De Imbecillis

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Eco ha ragione. E ha pure torto.

I Social hanno dato voce agli imbecilli. Ma gli imbecilli c’erano già, ci sono sempre stati.

Certo, faceva più comodo all’élite, ai politici e anche ai cosiddetti intellettuali come Eco, quando questi dicevano le loro cazzate al bar. Erano più manipolabili, attraverso i media “broadcast”, che li gestivano come bersagli passivi. E soprattutto non erano essi stessi possibile strumento di manipolazione di altri imbecilli (che è la cosa che in fondo preoccupa di più i detentori della verità come Eco).

Ora invece parlano. Le cazzate le scrivono. Condividono bufale, senza la minima preoccupazione di verificare ciò che pubblicano sui loro profili.

E questo ci porta a essere consapevoli della tremenda verità, il vero abominio che abbiamo fatto finta di non vedere, per decenni.

Questi imbecilli votano.

E sono tanti, probabilmente sono la maggioranza assoluta degli aventi diritto.

Da qui, l’evidenza cogente dell’unica riforma istituzionale veramente necessaria.

Non importa che ci sia il Porcellum, l’Italicum o il Mattarellum. Sono tutte versioni minori di una stessa legge capostipite: l’Imbecillum.

Ci avete mai pensato? Per guidare ci vuole una patente. Per possedere un’arma ci vuole una licenza. Per esercitare una professione bisogna studiare, e ottenere un’abilitazione. Perché con un’auto, un fucile o un bisturi si possono fare gravi danni.

Ebbene, la stessa cosa vale per altri delicatissimi strumenti: la matita copiativa e la scheda elettorale.

Non dico tanto, ma un esamino, compiuti i diciott’anni. Un po’ di cultura generale, magari le basi della lingua italiana (anche per gli stranieri, l’importante è che vivano in Italia: non mi pare sia razzismo, anzi), ma soprattutto la cara, vecchia educazione civica.

“Per cosa diavolo stai votando? Lo sai chi è attualmente il Presidente della Repubblica? Quanti gradi di giudizio sono previsti prima di considerare qualcuno colpevole? Hai un’idea di cos’è quella roba chiamata “Costituzione”? Mi sai dire la differenza tra “federalismo” e “centralismo”? Il punto esclamativo e l'”1″ per te sono la stessa cosa?”

Una specie di “prova Invalsi”, insomma.

E poi qualche richiamino ogni tanto, chessò, ogni cinque anni come per la patente di guida.

Ecco: i Social, magari, li usiamo per realizzare un sistema a punti. Chi pubblica una notizia che è palesemente una bufala, ne perde 2. Quando li esaurisci, devi rifare l’esame. Magari stai fermo un turno, no?

Chi non è in regola – come diceva Dalla – quella domenica se ne va al mare.

I partiti e i movimenti vari? Beh, quelli dovranno imparare ad avere a che fare con un elettorato un po’ meno imbecille e manipolabile: non credete che non potranno che migliorare?

Dai, facciamo una modifichina alla Costituzione, tanto va di moda. Scriviamoci che il voto non è né un diritto né un dovere.

È un onore.

 

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La Normale Famiglia

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Quella di Nazareth non era una famiglia finta, irreale. Maria, la mamma cucinava, faceva tutte le cose della casa, stirava le camicie, Giuseppe, il papà faceva il falegname, insegnava al figlio a lavorare. Gesù viene come un figlio di famiglia. Non nasce in una grande città come Roma, ma in una periferia piuttosto malfamata, Nazareth. È un Dio sottomesso. Ha perso 30 anni lì, in quella periferia malfamata. Non ha fatto guarigioni o altri prodigi in quegli anni. Quello che era importante lì era la famiglia, ma non è stato tempo sprecato: erano grandi santi, Maria Immacolata e Giuseppe. E Gesù mai in quel tempo si è scoraggiato.

In molti si sono scagliati contro questo bellissimo discorso del nostro amato Papa innovatore, Francesco, accusandolo di significati sessisti e retrogradi. In particolare sulla Madonna, che sarebbe stata da lui stereotipata come una mera casalinga, nazarena anziché vogherese, ma pur sempre dedita a servire marito e figlio e alle cosiddette faccende. E il bello è che queste critiche, anche feroci, arrivano da persone che si definiscono moderne e progressiste. Davvero intristisce che proprio costoro non colgano la portata rivoluzionaria del nostro Pontefice: ancora una volta non è affatto difficile riscontrarla.

Chiariamoci: forse per qualcuno è necessario andare oltre all’apparenza, alla superficie, arricchire il narrato. Ci vorrebbero un paio di serate con l’eccelso divulgatore, il maestro Benigni, ma certi budget non si trovano tutti i giorni. Dunque, mi permetto di aggiungere io qualche elemento, gratuitamente: chissà che non riesca a dare il mio umile – ma mai quanto quello del Papa: lui è il più umile di tutti – contributo.

Innanzitutto, vale la pena ricordare che stiamo parlando di una famiglia di oltre duemila anni fa. Una famiglia normale e nel contempo fuori dal comune, visti i componenti. Non usiamo i paraocchi, allora: è del tutto ragionevole pensare che dei due genitori l’uomo si dedicasse a guadagnare il pane, cibo di cui peraltro il figlio andava matto. Lo offriva spesso anche ai vicini, accompagnando il gesto con frasi che allora parevano leggermente sconclusionate, facendoli addirittura sentire cannibali: solo più tardi ne avremmo tutti compreso il profondo significato. Perché l’abbiamo compreso, vero?

Questo padre (‘padre’ in effetti è una parola grossa), Giuseppe, era davvero uno che definirlo “santo” come fa Francesco è poco, mi si consenta. Fu il primo uomo della storia ad avere a che fare con l’eterologa, senza peraltro averla richiesta; caso che fu anche l’unico a essere autorizzato da quell’altro Padre, quello con la maiuscola, anche perché fu Egli a metterla in pratica. Fu anche la prima volta in cui una fecondazione non convenzionale veniva documentata con una certa affidabilità. Certo è che scegliere come tramite un piccione bianco superava l’immaginazione avuta dal collega Zeus con la sua pioggia d’oro, o quando fece nascere la figlia Atena da un’apertura del proprio cranio. Che poi non mi sono mai spiegato dove abbia preso Gesù l’altra metà dei cromosomi, quelli non forniti dall’ovulo di Maria… ma non divaghiamo.

Il fatto che Giuseppe e Maria non ebbero mai figli tutti loro ci fa forse ipotizzare che il primo fosse sterile. O impotente. O entrambe le cose. Sicuramente era molto più vecchio della moglie. Forse lei non volle mai dargliela, volle rimanere fedele al Padre naturale (‘naturale’ in effetti è una parola grossa) di suo figlio; forse volle restare per sempre ‘Immacolata’, come dice Francesco, per quanto risulti ostica tale definizione in seguito a un parto. Nonostante tutto, comunque, Giuseppe si faceva un culo così dalla mattina alla sera, non v’è dubbio. Perché la periferia chiamata Nazareth non era affatto un posto facile, altro che Tor Sapienza o Quarto Oggiaro.

Come se non bastasse la durezza del suo lavoro, doveva sopportare quel figlio non suo, che – come ci ricorda il Papa – non era ancora dedito a prodigi e miracoli, ma imparava piano piano a gestire e controllare i suoi poteri: camminava sulle pozzanghere senza bagnarsi i piedi, trasformava l’acqua in Coca Cola, faceva risorgere le lucertole, strabiliando gli amichetti che fino ad allora si erano limitati a strappar loro le code e vederle ricrescere, e alle volte di notte diventava fosforescente, specie poco prima che il gallo cantasse tre volte, chissà perché.

Dunque, è del tutto legittimo affermare che Maria badasse alle cose di casa, senza tirare in ballo alcun maschilismo di sorta. Io me la vedo, giovane e un po’ inesperta, stirare le camicie come dice gioiosamente Francesco: nella nostra ricostruzione, lei usa un asse da stiro speciale, predisposto dal marito sulla base di un insolito progetto del figlio (“Vedrete, un giorno questo aggeggio sarà in tutte le case, in tutte le scuole, in tutti i templi, in ogni luogo pubblico”), costituito da un ceppo di legno lungo e un altro di dimensioni minori ad esso fissato ortogonalmente. Maria, come le aveva amorevolmente consigliato il figlio, stendeva sui ‘bracci’ più corti le maniche delle camicie, fermandole con dei chiodi per evitare che si spostassero; lo stesso faceva con i jeans di Gesù, incrociando e puntandone le estremità al fondo del legno maggiore. Solo, Maria era un po’ imprecisa, come abbiamo già detto. Avete presente quel lenzuolo nel quale un giorno Gesù si sarebbe fatto il primo selfie della storia? Beh, tutte quelle toppe che si vedono aveva dovuto metterle lei. Fateci caso: sembrano i postumi di bruciature tipiche della casalinga sbadata che si ferma qualche minuto a fumare una sigaretta, hanno la forma di un ferro da stiro.

SINDONE

E Gesù, che dire di lui? Non avete idea di cosa non gli facessero i bulletti di quel postaccio che era Nazareth, a scuola! Oltre ad avere quel volto angelico e quel po’ di barbetta bionda già dalle elementari, era considerato un secchione: sapeva tutta la Bibbia a memoria ed era arrivato addirittura a discuterne con i vecchi babbioni del tempio, definendola oltraggiosamente ‘Antico Testamento’ (“E il nuovo dov’è, eh?”) e mettendoli in crisi. Solo in matematica non andava benissimo: finché si trattava di aggiungere o moltiplicare, nessun problema, ma sottrazioni e divisioni proprio non gli andavano giù.

La sua salvezza con i compagni bricconi era quella curiosa caratteristica della pelle, che pareva come cosparsa d’olio o di una qualche sostanza grassa: i suoi aguzzini non riuscivano ad abbrancarlo, lui riusciva sempre a sgusciare via. “Ringrazia il Signore che ti ha fatto così, Unto!”, gli urlavano mentre scappava verso casa. Già, che nomignolo gli avevano dato. Anche se a lui, che sapeva di greco, tradotto in quella lingua non dispiaceva affatto. Ai suoi, così preoccupati per le angherie che subiva di continuo e per l’estrema solitudine che ne derivava, ripeteva di stare tranquilli, di perdonare quei ragazzini perché non sapevano quello che facevano, e che un giorno di amici ne avrebbe tanti, tantissimi: addirittura dodici.

Ora, avendo tutti questi particolari aggiuntivi, sono certo che darete ragione a Francesco, se mai aveste avuto dubbi. Sicuramente riuscite a immaginarveli tutti insieme, per esempio la sera, in salotto: Giuseppe a dare le ultime piallate, Maria a rammendare le camicie del figlioletto, sempre bizzarramente lacerate a livello del costato, Gesù a giocare alla battaglia dei soldatini romani istigati dagli ebrei cattivi; oppure con quello che allora i genitori credevano fosse il suo amico immaginario, Giuda, a quell’altro gioco che a quest’ultimo sembrava non piacere un granché: l’impiccato. Una famiglia felice, completa. Una famiglia straordinariamente ordinaria.

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Io me li figuro in particolare la sera del compleanno di Gesù. Ci si scambiava sempre dei bellissimi doni, poveri ma fatti con il cuore. Anzi, fatti da Giuseppe, ché se ci si fosse messa Maria avrebbe combinato solo casino. Ed era proprio Giuseppe a portarli; conciandosi, su richiesta del figlio (‘figlio’ in effetti è una parola grossa), in quel modo inconsueto: con una finta barba bianca, in ricordo del vero Padre, nascosto chissà dove.

Giuseppe faceva tutto ciò con grande affetto. Solo una volta in cui Gesù, per farsi qualche amico, aveva provato a invitare tutta la scolaresca per una festicciola (“Dai mamma, dai pa… Giuseppe, lasciate che i pargoli vengano a me!”) e lui aveva dovuto costruire giocattoli per tutti e perfino imbacuccarsi tutto di rosso, aveva sbottato con una frase che non viene riportata in nessun testo sacro, eppure s’è tramandata fino ai giorni nostri.

“E chi sono io, Babbo Natale?”

 

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Insegna agli angeli a…

Trovata tramite google

Un grande cancello dorato gli si staglia davanti, rompendo armonicamente uno sfondo di un azzurro quasi irreale, costellato di formazioni di vapore acqueo perfette come in un quadro di Michelangelo. Meglio della migliore iconografia hollywoodiana. Non ha tempo di stupirsi, perché le porte si aprono con un sottofondo d’arpa. “Dio mio, chissà che olio usano per lubrificare questi cardini…”, pensa fra sé il nuovo arrivato.

– Usiamo  il crisma, ovviamente…

lo interrompe una voce profonda e confortevole.

– … e per favore, non pensare “Dio mio”, potrebbe anche prendersela.

– Oh, sì, scusa sai, sono appena arrivato e… Ma tu sei…

– Il mio nome è Peter, Saint Peter. Ben arrivato, Nelson.  Finalmente. Non ci contavamo quasi più. C’hai fatto preparare la stanza quattro volte, quest’anno…

Sorride, che bello, è pure spiritoso! Quando si è presentato ha fatto perfino il gesto della spia più famosa del mondo, puntandogli l’indice come fosse una pistola!

– Vieni, entra. Ti mostro il Paradiso.

Nelson viene abbagliato da una sorta di Eldorado mitologico, un arruffarsi di costruzioni auree che si compongono una sull’altra, fino a sembrare un’enorme chiesa gotica e contemporaneamente fantascientifica, in cui mancano solo le astronavine che volano qui e là. Aguzzando la vista, però, nota puntini bianchi che si volteggiano e… sì! Sono anime umane!

– È fantastico! Altro che Johannesburg! Voglio andarci subi…

La mano compassionevolmente solida del Santo lo trattiene per il braccio sinistro.

– Aspetta, Nelson, non correre… Ci potrai andar dopo, a Paradise City. Ora ti mostro dove starai tu.

– Cioè? Io non starò là?

– Ehm, no. Nelson. Il tuo posto è quello.

Il dito enorme del Sacro Custode distrae la mira di Nelson dalla splendente Città e lentamente si sposta a sinistra, fino a mostrare un rialzarsi di formazioni più tendenti al marrone sullo sfondo verde scintillante. Non che faccia una brutta impressione, osservandolo più attentamente, ma in confronto a ciò che ha di fianco…

– Ma Peter, cosa vuoi dire? È là che si abita? A cosa serve la City? Tipo agli affari? Oppure forse… Scusa, ho capito. Immagino sia tutta per Lui, per i Santi e per gli Angeli. Vero?

– No, Nelson, non è proprio così. Vedi, anche a Paradise City si abita. E ci sono anche altre città. È che lui sa che ogni tipo di uomo ha bisogno del luogo più adatto in cui vivere, ed ecco… quello è il luogo per quelli come te.

– Cioè?

– Dai, hai capito. Quelli colorati, con la pelle scura. Sai bene cosa intendo.

– Ma… sono basito.

– Tranquillo, Nelson: succede a tutti, appena arrivati. Ma ti renderai presto conto che è meglio così. Vedrai, ti troverai bene, ci sono tutti: Martin Luther King, Michael Jackson ritornato nero…

– Ma che Paradiso è questo, scusa? Uno si batte tutta la vita per la libertà, passa gli anni in galera, subisce umiliazioni di ogni genere, e quando muore arriva qui, a subire la stessa solfa? Ma stiamo scherzando?

– Ehi, Nelson! Calmino, dai!

– Spiegami, allora. Sono tutt’orecchi.

Il Santo sorride benevolmente, stridendo col crescente nervosismo del nuovo ospite.

– Nelson, questo è il Paradiso così come sostanzialmente lo descrive, o lo lascia intendere, il Cattolicesimo sulla Terra. Lui ci ha lasciato il libero arbitrio – anche se fino a un certo punto, eh, ché di noi uomini birbantelli mica ci si può fidare! -, ma vi ha sempre dato dei chiari segnali per portarvi sulla Retta Via. Non è un caso che il Cattolicesimo sia la religione più importante, nonostante ce ne siano a centinaia. Lo abbiamo impiantato stabilmente da millenni, e sai come ci si è messo direttamente il Figlio del Principale, altro che ventisette anni di carcere! E Lui, seppur con il bene che vuole a tutti, ha sempre prediletto quelli più palliducci, che infatti ha lasciato prosperare e dominare tutte le terre, avanzare nella civiltà, nella cultura e nella tecnologia. È esattamente come un padre che ha tanti figli: l’amore è per tutti, ma c’è pur sempre un prediletto. Certo, siamo tutti belli e tutti uguali, ma qualcuno più bello e più uguale degli altri ci vuole sempre. That’s evolution, baby. Del resto, voi siete stati i primi arrivati. Voi siete l’anello di congiunzione.

– Ma cosa dici?! Gesù mica era bianco! È nato in Palestina! Ce l’hai presente Arafat? Ti pare ariano?

– No no, Gesù era bianchissimo. Per quello i Romani si sono spaventati davvero, quando andava a dire che era il Re dei Re. E poi doveva per forza farlo nascere lì, era l’unico posto dove c’era gente che credeva in un solo Dio, mica poteva nascere a Roma o ad Atene dove ancora idolatravano dei buffoni con le corone d’alloro. A Roma ci si è arrivati per gradi, e poi ci si è stabiliti con forza. Dopo un po’ abbiamo dovuto mollare un po’ la corda, ma il nostro Agente è sempre là, saldo, in contatto diretto col Capo. Certo, non è facile. Siete davvero ingestibili. Abbiamo provato a indicarvi la strada col sommo teologo, quello che vi spiegava la verità assoluta. Vi bastava dargli retta, ma voi niente. E così s’è stufato e ha mandato una raccomandata. Ora stiamo provando col bonaccione,  il buono, il sorprendente: se non funziona neanche questo, mi sa che stavolta Lui si incazzerà di brutto…

– Oddio…

-Dai, ti prego. Non abusare della sua pazienza. Ricordati che Lui è estremamente benevolo, ma non è uno sprovveduto. E quando perde la pazienza… Dai, l’hai visto anche tu, sulla Terra, come si sfoga.

– Okay, scusa. Però tu hai usato il verbo incazzarsi…

– Io posso. Cioè, Lui me lo concede. Mi sono fatto  crocifiggere a testa in giù, io, ricordi? Comunque, sta’ tranquillo. Non è apartheid, ci tengo a chiarirlo. Lui non è razzista, però…

– … questa frase l’ho già sentita da qualche parte.

– Non interrompermi. Dicevo: Lui non è razzista, però è meglio che ognuno stia al posto suo. Fìdati, vedrai che non te ne pentirai.

– Vabbè…

– Peter! Peter!

Si sente una terza voce giungere dalla Città dorata. È un buffo paggetto, biondino con alucce candide dietro la schiena, tutto nudo col pistolino piccolo, che corre agitando una roba che sembra un iPad. Ha la voce stridula e un po’ antipatica, e una pronunciata erre moscia. Insomma, ricorda parecchio Gianni Cuperlo.

– Dimmi, Hahaiah, che succede?

– Hahaiah? Che caz… cioè volevo dire che raz… no, che diav… oh santo cielo! Che nome è?!

– Peter, abbiamo scoperto una cosa. C’è stato un problema nell’archivio centrale e c’eravamo persi un po’ di dati. Ma poco fa hanno ripristinato il backup. Si tratta di una faccenda un po’ imbarazzante. Sul tizio lì, che ti sta di fianco.

– Cioè?

– Beh, sai che è stato in galera, vero?

– Sì, ma ingiustamente. Gli amici sudafricani stavano un po’ esagerando con il trattare i colorati e…

– Eh, però lui incitava alla lotta armata. Ha ammesso la propria colpevolezza per dei reati gravi. Pensa che dal carcere diceva: “Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!”. E una notte ha pure sognato di fare sesso con Barbra Streisand.

– Nuoooo!

Nelson abbassa lo sguardo, imbarazzato.

– Nelson, se è così, però, non va affatto bene.

– Eh? Cosa intendi?

– Vedi, hai commesso dei reati gravissimi, e li hai pure ammessi. Non è così che si fa. Ahi ahi ahi…

– Ma io mi sono pentito! Ho passato ventisette anni in carcere! Ho scontato la mia pena, e anche di più! E poi ho scritto poesie, libri, ho aiutato il prossimo… Sono stato pure un gran Presidente! Hanno fatto delle bellissime canzoni su di me… Gli U2! I Simple Minds! Quello lì che si chiama pure come te e di cui ora mi sfugge il cognome! Elio, anche Elio mi ha citato! Hanno fatto un film su di me che poi l’attore ha impersonato pure Dio!

– Che schifo, quel film, brividi… Comunque non basta, mi dispiace.

– Ma come?!

– Beh, il Boss è uno che le cose se le attacca all’orecchio. E poi qui manteniamo delle regole ferree. A noi non interessa la responsabilità, quello che conta è la colpa. Sai che differenza c’è? La responsabilità, per quanto riguarda le azioni negative compiute nel passato, ha un termine nel tempo. Nella sua forma più dura, è una pena, ma in genere finisce, magari con la morte. La colpa, invece, è eterna. Ed è uno strumento formidabile, per tenervi soggiogati. Se non ci fosse la colpa, fareste di testa vostra, e chissà che casini combinereste… Forse no, chi lo sa, ma Egli non vuole rischiare. Del resto, Dio non gioca a dadi, perché con voi si diverte già un sacco.

– Oh cazzo…

– Okay, puoi dire quel che vuoi. Anche bestemmiare. Tanto, ormai… Lucy! LUUUUUCYYYYYY!!!

– No, ti prego. Fatemi ritornare indietro. Rimettetemi sulla poltrona, con il cannetto nel naso. Con il Giornale in mano e Paris Hilton di fianco che spara cazzate. Anche con quel toscanaccio di merda che mi tiene la mano, se volete. Ma santa gazzella, free un corno…

Poveretto

 

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E tu, witter?

 

Finalmente, dopo anni passati a chiedermi “ma a che cazzo serve Twitter?”, ora il misterioso social network sta assumendo un nuovo ed entusiasmante significato. Almeno per me.

Questo significato, peraltro, è tutto italiano. Ho capito che i nostri Vips vanno lì sopra perché lo fanno le star ammerigane, quindi non puoi non stare anche tu su Twitter, tu che in Italia pensi di contare qualcosa.

Peccato però che i nostri ci vanno con lo stesso atteggiamento broadcast, di benedizione urbi et orbi, con cui appaiono a fare le loro pisciate in un qualunque programma Tv più o meno compiacente, oppure discutendo – si fa per dire – anche animatamente con loro pari (si vedano i Ballarì o analoghi, per esempio). E la gente a casa a mandarli chi più chi meno affanculo, tanto loro mica sentono.

Ma qui su Twitter la cosa è un po’ più pericolosa, perché quelli verso i quali pontificano gli si possono ritorcere contro. E non è ancora come su Facebook, dove qualunque perla di saggezza ottiene centinaia o migliaia di likes, shares comments, e non si capisce più nothings. Lì, spesso, se scrivi qualcosa di intelligente e/o spiritoso, si perde nel coro delle pecore belanti (pro o contro che siano).

Per cui il mio invito è il seguente. Fate come me: rispondete loro su Twitter. C’è l’apposito tastino: Rispondi. Non è difficile.

Ma non incazzandovi, ché non ne vale la pena. Trattateli alla pari, soprattutto quando vengono a insegnarci cos’è giusto e cos’è sbagliato, cosa bisogna fare e cosa no, eccetera eccetera.

Il mio personalissimo consiglio è: prendeteli per il culo. È semplicissimo. Sparano tali cazzate che un destro, a qualunque persona minimamente dotata di senso dell’umorismo, lo offrono sempre.

Certo, inizialmente non risponderanno, non cadranno nelle provocazioni, vi tratteranno come troll. Ma se comincia a farlo un po’ di gente, beh, voglio un po’ vedere…

Diamogli addosso, dai. A mio parere, al giorno d’oggi, le rivoluzioni si fanno così.

 

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