremenda, per tutti. Io speravo che lui rivincesse il cattivo più cattivo, e UM la satira. Se così fosse successo, il mio piano si sarebbe rivelato in fase avanzata. Ma fu una disfatta. Ricordo ancora i suoi occhi lucidi quando vide quell’Anonymous… E il nome del suo omologo orsetto, il Professor Morte, sullo schermo…

Fu quello?

– No, fu dopo. Quando rientrammo e andammo a letto. Per caso, lo vidi nudo. Dio, non riesco a torgliermelo dalla memoria, quel cazzetto. Ché lui continuava a dire a tutti di avercelo enorme. E invece… Non riuscii neanche a farmelo succhiare da Clara, quella notte. La passai a capire come modificare il mio piano. Se ero arrivato lì, a un pelo dai Macchianera – seppure con un gruppo di sciamannati – un senso doveva pur esserci. E così pensai, studiai, orchestrai… Ed ecco il risultato. Lui stesso mi ha portato dove sono ora: i suoi fan, il suo titolo, i suoi amici, tutto quanto lui considera “suo” mi spetta di diritto.

Quindi non ricucirete?

– No, ci mancherebbe altro. Cioè, per me si potrebbero anche intrattenere delle relazioni pacifiche, ma mi rendo conto di averlo ferito in modo irreparabile. Ovviamente, l’avevo messo in conto.

Ora UM chiuderà?

– È esattamente quello che mi aspetto. O meglio: che chiuda l’associazione, quella di cui sono stato presidente – AH AH AH… – Così me lo lasceranno, e sarà mio, tutto mio. E di Clara, certo. Un re e una regina, un imperatore e la sua imperatrice.

Cosa farai quando sarà tuo? Un blog va tenuto in piedi. E, diciamoci la verità, tu e Clara non è che scriviate poi ‘ste gran cose.

– Beh, vedi, ho avviato da qualche tempo una cosiddetta “campagna acquisti”. Mi circonderò di persone fidate, delle specie di ghostwriter, dei bravi ma sottomessi autori che sosterranno l’ambaradan. Qualcuno sarà tra quelli che sono già in UM, altri saranno presi da fuori. Non è difficile, sai? Basta saper dare i giusti contentini. Qualche post firmato, il nickname in evidenza negli status, queste robe qui che una volta per sfottere Spinoza – loro sono i maestri – chiamavamo “Cencelli”.

Quindi traghetterai UM verso il crowdsourcing?

– Non da subito. Lo farò quando attaccherò Spinoza. Sto pensando di far credere loro che in qualche modo si “mangeranno” UM, rendendolo uno spin-off, come li chiamavano un tempo. Quando si accorgeranno che in realtà sta accadendo il contrario, per loro sarà troppo tardi.

Ripensando a tutto quello che hai detto, mi sto rendendo conto che non mi hai ancora risposto: perché? Perché fai tutto questo? Qual è il vero motivo? Perché sei così cattivo?

– Ma è ovvio! Perché mi diverte! C’hai presente il Joker di Nolan? Quello sì che è un vero cattivo, mica questi bamboccioni alla UMC.

Eddai, non essere così duro con lui. Che t’ha fatto?

– Te l’ho detto. Nulla, a parte deludermi.

Così tanto?

– Sì. Sai, nell’ultimo periodo di UM, ci siamo fronteggiati in maniera molto forte, molto veemente. L’ultima parte dell’attuale fase del piano era già in corso, ma ho comunque avuto una rivelazione, una folgorazione, che mi ha ulteriormente colpito.

Cioè?

– Ecco… Mentre eravamo lì che ci sfidavamo, a suon di quote, risposte argute da parte sua, provocazioni e manipolazioni da parte mia… È successo che ho compreso il vero significato del suo pseudonimo.

Non capisco.

– Non è facile da spiegare… Mi è apparso il senso di “Uomo Morde Cane”, come dal nulla. Peccato che non era come forse, in fondo in fondo, ancora speravo. Perché una parte di me ancora gli vuole bene. Però è andata così, e oggi è inequivocabile.

Cosa?

– Io sono l’uomo, e lui il cane.

 

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The Cart of the Intents of P.D.

Nella foto, il segretario del PD Bersani tiene in mano il voluminoso documento sugli intenti del PD


 

Ieri il segretario del PD ha presentato la Carta degli Intenti del PD, un documento in cui il principale partito italiano – almeno stando ai sondaggi del PD – afferma solennemente l’intento di dotarsi, prima o poi, di una serie di intenti.

È stato dunque un momento fondamentale nella storia della Sinistra italiana, paragonabile solo a pochi altri che nel seguito andiamo a ricordare.

  • La fondazione del Partito Comunista Italiano, avvenuta nel 1921 a opera di Antonio Gramsci, al grido di “questi pezzenti di operai hanno bisogno di qualche intellettuale che li guidi”.
  • La prima volta in cui Nilde Jotti, a Odessa in Ucraina, riuscì ad infilarsi nel letto di Palmiro Togliatti travestendosi da Iosif Vissarionovi? Džugašvili, detto Stalin.
  • La storica scelta del Compromesso Storico dello storico segretario compagno Enrico Berlinguer, che poi coerentemente indicò la linea dura contro le Br quando rapirono Aldo Moro: “Se lo liberano, questo qui ci costringerà a governare”.
  • La presa di coscienza della base di aver avuto come segretario Alessandro Natta, il giorno in cui questi si dimise.
  • Il famoso discorsuccio di Occhetto al congressello della Bolognina.
  • Quell’aprile in cui l’ex Partito Comunista, dopo anni di lotta senza quartiere all’acerrimo nemico DC, riuscì finalmente a far eleggere capo del governo Romani Prodi, democristiano.
  • La fondazione del primo movimento girotondino, per merito di Nanni Moretti e del supercomputer HAL 9000.
  • Il momento in cui Walter Veltroni decise di correre da solo la mattina quando fa footing e lanciò il suo slogan “Sì, noi possiamo tradurre dall’inglese ‘Yes, we can'”.

Ieri Bersani, sventolando la Carta, è partito a spron battuto affrontando uno temi più scottanti del contesto economico europeo e mondiale: le coppie gay.

Bersani ha spiegato: “‘Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte Costituzionale per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico”. Ecco, manco ‘sta roba dunque è farina del suo sacco.

“Riconosceremo le coppie omosessuali”, ha detto Bersani facendo l’occhiolino alla Finocchiaro. Che l’ha subito cazziato, facendo evidenti segni verso Paola Concia: “È lei la lesbica che ci rompe i coglioni per evitare che sia Vendola l’unico a cavalcare il tema dei diritti dei froci!”, gli ha bisbigliato con la sua voce da Amanda Lear.

Bersani ha dunque ripreso: “La nostra idea è chiara. Metteremo nero su bianco che le coppie omosessuali sono quelle composte da due persone dello stesso sesso. Vale a dire due uomini che stanno insieme, oppure due donne. Dobbiamo solo capire come regolamentare le coppie formate da una donna e un uomo che prima era una donna e poi s’è fatta impiantare il cazzo, oppure da due uomini nel caso in cui uno sia Marrazzo. Azzo. Ma i nostri esperti giuridici stanno lavorando alacremente a specificare vari commi, che conterranno le misure e le fattezze previste per gli organi sessuali, in modo che il riconoscimento si possa fare senz’ombra di dubbio. Il nostro disegno di legge sarà pronto presto, prestissimo. Più precisamente entro febbraio del 2014, momento nel quale sarà sottoposto alla ratificazione della base attraverso apposite Primarie”.

Bersani ha poi spiegato il ruolo del PD nell’attuale scenario politico italiano: “Vogliamo avviare un percorso di alternativa non a Monti, ma alle destre e alle loro politiche sbagliate. Quelle politiche che oggi Mario Monti sta mettendo in pratica, anche con il nostro sostegno”.

“Eh?”, gli hanno fatto eco in coro i giornalisti.

“Scusate, volevo dire che noi costruiremo un’alternativa a queste forze che oggi governano così malamente. Questo PD, che sostiene con colpevole ignavia una serie di atti che non fanno che distruggere quel poco che rimane della classe operaia…”

“Pier Luigi, che cazzo stai dicendo?”, l’ha interrotto Fassina.

“E tu chi sei? Come ti chiami? Piera?”, l’ha apostrofato argutamente il segretario. Poi ha ripreso: “Noi stiamo facendo una cosa estremamente difficile, che ci porta ad assumerci anche responsabilità non nostre. Stiamo indossando i panni del cattivo, delle destre, per far emergere le loro contraddizioni. Io per esempio sono pelato come Berlusconi, compio gli anni il suo stesso giorno e non so fare un cazzo come lui. Solo non scopo. Mai. Neanche mia moglie. Ma il gioco sta funzionando. Altri, meglio di noi, hanno definito questo esercizio pericoloso ma irrinunciabile ‘rovesciamento logico‘”.

L’incomprensibile vociare dell’Onorevole Argentin, sobbalzante sulla sua carrozzella, non ha potuto interrompere lo sproloquio di Bersani, che ha proseguito come se niente fosse. “Sosteniamo questa fase di transizione in quel che ci piace e in quel che non ci piace, a cominciare dalla vicenda esodati su cui va trovata una soluzione. Per noi è chiaro che essi vanno contati uno a uno e poi condotti sulle spiagge del Mar Rosso; a quel punto interverrà Mosè che…”.

Ed è stato in quel frangente che il povero segretario ha perso i sensi. È rinvenuto poco dopo, farfugliando strane frasi quali “Massimo, ti prego, dimmi qualcosa che posso dire. Qualcosa di sinistra. Anche qualcosa non di sinistra, ma dimmi qualcosa che posso dire!”, e poi “Anna Finocchiaro succhia i cazzi! Per quello c’ha ‘sta voce, non perché fuma venticinque cubani al giorno!”.

Sostenuto da Enrico Letta, ha ripreso con fatica il suo posto, facendo un ultimo sforzo per concludere la conferenza stampa.

“Domani avrò un incontro con Vendola, giovedì con i rappresentanti del Terzo settore e così di giorno in giorno”. Ancora Vendola, e poi il terzo settore. Per sempre. Finché morte non li separi.

 

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Della funzione spirituale dell’umorismo nero

Oggi parlo di un tema difficile, almeno per me. Com’è ovvio, trae spunto dalla vicenda che forse conoscerete a proposito di Umore Maligno, ma voglio chiarire che il punto di vista che ora proverò a sviluppare appartiene solo al sottoscritto, per quanto ne so.

Partirò con una premessa, che è frutto di una mia elaborazione di cose che mi sono state raccontate, che ho letto e vissuto. Tutto però è stato in qualche maniera interiorizzato e compreso, non fideisticamente ma intuitivamente. Non so se avete presente quella sensazione che ogni tanto ci coglie, quando appare un pensiero dal nulla e qualcosa dentro ti dice “sì, è proprio così”, anche se non sai spiegarlo. Ecco, è proprio così.

La mente umana – quella degli individui anagraficamente adulti – è fondamentalmente composta da due parti. Sì, lo so, Freud dice tre, Jung ci mette l’inconscio collettivo, Calderoli sostiene che la mente non esiste proprio. Ma non me ne frega un cazzo.

La prima parte è quella in cui più ci identifichiamo. Diciamo che è l’io, o ego se preferite latinizzare o vederlo negativamente. Questa parte di noi è sostanzialmente un bambino, la nostra parte infantile, cui alcuni associano l’aggettivo ferito. È la nostra parte più energetica, vitale e pura. Anzi no. Perché c’è stato un momento, nell’infanzia di tutti quanti – un momento che ho sentito definire il grande tradimento – in cui questo bambino ha abdicato a se stesso.

Il bambino nasce sostanzialmente felice. Non che lo sia nel modo in cui lo intende l’adulto “ah, la felicità è un attimo”. Il bambino è felice perché non sa cos’è la felicità. Non ne ha un’idea da perseguire. Non nutre aspettative. Vive e basta. Addirittura, nei primi mesi di vita, non riesce neanche a distinguere fra sé e l’ambiente circostante, in particolare fra sé e la madre.

Ma è un mondo difficile. Felicità a momenti… Scusate. È difficile nel senso che questo bambino va protetto e nutrito. Non è in grado di procacciarsi il cibo da solo, come peraltro i piccoli di altri animali sanno fare anche pochi istanti dopo la nascita. E quando bisogna proteggerlo, i genitori spesso sono costretti a usare metodi coercitivi. A volte fisici (che non significa solo il ceffone ma anche il box-prigione). Molto spesso verbali ed emotivi.

“Non fare questo! E neanche quello! Ma se stupido? Forza!”. Eccetera.

Nonostante questa protezione, che a volte c’è in forme a dir poco anomale, o anche in ragione di questa – saprete anche voi che le violenze in famiglia sono molto più frequenti di quanto non si voglia ammettere – subentrano traumi, paure e complessi.

E così succede, inevitabilmente, che il bambino – qualunque bambino – sviluppi una convinzione ineluttabile  che così com’è non va bene, che finisce per travolgerlo.

Nel migliore dei casi, a un certo punto il bambino si rassegna e si dice: “OK mamma, OK papà” – oggi dice “OK” perché guarda tanti cartoni animati americani – “d’ora in poi sarò come volete voi”.

Prende così forma l’altro pezzo della sua psiche, quello che Freud chiama super-io o super-ego, altri coscienza (il fottuto grillo parlante). Mi piace un termine poco usato che ho sentito: il giudice interiore. Io, comunque, ho coniato il mio: la vocina.

Questa parte di mente non è nostra. Ci è stata inculcata dall’esterno. Essa, più che una funzione di pensiero cosciente o razionale, è un meccanismo. Non è per niente facile riconoscerla. Per farlo, occorre un’auto-attenzione intensa e costante.

La vocina non la riconosci per cosa dice ma per come lo dice. Come ho detto, non è intelligente, diciamo così, per cui può accadere che in un momento dica una cosa, e poco dopo il contrario.

Il come è essenzialmente fatto di cose sgradevoli. La vocina giudica, se stessi e gli altri. La vocina manipola. Consiglia. Sprona. Reprime. Fa paragoni. Spaventa. Colpevolizza.

“Sei un coglione!”

“Inadeguato”

“Non ce la farai mai…”

“Lui è migliore di te”

“Eccoti, sempre alle solite…”

“Sei in ritardo!”

“Non farlo!”

“Fallo! Altrimenti sei un debole / un codardo / non sei un buon amico! Eccetera!”

“Hai il cazzo piccolo!”. No, almeno questa cosa a me non la dice.

È un continuo, è perennemente attiva. Quei rompicoglioni dei nostri genitori non la smettono mai di dirci cosa dobbiamo fare e cosa no. Un conflitto incessante tra un bambino che scalcia, che vorrebbe giocare, correre e divertirsi, e qualcuno che da dentro non gli dà tregua.

Occhio, però! In verità non faccio una valutazione morale dell’operato dei genitori. Anch’io sono padre e sono figlio. E soprattutto, se la facessi sarebbe frutto di una minchiata che mi dice la vocina.

Il guaio è che anche i genitori sono dominati da questo conflitto. Non possono fare altrimenti.

Dunque l’essere umano risulta, nella migliore delle ipotesi, uno schizofrenico nascosto. La schizofrenia è a un livello tale che si disperde limitatamente nell’ambiente, dando luogo al mondo di merda in cui viviamo. Ma c’è. Sempre. In chiunque. Sì, è triste dirlo, ma siamo tutti pazzi.

I pazzi riconosciuti come tali o quelli chiamati psicotici o altro del genere sono semplicemente coloro in cui il meccanismo di controllo s’è rotto. Così sono diventati pericolosi, o anche solo non produttivi. Allora abbiamo per esempio chi è bambino (ferito, si badi bene) sempre, e quindi sbrocca in varie forme. O la vocina è andata fuori giri e ordina cose insensate. O ti schiaccia, deprimendoti, fino a farti credere di non poterti alzare dal letto e che è meglio che tu la faccia finita appena puoi.

Gli altri pazzi che fanno? Sopravvivono.  Sopravviviamo. Tutti. Alla bell’e meglio. Vittime di credenze non verificabili o che avevano un senso quando si avevano quattro o cinque anni.

“Cazzo, ma se è così, allora non c’è alcuna speranza…”

Eccola, è la vocina!

Non è vero, la speranza c’è. Ma non è facile metterla in atto.

(Se invece avete pensato “Che cazzo sta dicendo questo?”, interrompete ora la lettura. Questo post non fa per voi)

Intanto, è opportuno riflettere sul fatto che uno dei fondamenti su cui si basa questo sistema (sì, è un sistema, e va avanti da millenni) è la concezione secondo la quale la natura dell’essere umano è maligna, o quantomeno pericolosa. “L’uomo è una bestia!”, per dirla con le parole di Giorgio Bracardi (chissà se qualcuno se lo ricorda). Questo è uno dei capisaldi della vocina, uno dei suoi evergreen.

In effetti, un bambino sa essere anche molto cattivo. Pensateci. Osservateli. O ricordatevi delle elementari. Di com’eravate voi, o il vostro compagno o compagna di banco. E sa mettersi e mettere il prossimo in situazioni di gravissimo pericolo.

Ma siamo bambini, oggi? Fisicamente, non si direbbe.

Già, il fisico. Ho parlato tanto di mente. Ma il corpo è fondamentale. Quando siamo (ci identifichiamo con) il bambino, per esempio nel momento il cui la vocina ci cazzia, perdiamo contatto con il corpo. Siamo piccoli. O non ci sentiamo affatto. Quando stiamo bene, il corpo è quello di un adulto, lo sappiamo, ne siamo consapevoli.

Per esempio, il sesso…

“Ehi, stronzo! C’hai scritto nel titolo che parlavi di umorismo nero! Quando cazzo cominci? Che ci frega di come scopi?”

OK, OK! Merda, me n’ero dimenticato. E comunque cerca di parlare bene in italiano, “avresti parlato”…

“Ho capito! Adesso non rompere i coglioni con l’italiano! Quanto stai scrivendo? Tu un post così lungo non lo leggeresti mai! Pigro!”

Vaffanculo. Parlo di cosa voglio e quanto mi pare, chiaro?

(C’era un po’ di bambino e un po’ di vocina in questo dialogo immaginario con te, caro lettore o cara lettrice. Cerca di vedere tu dov’era l’uno e dove l’altra. E magari dove c’era anche qualcos’altro)

Vabbe’, l’umorismo nero. O la satira vera, secondo me. Ho già detto cosa penso della satira compiacente. Ora posso rivelarvi che non mi piace perché non lavora sul sistema che ho descritto. C’è un’altra satira che, almeno nella mia esperienza, aiuta. Aiuta me, eh, tengo a chiarirlo. Ma non essendo diverso da voi, né migliore né peggiore, penso, spero, che magari serva anche ad altri.

Come?

La satira cattiva scatena una contraddizione istantanea tra il bambino e la vocina. È chiaro: dev’essere di qualità, ben scritta, costruita tecnicamente bene. Io queste tecniche non le ho studiate, sono un autodidatta e vado a istinto, per cui scordatevi che vi porti degli esempi. Sì, sono un gran pigro, e allora?

Succede quanto segue: ciò che si legge o si ascolta è scritto o detto in un modo che fa scattare qualcosa nel nostro cervello, un collegamento sinaptico che risveglia intensamente il bambino. In linea di massima, lo risveglia positivamente, nel senso che il bambino è portato a ridere, ma non solo. Può anche solo sentirsi emotivamente coinvolto (“sì, cazzo, è proprio così!”). Può avere uno di quei moti potenti pure un po’ cattivelli.

Perché come dicevo prima il bambino è anche cattivo. Ma non lo è nel senso moralista. Il bambino è libero e se una cosa non gli piace, non gli piace. Se un bambino si incazza, porca troia come si incazza! Se un bambino ride, lo fa di gusto, come poche volte a un adulto capita.

Il bambino è puro, è innocente anche quando ha queste manifestazioni.

Per arrivare al tanto vituperato post di Umore Maligno, chi legge sa benissimo come un bambino vede un handicappato.

Le sensazioni sono varie e spesso contrastanti. Dalla paura alla repulsione. Ma anche un’attrazione irresistibile per ciò che è diverso. Una difficoltà insormontabile a comprendere e valutare qualcuno che è come te e, contemporaneamente, non lo è affatto. E infine, la voglia irrefrenabile, dovuta a un meccanismo ancestralmente darwiniano, di prendere per il culo per far parte del gruppo dei “normali” il “mongoloide”.

Contemporaneamente, e in ragione dell’argomento, si scatena fortissima la vocina. “Cosa fai? Non si ride di certe cose! Non si fanno certi pensieri! Smettila immediatamente!”.

(“O ti faccio oscurare il sito!”)

In ragione dell’argomento. Ecco perché, per esempio, la satira su Berlusconi per uno di sinistra è fondamentalmente inutile, dal punto di vista di scoperta e riconoscimento del sistema. Non aggiunge e non toglie nulla. Bambino e vocina, in quel caso, sono perfettamente d’accordo.

Ed ecco perché, casomai fosse il caso di ripeterlo, il bersaglio di questa satira non è l’handicappato o chi subisce violenza o muore o viene discriminato per motivi razziali, ma è chi leggeIl “normale” (che in realtà è lo schizofrenico di cui sopra) che dice gay e pensa frocio, che dice meridionale e pensa terrone, che dice disabile e pensa storpio o mongoloide.

E non solo.

Chi legge può essere anche la parte in causa. Anche il meridionale che si sente inferiore perché terrone, il gay che si sente frocio e quindi emarginato, il disabile che investe tutta la sua vita per rivalersi dei torti subiti. Anche questa persona vivrà per una frazione di secondo le emozioni infantili di chi l’ha trattato male e potrà identificarsi con esse. E contemporaneamente inizierà a giudicarle, e a giudicarsi per averle provate.

Questo scontro istantaneo può essere molto duro. E spesso è la vocina a prendere il sopravvento.

Il momento decisivo, l’occasione da cogliere, è quello della lettura o dell’ascolto. L’esplodere del conflitto interiore.

Perché se in quel momento qualcos’altro in voi permette al bambino di ridere o di vivere le altre emozioni, accettandole con amore (ecco, ho usato questa parola, la mia carriera di satiro finisce qui), perché non sta facendo nulla di male, sta solo ridendo o giocando a fare il cattivo, ma nessuno realmente sta morendo o subendo violenza o altro…

… E se contemporamente questo qualcos’altro manda affanculo la maledetta vocina che ha nella testa “mamma, papà, vi voglio tanto bene ma avete rotto i coglioni, ché ho 44 anni e sono grande, grosso e forte”…

Be’, se ciò vi accadrà, avrete goduto di un momento intenso di consapevolezza di voi stessi. Avrete allentato un filino le vostre catene, quelle vere, quelle su cui si basa qualunque ingiustizia, qualunque sopruso, qualunque autoritarismo. Avrete fatto un passo avanti nel cammino socratico del “conosci te stesso”. Forse vi sarete avvicinati un pochettino – dai, la sparo, tanto ormai mi sono sputtanato completamente – alla buddhità.

E se non accadrà… Be’, basta leggere i commenti al post e le intrinseche contraddizioni dovute al fatto di essere vittime di un meccanismo automatico: “Siete handicappati perché parlate male degli handicappati!”. “Spero che abbiate un incidente o che incontriate un handicappato che vi spezzi la spina dorsale, così che diventiate handicappati pure voi!”. “Siete solo anonimi che cercano visibilità!”… Eh?

Non condanno queste persone, mi dispiace per loro. Per l’occasione che hanno perso.

Sì, perché per me questa satira è una specie di meditazione, porca di quella troia. Mi fa star bene. Mi fa sentire libero e vivo. Libero e vivo come nessuno degli automobilisti incolonnati di fianco a me per ore si potrà mai sentire, mentre io ascolto la radio e cerco notizie del cazzo su cui fare battute.

Quel qualcos’altro è ciò che abbiamo l’occasione di scoprire e di mettere al posto della vocina (siamo grandicelli ora), così che prenda il bambino per mano e lo accompagni nel mondo con l’amore che merita. Quel qualcos’altro è lo “spazio” in cui il conflitto è ambientato, e di cui non ci rendiamo quasi mai conto, il nostro vero essere adulti, presenti qui e ora, nel corpo e nella mente. Sì, può emergere anche leggendo questi pezzi. Sempre, come ho già detto, che siano scritti bene. Ma occhio che se qualcosa nella testa vi dice “questo pezzo fa cagare”, potrebbe di nuovo essere la vocina!

Sta a voi scoprirlo. Sta a voi valutarlo.

E ora, alla fine di questo sproloquio, vi va di andare a giocare un po’?

 

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Le normità

 

L’Italia ha una caratteristica tutta sua: quella di pensare che i problemi si risolvano con delle norme, delle regole. È per questo motivo che abbiamo migliaia di leggi inutili, circolari, procedure, protocolli, eccetera. Senza considerare il fatto che, come ho già detto da qualche altra parte, siamo specialisti nella messa in pratica del nostro detto più tipico: “fatta la legge, trovato l’inganno”.

Ne abbiamo in tale numero di queste leggine, decreti attuativi, commi, articoli, eccetera, che un tale Calderoli, almeno a suo dire, ne abolì 350.000. Calderoli, non so se avete presente. E non è cambiato un cazzo.

Non so se c’avete mai pensato, ma alla necessità di utilizzare regole per risolvere problemi causati dall’essere umano sottende una concezione pessimistica di noi stessi. L’essere umano di base è una bestia, destinata a violenza, vituperio e cattiveria. È figlio del demonio, religiosamente parlando (e chi vede le cose in questo modo è intriso fino al midollo del pensare più beceramente cattolico, qualunque sia il livello di autonomia da questi dogmi che pensa di aver raggiunto), per cui va in qualche modo circoscritto, recintato, protetto da se stesso e dal male (sì, “male”, non ho scelto questa parola per caso) che può procurare.

Una visione più matura –  a mio modesto avviso –  delle cose, vede nelle regole un aspetto ineludibile di qualunque gioco (sì, “gioco”, non ho scelto questa parola per caso). Ovunque ci sono regole, dietro c’è un gioco. Sempre. E se non vi sembra che sia così, è perché siete troppo seriosi, e non siete in grado di godervi la vita. Non che io lo sia, ma perlomeno cerco di farci attenzione.

E le regole sono uno strumento, non una soluzione.

Un gioco presuppone, di fondo, una volontà comune di un gruppo di persone di parteciparvi. Per puro sollazzo, se tutto va bene. Ma bisogna innanzitutto essere d’accordo su cosa si vuole fare, poi le regole vengono da sole. E se non succede così, qualcosa non va.

Abbiamo un pallone, e vogliamo prenderlo a calci. Disegneremo delle righe su un prato. Inquadreremo delle porte con pali e traverse. Decideremo che quando la sfera supera le righe laterali è “fallo laterale”.

Se abbiamo tutti voglia di giocare, perché abbiamo voglia di godere delle vibrazioni che il gioco ci procura, allora accetteremo le regole. Non ci metteremo a urlare: “Non è giusto che la palla sia tua perché io l’ho tirata oltre la riga!”, saremmo semplicemente pazzi.  Eppure accade. Perché al gioco subentra la competizione, e a volte la voglia di vincere è superiore al piacere di giocare. La (presunta) vittoria ci realizza, ci identifica, ci conferma di essere ciò che pensiamo di essere. Sempre se accade, ovviamente.

Se non accade allora, bambini quali in verità siamo, potremmo decidere di farci il nostro campetto, dove si gioca in cinque contro cinque, invece che in undici contro undici, dove c’è un muro che delimita il campo e posso giocare di sponda, senza l’ingiusto e scandaloso “fallo laterale”. Ma potrebbero girarci i coglioni, perché le emozioni che ci procura il giocare in cinque contro cinque non sono le stesse dell’undici contro undici. Si corre di meno, si fanno gol troppo facilmente e, soprattutto, c’è meno gente a guardare. E noi abbiamo bisogno del pubblico anonimo e numeroso, che confermi applaudendo ed esultando che siamo ciò che pensiamo di essere.

E allora magari litighiamo con quelli che giocano undici contro undici, perché a questi sta un po’ sul cazzo che quando ci gira vogliamo fare anche il loro gioco. Ma litigare non va bene, perché devi (e sottolineo “devi”) amare il prossimo tuo come te stesso.

(Anche se Gesù, probabilmente mi ripeto, non disse “ama” ma “amerai”, come se fosse una sorta di constatazione scientifica, “ciò che dai ti ritorna e viceversa”, e non un comandamento)

Recentemente, ho sentito di gente che vuole regolare il conflitto. Gente che dice di fare satira. Gente che approva e incoraggia il conflitto portato verso l’esterno, il “flame”, ma lo rifugge se riguarda l’idea che ha di sé o il gruppo cui crede di appartenere. Beh, a questa gente mi viene da dire, parafrasando il tipo di Nazareth: la tua satira avrà efficacia sul prossimo pari a quella che tu sopporti su te stesso. Nulla.

Se abbiamo bisogno di regole per gestire una situazione, è perché il conflitto ne è elemento costituente. Manca la volontà di base, non dico di giocare, ma anche quella di collaborare, o addirittura di interagire, dando a controparte dignità di essere tale. Allora non resta che rivolgersi a un terzo – un giudice, per esempio, nelle varie forme del processo civile – affinché individui quelle norme o ci costringa ad definirle.

Concludo con una mia vecchia riflessione etimologico-statistica. “Norma” significa anche “media”. Dal sostantivo “norma” ne deriva un altro: normalità. La distribuzione “normale”, quella che chi ha studiato queste cose sa avere il nome di “gaussiana”, descrive eventi senza una particolare caratterizzazione probabilistica, buttati anonimamente attorno ad un valore medio facilmente misurabile. In altre parole, ciò che è “normato” non è, in base ad un’osservazione scientifica, eccezionale. O lo è con una probabilità bassa. Bassissima.

Ecco, io credo tutto ciò non sia casuale. Voglio dire che è proprio questo il risultato che, per nostra scelta inconsapevole, siamo destinati a conseguire, normando qualunque cosa: alla mediocrità.

 

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Della satira compiacente

 

Mi sono scagliato a volte da questi lidi contro persone che conosco e frequento internettianamente, cercando di spronarli a mettere in discussione le loro certezze sulla necessità della qualità della satira, rivendicando il diritto alla cazzata (tanto per citare un caro amico) anche lavitoliana, cercando di dare un punto di vista ancora più nuovo rispetto agli esperimenti arditi e pericolosi che si stanno tentando insieme.

Ma mi è sorto il dubbio di aver saltato un pezzo. Un pezzo in cui ogni tanto ricasco anch’io, perché è il pezzo “facile”.

Dunque, voglio chiarirlo una volta per tutte, così che mi sia concesso, poscia, di esprimermi in maniera pugnace sui concetti succitati.

Io odio la satira compiacente.

Quando parlo di satira compiacente, mi riferisco a quella popolare, che fa “like”, audience e boati nelle piazze dei concertoni. Parlo dei Crozzi, delle Sabine Guzzanti, dei Vauri, e anche – ahimè – degli Spinozi, cui un tempo ho contribuito.

Li odio per l’incoerenza di fondo. Per quella contraddizione che li porta a volere sia il consenso del pubblico – di un certo pubblico – sia l’aspirazione etica, ma forse è meglio dire moralista, di cambiare lo stato delle cose, supportando la vittoria del “bene” contro le forze del “male”.

Ho sempre notato, anche quando ero meno consapevole di certe cose, il diverso trattamento che la satira di sinistra evidenziava quando aveva come bersaglio la destra oppure la sinistra stessa. Ma non ne ho mai voluto fare un vero acknowledgement, perché mi veniva comodo così. La satira contro la destra è cattiva e spesso formalmente efficace, quella contro la sinistra è bonaria, come la battuta che fai ad un amico per poi dirgli “su, dai, scherzavo, non te la prenderai mica?”.

E così ci si ritrova nelle piazze a gongolare dello sberleffo al nemico. E non ci si rende conto che in quel modo al presunto nemico si dà forza. Perché quel nemico è parte di noi.

Il nemico è la certezza. La satira deve distruggere la certezza. Qualunque certezza.

E se le certezze invece le corrobora, allora non è satira. È qualcos’altro. È compiacimento, indolenza, apatia.

È business. Non c’è nulla di male, basta saperlo e dirlo apertamente. E spogliarsi della pretesa di star facendo qualcosa per cambiare lo status quo.

Perché se vogliamo cambiare qualcosa, occorre che ciascuno parta da se stesso. Sia chi scrive, sia chi legge. Occorre darsi fastidio. Se la satira ti fa ridere comodamente, come una battuta su Alfano che ho appena scritto e che sta ricevendo molti “like”, allora vuol dire che non stai leggendo satira, ma intrattenimento.

Ti interessa davvero cambiare qualcosa, magari anche grazie alla satira? Allora comincia a guardarti allo specchio, e a ridere di te stesso.

 

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